Anno V - Numero 2 - Dicembre 2015 Stampa Email
Mattei, F. (2015). Persona. Adnotationes in lemma. Roma: Anicia
di Giuseppe Annacontini   

 

Fuori di ogni dubbio, il recente libro di Francesco Mattei si presenta del tutto originale e inusuale se considerato in seno alle consuete trattazioni pedagogiche sulla persona. E questo probabilmente perché, molto più che procedere a una analisi argomentativa dell’affermarsi di un orizzonte formativo che ha decisamente straripato ben al di là dei suoi originari margini, Mattei si concentra sulle più profonde e fondamentali questioni legate alle ragioni socio-storico-filosofiche della rinnovata affermazione dell’idea-concetto “persona”. Questioni, queste ultime, di fatto basilari e causali rispetto alle prime.

 

Seguire le differenti semantizzazioni del “lemma persona” (e di qui in poi anche noi ci riferiremo in questo contesto alla “persona” con la più efficiente e neutrale attribuzione di “lemma”) permette, more etymologico, di ricostruire, seguendo un percorso non lineare ma non per questo meno efficace, la direzione storica che esso ha seguito nel corso delle più recenti vicende socio-politiche Otto-Novecentesche, nonché delle sue avventure (e disavventure) in seno al pensiero confessionale di matrice cristiana e alla relativa concettualizzazione.

In tal senso, Mattei sente, è evidente, il bisogno di richiamare (ri-cordare? ri-appellare?) le esigenze pratico-concettuali che avevano segnato la nascita del personalismo, che cercava di: “salvare l’individuo dal suo inglobamento nel Tutto idealistico […] o nella classe marxiana di evidente ispirazione idealistica. E tentava […] di preservare il soggetto da un angoscioso naufragio esistenzialistico che […] continuava a mantenere il distacco essenza-esistenza e, insieme, si sforzava di salvaguardarlo da una oggettività (o oggettivismo?) neopositivistica che lo irrigidiva in una dimensione di esperienza solo misurabile e solo verificabile” (p. 22).

Nel tentativo di “salvare l’individuo” nella comunità e dall’autoimplosione in un interesse limitato ai confini del proprio io, il personalismo ha avuto modo, segnala Mattei, di affermarsi come corrente pedagogico-educativa di prolungata fortuna, “Forse, troppo prolungata” aggiunge l’Autore. Finendo non di rado per costituire una scorciatoia teorica esonerante il pensiero e la critica degli stessi “sodales e adepti” nei confronti di posizioni che, se pure distanti, non per questo potevano essere semplicemente considerate prive di prospettiva e interesse.

Premesso ciò, e proprio al fine di riattivare quanto perso nel senso comune del lemma persona, Mattei ricostruisce il suo personale profilo storico, ritrovando un personalismo che è sottilmente vissuto della riflessione e della elaborazione critica di alcuni importanti, ma non sempre riconosciuti, interpreti.

Il primo che viene rievocato in tal senso per aprire le “adnotationes” è Antoni le cui ragioni dell’argomentare sembrano originare in primo luogo, nella ricostruzione proposta, in motivi di ordine morale, in un senso di responsabilità nel riaffermare dialetticamente la presenza della persona libera in uno stato etico, con Hegel, oltre Hegel.

Non troppo in là (teoreticamente naturalmente) si ritrovano, secondo Mattei, Gentile e Gramsci, entrambi presi nel “groviglio pratico-concettuale” che vede giocare (nella dialettica figura-sfondo) Hegel e il “vecchio Marx”, rendendo impossibile – recuperando qui le considerazioni di Natoli – pensare il prassismo di Gramsci senza l’attualismo di Gentile, che pure il primo rifiuta. Mattei propone, quindi, una genealogia del soggetto gramsciano che deriverebbe dalla speculazione gentiliana su di esso. È così che, per deduzione, secondo Broccoli, indimenticato interprete della filosofia dell’educazione gramsciana, si rivelerebbe un soggetto “presupposto e preesistente al rapporto di egemonia” (p. 36).

Tanto già basterebbe per sottolineare come la questione principe del contendere sia, in fondo, sempre la stessa: ripensare “l’interpretazione del concetto di individuo” al fine di identificare le diverse correnti interpretative che intorno al soggetto e all’essere dell’essere umano (p. 44) hanno variamente articolato il nesso singolarità-organicità o, ancora, soggettività-socialità. E questo senza addentrarsi ma fermandosi sulla soglia del concetto di persona che, naturalmente, restava inaccessibile e impraticabile lì dove la società risultava essere “strutturante rispetto all’individuo” (p. 46).

E allora altro, sottolinea in definitiva Mattei, deve essere l’humus argomentativo su cui può attecchire il discorso sulla persona. Altre le lande teoriche (p. 48), tra le quali un posto spetta al pensiero di Gentile che viene rievocato per il suo organicismo antimaterialista (p. 49). Un organicismo che vincola, anzi co-definisce, l’individuo e l’aggregazione sociale che, in quanto comunità, è il “noi” in fondo all’“io” (pp. 50-1). Su questa relazione intima e sostanziale, Gentile definisce la “società trascendentale” (concretizzantesi nello stato etico) per cui, e attraverso cui, l’individuo finisce per essere coincidente con la persona (p. 52).

Quasi per fare un controcanto alla figura di Gentile, Mattei richiama subito dopo il Mill del “Saggio sulla libertà” che, da parte sua, pone immediatamente al cuore della tematizzazione della relazione individuo-società-stato la questione della Bildung. Per il Mill che qui più interessa, imprescindibile assunto è la considerazione della individualità come “bene comune” nella relazione con lo stato e con la società. Un principio che vien posto a salvaguardia dell’individuo dal controllo sociale (politico e religioso) e dai suoi condizionamenti e dalle sue repressioni. Dunque l’educazione è qui antidoto “di stato”, ma sempre con molta attenzione alle degenerazioni normative che producono “piccoli uomini che possono realizzare solo piccole cose”. L’individualismo che così si afferma diventa primo motore e sostegno della società come dello stato, ed è sull’inquietudine circa le sue capacità di assolvere a tale ruolo (senza ingenerare effetti deleteri per sé e per l’altro come singolo e come società e stato) che ha le sue radici la cesura personalista: “nell’intento […] di schivare l’annullamento dell’individuo (qui persona) nel legame organicistico di derivazione hegelo-marxista e di star lontano dalla sua hybris di marca liberale” (p. 61).

La varietà e la polisemia dei lemmi “individuo” e “persona” è dunque assodata ed è tanto più utile percorrerla, seguendo Mattei, in quanto essa è direttamente attiva nel figurare specifiche dinamiche con i suoi contraltari di stato e società.

Mattei parte da Maritain e dalla sua naturalizzazione dell’individuo e dinamizzazione della persona (per via educativa) spirituale. Prospettiva duale e, appunto, al “bivio” che, ricostruisce l’autore, ha una storia lunghissima che trova in Calcedonia lo snodo “semantico-ontologico” cui sarebbe seguito ampio commento nella scolastica del XII e XIII secolo. Grazie ai greci e al loro attaccamento alla “realtà individuale”, stando a Gilson, si è aperta la strada della elaborazione di una metafisica della persona che, a tutto il Medioevo, è ruotata intorno alla “causa finale” dell’“uomo intero”, aprendo all’elaborazione di un fondamento dell’individuo e del suo procedere per individuazione che, ricorda Mattei, ha avuto in Scoto e Tommaso i principali interpreti del tempo, pur nelle diverse alchimie di forma e materia, esitanti in individualità razionale e (con Boezio) libera. “E da qui partiranno, per lunghi secoli, le discussioni e le interpretazioni più varie sul soggetto e sulla persona […]. E tutto funzionò bene fino a Valla” (pp. 76-7).

In particolare fu con il suo “Encomion S. Thomae” che Valla si rese protagonista della storia del lemma “persona”. In questa sede, infatti, Valla chiarisce l’attacco al tomismo, al neo-tomismo e alla funzionalizzazione filosofica della teologia-filosofia di Boezio, a vantaggio di una “teologia umanistica” rifondata sull’“imitatio Apostolorum”. In particolare, è intorno al concetto di persona che, ancora, Valla e Boezio si ritrovano su posizioni pressoché inconciliabili. Una persona come singolare “substantia”, quella boeziana, e come plurale “qualitas”, per Valla. Disputa cui ancora si sarebbero aggiunte le voci degli antitrinitaristi e degli anabattisti, dei dejados e dei alumbrados, di Serveto e di Erasmo… nonché il terrifico silenzio dell’inquisizione.

Tutto ciò, mette puntualmente in luce Mattei, a partire “dal rinnovamento filologico e [da]lla sua applicazione non timorosa alla Scrittura. Senza tacere, ovviamente, delle altre cause di natura più squisitamente politica, economica o religiosa” (p. 100).

Così accadde anche nella traduzione di Erasmo del Prologo giovanneo, quando sostituì “Verbum” con “Sermo”. Una scelta le cui implicazioni non sarebbero state di poco conto anche dal punto di vista pedagogico-educativo, in un clima che vedeva crescere il ruolo del singolo nella conquista della salvezza. E qui la storia di Serveto, del suo “incontenibile spirito filologico”, sono ottima esemplificazione. Resta il fatto che dalla metà del 300 alla fine del 500 la temperie culturale vide il progredire della torsione platonica degli studia humanitatis, in cui l’uomo è chiamato a dar corpo all’appello dello “iuvat vivere”. Un uomo come nuovo “canone” con annessa teoria della formazione e dell’educazione che, in nuce, poteva essere identificata con una attenta “preoccupazione per l’uomo”, mai stato, come ora, tanto mirabile e degno di “dignitate”.

E mai come ora, l’uomo appariva essere bisognoso di una “domus” che, per allora, trovò solo nella penisola italica. In una civitas che ebbe il suo più acuto interprete in Hobbes, soprattutto in ragione dell’interesse del filosofo per le relazioni che essa intratteneva con la persona. Questione, questa, di cui Hobbes si preoccupò lungamente e puntualmente, specie in riferimento alla persona e ai ruoli di autore/attore che ad essa competono e alla rappresentanza per delega che esso può praticare, in modo tale da poter “personalizzare” lo stato ad uso della propria garanzia di sicurezza e pace.

Un “realismo politico-antropologico”, così lo definisce Mattei, che propone il contrattualismo come principio per la formazione della legittimità del potere. Un Hobbes in cui, fra l’altro, Schmitt rintraccia l’atto traspositivo che porta dall’uomo cartesiano al “grande uomo che è lo stato” (p. 151), aprendo a una visione meccanicistica che si ricompone intorno alla “persona sovrano-rappresentativa”, una mortale “grande macchina” circondata dalla paura.

Cartesio è, dunque, lo sfondo della “grande macchina” di Hobbes, e Cartesio è anche lo sfondo della piccola macchina-uomo di de La Mettrie, dove dominano, illuministicamente, “corpo, sensazione, meccanicismo, movimento, natura senziente” e che sprona alla ricerca della felicità individuale per via empirico-sperimentale e materiale. Un uomo modificabile proprio in ragione del suo essere empirico e materiale e, allora, tanto più educabile. Ma, per cortesia, sembra dire de La Mettrie, cerchiamo di non parlare di “anima” che, pur non potendo essere altro che l’organizzazione stessa dell’uomo (corpo-cervello) resta un “vano termine del quale non si ha alcuna idea”. Il monismo della/nella natura è così, con de La Mettrie, completamente rappresentato.

Menzione a parte merita Kant, di cui Mattei ricorda “l’assolutezza che egli ha offerto del concetto di persona” e la correlata elaborazione personalistica di Manno per cui il criticismo è “l’affermazione della trascendenza dell’essere” (p. 163). Di Kant, in particolare, Mattei ricostruisce la nota concettualizzazione della dignità-autonomia dell’uomo come vincolata alla legge morale. Una dignità che si universalizza portando a sintesi i concetti di uomo, persona, umanità e, soprattutto, prospettando tale sintesi come fine. Evidentemente l’intento di Mattei è stato mettere l’illuminismo di fronte alla sua doppia coscienza, quella di de La Mettrie, fisiologico-meccanicistica, e quella di Kant, teologico-morale.

E poi giunge Mounier a “chiudere il lungo periplo storico sulle accezioni e sull’uso frastagliato (e spesso dirimente) del lemma persona” (p. 168). Il Mounier critico e proiettato al di là delle prospettive marxiste a quel tempo votate alle derive totalitarie e capitalistico-individualiste. Il Mounier alla ricerca di un “volto d’uomo” che sia specchio della relazione io-altro oltre la “cultura della separazione” e dell’individualismo. Un Mounier la cui proposta è tutta nella rivalutazione di un impegno concreto e storico per dare spazio a una rivoluzione personalistica che rivaluti la persona corpo, trascendenza e comunità. Una persona che va, naturalmente, educata e costruita.

Mattei ci accompagna, dunque, lungo un prezioso viaggio nei secoli e nelle interpretazioni del lemma persona che offre al lettore assolutamente inaspettati e ulteriori sentieri interpretativi e di ricerca. Un viaggio che non finisce, ma che mette invece nelle condizioni di poter guardare ancora in avanti, proprio a partire dalle ricche fonti che in questo volume l’autore ha saputo indicare e rivelare, “ad usum educationis”.