Anno IV - Numero 2 - Dicembre 2014 Stampa Email
Cagnolati A., Pinto Minerva F., & Ulivieri S. (2013). Le frontiere del corpo. Mutamenti e metamorfosi. Pisa: Edizioni ETS
di Viviana De Angelis   

 

Le più voci di questo volume, con cura articolate dalle curatrici Antonella Cagnolati, Franca Pinto Minerva e Simonetta Ulivieri, tutte esponenti della “Scuola Italiana delle Donne Pedagogiste”, affrontano, con apertura multiprospettica e interdisciplinare un tema di grande attualità: il femminicidio.

 

Il neologismo, ormai entrato di fatto nel linguaggio comune per l’ampio uso che ne fanno mass media e istituzioni, è usato in maniera estensiva per identificare “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l'identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” (1).

Il valore specifico dell’opera è, da un lato, nell’aver dato sostanza a un’opera di decostruzione dei paradigmi socio-culturali che forniscono una descrizione del corpo femminile come un oggetto di possesso e di violenza, come un “luogo dello scontro tra i generi […] oppure come un mezzo per arrivare al successo” (p. 7) e, dall’altro, nell’aver formulato la proposta di una fondazione teorico-pratica di una “pedagogia del corpo” che tenga conto dei risultati delle più attuali ricerche condotte insieme a giovani di ambo i sessi, sul loro modo di percepirsi e rappresentarsi come unità sostanziale mente-corpo.

In un tempo in cui dall’Oriente e dall’Occidente del mondo si odono, sempre più frequentemente, straziate voci e incredibili storie di violenza sulle donne – una violenza che anziché arretrarsi e dissolversi con il progredire della storia, assume, in non pochi luoghi del globo, sempre di più i caratteri della barbarie e della disumanità – occorre interrogarsi su quale sia l’identità della donna e su quale sia il suo destino. I dati sconvolgenti portati sempre più spesso alla luce dai vari movimenti di denuncia presenti nel mondo ci ricordano che, a fronte di una “cultura della differenza” che si va sempre più diffondendo e attestando sul piano normativo, nelle pratiche della vita quotidiana, “siamo ancora nell’infanzia della cultura” (p. 12). La pedagogia, dal canto suo, non può restare indifferente dinanzi a una nuova istanza di carattere etico, che appare sempre più cogente e indifferibile nel dibattito contemporaneo e che, richiamando alla memoria l’antico topos della paideia, interroga l’essere umano su quale possa essere una via quanto più ampiamente possibile condivisa per attuare la formazione integrale della persona e per realizzare, così, una nuova e qualitativamente più elevata forma di umanesimo. In questo dibattito che investe ormai tutti i campi della cultura e tutti i saperi, un posto importante è necessario sia occupato dal tema del femminicidio. Oltre alla necessità di identificazione delle cause storico-culturali che ne sono all’origine, necessario appare mettere in campo e affinare intelligenza e strategie decostruttiviste che possano e sappiano caratterizzare pensiero e azione pedagogica e didattica. È questo arricchimento metodologico e strategico il compito sotteso alla realizzazione di questo volume, un compito atteso attraverso l’impegno intellettuale nel realizzare anche una acuta fenomenologia del femminicidio.

L’opera si articola in quindici saggi che affrontano, da differenti punti di vista, le problematiche  relative al corpo della donna e alla didattica della corporeità.

In particolare, nel saggio di Franca Pinto Minerva, intitolato Corpi feriti. La violenza sulle donne, si evidenzia la necessità di studiare con crescente attenzione la violenza sulle donne per arginare il rischio, sottolineato da Robin Morgan, che “un’enorme quantità di sofferenza umana continui a non essere riconosciuta” (p. 9). La parola “violenza” evoca e ha senso all’interno dei confini stabiliti da una logica disgiuntiva che legittima pratiche di inferiorizzazione e sopraffazione. Quando la differenza assume pericolosamente il significato di inferiorità (2), accade, come afferma Braidotti, che le persone divengano un po’ meno umane e, conseguentemente, più mortali di coloro che rientrano nella categoria di “uniformità” (p. 10). Il dominio delle genealogie maschili nel corso della storia ha comportato la costruzione di un’identità-femminile, che è andata oggettivandosi e che si è sempre più identificata nell’immagine attribuitale dal linguaggio e dallo sguardo maschili. “Tali procedure di separazione hanno sostenuto e permesso il potere di discriminare i corpi, separare le idee, separare vita privata e pubblica” (p. 11). La suddivisione tra corpi dominanti e corpi docili, si è tradotta nell’invenzione culturale e materiale di dispositivi tesi a favorire l’assoggettamento e l’esclusione di questi ultimi. L’attuale dibattito sul femminicidio tiene conto dei massacri, delle torture e delle uccisioni perpetrati a danno delle donne di Ciudad Juarez (città tra Messico e Stati Uniti), del Perù, del Chiapas, del Cile, del Brasile, del Nicaragua e di molti altri paesi a regime militare. A dimostrazione che la cultura delle differenze, quando ci si riferisca all’esser differenza della donna, resta per lo più lettera morta scritta (spesso col sangue) su carte e documenti utili solo a testimoniare del tradimento etico e materiale nei confronti del femminile. Nel quadro delineato appare ineludibile il bisogno di realizzare un progetto educativo volto a promuovere “l’empowerment femminile” (p. 20), volto, cioè, a tracciare percorsi educativi “mai definitivi e spesso impervi” (p. 22) che consentano alle donne di riconoscersi nella loro differenza di genere e di pervenire progressivamente alla costruzione di una identità-altra non più subordinata agli stereotipi discriminatori di una cultura del maschile.

Il saggio di Simonetta Ulivieri, intitolato Il corpo delle donne e la violenza di genere. Il segno di uno storico dominio, presenta una ricostruzione della visione del corpo femminile e della violenza di genere. Il resoconto raffinato e puntuale del vissuto femminile, aiuta a comprendere meglio la dura vita delle donne nate e vissute nella prima metà del Novecento. “La subordinazione femminile nasceva dal corpo e si riverberava sul corpo della donna” (p. 29). C’era una vera ignoranza culturale e anche medico-scientifica per cui la donna veniva abbandonata a se stessa durante la gestazione e il momento del parto. “Il parto” era “un percorso esistenziale femminile” (p. 29).  La donna stessa veniva “lasciata nella completa ignoranza circa il proprio corpo e ciò che accade in esso” (p. 29) e l’unico aiuto le veniva fornito dalle sages femes. Anche la subordinazione al marito, all’interno delle relazioni coniugali, in molti casi, raggiungeva punte estreme di sofferenza e di asprezza. Solo nel corso dello scorso secolo, grazie ai costanti progressi della medicina e al contributo del movimento di liberazione delle donne, la figura della donna è stata riconsiderata e ha ripreso il cammino verso la riappropriazione del valore positivo che le spetta. In tale direzione si rende necessario “ripensare l’identità femminile [come] uno dei compiti primari […] nell’educazione e nella cura” (p. 45).

Nel saggio di Antonella Cagnolati, intitolato La costola di Adamo. Sguardo storico sulla misoginia, si mette in evidenza come nel corso della storia si sia creata una sorta di gabbia ontologica che ha reso prigioniera la physis femminile e che ha preso come bersaglio il suo corpo. L’analisi storica sulla misoginia, prende le mosse dalla riflessione su alcuni topoi dell’antichità classica, per soffermarsi in modo prolungato sull’antropologia cristiana. Il primo passaggio ontologico sul quale la curatrice decide di soffermarsi è rappresentato dalla categoria “negatività” applicata al “corpo muliebre”. L’antropologia cristiana non solo, dunque, avrebbe svolto una funzione negativa nei riguardi della physis femminile, ma avrebbe anche operato una vera e propria condanna ex abrupto della donna, relegandola “come seconda nell’atto della creazione”. La visione anticristiana permea tutta l’analisi storica e guida la lettura dei passi biblici. Dall’imperfezione del corpo sarebbe stata prodotta l’irrimediabile caduta narrata nella Genesi. La punizione divina della donna, in questa visione, appare come un passaggio cruciale, “destinato a configurarsi come una sorta di prima sentenza che fa storia nel campo giurisprudenziale” (p. 60). La punizione divina viene interpretata in modo negativo, considerato che all’insubordinazione alle regole, corrisponderebbe la sofferenza e il dolore, “inflitti in maniera esponenziale... sul corpo femminile” (p. 60). Il saggio si chiude con “l’enfatizzazione foucaultiana  di coercizione e di controllo da parte maschile” e con l’auspicio che, attraverso la conquista dell’identità negata, ci possa essere “l’affermazione della piena dignità delle donne” (p. 61).

Il saggio di Graziana Brescia, intitolato La metamorfosi dei corpi e l’identità di genere: da Ovidio a Petrarca ad Apollinare, analizza la metamorfosi che il corpo e l’identità di genere  hanno subito nell’immaginario di Ovidio, di Petrarca e di Apollinare, pervenendo alla conclusione che “il limen insuperabile costituito dall’identità di genere, continua a far sentire il suo fascino valicando orizzonti spaziali e temporali che gli consentono di riprendere forma” (p. 82) in modelli letterari differenti.

Il saggio di Alessandro Vaccarelli, intitolato ‘Faccetta nera, bella abissina’. Rappresentazioni della donna africana tra razzismo e sessismo nel ventennio fascista, ricostruisce le varie rappresentazioni della donna africana nel tempo del fascismo, mettendo in evidenza le matrici di tipo sessista e razzista che ne sono all’origine. L’analisi storico-educativa raggiunge il massimo interesse quando l’autore mostra come i rischi di quelle matrici ideologiche non sono ancora stati superati. “In un rapporto di continuità con il passato, infatti, il termine Venere nera è ancora oggi largamente utilizzato” (p. 97). Con esso i media internazionali hanno contribuito a creare un mito che, misconoscendo la dignità femminile, mercifica il corpo femminile, facendone un mero oggetto dell’istintività maschile.

Il saggio di Anna Antoniazzi, intitolato Corpi raccontati, analizza la storia del corpo femminile, in relazione ai modelli socio-culturali sottesi e alle diverse rappresentazioni simboliche. “Seguendo le tracce di un percorso che dall’antichità si spinge fino ai giorni nostri, si possono notare alcune significative e quanto mai pericolose corrispondenze tra le bambole antiche e le Barbie” (p. 106). “La preoccupazione relativa ai modelli femminili forniti alle generazioni più giovani, sembra acuirsi se si volge lo sguardo alle principali proposte immaginative contemporanee, con le quali tante bambine e, temo, altrettante mamme, amano confrontarsi” (p. 109).

Il saggio di Giuseppe Burgio, intitolato Le veneri del Delta. Migranti nigeriane, prostituzione transnazionale e maschilità occidentale, analizza il problema della prostituzione partendo dal dato che “in tutta Europa oggi, ci troviamo di fronte ad un fenomeno di crescita dell’offerta (di prostituzione) e della varietà dell’offerta” (p. 121). Anche la domanda appare in crescita in apparente controtendenza con la maggiore libertà sessuale prematrimoniale. “La recente proliferazione del sesso a pagamento in Europa è dovuta molto alla presenza di donne immigrate” (p. 129). Tali donne, liberate dai vincoli e dalle protezioni tradizionali, si spingono all’estero e spesso “schiacciate da una persistente asimmetria di genere, finiscono per alimentare l’industria del sesso” (p. 129). Il saggio si chiude annotando come anche se la soluzione dei complessi problemi legati alla società capitalistica esulano gli ambiti della pedagogia e non possono essere da essa risolti, tuttavia, la pratica maschile del ricorso alla prostituzione, diffusa dai ranghi più bassi a quelli più alti della società, pone alla pedagogia specifici quesiti legati al mondo della formazione che appaiono sempre più indifferibili.

Nel saggio di Rosa Gallelli, intitolato Il corpo delle donne e le tecnologie visuali. Insegnare l’arte della rappresentazione, si evidenza la necessità di insegnare l’arte della rappresentazione in un tempo in cui “l’accumulazione parossistica di dati e immagini” (p. 147) nella digital era, ha prodotto il “rischio del doppio” (p. 146), il rischio cioè, di confondere realtà e rappresentazione, realtà ed illusione. L’autrice, riprendendo un pensiero di Duden, afferma che: “il prolungato esercizio quotidiano con gli strumenti che costruiscono lo sguardo, ha portato la percezione visiva a dominare completamente gli altri sensi, tanto da penalizzare tutto, olfatto, gusto e intuito” (p. 146). Secondo tale prospettiva, un effetto della predominanza degli strumenti ottici nella conoscenza, sarebbe “quel cambiamento decisivo della condizione del corpo” (p. 146) che ha condotto all’oggettivazione e pubblicizzazione del corpo femminile. In questo contesto, oggi la donna sembra essere stata espropriata anche dell’esperienza unica e irripetibile della gravidanza. E ciò, in conseguenza dell’affermarsi di un sapere medico-scientifico che spesso la riduce a “ambiente uterino per la sussistenza del feto” (p. 146). La prospettiva pedagogica e didattica, allora, non può esimersi dalla responsabilità di condurre una riflessione critica su tali problematiche che affliggono la società contemporanea. Essa, altresì, è chiamata ad elaborare progetti formativi che, implementando nei soggetti della formazione processi metacognitivi, contribuiscano alla realizzazione di un nuovo umanesimo. “Quella che auspico è una formazione con i media e ai media, capace di imporre alla coscienza dei ragazzi una duplice consapevolezza: sia il fatto che una rappresentazione non è la realtà, sia il fatto che una rappresentazione non è una semplice simulazione mimetica della realtà” (p. 164).

Il saggio di Alessandra Castellani, intitolato Tatuaggi e modifiche del corpo: l’immaginario della subordinazione e dell’insubordinazione femminile, ricostruisce storicamente l’uso del tatuaggio, mostrando come sia l’antichità classica, sia quella giudaico-cristiana valutassero la bellezza del corpo nella sua naturalità, “senza decorazioni o infingimenti, tanto meno guastate da tatuaggi o da segni indelebili sulla pelle” (p. 167). “Fino al XIX secolo incidere la pelle del corpo umano è considerato come un segno distintivo dei selvaggi, dei criminali, delle prostitute, ovvero di coloro […] che abitano i territori della marginalità” (p. 167). La diffusione di massa del tatuaggio avviene in epoca successiva, con i movimenti giovanili degli anni Sessanta del Novecento. Il corpo, afferma l’autrice, non viene più percepito come “territorio sacro e inviolabile”, ma è vissuto con un atteggiamento più laico, “come maggiormente modificabile” per ragioni anche solo estetiche. A partire dai primi anni Novanta, il tatuaggio “da segno distintivo di chi abbraccia volutamente o meno il codice dei reietti e di chi è escluso dalle progressive sorti della storia… si evolve in qualcosa d’altro” (p. 175). Il tatuaggio, non più simbolo di ribellione, nella contemporanea società dell’immagine diviene ideale estetico.

Il saggio di Michela Caiazzo, intitolato Libertà e svelamento del corpo nella riflessione delle donne anarchiche della Spagna all’inizio del XX secolo, presenta il percorso effettuato in Spagna dalle donne di ambienti anarchici nel primo trentennio del Novecento, per costruire ciò che esse definiscono “libertà” e “armonia con la Natura”, armonia “di un rimpianto mondo pre-patriarcale nel quale le fiamme dell’Inferno non minacciavano le donne, ree di amare e procreare in libertà” (p. 182). Secondo la prospettiva delle anarchiche spagnole, la scarsa conoscenza del corpo femminile da parte delle stesse donne è la causa principale della loro subordinazione e, dunque, solo attraverso un progressivo svelamento del corpo femminile a se stesse e al mondo, è possibile realizzare la libertà femminile. Anche la libertà sessuale della donna occupa in questa visione un ruolo importante. “Il rapporto con la sessualità deve essere naturale, non costruito e imposto, libertà significa sapere di avere diritto di amare più di una persona nella vita, anche avere figli con diversi padri” (p. 193).

Il saggio di Orsetta Gaiolo, intitolato Il corpo delle donne nella traduzione giuridico-politica dell’Islam classico e nelle politiche dei moderni paesi arabo-musulmani, ha come obiettivo quello di indagare la concezione del corpo femminile nella tradizione arabo-musulmana, “evitando di adottare logiche oppositive” (p. 201). Non si tratta di un’analisi generale e astratta slegata dai contesti socio-culturali, ma di una riflessione che analizza la visione del corpo della donna nelle diverse contingenze politiche, economiche, sociali e  talvolta militari. Lo studio condotto evidenzia intrecci trasversali di politiche di oppressione che, oltrepassando la visione islamica dell’uomo e della donna, conducono a una oggettivazione del corpo femminile e al controllo sociale della sessualità. “Nel contesto del patriarcato mediterraneo, dunque, il corpo della donna rimane imbrigliato nei ruoli di genitrice e di seduttrice” (p. 209). Significativo è stato l’utilizzo militare e strategico della violenza sessuale contro le donne, durante le manifestazioni di protesta di piazza Tahir e del Cairo: “Lo stupro e le molestie sono stati utilizzati per annientare e terrorizzare chi  incarna la protesta e la contestazione ad un ordine” (p. 217).

Il saggio di Tamara Zappaterra, intitolato Guardarsi e non rifiutarsi. Immagine corporea, genere e disabilità, affronta il tema delicato della disabilità e del genere. “Gli studi di genere non hanno incluso lo specifico della disabilità e la riflessione intorno alle persone con disabilità raramente incrocia l’area semantica del genere” (p. 228). Nonostante più della metà della popolazione disabile nel mondo sia costituita da donne, queste ultime continuano a essere isolate, emarginate e discriminate: “lo sguardo degli altri, gli atteggiamenti, i comportamenti delle altre persone, rimandano alla donna disabile un immaginario di compassione, paura, umiliazione che, reiterato nel tempo, finisce per diventare la cifra della relazione che esse hanno con gli altri, ma anche con se stesse” (p. 232).

Il saggio di Sabina Falconi, intitolato Il corpo e la cura: tra Disability Studies e teorie femministe, parte dalla considerazione che la disabilità e la condizione femminile sono soggetti a codici culturali che producono una condizione di svantaggio e discriminazione. Il corpo è lo strumento attraverso cui la persona agisce nel mondo e presenta una vulnerabilità “che spesso viene vista come limite sociale , sia nel mondo del femminile, che nel mondo della disabilità” (p. 244). La vulnerabilità, nel caso della disabilità, è legata non tanto al concetto, quanto al “mito dell’indipendenza” (p. 245), tipico della società che “massifica, in categorie i soggetti e rende alcune categorie più forti di altre” (p. 245). Interessante appare la prospettiva di intensificare gli studi sul rapporto fra disabilità e genere, affinché si possa contribuire a “creare un immaginario anche sociale del corpo del soggetto disabile, femminile, soprattutto, non come corpo asessuato e medicalizzato” (p. 254), ma inclinato nella direzione delle capacità e delle possibilità.

Il saggio di Anna Grazia Lopez, intitolato Corpi femminili e tecnologie, analizza il rapporto complesso fra genere e tecnologie, vedendolo anche alla luce “del ruolo che le nuove tecnologie riproduttive rivestono nel benessere psico-fisico delle donne” (p. 258). In questo contesto, pieno di insidie e contraddizioni, l’educazione alla scelta e all’uso responsabile e consapevole delle tecnologie del corpo da parte della donna, appare un’emergenza formativa cui non ci si può sottrarre. L’enorme ventaglio di possibilità che le moderne tecnologie offrono alla libertà umana, pongono quesiti indifferibili, di natura etica, sulla legittimità di utilizzo. Ciò appare tanto più vero quando il monstrum irrompe, oltre che per mezzo delle tecnologie visuali, anche nella letteratura scientifica: “Corpi ibridi, corpi mutanti che possono servire, anche, per trasgredire le regole, trasformandosi in mostri” (p. 264).

Il saggio di Stefania Lorenzini, intitolato Sensibilità, forza, corpo. Il femminile e il maschile in parole e riflessioni di adolescenti emiliano-romagnioli/e presenta i risultati di una ricerca, condotta nel 2009 tra 172 giovani di età compresa tra i 17 e i 22 anni, sul modo di concepire il femminile e il maschile e sul rapporto mente/corpo. Un folto gruppo di adolescenti emiliano-romagnoli si è confrontato per spiegare in che cosa consista la forza maschile e quella femminile e come le qualità che emergono possano connettersi al corpo. “Benché nella maggior parte dei gruppi, i ragazzi mostrino la tendenza a non argomentare le questioni che riguardano la sensibilità maschile e la propria in quanto maschi, è interessante rilevare come in qualche caso, siano i ragazzi stessi a rivendicare la propria sensibilità e a fornire elementi di comprensione circa la propria vita emotiva” (p. 276).

Dunque, estremamente interessanti e molteplici sono le osservazioni e le ricostruzioni che i quindici autori hanno proposto intorno alla tematica di una “didattica della corporeità”. Una riflessione condotta da differenti fuochi prospettici tra i quali, come è evidente, centrale è risultato essere quello di una  corporeità femminile e, in modo particolare, quella prospettiva – non una semplice pratica – culturale e sociale, antropologica e biopolitica del  femminicidio, riconosciuto nell’ampia fenomenologia da esso assunta, prima, nel corso della storia passata e recente e poi in quella delle società contemporanee. Pur nella consapevolezza dell’impossibilità, da parte degli autori, di esaurire un tema così vasto e complesso, di particolare rilievo e pregio è l’atto di problematizzazione delle attuali rappresentazioni sociali del corpo femminile, spingendo la riflessione sino alle frontiere di una nuova cultura, capace di promuovere universalmente il rispetto delle differenze. Particolarmente interessanti, ancora, sono le proposte di fondazione teorico-pratica di una nuova pedagogia del corpo che sappia tenere presente anche dei bisogni direttamente espressi dai giovani nell’ambito di talune indagini empiriche.

Si tratta di un lavoro ricco e articolato, le cui suggestioni aprono una serie di ulteriori possibilità di indagine. Tra esse, particolarmente feconda pare essere la ricerca attorno al modo in cui la visione della donna dell’antropologia cristiana sia andata definendosi nel tempo storico della Modernità, da mettere in dialogo con altre interpretazioni che ne preserverebbero una matrice più letterale anche in diretto riferimento ai testi nuovo e vecchi testamentari. Un dialogo possibile, a titolo di esempio, a partire dalle ricostruzioni realizzate nel recente studio di Maria Luisa Rigato Discepole di Gesù, (Bologna, 2011).

Tale dialogo, quanto più arricchito di fonti storiche ed ermeneutiche, getterebbe saldi basi e una nuova luce sulla physis femminile. Del resto è necessario, ancora oggi, elaborare un sistema di simboli e possibilità immaginali per una cultura ancora a carattere fortemente patriarcale e maschilista, e ciò pare possibile procedendo in maniera progressiva, ratio dopo ratio, promuovendo il cammino dell’uomo e della donna verso una nuove visione umanista largamente condivisa e paritaria, a partire dal riconoscimento della pari dignità fra i generi.

Numerose sono le suggestioni, per concludere, che emergono dalla lettura di questo collettaneo; alcune di esse, in modo particolare, pongono al mondo della formazione, domande importanti che, non potendo più essere eluse, spingono a ricercare e a produrre ulteriori riflessioni e pratiche per meglio comprendere e sostenere le identità femminili e le loro rispettive direzioni esistenziali, capaci di tradursi in opportune proposte didattiche, rispondenti ai bisogni reali e più profondi delle giovani generazioni.

 

Note

 

(1) Devoto-Oli, Vocabolario della lingua italiana, 2013.

(2) Braidotti R., Dissonanze. La donna e la filosofia contemporanea, La Tartaruga, Milano 1994.