Anno III - Numero 2 - Dicembre 2013 Stampa Email
Gallelli, R. (2012). Incontri mancati. Didattica e sessualità. Bari: Progedit
di Pasquale Renna   

 

La riflessione pedagogica e didattica dell'autrice si articola sullo sfondo di una puntuale quanto serrata critica della civiltà occidentale in quanto luogo in cui si è consumato, sin dalle sue remote origini in età medievale con Tommaso d'Aquino (veritatem vel falsitatem non proprie invenitur nisi in intellectu humano vel divino, Quaest. de veritate) e poi con Cartesio (verum et falsum non nisi in intellectu humano esse posse, Reg. ad directionem ingenii), il divorzio tra intelletto e materia che, nel caso specifico della corporeità umana intesa come modo fondamentale dello stare al mondo, oggetto della presente trattazione, si traduce in una esaltazione dell'intelletto umano in quanto luogo investito di alta dignità, dal momento che in esso si elabora la verità in quanto griglia di intelligibilità del reale, e nella corrispettiva mortificazione del corpo, materia pesante da organizzare e luogo desiderante da disciplinare in base alle esigenze dell'intelletto. L'esigenza di ribadire la sostanziale coappartenenza di intelletto e corpo viene argomentata a partire dall'avvertita “crucialità dell'unità ‘corpomentale’ quale luogo dei processi di costruzione-formazione-trasformazione del soggetto e, al contempo, [dallo] scacco con cui tale concetto pone ogni lettura dualistica della realtà, aprendo la scena a nuovi saperi e nuove narrazioni, in grado di problematizzare le attuali pratiche discorsive attorno al corpo nonché le loro ricadute formative sulle giovani generazioni” (p. 2).

 

A partire dalla sopra esposta esigenza di conferire dignità alla corporeità, dal momento che, lungi dal mero avere un corpo, l'essere umano esiste in quanto è corpo, l'autrice argomenta l'esigenza di aiutare soprattutto adolescenti e giovani a rapportarsi al proprio corpo, che subisce profondi mutamenti, in modo tale che essi entrino in possesso di chiavi interpretative grazie alle quali possano leggere con sguardo critico le suggestioni dei modelli di comportamento proposti dai mezzi di comunicazione di massa.

Appare chiaro, in tal senso, come una mirata progettualità pedagogica e didattica, da elaborare principalmente nell'ambito di un sistema formativo integrato che faccia perno sulla scuola, si riveli imprescindibile al fine di proporre una educazione alla salute sessuale che sia intesa essenzialmente come decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi veicolati dalla società dei consumi, la quale ripropone il dualismo cartesiano di res cogitans e res extensa proprio nell'oggettivazione dei corpi che divengono res extensae, materiali a disposizione del Mercato. Quest'ultimo si propone come res cogitans che dispone dei corpi a partire dai propri fini di lucro, mediante la loro esposizione in vetrine che propongono modelli oggettivati di bellezza e desiderabilità. In tale quadro si inseriscono anche le istanze di biopotere che, sin dagli albori della società di massa, mirano all'indocilimento dei corpi in vista del loro adeguamento a determinati standard e si servono dei media della comunicazione in quanto potenti promotori di versioni della corporeità ad essi coerenti.

Il primo capitolo, dal titolo “decondizionamento simbolico e alfabetizzazione plurilinguistica contro la vertigine del corpo-simulacro” argomenta ampiamente questa tesi. “La ‘spettacolarizzazione’ della vita, anche negli aspetti più minuti dell'intimità individuale, costituisce uno degli ingredienti che hanno storicamente caratterizzato l'ascesa della civiltà industriale. Da un certo punto di vista, anzi, nelle moderne società capitalistiche, la spettacolarizzazione del corpo e del desiderio ha rappresentato l'affermarsi di una concezione ‘democratica’ di bellezza...

Ma un altro è l'aspetto, interno alle forme attuali di ‘spettacolarizzazione’ del corpo e del desiderio, su cui in questa sede mi pare più necessario riflettere. Si tratta del sempre crescente e stringente grado di ‘esposizione’ del corpo, nelle molteplici e diverse ‘vetrine’ che lo spazio multimediale della comunicazione propone. Esito, come prima detto, della evoluzione postmoderna di istanze di ‘biopotere’ già interne alle prime società industrializzate, tale esposizione incessante al ‘giudizio’ collettivo è, innanzitutto, incessante confronto con i modelli di bellezza circolanti” (p. 6).

“Di là dall'apparente disarticolazione dei sistemi di rappresentazione del corpo che la moda ci rimanda, di là dalla diversificazione di nuove figure di donna e di uomo e dalla distribuzione più flessibile dei ruoli, le ricerche attestano una rigida organizzazione di modelli femminili e maschili attorno ad un nuovo status symbol: quello del ‘corpo perfetto’.

In altre parole, la spettacolarizzazione e la moltiplicazione dei discorsi sul corpo e sul sesso convergono nel costruire e offrire agli adolescenti e ai giovani un ideale di corpo perfetto assai stereotipato: per le donne di successo vi sono gli ideali di ‘snellezza’ e ‘giovinezza’; per l'uomo di successo, gli ideali della ‘tonicità’ e della ‘muscolosità’” (p. 7).

L'autrice sostiene, a questo punto, la necessità di decostruzione degli stereotipi sul corpo perfetto, necessità che non può non tener conto del potenziale pedagogico e critico dei media della comunicazione contemporanei, i quali sono in grado di dar voce alle versioni della corporeità che vengono solitamente sottaciute, marginalizzate, occultate quando non esplicitamente ostracizzate (p. 13).

Così come la biopolitica contemporanea è in grado di esprimere il suo potere pastorale indirizzando il gusto delle masse verso modelli ideali di corporeità mediante la sovraesposizione mediatica del “corpo perfetto”, altrettanto la critica pedagogica e la progettazione didattica sono in grado di esprimere il loro potenziale emancipativo mediante il recupero, da effettuarsi proprio con gli stessi media della comunicazione, delle dimensioni della corporeità e della sessualità che ne esplicitino le dimensioni ludiche e dialogiche, e che pongano al centro non più le esigenze biopolitiche del Mercato, ma le profonde istanze di riconoscimento e affettività che sostanziano il benessere di soggetti-in-relazione.

Su tale concetto di benessere si sofferma l'autrice nei capitoli 2 e 3, intitolati rispettivamente “La promozione della salute” e “La promozione della salute sessuale”.

A tal proposito “è rilevante il riferimento alla necessità di sostituire a una concezione della salute sessuale centrata sulla prevenzione e cura delle malattie, nonché sulla riduzione del danno una concezione delle esperienze e delle relazioni sessuali centrata sulla valenza positiva di queste ultime, una concezione centrata quindi sulla promozione della salute e del benessere sessuale” (p. 35).

Il capitolo 4, dal titolo “Didattica ed educazione sessuale” propone una progettazione didattica che prospetti come punto di partenza il superamento della dicotomia corpo/mente e, al tempo stesso, dell'opposizione ragione/emozione. In tale superamento “trova spazio la possibilità di approssimarsi al riconoscimento del corpo in quanto soggetto, dotato della funzione del ‘pensare’ - in termini cinesici, musicali, spaziali – e della funzione del comunicare attraverso la pluralità dei suoi codici. La nozione di piacere, sottratta al vincolo esclusivo della sessualità e della scarica della tensione, si amplia così a toccare tutti gli ambiti della vita e del corpo vissuto, nell'abbigliamento, nell'alimentazione, nella danza, in tutte le forme della conoscenza estetica. La sessualità – in quest'ottica rinnovata – si presenta come solo uno dei veicoli del piacere ma, con maggior forza, assume la caratterizzazione dello scambio amoroso e tenero, finalizzato o meno alla riproduzione, ma realizzantesi sempre nel dialogo erotico tra persone” (p. 60).

Una educazione sessuale che tenga conto della necessità di decostruire stereotipi e pregiudizi per potersi aprire alle molteplici e liberanti dimensioni plurilinguistiche di una ricca relazionalità affettiva ed emotiva non può non valersi di approcci didattici che sollecitino “la scuola a configurarsi come luogo di riflessione sull'esistente, di problematizzazione dei modelli veicolati dai media, di individuazione, decostruzione e ricostruzione delle rappresentazioni sociali sul sesso e sulla vita sessuale che costituiscono il patrimonio culturale della comunità e rispetto alle quali ciascun soggetto realizza interpretazioni e rivisitazioni critiche e creative e compie le proprie scelte” (p. 61).

Al cuore della proposta didattica dell'Autrice vi è, pertanto, la discussione, riccamente argomentata sul piano teorico ed efficacemente proposta su quello didattico, su una vera e propria questione culturale, che soprattutto nell'ambito della civiltà occidentale ha operato, in chiave pericolosamente riduzionista, una escissione della sessualità dall'ambito che le spetta di diritto: l'identità intangibile della persona umana, soggetto di diritti. Tale escissione ha comportato l'affermarsi non solo di stereotipi e pregiudizi, ma più perniciosamente di una mentalità aggressiva e di una prassi di violenza che, strumentalizzando  la sessualità nei suoi molteplici orientamenti, giunge financo a negare il diritto all'esistenza alla persona umana.

La centralità della questione culturale, nella quale la sessualità è da riproporsi con forza non in quanto mera funzione del corpo umano, ma più essenzialmente in quanto orientamento identitario della persona, e perciò strettamente legata ai suoi inalienabili diritti umani prima ancora che sociali e civili, è riproposta, con efficacia argomentativa, dalla psicologa Angela Balzotti, che nel  capitolo 5, dal titolo “Sex is good for the genes”, affronta in chiave critica e problematica le più recenti ricerche in ambito psicologico, psichiatrico e neurologico in merito alla avvincente tematica dell'orientamento sessuale del cervello umano.