Anno VI - Numero 2 - Dicembre 2016 Stampa Email
Corsi, M. (2016). La bottega dei genitori. Di tutto e di più sui nostri figli. Milano: FrancoAngeli
di Alessandra Altamura   

 

“La bottega dei genitori” di Michele Corsi – pedagogista, psicologo e psicoterapeuta, da sempre attento ai temi legati alla complessità della vita delle coppie e delle famiglie – rappresenta, a mio avviso, una poesia pedagogica. Seppure (o sebbene) lontano dalla struttura tradizionale della poesia (non ci sono versi, strofe, rime, ecc.), il volume è ricco di immagini evocative (in primis la bottega-laboratorio) e di suggestioni. Soprattutto è una carica di ottimismo di fronte al dilagante catastrofismo rinunciatario della contemporaneità. Ottimismo trasmesso anche dalla passione con cui l’autore si avvicina a tematiche delicate e complesse, antiche e attuali, quali quelle che riguardano l’istituto familiare.

 

Oggi, tutto parla e tutti parlano di “crisi della famiglia”: dalla TV alla radio, dal giornalista all’uomo o alla donna di Stato o di Chiesa. Ma sono pochi, pochissimi, quelli che lo fanno con la giusta consapevolezza.

Il libro, diviso in due parti, lungi dall’essere una sorta di ricettario o un “manuale d’istruzioni per l’uso”, si pone come uno strumento “per dialogare da genitore – non dunque da professore di pedagogia o da psicoterapeuta – con tutti gli altri genitori […] per educare con maggiore competenza e serenità” (p. 16).

Sin dalle prime pagine, Corsi delinea un’immagine di genitore chiara e definita: non un cattivo genitore bensì un pasticcione, che (troppo) spesso non ha fatto pace con il suo passato, che si sente inadeguato a ricoprire un ruolo complesso. E allora, ecco spiegata la scelta del termine bottega, un termine denso e carico di significato, la cui descrizione avviene in termini poetici: “bottega […] non attico o super attico, [ma bottega] che sa di antico o di eterno […] che non esclude nessuno […]. Bottega che sa di artigiani e di creatività […] che sa di piccolo e di nascosto, e oggi di dimenticato […] dove si può trovare di tutto e di più […] luogo affascinante […] a misura della vita e dell’esistenza di ciascuno di noi”.

L’immagine della bottega non è scelta a caso. Un tempo essa rappresentava un luogo in cui ci si riuniva e si so-stava per parlarsi, per raccontarsi, per fare rete. Tutte carenze, queste, della nostra contemporaneità che colpiscono, in modo particolare, i genitori definiti sapientemente da Michele Corsi “artigiani del bricolage” (p. 26).

In un mondo sempre più parcellizzato e frammentato occorre, dunque, recuperare proprio la dimensione del saper fare squadra, del sapersi sostenere a vicenda, partendo dal presupposto che “non si nasce genitori […]. Al più lo si è in potenza: predisposti biologicamente a diventarlo” (p. 28).

Essere genitori – sostiene l’autore – nasce da lontano: dall’infanzia che abbiamo vissuto, dalle esperienze che abbiamo compiuto nelle diverse fasi della vita (dall’infanzia alla fanciullezza, dall’adolescenza alla gioventù), dal padre e dalla madre (e, più in generale, dalla famiglia) che abbiamo avuto e, infine, dall’intreccio di queste e altre variabili che inevitabilmente segnano i diversi piani dell’esistenza.

Centrale e trasversale a tutte queste è, sicuramente, il potere salvifico dell’educazione, educazione che non deve confondersi con i cosiddetti copioni di personalità ma che, al contrario, deve puntare a liberare le persone e a realizzare la loro originalità. Il copione, infatti – inteso come lo script di attese dei genitori nei confronti dei figli (il famoso “Tu per me”) – è una forma di non libertà che mira alla creazione di “burattini mascherati da persone” (p. 40). L’atto dell’“educare”, allora, deve necessariamente promuovere la libertà che si intreccia con l’autonomia e la responsabilità e deve mirare al raggiungimento del benessere personale degli individui.

Da dove iniziare? Dall’infanzia, considerata la premessa dell’uomo o della donna che diventeremo. Un’infanzia che deve avere come attori bambini più liberi, autonomi e responsabili. Ma – sostiene Corsi – per avere bambini più liberi e poi adolescenti e adulti più liberi di scegliere e di scegliersi, di progettare e di progettarsi occorre disporre di genitori migliori (p. 47). Di genitori più genitori, meno spaventati, più adulti, più autorevoli. Abbiamo bisogno di genitori a lungo termine (data la permanenza della condizione dell’essere genitori) e di figli a breve termine.

Nella seconda parte, ampio spazio è dedicato al valore della scelta, di cui Michele Corsi si autodefinisce cantore.

Al catastrofismo rinunciatario dei giorni nostri bisogna contrapporre la creatività, forma di intelligenza divergente che, a monte, richiede un background di conoscenze e saperi “ben fatti”.

Premesse fondamentali della scelta sono, dunque, la libertà e la cultura: la libertà, nella doppia e significativa accezione di Corsi, “pesante” e “pensante”; e la cultura, che, allontanatasi dal nozionismo classico, è divenuta strumento in grado di ricercare con curiosità. Una persona, solo se è colta e libera, è in grado di scegliere consapevolmente, di riconoscere gli errori e di dirigersi, di conseguenza, verso obiettivi migliori. Pertanto, la scelta richiede impegno e fatica, apertura di mente e cuore su ogni possibile crinale di esperienza.

Ecco, allora, che in un volume che parla di genitori, di figli, di relazioni, di scelta, non può non essere contemplata la scelta del partner. Scelta che, come tutte le altre, comporta sempre la valutazione dei limiti e delle risorse, dei vincoli e delle opportunità.

Afferma Michele Corsi: “non occorre avere fretta nella scelta del partner” (p. 81). È necessario, piuttosto dare il giusto spazio ai pensieri, ai giudizi, alla riflessione che, nella maggior parte dei casi, richiede tempo perché scegliere un partner (che potrebbe essere il/la compagno/a di una vita, il padre/la madre dei nostri figli, il nostro bastone della vecchiaia) non è come comprare un soprammobile. Si tratta di una scelta che, in molti e in quasi tutti i casi, avrà delle ricadute sulla nostra vita: nel qui e ora e nel futuro e che, pertanto, richiede cuore, libertà, responsabilità, convinzione (rigorosamente al 200%), coraggio (da un’altra opera dell’Autore, Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza). Si tratta di una decisione che “mette a sistema” la testa, il cuore, la bocca, la pelle (p. 87).

Dalla scelta del partner all’essere genitori, spesso, il passo è breve.

L’essere genitori prevede una serie di compiti, tra cui, la principale risulta essere quella legata all’educazione dei figli. Ma, per educare i figli è necessaria l’auto-educazione dei genitori: continua, costante, illimitata. Ovunque e comunque. Ancora oggi, invece, la formazione dei coniugi, dei conviventi e dei genitori, costituisce “l’isola che non c’è” (p. 131) sebbene ci si sia resi conto – ormai da qualche anno – che così come non s’improvvisa il matrimonio, parimenti anche l’essere padre e madre richiede un tempo di formazione, prima, durante e dopo, importante e fondamentale.

Dunque, educarsi ed educare rappresenta una sfida per ogni genitore (che, peraltro, per molteplici ragioni, non è mai uguale nell’educare i diversi figli): l’educare richiede coraggio, coraggio di essere persone autentiche, perché - prima di essere genitori - si è persone; educare significa, infine, dar vita a una rivoluzione continua e permanente (p. 118).

A questo punto, e prima di concludere, trattando anche il delicato tema delle unioni civili, Michele Corsi auspica l’impegno della pedagogia, di tutta la pedagogia – sia quella d’ispirazione cristiana così come quella di orientamento laico – affinché si impegni in prima linea a produrre una letteratura consistente sulle coppie same-sex per offrire loro tutti gli strumenti necessari. Una pedagogia che, pertanto, non può e non deve essere miope, “di parte”, monolitica (p. 92) ma che si occupi dei diversi segmenti delle complesse odierne relazioni educative familiari.

C’è bisogno – scrive ancora Corsi– di una pedagogia più utile, che continui, o riprenda, a educare per favorire la crescita educativa di tutti e di ciascuno. C’è bisogno di una maggiore formazione che educhi e accompagni alla genitorialità per “offrire ai nostri figli un ventaglio maggiore di buone scelte, di comportamenti positivi con cui identificarsi, di relazioni famigliari migliori, di parole più acconce e di atmosfere affettive più opportune: a favore delle loro libere, autonome e responsabili decisioni esistenziali” (p. 125).

In queste parole si racchiude il messaggio finale di questo prezioso dialogo: abbiamo fame e bisogno di persone, coniugi, conviventi e genitori più formati e competenti (p. 135) per far sì che “l’isola che non c’è” smetta di non esserci, che l’ideale, l’utopia a cui tendere dia luogo a buone prassi attraverso cui formare persone migliori, genitori migliori sempre in cammino verso un avvenire più sereno, felice.