Anno VI - Numero 1 - Giugno 2016 Stampa Email
Dato, D., Cardone, S., & Mansolillo F. (2016). Pedagogia per l’impresa. Università e territorio in dialogo. Bari: Progedit
di Giusi Antonia Toto   

 

La Pedagogia del lavoro è una branca della disciplina che fa riferimento a uno specifico approccio al placement pedagogico e trasformativo ma che, prescindendo da questa delimitazione, dialoga con le altre specializzazioni delle Scienze della Formazione in virtù della sua mediazione tra saperi esperti disciplinari e realtà empirica. La denominazione del volume Pedagogia per l’impresa. Università e territorio in dialogo fa riferimento ad un concetto di ‘impresa’ che deriva dall’agire, dall’istanza trasformativa del contesto sociale contemporaneo divenendo, così, spazio privilegiato per nuove riflessioni pedagogiche. La Pedagogia (anche del lavoro) in un contesto socioculturale così mutato, scrive Daniela Dato, va ripensata, decostruita e rivolta verso un imminente futuro. Parole chiave di questo campo di studi sono “orientamento”, “occupabilità” e “lavoro”, concetti entrati in crisi a causa del problematico momento storico, economico e culturale che l’uomo contemporaneo sta attraversando. La Pedagogia, allora, scienza del cambiamento, del possibile, dell’emergenza decostruendosi e ricostruendosi può accogliere questa sfida facendo leva sull’istanza trasformativa insita nel suo statuto epistemologico.

 

Il contributo di Daniela Dato raccoglie questa sfida tracciando un possibile percorso di rinvigorimento; la Pedagogia del lavoro deve, infatti, ribadire il suo impegno militante su tematiche specificamente economiche quali lavoro, precariato, flessibilità, scelte di vita rileggendole in forma di processo sia di autoformazione che di autoaffermazione del sé. Se il lavoro stesso ingloba al suo interno un’istanza trasformativa, allora devono trasformarsi relazioni, reti, cultura e società. L’autrice, focalizzando l’attenzione sullo statuto della Pedagogia del lavoro, scrive: “essa ha il dovere di ‘aprirsi al mondo’, di farsi militante e avviare un dialogo interdisciplinare che chiami in causa le altre scienze dell’uomo – tra le quali, come già detto, l’economia – per dar corso a una progettualità che si faccia concreta” (p. 15). Una disciplina, dunque, che coltiva apprendimento collaterale del valore e dei valori universali. Emerge, dalla lettura di questo primo contributo l’imprescindibilità del trinomio sistema formativo-storia personale-territorio, grazie al quale è possibile mobilitare risorse potenziali attraverso la ricerca, la formazione e la didattica.

Il luogo per antonomasia deputato alla ricerca e al cambiamento viene indicato dall’autrice nell’Università che diviene anche medium tra carriere proteiformi, mal di lavoro e non lavoro. La riflessione che l’Università può condurre su queste problematiche inedite produce un sempre più stretto rapporto fra orientamento, formazione e ciclo produttivo, nel quale emerge in maniera preponderante la responsabilità dell’Istituzione Universitaria. L’Università deve, infatti, promuovere specifiche competenze multidimensionali finalizzate all’orientamento al lavoro. La ricerca promossa nel contributo deve senza dubbio accrescere conoscenze, ma per essere realmente efficace deve incidere sul territorio e, soprattutto, su chi lavora in modo da tradurre nella pratica i risultati di tali indagini come strumenti di sviluppo e crescita superando l’antinomia teoria-prassi. La pedagogia del lavoro in quanto disciplina in azione ha l’obbligo morale di sostenere formae mentis aperte, flessibili, interdisciplinari (p. 29) e di sostenere le life and soft skill determinanti per la ricerca di lavoro. Il lavoro, dunque, deve essere inteso come bene individuale, dell’organizzazione e comunitario. L’università deve, pertanto, promuovere rapporti con il territorio attraverso una valorizzazione economica delle conoscenze (p. 36) finalizzata allo sviluppo sociale, economico e culturale del territorio stesso.

Dall’analisi dei dati statistici di Severo Cardone emerge chiaramente “che la crisi economica e le evidenti difficoltà nel trovare un lavoro stabile stiano incidendo in modo significativo nella fiducia e motivazione dei giovani e delle loro famiglie in un investimento culturale e formativo” (p. 46) e si fotografa una situazione alquanto allarmate: i giovani impiegati non utilizzano in ambito lavorativo le competenze specifiche acquisite nei loro percorsi formativi. L’elevata presenza dei NEET viene letta come rassegnazione da parte del mondo giovanile e come prodotto dell’impotenza appresa che pervade la società contemporanea. Affascinante appare, peraltro, la tesi secondo cui il calo del grado di istruzione sia correlato all’aumento del tasso di disoccupazione e viceversa, in una lettura sistemica del problema. Altra questione posta dall’autore riguarda il futuro dei saperi umanistici, i quali secondo una politica tecno-economicista sono considerati ‘fronzoli’ superflui, poco spendibili nella competitività del mercato globale e, che, quindi, data la loro scarsa incidenza sociale, andrebbero eliminati dai percorsi formativi.

La tesi dell’autore è, invece, che l’aspetto ‘umano’ della formazione consente di avvicinarci e immedesimarci negli altri, curare il mondo e contribuire al benessere psico-fisico della società, oltre a permettere di acquisire competenze quali l’empatia, il pensiero critico o la creatività che devono essere trasversali a tutti i percorsi formativi. La formazione deve fornire un bagaglio utile per la libertà, la riflessione ,l’analisi di differenti punti di vista, la capacità di mettere in discussione le proprie certezze. Tutto ciò viene richiesto alle nuove generazioni per fronteggiare la situazione contemporanea. Gli studenti, infatti, non solo devono acquisire saperi tecnici, ma anche una progressiva emancipazione culturale, un’autonomia di pensiero e l’empowerment atto a fronteggiare le complesse situazioni relazionali. Il percorso didattico proposto parte dall’apprendere ad apprendere, passando per l’apprendimento by doing fino a giungere alla co-costruzione della conoscenza. L’invito è ad assumersi la responsabilità della propria identità e delle proprie scelte che pur soggette a rischi ed errori sono la direzione delle nostre traiettorie esistenziali. L’individuo in contesti mutevoli deve saper monitorare costantemente le sue scelte e saper riprogettare e fronteggiare. Il contesto universitario, il ruolo di studente, le relazioni che intreccia contribuiscono alla ostruzione narrativa dell’identità. Crisi e errori diventano opportunità di crescita e formazione, inevitabili per innescare processi di cambiamento. Anche all’istituzione universitaria viene richiesto un cambiamento per rispondere alle trasformazioni sociali e alle mutate esigenze formative degli studenti.

La terza parte del volume redatta da Mansolillo pone l’accento sull’emergenza sociale della disoccupazione giovanile e sugli strumenti efficaci per fronteggiarla. Tale disoccupazione, scrive Mansolillo, “diminuisce l’autostima nei giovani, alimenta sentimenti di marginalizzazione e di impotenza, vissuti che tendono a persistere nel tempo, come il senso di insoddisfazione per la propria vita” (p. 82). Il mutato assetto organizzativo delle pratiche lavorative e la caduta della linearità delle carriere ha prodotto una crisi delle pratiche orientative e una messa in discussione di metodi e consulenze. La società postmoderna richiede ai giovani occupabilità flessibile, piuttosto che la visione di logiche di stabilità e immobilismo, giungendo, dunque, alla definizione di ‘carriere proteiformi’. L’orientamento professionale diventa uno strumento privilegiato per facilitare la ricerca in soggetti più fragili, attraverso la mediazione fra due poli: quello finanziario delle imprese e quello identitario dei soggetti.

L’Università in questo contesto è chiamata a ridefinire il suo ruolo in termini di mediazione fra domanda e offerta e di generatore di opportunità. Tale ruolo, si legge tra le righe del contributo, rende l’Università protagonista della ripresa e dello sviluppo economico generale. Strumenti privilegiati di tale intermediazione sono i tirocini formativi, gli stages o l’apprendistato. Il placement in quest’ottica deve “rilevare i fabbisogni professionali del sistema produttivo con una rispondente programmazione dei percorsi formativi” (p. 94). In un’azione di orientamento è indispensabile la definizione di un obiettivo professionale, nonché l’individuazione di fasi, mezzi e strumenti per la sua realizzazione. Il soggetto può consapevolmente incidere solo su elementi di propria pertinenza, quali il livello di preparazione o il modo di condurre la ricerca del lavoro: tale ricerca, sulla base dei dati proposti in Italia è superiore alla media del tempo di attesa previsto per un’assunzione rispetto agli altri paesi europei, sottolineando come sia sfumata la barriera fra tempo della formazione e tempo del lavoro. Un placement efficace pertanto, si configura già nella scelta universitaria fino alle transizioni al mercato del lavoro. Strumenti innovativi per tali ricerche vengono individuati dall’autore nel networking una strategia dinamica per creare reti di contatti che facilitano l’inserimento lavorativo.

Infine, l’ultima parte de lavoro, che ha coinvolto tutti e tre gli autori, descrive un’esperienza concreta rivolta agli studenti universitari per facilitare l’incontro con le competenze esperte e l’esperienza di professionisti ‘in azione’. Nello specifico I ‘Dialoghi di pedagogia per l’impresa’ realizzati a lezione hanno costituito, secondo gli autori, un’occasione importante “per accompagnare e sostenere gli studenti in un processo emancipativo e trasformativo, finalizzato a sviluppare una flessibilità cognitiva e un ‘capitale di competenza’ da utilizzare per prevenire e fronteggiare il disagio e l’incertezza formativi, migliorando consapevolmente la capacità di percepirsi, rappresentarsi, modificare dinamicamente la propria identità in relazione ai ruoli assunti, alle esperienze realizzate e alle relazioni sviluppate nei diversi contesti di vita” (p. 121).