Anno III - Numero 2 - Dicembre 2013 Stampa Email
De Serio, B. (a cura di) (2012). Cura e formazione nella storia delle donne. Madri, maestre, educatrici. Bari: Progedit.
di Valentina Mustone   

 

Madre, maestra, educatrice, osservatrice silenziosa, combattiva, emancipata, la donna resta da sempre la protagonista indiscussa di pagine storico – pedagogico.

 

Ripercorrere i percorsi della formazione attraverso la storia delle donne potrebbe destare più che mai l’illusione di trovarsi in un luogo già da tempo esplorato. Eppure solo una mente capace di riflettere, etimologicamente parlando, ovvero piegare di nuovo, rivolgere, è in grado di percepire nel noto mille sfaccettature del tutto ignorate e sconosciute. Basti solo pensare che la donna ha scoperto il potere delle parole e della narrazione appena due secoli fa, dopo millenni di interminabili silenzi, che chiedono ancora di essere riscattati da innumerevoli pagine di letteratura. Questi anni di assenza femminile dalla storia rappresentano il punto di partenza del meraviglioso volume Cura e formazione nella storia delle donne, che «intende cogliere i risvolti positivi, per quanto latenti e molto poco evidenti, dell’esclusione delle donne dalla vita sociale, […] per cogliere nei silenzi femminili il grande potenziale trasformativo della riflessività» (Introduzione p. XI).

I vari saggi accompagnano il lettore in un percorso di conoscenza di ruoli femminili inediti e sorprendenti e nello stesso tempo testimoniano la piena consapevolezza del potere femminile finora taciuto.

Il volume si compone in due parti.

Nella prima parte la donna viene raccontata dalla voce di coloro che, tra i primi, hanno voluto enfatizzare la sua specificità rispetto al genere maschile, mentre nella seconda parte è la donna stessa a narrarsi, diventando simbolo della «dignità morale del genere femminile» (Introduzione p. XXVI).

I primi tentativi di rivalutazione del ruolo femminile risalgono all’Illuminismo. Una personalità significativa in tal senso è quella di Luis-Sébasien Mercier, che nell’opera L’An 2440, accuratamente analizzata da Giordana Merlo nel primo saggio del volume (pp. 3-19), immagina una donna che dal Settecento viene trasportata in una società ideale. Quest’ultima, ambientata appunto nell’anno 2440, viene descritta dall’autore come un’organizzazione sociale lontana, ma allo stesso tempo reale, poiché «la sua realizzazione non rompe con il presente, anzi si configura come il risultato di una sua possibile trasformazione nei termini di maturazione e avanzamento scientifico-umano» (p. 7). La piena fiducia che Mercier ripone in un possibile cambiamento sociale contraddistingue la sua opera, rendendola più concreta rispetto alle tante opere utopiche pubblicate nello stesso periodo. La famiglia diviene il nucleo base della nuova società, nella quale l’autore disegna un modello femminile libero da restrizioni e pregiudizi di rango, pienamente consapevole della sua unicità, che tuttavia è ancora legato esclusivamente all’ambito domestico. Al di là della rivalutazione del ruolo educativo materno, non più limitato a garantire semplicemente la sopravvivenza dei figli, ma fondamentale punto di riferimento nella loro crescita fisica e soprattutto morale, Mercier non riesce a liberarsi in modo definitivo del condizionamento del proprio contesto culturale, per cui questo non gli consente di avviare una reale valorizzazione della figura femminile, il cui unico fine resta ancora quello di essere moglie e madre.

Simile il percorso avviato da Pestalozzi, che esalta la figura materna fino a renderla vera e propria educatrice nonché «strumento della rigenerazione morale dell’uomo» (p. 24). Nel suo saggio (pp. 20-36), Barbara De Serio avvia un’accurata riflessione sul percorso pedagogico pestalozziano, che conduce ad un modello femminile completamente nuovo. Pur vivendo in un contesto storico ancora legato a ruoli familiari tradizionali, Pestalozzi, grazie alla sua attenzione nei confronti dell’infanzia, riesce a valorizzare la donna riconoscendo il suo fondamentale potere educativo. Le insostituibili capacità di cura femminili, non più viste come doti innate, ma come un vero e proprio amore pensoso, sono, secondo il pedagogista, il frutto di un costante «esercizio della cura» (p. 24), che consente all’agire materno di diventare la base di un nuovo ed efficace modello educativo, in grado di seguire e guidare il naturale processo di crescita del bambino.

«A rompere gli schemi con il tradizionale modello di donna – scrive De Serio – non è solo la capacità di cura pensosa […], ma la capacità di fondare moralmente la naturalità del suo essere madre attraverso la possibilità di riflettere continuamente sul proprio comportamento e sulle sue pratiche educative nonché di trasformare le conoscenze materne spontanee che guidano il suo agire in un sapere esperto» (pp. 24-25).

Alla figura di Raffaele Lambruschini è dedicato, invece, il contributo di Antonella Cagnolati (pp. 37-51), che analizza l’opera da lui avviata a favore dello sviluppo delle scuole infantili, che avevano il compito di rispondere al bisogno di cura dei più deboli, rendendo, quindi, la maestra, ovvero la donna, protagonista «nella lodevole attività di assistenza ai fanciulli bisognosi» (p. 40).

Ad aprire la seconda parte del volume è Vittoria Bosna, che racconta come la figura femminile abbia spesso contribuito a segnare la storia pedagogica. Il saggio (pp. 55-62) è dedicato allo studio delle sorelle Agazzi, alle quali si deve la nascita delle cosiddette scuole materne, la cui denominazione deriva dalla continuità, innovativa nella proposta agazziana, tra ambiente familiare e ambiente scolastico.

Con le sorelle Agazzi, il ruolo materno acquista professionalità e centrale risulta, nella scuola, la presenza della maestra/educatrice, che in continuità con «l’opera educativa avviata in ambito familiare» (p. 59), dovrebbe fornire al bambino gli stimoli giusti per poter maturare autonomamente.

Altra figura di spicco nelle battaglie emancipazioniste a favore delle donne è quella di Antonietta Giacomelli, descritta, nel saggio di Paola Dal Toso (pp. 63-86), come una donna «umile, buona, desiderosa di operare per il bene dei più deboli, sempre pronta al servizio per il prossimo» (p. 70). Impegnata quotidianamente nell’attività di assistenza ai più bisognosi, è sempre stata in prima fila nella lotta per la rivendicazione dei diritti femminili. Con grande coraggio ha invitato le donne a prendere coscienza del proprio ruolo sociale, che non deve limitarsi al compiacimento degli uomini, ma deve condurre ad «un alto compito: il sacerdozio di realizzare il bene» (p. 83). E, ancora, stanca di apparenza e formalismo, la Giacomelli è giunta addirittura a proporre la necessità di un’educazione prematrimoniale come strumento di conoscenza e perfezionamento di sé e dell’altro, affinché la donna non venga più strumentalizzata.

La valorizzazione del genere femminile diventa invece illusoria durante il periodo del movimento fascista. Stefano Oliviero riflette (pp. 87-105) sul gioco di potere che il fascismo esercita nei confronti della donna, da un lato enfatizzata come figura fondamentale per il destino della nazione, dall’altro lato ridotta ancora a «moglie e madre esemplare» (p. 87). L’apparente attenzione che il fascismo rivolge alla donna, attraverso l’organizzazione di opere pubbliche femminili, ha semplicemente lo scopo di «tenerla sotto tutela» (p. 87). Un esempio lampante è la Rassegna Femminile fondata e diretta da Elisa Majer Rizzoli. Nonostante la Majer abbia cercato di creare spazi autonomi dedicati all’emancipazione femminile, all’importanza della maternità e al rispetto per le maestre italiane, la Rivista, dopo essersi ridotta ad una serie di articoli relativi a consigli domestici, raggiunge in breve tempo la chiusura definitiva.

Con il saggio di Michela Caiazzo (pp. 106-123), infine, raggiungiamo la tanto auspicata meta della piena consapevolezza del potere trasformativo e formativo femminile. Grazie ai contributi della scrittrice Antonia Maymόn, la maternità non è più un obbligo dettato da una disuguaglianza di genere, ma diviene libera scelta di una donna educata alla sessualità, dunque padrona del suo corpo e della sua vita. E attraverso la gestione consapevole di se stessa questa nuova figura femminile si fa promotrice di un vero e proprio cambiamento della società, in cui «igiene e formazione morale sono gli strumenti […] che possono elevare la donna, che però non deve mai dimenticare la sua missione: essere madre dell’umanità» (pp. 114-115).