Anno VI - Numero 1 - Giugno 2016 Stampa Email
Barone, P., Ferrante, A., & Sartori, D. (2014). Formazione e post-umanesimo. Sentieri pedagogici nell’età della tecnica. Milano: Cortina
di Pasquale Renna   

 

La densa raccolta di saggi Formazione e post-umanesimo affronta in modo radicale un tema fondamentale del pensiero contemporaneo: quello della relazione antinomica Divenire/Essere, declinato in chiave pedagogica.

 

L’antinomia tra Divenire ed Essere affonda le sue radici nella più remota antichità della filosofia greca. Eraclito e Parmenide appaiono come antesignani archetipici di due concezioni oppositive della realtà: l’una fondata sulla evidenza dell’eterno Divenire, mutare e decadere delle forme di ogni realtà del mondo, e l’altra sul tentativo di assicurare, mediante il pensiero dell’Essere, fondamento e stabilità a tali forme. La costruzione dei grandi sistemi filosofici, da Aristotele a Hegel, ha obbedito all’esigenza di stabilità e fondamento. Parimenti, le grandi narrazioni religiose delle Fedi del Mediterraneo (Ebraismo, Cristianesimo, Islam), ciascuna in modo proprio ed originale, hanno dialogato con la filosofia greca, tra l'altro, con l’obiettivo di rispondere a tale esigenza. Si pensi, solo per fare un notissimo esempio, alla rilettura agostiniana del pensiero neoplatonico, volta non tanto ad assimilare alla fede-cultura dominante una riflessione filosofica ipoteticamente “antagonista”, quanto alla comune necessità, avvertita dalla Fede e dalla Ragione del tempo, di operare la reductio ad unum del molteplice, ovvero del Divenire.

Dominare il Divenire. Sembra che, al fondo di ogni ragione filosofica dell’Occidente, fondato sulla cultura greco-romana nella sua dialettica relazione di incontro/scontro con l’istanza religiosa delle Fedi del Mediterraneo, vi sia tale decisivo tentativo. Cosa spaventa tanto del Divenire? Cosa lo rende tanto minaccioso da impegnare enormi energie per costruire sistemi di pensiero raffinatissimi e conchiusi, e sistemi teologici altrettanto coerenti ed imponenti? La minaccia del divenire consiste, evidentemente, nell’essere quella potenza che, poggiando sulla evidenza della nascita e della morte di tutte le cose, sussurra alla ragione umana che non vi è nulla di stabile, nulla di definitivo, nulla di imperituro.

La riflessione pedagogica contemporanea instaura una relazione con il Divenire mirante, appunto, al governo della potenza dell’infinita mutevolezza della realtà. Governo che, solo, garantisce la possibilità di una sua stabilizzazione. Compito della pedagogia, pertanto, è studiare, generare e governare i processi di mutamento dell’umano nel suo rapporto con il mondo, ovvero dare orientamento al Divenire. Governarlo pedagogicamente significa proporsi l’obiettivo di predisporre processi di formazione che conducano il divenire dal caos al cosmos e viceversa, in un ricorsivo andare-e-tornare.

Il tentativo di dare orientamento al divenire e fissarlo perché assuma le caratteristiche dell’essere (stabilità, immortalità, onnipotenza) a partire da un orizzonte del tutto intramondano, è stato effettuato (a partire dal termine della Seconda Guerra Mondiale), mediante il diffondersi di un Apparato tecnologico sempre più sofisticato, generato dall’alleanza tra Tecnoscienza, Industria e Produzione energetica. Tale Apparato, forse per la prima volta nella storia dell’umanità, assume singolari caratteristiche. Infatti, sinora, nella storia dell’Occidente, i tentativi di governo del Divenire sono sempre stati effettuati a partire dal ricorso alla dimensione dell’essere e facendo ricorso ad una proiezione dell’intelletto umano in una dimensione eterna e ultraterrena, mentre ora, per la prima volta, il Divenire viene affidato ad una eternità mondana: l’Apparato tecnoscientifico stesso.

È possibile governare i processi generati da tale Apparato, soprattutto per quanto riguarda le sue più dirette conseguenze sulla vita dell'uomo? Detto con maggiore radicalità, “che ne è dunque dell’uomo nell’età della tecnica?” (p. 15) E, ancora, come interpretare in chiave pedagogica il governo dell’uomo sui processi tecnologici che riguardano la sua vita, che pone interrogativi radicali proprio perché affonda le radici nel più profondo dei fondi? Rispondere a tali domande, con un approccio umile ma al contempo rigoroso e scientificamente documentato, soprattutto rispetto all’immensa portata dell’Evento-Tecnica, è l’obiettivo della raccolta di saggi dal titolo Formazione e post-umanesimo. Sentieri pedagogici nell'età della tecnica.

Il saggio di Alessandro Peter Ferrante, dal titolo Dall’antropocentrismo al post-umanesimo. Traiettorie di ricerca pone il problema con chiarezza: “Si tratta in sintesi di interpretare i mutamenti e di tentarne un governo, sia pur parziale e in fieri” (p. 16). Interpretare e governare i mutamenti dovuti all’impatto della tecnica sui corpi umani impone un impegno pedagogico teso a chiarire, innanzitutto, il problema della mutazione dell’umano oggi in atto. Una mutazione che ha scardinato l’antropocentrismo che per secoli ha dominato la cultura occidentale a partire dal fatto dell’ibridazione del corpo con protesi meccaniche, di modo che “non sembra difatti più poter reggere la rigida e netta contrapposizione fra ciò che è naturale e ciò che è artificiale” (p. 17). “In sintesi, i mutamenti in atto nella società occidentale, e probabilmente non solo in essa, rinviano a un intreccio complesso e problematico di ambiti, temi e questioni che si pongono al crocevia tra la tecnica, il suo impatto sulla vita umana e non umana e l'immagine che l'uomo ha di sé” (p. 19).

L’autore sottolinea come, sino agli albori dell’età moderna, la mentalità predominante in Europa voleva la natura umana e la natura in generale come un ente dato in base a un ordine immutabile. Dio o la Natura fungevano da principi normativi a cui era affidato il compito di contenere, regolare e indirizzare l’azione e l’identità umana. La natura in questa visione non andava dominata, casomai contemplata, custodita, al limite addomesticata. Compito dell’uomo era di trovare il proprio posto nell'ordine dell’universo, sebbene tale posizione abbia finito per essere individuata come quella al vertice della gerarchia dei viventi” (p. 20). In base a tale ordine, la natura e l’identità dell’uomo sono visti come immutabili. Chè, anzi, dal momento che l’uomo rappresenta il vertice del mondo naturale, in un certo senso rappresenta la “coscienza della terra”, non era possibile non tenerlo della massima considerazione. L’antropocentrismo nato da tale concezione, di tipo teologico, è stato sostituito in età rinascimentale da un antropocentrismo immantente. Ma soltanto quando l’identità umana è stata vista come transeunte, e cioè a partire dalla prospettiva evoluzionista introdotta da Darwin, è stato possibile immaginare una natura umana altrettanto diveniente. In una prospettiva pedagogica, poi, nell’analisi dell’autore si rende necessario percorrere le possibili vie aperte dalla prospettiva evoluzionistica nella contemporaneità in rapporto al post-umano: quella delle nuove tecnologie, quella dell’ambiente e quella delle molteplici forme di disagio che richiedono inteventi formativi. “L'identità umana è pensata dai teorici del post-umanesimo come relazionale e in divenire, vale a dire come un prodotto dell'incessante rapporto di interscambio che l'essere umano intrattiene con le alterità non umane, rapporto che si dà in un campo di forze immanenti, storicamente determinate” (p. 30).

Esplorare i territori post-antropocentici è stato l’obiettivo del contributo di Matteo Andreozzi, dal titolo Dieci sfumature di non-antropocentrismo. Principi teorici e risvolti filosofici. L’autore, preso atto della prospettiva immanentista nel cui orizzonte si muove la modernità e la post-modernità, si pone una domanda di fondo. “Ammettere la necessità di superare l'antropocentrismo deve poi necessariamente equivalere a negarlo, o è sufficiente metterlo in scacco? È nel cercare risposte a queste domande che post-umanesimo e non-antropocentrismo dovrebbero oggi impegnarsi a collaborare, alla luce del loro comune impegno ad attualizzare una cornice di pensiero che, nel ridefinire il naturale e l’umano, venga dopo (post-) la negazione (non-) della centralità dell’umano (umanesimo) e dell’antrophos (antropocentrismo)” (pp. 54-55). L’autore poggia la sua riflessione sui punti in comune tra post-umanesimo e non-antropocentrismo, per andare al di là della prospettiva antropocentrica e trattare della questione uomo-ambiente. In tale quadro, l’autore si pone degli interrogativi di fondo: “l’essere umano è veramente misuratore di tutte le cose (epistemologia)? Siamo davvero la sola unità di misura delle cose (ontologia)? L’umanità è veramente l’unica realtà misurabile in una prospettiva morale (etica)?” (p. 44).

Il saggio di Telmo Pievani, dal titolo Post-umanesimo ed evoluzione. Alcune note critiche si focalizza sul concetto per cui l’umanità è apparsa sul pianeta Terra non come specie dominante, e perciò stesso abilitata al dominio, ma come specie che vive accanto e non in posizione preminente rispetto a tutte le altre specie viventi, una specie caratterizzata da una straordinaria capacità di adattamento. Da 100.000 anni a questa parte siamo una specie mobile, espansiva, capace di adattarsi a ecosistemi molto diversi (dalla regione sudafricana del Capo al Caucaso, dalla penisola iberica a Giava), a latitudini non soltanto equatoriali e tropicali” (p. 58). Proprio la capacità di adattamento testimonia come il farsi della specie umana non sia altro che frutto di un percorso evolutivo che, oggi, prosegue attraverso il vertiginoso sviluppo di quella strumentazione tecnica di cui l’uomo si è sempre servito per favorire l’adattamento all’ambiente, un adattamento che, con il complessificarsi delle tecniche, ha proceduto di pari passo con una sempre più incisiva trasformazione dell’ambiente stesso. La natura umana è piuttosto un processo in divenire, una conquista incompiuta, una promessa ancor prima che un risultato. Anche se il mito della ‘fine dell'evoluzione’ continua ad aver successo e conquista le prime pagine delle riviste non appena qualche esperto lo risuscita, ciò che si osserva in realtà è un proseguimento dell’evoluzione con i mezzi di sempre (forse affievoliti nel caso della selezione naturale, ma non scomparsi) e con nuovi mezzi (culturali e tecnologici). In tal senso, l’accelerazione è vertiginosa e assistiamo a un’esplosione di nuove ibridazioni tecnologico-culturali: ingegneria genetica; biotecnologie; innesti bio-ingegneristici (come chip neurali); tecnologie dell’informazione che trasformano modi di pensare, di agire e di entrare in relazione; estensione dell'aspettativa di vita” (pp. 58-59). Resta, ora, da capire se le tecnologie odierne, in grado di modificare in profondità non soltanto l’ambiente, ma anche la biologia dello stesso essere umano, saranno in grado di traghettarlo verso un nuovo stadio evolutivo. “Per esempio, è proprio vero che la nostra vetusta evoluzione biologica si sta esaurendo e verrà presto sostituita da una tumultuosa rivoluzione tecnologica permanente? L’inventore e innovatore americano Ray Kurzweil non ha dubbi al riguardo ed è convinto che fra 25 anni (ma intanto sono diventati solo 17) una ‘singolarità’ farà voltare pagina all’umanità, quando Homo sapiens saprà alfine ‘trascendere’ la propria biologia e riprodurre la propria intelligenza in un super-computer (Kurzweil, 2005). Rovesciando il vecchio incubo anti-evoluzionista di Samuel Butler sulla cospirazione delle macchine che decidono di fare a meno degli umani, il film prevede che le intelligenze non biologiche eguaglieranno e supereranno quelle umane, le quali tuttavia le ingloberanno sotto forma di nanorobot e di chip innestati nei cervelli, fino alla completa fusione progettuale di naturale ed artificiale. Una grande rete computazionale unirà cervelli, corpi e ambiente, al punto che problemi globali come inquinamento e povertà, nonché l’invecchiamento, saranno risolti per via informatica e potremo mescolare i nostri sensi e piaceri in mondi virtuali e promiscui” (pp. 63-64). In ogni caso, lo sviluppo tecnologico odierno non fa altro che fornire un’ulteriore dimostrazione dell’evoluzione della specie umana, una evoluzione che prosegue, oggi, in modo straordinariamente rapido.

Il saggio di Roberto Marchesini, dal titolo Ibridazioni e processi evolutivi si focalizza sul concetto per cui la tecnosfera, oggi, lungi dall’apparire come l’ennesima riproposizione dell’oggetto tecnico che prolunga e potenzia le funzioni degli arti e degli organi umani, sia una realtà che prende forma a partire dall’umano per andare oltre esso. “La tecnosfera pertanto non solo rende praticabile la funzione vicaria ma altresì consente di separare l’essere umano dalla performazione, sostenendo un’entità indeclinata la cui fetalizzazione è mantenuta grazie all’esternalizzazione di tipo prometeico: la prestazione nelle sue specificazioni performative è affidata interamente allo strumento, liberando l’uomo da qualunque forma di declinazione funzionale, quale può essere un artiglio per predare o uno zoccolo per fuggire” (p. 71). In seguito, l’autore si concentra sulla capacità di apprendimento delle specie, come gli umani e gli psittacidi, in riferimento al tipo di evoluzione realizzato, nel corso del tempo, sì in risposta alle esigenze di adattamento all’ambiente, ma soprattutto in quanto sistema complesso di realizzazione di sistemi in grado di apprendere. “Se l’adattamento evolutivo può essere considerato lo specifico rispecchiamento delle condizioni di crescita dell'entità di sviluppo e non il semplice riempimento di un contenitore vuoto, è evidente che quanto più è complessa l’organizzazione evolutiva di retaggio filogenetico tanto più ampio sarà l’orizzonte di rispecchiamento: in effetti sono le specie più complesse sotto il profilo etografico, come i primati e gli psittacidi, quelle che hanno maggiori capacità di apprendimento, non il contrario. Solo questo dovrebbe farci desistere dall'idea della proporzionalità inversa e complementativa tra innato e appreso” (pp. 72-73).

L’autore, in seguito, propone una acuta riflessione sul ruolo evolutivo della “emergenza tecnologica”: “Indubbiamente l'emergenza tecnologica non ha solo un'azione potenziativa rispetto ai predicati filogenetici dell'essere umano, ma svolge altresì un'azione emergenziale di nuovi predicati. L'ibridatore teriomorfo o tecnologico nel processo teriopoietico inaugura dei predicati oltreumani basati sull'ibridazione con altre specie: la musica, la danza, la cosmesi, la moda sono tanti esempi di quel farsi animale, ovvero assumere predicati eterospecifici, che trasformano la dimensione ontogenetica in uno spazio transpecifico” (pp. 83-84).

Il saggio di Giuseppe O. Longo, dal titolo Corpo e tecnologia. Verso il post-umano? mette in rilievo gli aspetti del post-umano più strettamente legati alla possibilità del superamento della fragilità legata alla condizione umana, per conseguire un potenziamento dell’umano mediante l’ibridazione con le macchine e mediante la possibilità di integrare le forme di vita basate sul Carbonio, quelle organiche, con inedite forme di vita meccaniche che vengono generate dalla mente dell’uomo. “In entrambi i loro aspetti, terapeutico e migliorativo, le tecnologie che stanno alla base delle versioni presenti e prossime del post-umano, alludono al desiderio di longevità e di sanità fisica e mentale. Una delle spinte più potenti verso il post-umano è quella di promettere e permettere una vita lunga e piacevole, priva di infermità e di deterioramento psico-fisico (spinta inestricabilmente connessa a quella dei profitti derivanti dall’industria del post-umano). Questo desiderio e questa promessa sfociano facilmente in un miraggio insostenibile, quello dell'immortalità: vorremmo che la pienezza della vita durasse per sempre, conservandoci giovani, belli, vigorosi. Ma apparteniamo al regno della biologia, dove l’immortalità non ha cittadinanza: essa resta un miraggio, che vive soltanto nei miti e nei sogni. O negli incubi. Tuttavia, molti ricercatori del post-umano parlano di immortalità e teorizzano una durata illimitata della vita ottenuta con gli espedienti più vari: ibridazione con le macchine, costruzione di corpi artificiali e rinnovabili, riversamento della mente in supporti inalterabili ecc.” (p. 92).

L’autore, in seguito, si sofferma sulle implicazioni più propriamente filosofiche e religiose del post-umano, incentrate sulla possibilità offerte dagli innesti uomo-macchina in merito al superamento delle condizioni di precarietà e transitorietà legate alla condizione naturale, e sulla speranza, legata a tali possibilità, di conseguire la felicità non più, come avveniva anticamente, assecondando la natura, ma superandola in virtù delle possibilità evolutive offerte dalle macchine. “È forse intorno al concetto sfuggente di felicità che si misura la portata rivoluzionaria del post-umano tecnologico più spinto. Un tempo la felicità si perseguiva cercando di condurre una vita buona e virtuosa entro le limitazioni dell'umano, accettandone la fragilità e la finitezza, in primo luogo la finitezza della vita terrena, salvo poi rinviare la speranza dell'immortalità alla vita ultraterrena. Nella prospettiva post-umana, la felicità si perseguirebbe tramite la realizzazione completa e definitiva di ciascun individuo, che s’identifica nel superamento di tutte le limitazioni, la sconfitta di tutte le patologie e, alla fine, l’affrancamento dalla morte stessa. Questo percorso di miglioramento condurrebbe l’uomo alla vita e alla felicità perfette, prolungando così l’opera della natura o, in chiave religiosa, collaborando fattivamente al compimento della creazione: la Creatura aiuterebbe il Creatore” (p. 98).

La seconda parte della presente raccolta di saggi è focalizzata sugli aspetti propriamente formativi del post-umanesimo.

Il saggio di Franca Pinto Minerva, dal titolo Umano e post-umano. Una nuova frontiera della pedagogia si concentra sulla pedagogia in quanto scienza del divenire formativo e trasformativo. Ciò a partire da un’acuta analisi pedagogica dell’Oltreuomo nietzschiano: “L’Oltreuomo di Nietzsche [è] l’uomo che si protende oltre ogni realizzazione, animato da una inestinguibile pulsione esistenziale. Un soggetto che rivolge, infatti, tale pulsione anche verso se stesso allorché decide di ‘tramontare’, progettando la propria transizione verso il non-ancora-realizzato. La forza dell’Oltreuomo nietzschiano è, infatti, la disponibilità all’autosuperamento. L’Oltreuomo è capace di esperirsi come precario, transitorio, diveniente, è capace di tramontare nel senso che è disponibile a oltrepassarsi” (p. 116).

La transizione verso il non-ancora-realizzato è ciò che accomuna, in base all’analisi dell’Autrice, l’Oltreuomo e il post-umano. Quest’ultimo, infatti, si configura come un radicale superamento dell’umano come inteso dalla cultura occidentale nei lunghi secoli dominati dall’antropocentrismo, superamento che viene messo in campo in forza delle ibridazioni con artefatti e macchine. “L’Oltreuomo trasvaluta e rovescia tutti i valori consolidati del suo tempo proprio come sembra avvenire oggi nel post-umano, che si trova a fronteggiare le sfide dell’artificialità, della virtualità, del prodotto, dell’artefatto tecnologico” (p. 117).

Il post-umano, dunque, superando il monolitico potere dell’antropocentrismo, si configura come una realtà circolare, in grado di realizzare contaminazioni con il mondo che rappresentano la cifra evolutiva dell’uomo stesso. In quanto ente “tecnico”, infatti, l’uomo è sempre stato portato a superare i limiti della propria condizione naturale. Il post-umano, però, apre inedite possibilità di realizzazione di un umano-altro, in grado di inglobare in sé quelle macchine che, retroagendo su di lui, lo rendono in grado di vivere-altrimenti la propria condizione mondana. “Sembra, dunque, esserci una simbolica continuità tra l’Oltreuomo nietzschiano e il post-umanesimo nella condivisione dell’idea del permanente mutamento, della ricerca senza quiete, della mancanza di ancoraggio a un centro. In questi caratteri vediamo condensarsi il superamento dell’antropocentrismo, cioè di quella fissazione che ci porta a vedere Homo sapiens al vertice della filogenesi, suggerendoci, al contrario, l'idea di un’umanità disponibile a un processo di continuo meticciamento con il mondo” (p. 117).

È appena il caso di osservare, inoltre, che l’Autrice mostra di avere un atteggiamento critico nei confronti delle ibridazioni uomo-macchina, dal momento che esse possono proporsi come agenti del Mercato e del Mediatico governato dai “padroni del vapore” del mondo contemporaneo: “L’obiettivo è difendere l’essere umano come organismo cosciente di sé, nella sua potenza di metamorfosi, capace di immaginazione e di affettività. È sfuggire a un deterministico potere regolativo di tecnologie sempre più invasive e pervasive, nei confronti della vita e delle specie, oltreché nella strutturazione dei congegni del sapere. È sviluppare nuovi approcci conoscitivi per comprendere le metamorfosi in corso, per approfondire le trasmutazioni delle forme dei saperi e le inedite ricadute sulle modalità dei processi di sviluppo-apprendimento-formazione” (p. 123).

La pedagogia, in tal senso, si propone come scienza critica in grado di disvelare, mediante un congegno euristico decostruttivo e ricostruttivo, le trappole derivanti da una percezione meramente ottimistica del post-umano. Le transizioni dell’umano, le sue metamorfosi e la sua evoluzione nel segno della cibernetica necessitano di essere governate. Su tale capacità di governo si gioca una importante sfida pedagogica: “La sfida pedagogica si gioca sulla capacità di intercettare e vivere il mutamento, di pensarsi nel mutamento, sulla capacità di acquisire una ‘competenza evolutiva’ in grado di gestire transiti e trasmigrazioni. Tutto ciò rinvia a un nuovo progetto educativo volto a riconnettere le frantumazioni disciplinari, a muoversi cautamente tra le antinomie, a curare e liberare l’immaginazione, a sostenere la fiducia nella conoscenza, nel possibile, per quanto imprevedibile” (p. 123).

Il governo del post-umano non può prescindere, nella direzione di una progettualità pedagogica, da una educazione a essere-nel-divenire. Il divenire, in tal senso, rappresenta l’essenza stessa della pedagogia in quanto scienza delle trasformazioni dell’umano. “Per sottrarsi ai limiti di una razionalità monologica e per guadagnare le sponde di un divenire rizomatico, l’obiettivo è educare a essere-nel-divenire, attraverso: un pensiero capace di praticare la cura, capace di disvelare le forme di potere e di sapere dogmatiche, che aspirano alla totalizzazione delle capacità analitiche, argomentative, interpretative e critiche dei singoli soggetti; un pensiero progettante, ossia capace di custodire ed esprimere sogni e aspirazioni nonché di proiettarsi nell’azione creativa sul mondo; un pensiero immaginativo, preziosa possibilità per esplorare mondi sconosciuti, per praticare un vedere-altro, per riaffermare il valore emozionale delle relazioni e della vita; un pensiero avventuroso che affronta con curiosità le straordinarie trasformazioni in atto azzardando soluzioni originali e impensate; un pensiero che osserva il mutamento dei corpi e si pensa esso stesso nel mutamento e in mutamento, ossia un pensiero in grado di pensare-se-stesso-mentre-si-trasforma in un mondo che cambia per effetto del pensiero, un mondo che ricorsivamente trasforma a sua volta il pensiero” (p. 125).

Il saggio di Pierangelo Barone, dal titolo Embodiment, formazione e post-umanesimo, prende le mosse da una domanda radicale: “le tecnologie sono da intendere solo come ausili strumentali a disposizione dell’uomo o si configurano come parte incorporata in un sistema che apprende?” (p. 134). L’analisi di Barone si propone un superamento della tradizionale posizione in base alla quale il post-umano rappresenterebbe un mero potenziamento dell’umano a partire dall’utilizzo di protesi artificiali sempre più efficaci e resistenti. In un’ottica pedagogica, il post-umano si configura come ambiente di apprendimento in grado di predisporre i salti evolutivi dell’umano, come dimostrato dai più recenti studi di robotica: “Sull’interdipendenza sistemica di corpo-ambiente-tecnologia si trova più di un esempio di applicazione di modelli ‘enattivi’ nell’ambito delle ricerche sulle tecnologie della comunicazione dell’informazione e della percezione, con particolare riferimento al campo della robotica percettiva. L’aspetto più originale e più interessante di questi studi riguarda il modello interpretativo della domanda di ricerca: ciò che infatti viene messo a tema nei progetti legati ai laboratori di robotica percettiva, è un cambiamento paradigmatico che modifica la logica di funzionamento delle tecnologie robotiche, sempre più orientate verso l’esplorazione delle specifiche qualità sensoriali del corpo” (p. 146).

Il saggio di Rosa Gallelli, dal titolo Insegnare e apprendere nell'era della “mixed reality”, approfondisce, con uno sguardo euristico-didattico, il senso di una tecnica divenuta ambiente di formazione dell’umano. “Le riflessioni che, nel corso del Novecento, hanno problematizzato il senso del rapporto uomo-tecnica (così come si prospetta a partire dal tramonto delle grandi narrazioni occidentali) mostrano come la tecnologia abbia finito col cambiare il proprio statuto: nata come ausilio e potenziamento delle facoltà naturali dell’uomo, ha assunto essa stessa un tale livello di potenza da far pensare, talvolta, che la specie che primariamente se ne serve, quella umana, sia 0divenuta ‘antiquata’ (Anders, 1956). Accade, così, che la tecnica, da strumento per la realizzazione dei fini additati dai sistemi di pensiero della tradizione occidentale (religiosi, ideologici, politici), è divenuta fine a se stessa. Proprio in quanto fine, il quale orienta ma anche origina ogni obiettivo intermedio, essa surclassa ogni altro principio orientativo, e diventa ambiente di vita” (p. 170).

L’Autrice espone il caso dei “mobile-born”, ovvero dei soggetti che potremmo definire con una traduzione imperfetta “nativi dei dispositivi tecnologici mobili”, con particolare riferimento alla tecnologia degli schermi utilizzati a mò di occhiali, che incorporano numerose tecnologie e consentono a chi li utilizza di “avere sott’occhio” una considerevole varietà di dati che modificano irrimediabilmente e, soprattutto, istantaneamente, la comune percezione della realtà. “Non solo gli schermi si moltiplicano, si fanno portatili muovendosi con noi, non solo si interconnettono l’uno con l’altro, si mettono in rete offrendosi alla creatività condivisa di gruppi collaborativi ancorché indefiniti, ma anche essi sono destinati a farsi sempre più ‘trasparenti’ alla coscienza di chi li utilizza. Schermi che si indossano, come gli occhiali di cui alcune importanti aziende stanno proponendo i primi prototipi; e schermi che, forse, di qui a poco potranno essere impiantati sottopelle, come nei film di fantascienza” (p. 154).

All’Autrice non sfuggono né le notevoli potenzialità pedagogiche di tali dispositivi né le insidie ad essi sottese, nel senso, appunto, della mercificazione di un ibrido uomo-macchina a disposizione delle esigenze di un capitalismo più sofisticato e seducente, ma non meno manipolatore che in passato. Mediante un interessante gioco di sguardi, l’Autrice oppone allo sguardo spesso acritico delle giovani generazioni alle prese con prodotti tecnologici sempre più sofisticati, in grado di modificarne radicalmente la natura umana senza che l’essere umano se ne accorga, uno sguardo pedagogico in grado di farsi interprete delle mutazioni in atto, in modo da viverle non passivamente, ma da protagonisti consapevoli e maturi. Per far ciò non si può prescindere da una mirata progettualità didattica che si ponga come obiettivo prioritario l’educazione dello sguardo. “Uno sguardo, cioè, che rivendichi per la teoria e per la prassi educative il compito – difficile perché controcorrente – di coniugare insieme l’ottimizzazione delle risorse tecnologiche messe a disposizione dall’evoluzione tecno-scientifica e l’interpretazione sempre critica e problematica di tale ottimizzazione. Al fine di tenere la barra dritta verso l’unico obiettivo davvero cruciale ossia quello di offrire alle giovani generazioni gli strumenti linguistici e concettuali per la costruzione autonoma e critica di pensiero e personalità libere e creative” (p. 171).

Il saggio di Daniele Sartori, dal titolo Post-umanesimo e pedagogia italiana. La proposta teorica di Riccardo Massa ripropone con forza l’importanza del celebre pedagogista nell’elaborazione di riflessione pedagogica di carattere materialista, che ha rappresentato un imprescindibile retroterra culturale per gli studi sul post-umano.

Il saggio di Alessandro Peter Ferrante, I cloni hanno un'anima? Appunti pedagogici su “Never let me go” di Kazuo Ishiguro, prende le mosse dalla produzione del celebre intellettuale giappoonese naturalizzato britannico per mostrare come “l’universo delle rappresentazioni prodotte dal sistema mediatico e dall’industria culturale si deposita nell’immaginario della società, il quale funge da bacino simbolico a cui i soggetti attingono per orientarsi e agire nel quotidiano, configurando in tal modo l’orizzonte di senso entro cui si inscrivono le esperienze individuali e collettive” (p. 189).

Infine, il saggio di Franco Cambi, dal titolo Post-umano e pedagogia. Un rapporto critico-dialettico. Qualche annotazione si sofferma su come il post-human stia mutando le caratteristiche dell’anthropos, soggetto-oggetto della pedagogia. L’autore sottolinea come sia necessario, oggi, tutelare le caratteristiche che la pedagogia riconosce all’anthropos nell’ottica della promozione di un ‘uomo umano’.