Anno V - Numero 2 - Dicembre 2015 Stampa Email
Ceruti, M. (2014). La fine dell’onniscienza. Prefazione di Giulio Giorello. Roma: Studium
di Ludovica Lops   

La fine dell’onniscienza di Mauro Ceruti è un’articolata raccolta di saggi, scritti dall’autore nel corso della sua pluridecennale attività di studio e di ricerca, attorno al delicato tema della complessità e della sua necessaria accettazione come condizione imprescindibile per il superamento del mito dell’onniscienza, attraverso un ripensamento dell’uomo nel suo rapporto con l’ambiente.

 

Nella sua prefazione, Giulio Giorello riconosce nella “identificazione di quella ‘indomita tendenza’ a semplificare il mondo della vita per poter disporne a piacimento, che sembra trovarsi alla base della hybris cui Homo sapiens sottopone sia l’ambiente che i propri simili” (p.11) l’idea che attraversa tutti i saggi contenuti nella presente opera.

Gli interventi di Ceruti che concorrono alla definizione del tema affrontato ne La fine dell’onniscienza sono suddivisi in sei tematiche e altrettanti capitoli: La fine dell’eternità, La hybris dell’onniscienza, L’osservatore dell’osservatore, La riscoperta della physis, Off the line, L’incompiutezza, condizione dell’umano. La complessità di una simile articolazione e la compiutezza argomentativa di ogni singolo capitolo non nuocciono all’unità interna dell’opera; le questioni di volta in volta enucleate risultano esposte secondo una consequenzialità logica e, man mano che si procede nella lettura, i rimandi a quanto affrontato in precedenza sono impliciti ma facilmente riconoscibili, dando la percezione di un progetto nel suo complesso assai coerente.

Passando all’esame del testo, la prima tematica in cui ci si imbatte è, come si è detto, La fine dell’eternità. Il tempo tra sacro e profano, tra un piano superiore voluto e pensato da Dio e l’insieme degli eventi contingenti, incapaci di turbare il corso della storia universale. Il tempo tra aevum e tempus, secondo quella divisione cara agli uomini del Medioevo bisognosi di aver fede nella certa realizzazione del progetto divino. Nell’età moderna cambiano i termini della questione. Le scoperte geografiche e, soprattutto, quelle cosmologiche contribuiscono a modificare la percezione che l’essere umano ha non solo dello spazio ma anche del tempo in cui si muove. Pur accogliendo l’idea di aevum, “lo scenario dell’eterno presente si lacera e consente di percepire la profondità del divenire storico, di scandagliare le dimensioni stesse del passato e del futuro” (p. 18).

Il dibattito tende, allora, all’individuazione della natura del tempo, sia essa stazionaria, ciclica o lineare, risentendo ancora di quel tentativo di setacciamento della pluralità degli eventi nella ricerca di una semplicità sostanziale. Ma se, eliminando tutto ciò che è superfluo – quindi sottraendo il contingente, il casuale, l’episodico – si può arrivare all’individuazione di tale semplicità, allora si può ambire all’elaborazione di un metodo che, depurando il rilevante dall’accessorio e tenendo conto di poche leggi generali, renda possibile fare previsioni sul futuro.

Spazio privilegiato diventa allora quello del laboratorio, inteso come unico luogo controllabile e controllato in cui è possibile attuare il necessario isolamento del sistema che si intende considerare. È tuttavia proprio nel tentativo di rintracciare questo “invisibile semplice” che l’unicità del modello di razionalità delineato tra il XVIII e il XIX secolo entra in crisi, scontrandosi con tutti i suoi limiti. Ecco allora che si delinea la “sfida della complessità […] come necessità di adottare un radicale ‘pluralismo sistemico’” (p. 24), nella presa di coscienza che tutti quegli attributi fino ad allora epurati (casualità, contingenza, disordine, etc.) in realtà “rivelano […] l’inesauribilità e la molteplicità delle architetture del cosmo” (p. 24).

L’accettazione della possibilità che un sistema non sia definibile attraverso la categoria della semplicità ma che, al contrario, sia da considerare nella sua complessità, diminuisce sensibilmente la capacità previsionale dell’osservatore e la riproducibilità di un evento: non solo ad un input non corrisponde sempre e comunque un determinato output, ma il sistema può rispondere con una fase di breakdown, con una reazione cioè inattesa, da un lato destabilizzante, dall’altro carica di nuove opportunità.

Ne La hybris dell’onniscienza, seconda tematica proposta da Ceruti nel suo volume, la questione della conoscenza umana esplode in tutta la sua problematicità. L’uomo che, nell’età moderna, è chiamato a riflettere sulle proprie potenzialità conoscitive è consapevole della loro finitezza; il riconoscimento di tale limite non equivale, tuttavia, ad un’ammissione di imperfezione ma comporta la determinazione di un obiettivo a cui tendere in un costante sforzo di avvicinamento, stabilito nell’infinitezza della conoscenza divina. Fondamento di simile aspirazione è l’assunzione di un punto di vista assoluto ammesso dall’individuazione di una legge, “luogo fondamentale di descrizione e di spiegazione dei fenomeni” (p. 37). Presupposto della scienza contemporanea è, però, proprio la rinuncia all’assolutezza del punto di osservazione e alla ricerca dell’agognato accostamento all’onniscienza della divinità. Conseguenza è, allora, “il riconoscimento di una molteplicità irriducibile di direzioni, di ritmi, di tempi, di meccanismi dei decorsi evolutivi e storici. […] La scienza contemporanea è una scienza a un tempo del generale e del particolare, dell’ordine e del disordine, del necessario e del contingente, del ripetibile e dell’irripetibile” (p. 41).

Crolla la passata corrispondenza tra “esistente” e “necessario”, con la ridefinizione del mondo del “possibile”. Cambia anche l’idea di legge, abilmente illustrata dall’autore attraverso la metafora del gioco: le regole – come le leggi – non prescrivono l’esito di una partita ma delineano le possibilità a disposizione dei partecipanti; ogni mossa elimina alcuni potenziali scenari e ne crea di nuovi. Il giocatore, nelle cui imprevedibili mani risiede quindi in parte l’esito della sfida, è parte integrante del gioco, come l’osservatore lo è del sistema che si trova ad osservare.

Il riconoscimento dell’imprescindibilità della libertà decisionale che l’osservatore esercita su un sistema è eredità della scienza contemporanea, come la consequenziale accettazione della pluralità dei punti di vista di osservazione. In una simile prospettiva, i limiti cessano di essere semplici elementi di demarcazione e preclusione, facendosi “vere e irriducibili matrici costruttive della conoscenza, di ogni cambiamento e di ogni dialogo intersoggettivo” (p. 49), “’opportunità’ di nuovi possibili» (p. 50). Necessario diviene un ripensamento del concetto di chiusura – e, quindi, di apertura – del sistema osservato e del rapporto con l’ambiente in cui è inserito. Ceruti cede qui la parola a Jean Piaget: “l’equivoco fondamentale è quello del sistema aperto, perché, se si tratta di un sistema, interviene qualche cosa che somiglia a una chiusura e che deve essere conciliata con l’apertura. […] L’apertura è dunque il sistema degli scambi con l’ambiente, ma ciò non esclude affatto la chiusura nel senso di un ordine ciclico e non lineare” (p. 55).

La questione della conoscenza umana, che abbiamo indicato come perno di questo secondo capitolo, si acuisce traghettandoci al problema della conoscenza della conoscenza stessa; noi, osservatori umani, non possiamo che acquisire consapevolezza della nostra impossibilità ad abbandonare il dominio di osservazione in cui siamo inseriti. L’immagine conclusiva che Ceruti sceglie di rievocare, quella del capo Sioux Alce Nero che osserva il mondo dal luogo che ha scelto come suo punto di osservazione tra le innumerevoli possibilità, non solo imprime nella mente del lettore il senso delle sue parole, ma fa da testa di ponte per introdurci nella tematica seguente, in cui la figura dell’osservatore è protagonista.

Al ruolo dell’osservatore e alla sua libertà decisionale si è già fatto riferimento. Ora, ne L’osservatore dell’osservatore, la domanda su cui l’autore si sofferma è: chi osserva l’osservatore? E, soprattutto, in che rapporto si trova l’osservatore rispetto al sistema osservato? Una parziale risposta alla prima domanda – che lascia però spazio ad ulteriori interrogativi – è fornita da Heinz von Foerster: “[…] abbiamo bisogno di una teoria dell’osservatore. Poiché solo un organismo vivente può aspirare alla qualifica di osservatore, sembrerebbe che questo compito spettasse al biologo. Ma egli stesso è un essere vivente, il che significa che nella sua teoria non deve soltanto render conto di se stesso, ma anche del fatto che sta scrivendo questa teoria” (p. 67).

Alle parole di Francisco Varela spetta invece il compito di affrontare la questione del rapporto osservatore-sistema: “Il mondo non ci si presenta diviso ordinatamente in sistemi, sottosistemi, ambienti e così via. Queste sono divisioni che operiamo noi stessi con vari scopi. È evidente che differenti comunità di osservatori troveranno conveniente dividere il mondo in differenti maniere […]” (p. 70). Tra osservatore e sistema si stabilisce, dunque, una relazione di vicendevole determinazione; un sistema viene individuato dagli occhi di chi è chiamato a descriverlo, come, a sua volta, è condizione necessaria a rendere il suo osservatore tale. Quest’ultimo è multiplo e autonomo. Multiplo in quanto il suo universo cognitivo risulta dall’incontro/scontro di sistemi differenti; autonomo poiché, come tutti gli organismi biologici, possiede una variabilità del sistema globale inferiore alla somma delle variabilità dei sottoinsiemi che lo compongono, e questo garantisce un alto grado di invariabilità e l’autonomia del totale rispetto alle singole parti e alle interferenze ambientali sull’organismo.

Proprio una riflessione su tali interferenze si rende opportuna. Dall’idea di un ambiente che si intromette in un dato sistema, inviando degli input responsabili dei consequenziali output che si producono all’interno di esso, si passa, proprio in virtù di quell’autonomia appena motivata, ad una prospettiva che fa dell’adattamento di un sistema agli interventi ambientali la possibilità del sistema di mantenere la sua chiusura organizzazionale. “In questa prospettiva, basata sulla caratterizzazione della chiusura organizzazionale, si delinea una teoria dell’osservatore che definisce l’osservatore stesso come parte del processo di specificazione del sistema, non solo in quanto lo descrive, ma in quanto è un momento ricorrente, un anello interno alla rete di processi che definisce il sistema” (p. 81). Ciò non implica l’impossibilità di porsi come punto di vista esterno – condizione attuabile ridefinendo i limiti del sistema da considerare – ma la consapevolezza che un osservatore che si colloca al di fuori di tale sistema si troverà a prendere atto della propria ignoranza in relazione agli elementi compresi nella chiusura.

Si giunge così a La riscoperta della physis. Ceruti torna a servirsi di un termine di memoria greca, sfruttando sfumature semantiche precise e non rintracciabili altrove, caricando i titoli dei capitoli del suo volume di una chiarezza argomentativa degna di nota. Come il vocabolo hybris bastava a riassumere la posizione dell’autore in rapporto all’onniscienza (la hybris non è, nella tradizione ellenica, semplicemente la “tracotanza”, ma quel particolare tentativo degli uomini di innalzarsi al di sopra della propria condizione, arrogandosi l’accesso a conoscenze e competenze non a loro destinate e sfidando, seppur talvolta involontariamente, la divinità, da cui vengono puniti), così è significativa la scelta del termine physis, che ha in sé la radice del verbo ϕύω (“generare” o, in forma media, “nascere”).

Se nell’età moderna è stata costante la ricerca di quell’ “invisibile semplice” a cui si è già accennato e di una scienza orientata secondo i principi, tra gli altri, di universalità, causalità lineare, isolamento di oggetto e ambiente, separazione di oggetto e soggetto osservante, i secoli contemporanei hanno assistito ad una riscoperta delle “potenzialità rimosse dell’idea di physis, dell’idea cioè di ‘qualcosa’ che ha in sé principio e origine di cambiamento e di creazione di forme (di leggi). La scienza del generale ha preso coscienza del carattere irriducibile e costruttivo del singolare e dell’evento” (p. 93). Ha cercato, quindi, la complessità della realtà. La strada verso il pieno riconoscimento delle problematicità dei criteri di unicità e semplicità – messe drammaticamente in luce dalle scoperte riguardanti le dinamiche evolutive – non è stata, però, lineare e progressiva. Per molti decenni si è assistito ad un conflitto tra l’accettazione di tale reale complessità degli eventi della storia naturale e l’ostinata riduzione nell’ “invisibile semplice”, conflitto che “un contemporaneo sforzo di costruzione della teoria dell’evoluzione degli organismi biologici attraverso il dialogo e l’ibridazione fra molteplici discipline” (p. 102) ha aiutato a risolvere.

Sottraendo ciò che, in un fenomeno, è percepito come contingente, episodico, non necessario, la scienza classica si è opposta al coinvolgimento del caso, eliminandolo nell’atto della presa in esame finalizzata allo studio e alla comprensione degli eventi. La scienza contemporanea vede, invece, una reintegrazione del suo ruolo nelle dinamiche della realtà, riconsiderando e ridefinendo il legame tra casuale e necessario.

Tali riflessioni in ambito scientifico trovano un corrispettivo nel dibattito storico e storiografico a cavallo tra ‘800 e ‘900, di cui uno dei protagonisti fu Eduard Meyer. Il caso e la sua presenza nella vita furono temi centrali nel pensiero dello storico tedesco. In aperto contrasto con la posizione di Karl Lamprecht, determinato ad eliminare dalla considerazione scientifica della storia i concetti di “caso” e di “libero volere”, ritenuti non riducibili a leggi e, quindi, irrazionali, Meyer, ammettendo la presenza di eventi casuali in ogni momento della storia universale, ne afferma il ruolo determinante e non ignorabile. Ricorrendo al celebre esempio della tegola che cade dal tetto ferendo un passante, lo storico definisce il caso come l’incontro di due eventi causali: c’è una causa identificabile che spiega la caduta della tegola, una che giustifica il passaggio di quell’uomo, ma ci sfugge il motivo per cui le due traiettorie e i due momenti coincidano. La coincidenza dei due avvenimenti, tuttavia, è in qualche modo necessaria. E Ceruti, asserendo che “le scienze evolutive contemporanee ci fanno vedere […] non soltanto le interazioni ricorrenti e mutevoli fra ‘caso’ e ‘necessità’, ma anche i rapporti di coproduzione reciproca di queste polarità. Mostrano cioè come dietro a ogni ‘caso’ vi sia della ‘necessità’, e come dietro a ogni ‘necessità’ vi sia del ‘caso’” (p. 106), non si allontana, in fondo, da tale tradizione.

Un approfondimento sulla rilevanza causale che gli ecosistemi esercitano nel corso della storia evolutiva e sullo studio delle estinzioni, considerate per il loro potere creatore oltre che distruttore, conclude il capitolo.

Off the line è il titolo che Ceruti sceglie di dare alla quinta tematica affrontata, ricordando le parole utilizzate da Stephen J. Gould in Wonderful life. Il richiamo a tale espressione giunge, però, solo a conclusione della trattazione, come punto di arrivo della lunga riflessione del capitolo.

La rivoluzione determinata dagli studi di Charles Darwin comportò un necessario, anche se non sempre lineare, abbandono delle posizioni scientifiche precedenti rinneganti ciò che è particolare, disordinato, contingente, irripetibile, a favore di una visione concedente spazio al caso, all’imprevedibile, al mutevole, al diverso. A lungo, dopo Darwin, la storia della tradizione evolutiva è stata accompagnata dall’idea di competizione. È in quest’ottica, ad esempio, che la scomparsa dei dinosauri è stata fatta dipendere da uno scontro con i mammiferi in cui a risultare vincitori, e, quindi, a sopravvivere, furono questi ultimi. È merito del progresso e delle conseguenti scoperte in campi come la paleografia se, oggi, la nostra prospettiva è significativamente mutata. Perché se non vi è alcun dato a dimostrazione della competizione – o della semplice possibilità della realizzazione di questa competizione – allora significa che altri fattori, plausibilmente indipendenti da quelli inizialmente indicati e del tutto casuali, improvvisi e imprevedibili, siano intervenuti provocando uno stravolgimento tale da mutare il corso della storia. Se, allora, i dinosauri scomparvero per cause simili, l’evoluzione dei mammiferi, il mondo come lo conosciamo e la nostra stessa esistenza sono frutto della realizzazione di un evento che, per sua natura, avrebbe potuto non verificarsi affatto.

Come il passato ha assistito a stravolgimenti che hanno aperto la strada alla concretizzazione della realtà che conosciamo, così il futuro potrebbe comprenderne altri di portata eguale o maggiore, tale da imprimere un ulteriore cambiamento di rotta. Il fatto che i possibili scenari siano infiniti, alcuni più probabili di altri ma tutti comunque realizzabili, rende vano ogni tentativo di previsione ma non sottrae una certezza: in ogni caso, non si potrà tornare a identiche forme passate, poiché dotate di una storia diversa, garante di unicità e del valore della diversità. Ogni discorso sulle infinite possibilità future non è, dunque, altro che uno sforzo immaginativo e tutti i futuri sono dei possibili controfuturi a cui si potrebbe o potrà arrivare a seconda degli eventi che si potrebbero incrociare o che si incroceranno.

Arriviamo allora alle parole di Stephen J. Gould, il quale “ha ben delineato la nuova immagine della storia che scaturisce dalle esplorazioni delle scienze evolutive contemporanee. Alla tradizionale opposizione polare tra lo stretto determinismo e la casualità pura si sostituisce una ecologia concettuale più ampia e complessa” (p. 144): “Io rifiuto decisamente qualsiasi schema concettuale che situi le nostre scelte su una linea e che sostenga che l’unica alternativa a due posizioni estreme si trovi in una posizione intermedia. Punti di vista più fecondi richiedono spesso che, per sottrarci alla dicotomia, usciamo decisamente dalla linea. Scrivo questo libro per suggerire una terza possibilità, fuori dalla linea [off the line]. […] Se cambia un evento remoto, anche di pochissimo […] l’evoluzione imboccherà un canale radicalmente diverso. Questa terza possibilità rappresenta né più né meno che l’essenza della storia” (p. 144).

Sesta e ultima tematica, in strettissima consequenzialità logica con la precedente, è L’incompiutezza, condizione dell’umano. La consapevolezza temporale ha un percorso di affermazione più lento e tardivo rispetto a quella spaziale. Se già tra il XVI e l’inizio del XVII secolo d.C. le parole di Copernico, Keplero e Galileo avevano dato percezione della profondità dello spazio, fu solo nel corso del secolo seguente che si iniziò a mettere in discussione l’autorità della cronologia biblica, fino alla scoperta del tempo profondo, che arriva a comportare l’accettazione non solo di una dilatazione temporale della storia della natura ma anche dell’esistenza di “un tempo in cui vi era un universo senza Terra; un tempo in cui vi era una Terra senza vita; un tempo in cui vi era una vita senza specie animali; un tempo in cui vi erano specie animali senza la specie umana” (p. 149).

Questo eleva il dibattito sulla collocazione dell’uomo in uno scenario in cui la sua presenza non sopraggiunge che in un passato relativamente prossimo. Non pochi, dopo Darwin, furono i tentativi di preservare la centralità e la dignità dell’esistenza umana, considerandola come il necessario e migliore punto di arrivo del processo evolutivo. Le scoperte degli ultimi decenni hanno, tuttavia, reso inammissibile tale posizione: il sopraggiungere dell’uomo nel mondo non è frutto di alcuna necessità e non ha, in sé, giustificazione di miglioramento; “le nostre remote origini sembrano indissolubilmente portare l’impronta di un fortunato colpo di dadi cosmico” (p. 154) e le condizioni della biosfera condizionano la nostra come la vita di tutte le altre specie viventi.

Nella storia della specie Homo sapiens sono rintracciabili quattro umanità, distinguibili per modalità comportamentali e sociali differenti e per il rapporto con la realtà naturale circostante: i cacciatori-raccoglitori (a partire da 150.000 anni fa), che si muovono in un ambiente che è ancora predominante; l’umanità agricola (da 10.000 anni fa), legata alla diffusione delle pratiche di coltivazione; l’umanità scaturita dall’ “incontro colombiano” (1492), i cui interessi agiscono in modo sempre più attivo sull’ambiente; l’umanità ora nascente, consapevole del tempo profondo e delle proprie responsabilità.