Anno VI - Numero 2 - Dicembre 2016 Stampa Email
Pinto Minerva, F. (a cura di) (2015). Sguardi incrociati sulla vecchiaia, Lecce: Pensa MultiMedia
di Tommaso Fratini   

 

“La vecchiaia è stata di volta in volta nel corso della storia, ora esaltata come età della massima esperienza e della saggezza, ora vista come età della decadenza totale e dell’inutilità. Nel primo caso protetta, rispettata, circondata da premure, sì che anziane e anziani erano considerati preziosi archivi di memorie. Nel secondo caso, abbandonata, negata, marginalizzata”.

 

Con tali parole Franca Pinto Minerva (p. 7) introduce questo bel libro, dedicato al tema della vecchiaia, attraverso la scrittura corale di una serie di saggi, tutti di pregevole fattura.

Nel primo capitolo, che fa da sfondo a tutto il volume, sempre Pinto Minerva ci parla della vecchiaia come di una parola che fa paura, ma che invece rinvia a una condizione che andrebbe con forza rivalutata, protetta, custodita. La vecchiaia ci riporta al potere negativo dello sguardo, “all’impietoso sguardo degli altri che rimanda loro una umiliante immagine di sé” (p. 23), per cui gli anziani per primi tendono a sottrarsi allo sguardo altrui e accettano la condizione di invisibilità. Testimone di tutto questo è anche il degrado del corpo, un corpo ferito che “perde la sua capacità seduttiva e il suo essere centro di attrazione per l’altro” (p. 27) e viene “coperto, occultato, nascosto per non mostrare innanzitutto a sé i segni di una decadenza difficile da accettare” (ibidem). Il saggio rivaluta invece i valori e i profondi significati simbolici della vecchiaia: la lentezza, la maturità legata all’esperienza, i caratteri di un’età che può essere ancora sorprendentemente produttiva e creativa. In piena era del narcisismo, in una società che non ama la vecchiaia, si tratta allora di recuperare il senso di questa età e promuovere una pedagogia della vecchiaia, una formazione in terza e quarta età, valorizzandone gli aspetti generativi, a partire dal lavoro della memoria attraverso la narrazione autobiografica. Questo, beninteso, scrive ancora Pinto Minerva, è il lascito della vecchiaia di oggi, di fronte a un’epoca futura in cui la vecchiaia rischia forse di scomparire, in virtù del potenziamento delle tecniche di manipolazione corporea e del mito dell’eterna giovinezza, in un mondo che evidentemente teme la vecchiaia. L’autrice non dimentica infine la seria questione della povertà e del disagio sociale che possono affliggere la vecchiaia, rendendola ancor più uno stadio della vita di difficoltà, incertezza, ristrettezze.

Il contributo colto di Antonella Cagnolati tratteggia un profilo della rappresentazione della donna anziana nella prima Età Moderna, attraverso un’analisi della figura femminile nella pittura e nella ritrattistica tardo rinascimentale. A partire da un’esplorazione dell’interessante dipinto de La morte di Adamo di Piero della Francesca, nel quale si staglia un’insolita figura di Eva anziana “che ci appare assai difforme rispetto alla rappresentazione sustanziata di radiosa bellezza che promana dai quadri dei pittori rinascimentali” (p. 84), il realismo e il carattere crudo di alcune immagini descritte raffigurano una donna che nella vecchiaia perde le sue funzioni vitali e inevitabilmente cede all’“aura della decadenza, testimoniata dalla bocca, dal naso cadente e allungato, da rughe diffuse, da capelli che hanno perso il vigore e la lucentezza giovanili” (p. 87). La pittura del Seicento italiano in particolare ci consegna un’impietosa immagine femminile nella vecchiaia: “dai corpi flaccidi e senili, che si mostrano nella loro repellente nudità”, fino a un fosco presagio di una donna invasa da un’“energia perversa, votata al male”, che evoca l’immagine della strega. A questo profilo negativo, in cui gioca un ruolo indelebile la decadenza del corpo, si contrappone l’arte pittorica del Seicento olandese. Qui ritroviamo invece una rappresentazione della donna nella terza età serena, composta, laboriosa, nella quale il vissuto del macabro della pittura italiana e non tra Cinque e Seicento si avvicenda a un ritrovato senso di virtù e devozione.

Il contributo di Daniela Dato, che accoglie un’ottica pedagogica informata dalla sociologia e dalla psicologia, sottolinea la necessità di non trascurare una dimensione progettuale della terza età, a favore di un attivo recupero degli anziani nel loro ruolo all’interno della società. Si suggerisce così l’importanza di promuovere un nuovo modello di welfare, nel quale gli anziani possano essere pienamente inseriti nel sociale, dando un contributo attivo. In quest’ottica sono menzionati diversi studi, documenti e rapporti sulla condizione anziana. Come l’autrice scrive: “Sono esempi concreti di come l’anziano sano possa offrire alla società un aiuto che si trasformi in capitale sociale privato e collettivo utile sia al suo nucleo ristretto che all’intera comunità di appartenenza. Un legame di reciprocità e di solidarietà con le generazioni o con i propri pari” (p. 62). Daniela Dato fa sua la prospettiva del ciclo di vita di Erikson, con il suo concetto di generatività, ma anche quanto espresso da Hillman in merito alla forza del carattere. È in questa luce che viene evidenziato il ruolo intergenerazionale dell’anziano, la sua funzione di tramite tra le generazioni, in particolare nei confronti dei nipoti, ma anche il suo fondamentale continuare a esistere per l’altro, a favore di una visione altruistica della vita, in antitesi al ritiro, al solipsismo, alla disperazione. “Quella dell’anziano si trasforma in una sorta di “genitorialità sociale” lì dove il “sentirsi generativi” assume il tono emotivo e razionale di capacità di prendersi cura di… di pre-occuparsi di qualcuno” (ibidem).

Il saggio di Gabriella Seveso mostra uno spaccato, dalle molte sfaccettature e anche contraddizioni, dell’immagine della vecchiaia, prevalentemente maschile, nei testi e nelle fonti della Grecia Antica. Emerge un quadro complesso, poliedrico, non privo di contraddizioni. Attraverso un’analisi dei poemi omerici, delle tragedie, particolarmente di Sofocle e di Euripide, ma anche di produzioni artistiche, viene tracciato un itinerario dell’immagine dell’anziano nel mondo greco antico. Come scrive l’autrice, “l’immagine della vecchiaia e degli anziani è strettamente connessa con l’ideale umano di una determinata società” (p. 67). E ancora, “la rappresentazione della relazione fra generazioni appare, quindi, nella cultura greca antica, come nodo nevralgico all’interno della società, ma anche come sfida difficile da affrontare: l’anziano/a in alcune immagini si rivela una risorsa e come colui/colei che può svolgere un ruolo attivo, di guida e di supporto, ma in altre situazioni appare come sfiduciato, rassegnato o chiuso in una visione stereotipata della realtà” (p. 78).

Il saggio di Maria Teresa Trisciuzzi, con originalità e rigore, esplora la figura della nonna e il rapporto nonna-nipote nella letteratura per l’infanzia, ma anche in quella più generale tra Ottocento e Novecento. Partendo da un profilo della donna anziana nei racconti popolari russi quale “vecchia saggia che ispira soggezione”, o di converso anima orribile “dall’aspetto spaventoso”, l’autrice si sofferma sull’ambiguità della versione femminile della vecchiaia, tra sapienza e maleficio. Il fulcro del saggio si trova nel punto di sutura tra anziani e bambini, nell’incontro intergenerazionale tra nonni e nipoti, nello scambio di storie tra “chi ha vissuto e chi ancora deve vivere”. Ciò nell’opera del grande maestro giapponese Miyazaky, a fondo scandagliata dall’autrice, viene celebrato in modo “diretto e naturale”, in “una sorta di ciclico ricongiungimento… dalla primavera all’inverno”. Emerge nel saggio un’ampiezza di riferimenti colti e pregnanti, che non è possibile ricordare nella loro interezza: basti qui menzionare il rimando successivo al rapporto nonna-nipote nella narrativa tedesca e italiana degli ultimi due secoli, consacrando la figura dell’amata nonna, il valore della memoria, la tentazione di tornare indietro nel passato al “sogno d’infanzia”.

Il contributo di Fiammetta Fanizza, in chiave sociologica, sostiene l’impossibilità di ricondurre l’anziano a un’unica categoria sociale, e il cambiamento che vi è stato negli ultimi anni negli stili di vita della popolazione nella terza età, che oggi è sempre più concepita come una nuova categoria di consumatori, appetibile dal punto di vista del mercato, poiché in grado di esprimere nuovi specifici bisogni, e dotata, laddove non versa in condizioni di povertà, di un certo potere di acquisto. Sostenendo la necessità di una riconcettualizzazione della vecchiaia come “tempo liberato dal lavoro”, viene messo in luce il concetto di invecchiamento attivo come una dimensione in cui l’anziano, affrancato da stereotipi e pregiudizi, può essere parte della società in termini di utilità e partecipazione sociale. Conclude il saggio una ricerca sui balli di gruppo degli anziani, nei quali essi possono esprimere desiderio e una soggettività ritrovata, all’insegna del sovvertimento delle convenzioni sociali.

Irene Strazzeri, nel suo saggio, denuncia l’aspetto caricaturale con cui il corpo femminile nella terza età viene esposto all’occhio della tv. Oggetto di derisione per il corpo forzato all’esibizione, pur di apparire, delle donne anziane sono costrette a preferire lo scherno al posto dell’anonimato nella società dello spettacolo, così come emerge da un noto programma televisivo degli ultimi anni, che coniugava la moda delle veline al tema della terza età. Alla base di ciò si trova in verità un “maschilismo berbero”, per dirla con Bourdieu, nel quale il corpo delle donne anziane è sfruttato e posto al servizio del mantenimento dell’ordine patriarcale. Il saggio si batte per una rivalutazione dei valori dell’anzianità, basati sulla dignità e la bellezza, in una società dell’apparenza nella quale, di fronte a un’immortalità del presente e a una mutazione antropologico-sociale, “il corpo giovane, bello, snello è probabilmente l’immagine più potente della cultura del nostro tempo” (p. 153).

Il lungo e complesso saggio di Laura Marchetti affronta in una prospettiva informata dall’antropologia il rapporto degli anziani con la politica. Attraverso un vasto affresco e un percorso che, in chiave storica, dalla Grecia classica e l’antica Roma, passa attraverso il Medio Evo e il Rinascimento, fino al Novecento e ai nostri giorni, viene svolta un’acuta e densa analisi che si sostanzia, tra le altre cose, in una critica della gerontocrazia. L’autrice ricorre al pensiero di Canetti, di Arendt, di Foucault, particolarmente il Foucault della biopolitica, per descrivere un potere che nella società tecnocratica non si lascia più afferrare facilmente, ma esercita la sua forza in maniera indiretta e pervasiva. Nelle pagine dedicate al profilo della donna anziana significativo emerge il tema dell’invidia, e quello, secondo Arendt, dell’auctoritas, come virtù nella vecchiaia non di comandare ma di capire e di mettere ordine. Conclude il saggio un riferimento al rapporto puer/senex e all’importanza di una nuova solidarietà generazionale e a un nuovo dialogo tra anziani e giovani, “oltre l’età”.

Il breve saggio di Peter Zeller ci parla di due emblematici percorsi di vita, prima della morte. Viene presentato il caso di Jacques Fersen, ricco signore proprietario di acciaierie, che si toglie la vita a 43 anni, per avere scelto di non invecchiare, per non vivere una vecchiaia “vista come decadenza e mostro da esorcizzare”. L’altra vicenda è quella di Axel Munthe, medico filantropo, che “cerca l’isolamento di una vita inimitabile in un luogo remoto; ma il suo isolamento resta aperto al mondo e alla gente, denso di vita e, rispetto a quello di Fersen… appare una scelta più sana, forse più felice” (p. 199). Munthe prima di venire meno si abbandona così alla scrittura, riflettendo sul dolore e la morte, la finitezza e la caducità dell’esistenza.

Nel saggio conclusivo del volume Marzia Bonfanti torna a riflettere sulla vecchiaia, attraverso la libera citazione di una serie di testi, poesie, saggi e contributi. In un mondo invecchiato, in cui manca il ricambio generazionale e si procede verso una società composta in buona parte di anziani, la vecchiaia può scoprirsi come “età dotata di insospettabili capacità progettuali”. Alla vecchiaia come anticamera della morte, come momento del decadimento fisico e mentale, può attraverso una compiuta elaborazione del lutto affiancarsi una vecchiaia come età della verità, della solitudine vissuta positivamente e del dialogo intergenerazionale, della sapienza quale arte del vivere. Come scrive ancora Pinto Minerva (p. 16), introducendo questo saggio, con parole che chiudono idealmente il volume, “la vecchiaia non è solo il tempo dell’abbandono e della rassegnazione; piuttosto è il tempo della maturazione di potenzialità in gran parte inattuate. Il tempo in cui poter aggiungere “vita alla vita”.