Anno IV - Numero 2 - Dicembre 2014 Stampa Email
Nussbaum M. (2011). Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica. Bologna: Il Mulino
di Davide Perdomi   

Nel saggio critico intitolato Non per profitto, redatto dalla docente della University of Chicago Martha Nussbaum, l’autrice parla apertamente di quella che ritiene essere una preoccupante “crisi dell’istruzione mondiale”. Una crisi che l’educatrice statunitense invita ad affrontare con la dovuta attenzione, in quanto una noncuranza in tal senso potrebbe condurre i “paesi di tutto il mondo”, come sottolinea lei stessa, a formare “generazioni di docili macchine anziché cittadini a pieno titolo” (p. 21).

 

L’argomento principale, descritto ed analizzato dalla studiosa americana, sul quale si regge l’intero elaborato, è il progressivo divario che si sta consolidando fra il valore attribuito ai “saperi tecnico-scientifici” rispetto a quelli umanistici (p. 22). Punto di partenza di Non per profitto è l’intenzione dell’autrice di non mettere in discussione, né tantomeno di ricusare, gli enormi vantaggi e benefici che le cosiddette hard sciences hanno reso in passato e rendono tutt’oggi possibili. La studiosa intende tutt’al più ricordare il valore aggiunto, e le potenzialità non trascurabili, derivanti da un bilanciato intreccio fra cultura umanistica e conoscenze scientifiche progredite (tenendo conto di come queste ultime si inseriscano in un sistema di sapere in costante aggiornamento ed avanzamento).

Nel mettere in luce lo scarso impegno dei governi nel sostenere la ricerca ad alto livello, Martha Nussbaum puntella il suo discorso ricorrendo ad esempi concreti, dai quali si evincono i problemi che uno “scientismo” troppo spinto sta arrecando in alcuni contesti specifici. L’autrice si sofferma largamente sulla situazione dell’India di oggi, e nello specifico su quello che definisce un esempio di “crescita economica”, che sta palesemente “facendo ben poco per sanità, istruzione”, (specialmente quella umanistica), “e per la povertà nelle campagne”. Tale condizione affliggerebbe, secondo i dati analizzati dalla stessa Nussbaum, almeno due stati indiani, ossia Gujarat e Andhra Pradesh. Alla base di questa incongruenza – pertinente ad alcune regioni indiane, ma estesa anche ad altre realtà –, fra indicatori economici positivi e tessuto sociale in preoccupante deterioramento, la studiosa americana mette la questione dell’insegnamento, e sottolinea così il piano secondario sul quale, in determinati contesti, è posta l’educazione umanistica. Non solo l’India si diceva: guardando al recente passato, infatti, anche “il Sudafrica dell’apartheid era in cima agli indici dello sviluppo”, asserisce in maniera rivelatrice Martha Nussbaum (p. 32).

Sono la forma di organizzazione sociale propriamente democratica (della quale l’autrice da prova di essere una tenace sostenitrice), e le stesse libertà derivanti da tale sistema di governo, ad essere avvertite come in pericolo. Nussbaum sostiene che “senza il concorso di cittadini educati in maniera appropriata, nessuna democrazia può rimanere stabile” (p. 28). Per comprendere il quadro generale all’interno del quale si inseriscono le argomentazioni proposte dall’autrice, ed il relativo pensiero politico-filosofico che le sorregge, appare indicativo il seguente passaggio del testo: “La maggior parte di noi non vorrebbe vivere in un paese prospero che però abbia cessato di essere democratico” (p. 29).

Martha Nussbaum invoca quindi una più ampia interazione fra cultura scientifica e umanistica. Allo stesso tempo, e in apparente contrasto con ciò che si ricava dal titolo del suo saggio, ella suggerisce anche ottimi argomenti in favore dello sviluppo propriamente economico che deriverebbe da una maggiore diffusione dell’approccio umanistico: sia per le questioni di portata generale e riguardanti la collettività, sia per i problemi specifici che toccano il singolo e il suo benessere. La professoressa americana afferma significativamente che “la scienza, studiata correttamente, è amica degli studi umanistici e non certo loro nemica” (p. 26).

In ragione di queste osservazioni, sembra opportuno proporre, su un piano prettamente indicativo, – e al pari del titolo scelto dall’autrice –, alcuni incipit come “Anche per profitto” o “Secondariamente per profitto”, quali formule adatte a condensare in poche parole il contenuto del libro preso qui in esame; sempre a patto che i significati della parola “profitto” vengano intesi in tutta la loro ampiezza, e conseguentemente, che il termine “profitto” oscilli senza mai identificarsi univocamente fra la sua accezione economica e quella etico-sociale. Sono le stesse parole di Martha Nussbaum a confermare questa interpretazione: “L’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative; [...] anche se il nostro unico obiettivo fosse la pura crescita economica nazionale, dovremmo difendere l’istruzione progressista basata sulle materie umanistiche e sulle arti” (p. 126).

La studiosa statunitense, infatti, invita a riflettere sul potenziale benefico che un’educazione a tutto campo – nella quale le materie che si basano sul linguaggio matematico siano poste sullo stesso piano di quelle letterarie –, potrebbe apportare allo sviluppo economico e sociale, specialmente laddove gli studi umanistici, scrive Nussbaum, consentono di sviluppare “capacità di pensare criticamente” (p. 26). Nell’introduzione al libro, redatta da Tullio De Mauro, viene sottolineato chiaramente questo tentativo dell’autrice di rimarcare il “valore della formazione umanistica nel concreto sviluppo delle scienze dure” (p. 12).

Martha Nussbaum sottolinea il grande valore della “tradizione filosofica occidentale di teoria pedagogica”, ossia quel terreno comune sul quale ella mette a confronto le figure di Johann H. Pestalozzi, Friedrich Fröbel, Horace Mann, Bronson Alcott, John Dewey, Maria Montessori, e Donald Winnicott. Mentre per quanto riguarda l’ambito indiano, per il quale Nussbaum dimostra di avere uno spiccato interesse generale, ella invita alla lettura e all’assimilazione dell’insegnamento di Rabindranath Tagore (1861-1941), e soprattutto, come nel caso di altri pensatori discussi nel testo, della teoria pedagogica avanzata dall’educatore indiano (aperta ad attività come il teatro e la danza). L’astro da cui prende preliminarmente le mosse, e verso il quale la studiosa americana fa convergere i pensieri dei vari autori analizzati, è personificato nella figura di Socrate. Il “metodo socratico” è segnalato dalla stessa autrice come “utile per la democrazia” (p. 65), e “radicalmente antiautoritario”, in quanto “lo status dell’oratore non conta, conta soltanto l’autorità del ragionamento” (p. 68).

Nel terzo capitolo, intitolato Formare cittadini: i sentimenti morali (e anti-morali), vengono avanzate nel dettaglio alcune argomentazioni relative allo sviluppo cognitivo dei bambini, alle modalità attraverso le quali questi ultimi si relazionano con il proprio “Io”, con il mondo esterno, e con gli “altri” (pp. 45-54), nonché l’importanza dell’immaginazione, del gioco e delle attività ludiche (pp. 114-115), come della poesia. In stretto rapporto con queste considerazioni, Martha Nussbaum introduce tematiche concernenti l’importanza delle voci critiche all’intero della società, e discute sui pericoli e le aberrazioni che possono scaturire dalla “mentalità di gruppo” e dalla “pressione dei pari” (p. 57); il tutto con particolare riferimento alla sensibile ed acuta ricettività dei più giovani.

La filosofa statunitense evidenzia, infine, l’importanza della conoscenza storica, che oggigiorno si traduce nella necessità di espandere il proprio sguardo in direzione della “storia mondiale” (p. 98), con uno speciale occhio di riguardo per la “storia economica” (p. 100) e per le “teorie della giustizia” (p. 107). Inoltre, attraverso una comparazione del sistema di istruzione radicato negli Stati Uniti d’America, con il modello organizzativo consolidatosi in alcuni paesi europei, Martha Nussbaum ha cercato di far emerge quelli che sono i pregi e i difetti, strutturali o di gestione, riconducibili alle reti educative e di ricerca attive sulle due sponde dell’Atlantico.