Anno VI - Numero 1 - Giugno 2016 Stampa Email
Antoniazzi, A. (2014). La scuola tra le righe. Pisa: ETS
di Maria Lucenti   

 

Nel volume La scuola tra le righe l’autrice si accinge a ripercorrere la storia dell’istituzione educativa per eccellenza estrapolando l’immaginario su di essa che per decenni una molteplicità di autori hanno lasciato in eredità grazie alle loro opere narrative. È nelle opere letterarie che la scuola viene spogliata del proprio apparato burocratico e formale per rivelarsi nella propria essenzialità, con tutte le contraddizioni, le eccezioni, le eccellenze e le antinomie. La scuola diviene così un contesto privilegiato tramite il quale decifrare e interpretare il più ampio contesto sociale, politico, etico di un determinato periodo storico. Ciò è quanto mai reso possibile grazie e attraverso le storie, in quanto spazio privilegiato di espressione. “È nelle storie, infatti, che la scuola palesa il proprio lato nascosto, trasformandosi in un ‘altrove’, talvolta inquietante e oscuro, che è necessario decifrare e interpretare” (p. 11). Nelle parole di maestre, docenti, insegnanti la scuola prende corpo e si comprende, in tal modo, la portata di cambiamenti legislativi e riforme educative. Leggere la scuola attraverso il punto di vista dei suoi attori, dunque, ci permette di comprendere da vicino un luogo così familiare, in cui si è trascorsa una parte consistente ed importante della propria crescita personale, ma che, paradossalmente, viene letta con gli occhi del tecnicismo, del formalismo, elementi che troppo spesso riducono la scuola alla stregua di mera istituzione, prima ancora che concepirla come un prolungamento stesso del primo e fondamentale contesto di socializzazione: la famiglia. “La scuola, infatti, è uno snodo cruciale nell’esperienza e nella formazione dell’individuo; è a scuola...che l’individuo comincia il proprio percorso di socializzazione e formazione al di fuori del contesto famigliare” (p. 9). Essa diviene la finestra tramite la quale osservare una più generale visione del mondo, utopica o distopica che sia. La diversità dei punti di vista emergenti nelle opere ci accompagna lungo un viaggio di esplorazione dove il sentiero è tracciato dalla narrazione, alla ricerca non già di paradigmi univoci bensì di un arricchimento conoscitivo scaturito da uno sguardo plurale, dove ogni narrazione rappresenta un affluente che contribuisce ad alimentare il fiume della conoscenza. Grazie alle narrazioni emergono i cambiamenti che a livello storico hanno interessato l’istituzione scolastica, specchio di un contesto sociale in cambiamento. La formazione delle maestre, ad esempio, viene analizzata a partire dallo sguardo di queste ultime nel momento in cui entrano a far parte del corpus docenti e sono chiamate a confrontarsi con metodi didattici ben lungi dalle proprie aspettative e da quelle degli allievi. Sono punti di vista di genere, nei quali è la condizione femminile tout court ad essere analizzata nelle vesti dell’ambito professionale che, dagli albori dell’emancipazione femminile in senso propriamente moderno, è stato concesso alle donne: l’insegnamento. Molte sono le critiche se non le vere e proprie denunce rispetto a una scuola restia ad adattarsi ai cambiamenti socio-culturali in corso. Rappresentano un esempio in tal senso le parole di Maria Giacobbe in Diario di una maestrina, dalle quali “traspare chiaramente un tono di denuncia riguardo all’arretratezza dei metodi, dei modelli, delle prassi educative” (p. 32). Nondimeno Cuore di De Amicis “diviene un espediente efficacissimo per raccontare e, al tempo stesso denunciare, il perpetuarsi della stagnazione e dell’immobilismo nella scuola italiana del tempo” (p. 49). Tale immobilismo sarà accompagnato, durante il ventennio fascista, dall’adesione ai valori del regime e dall’incapacità di educare al pensiero critico ed autonomo. Una scuola immobile che tende a riprodurre anziché creare. Ma accanto a costoro, maestri e maestre, che si assoggettano al senso del dovere e vivono l’insegnamento come un mestiere, vi sono coloro che, mossi da una profonda vocazione, tramutano in arte il mestiere, con conseguenze travolgenti. È il caso, tra i tanti, di Gisella Donati. Accanto a tali figure emblematiche che si sono caratterizzate per il loro operare in controtendenza riuscendo a tramutare l’insegnamento in una vera e propria missione pedagogica, ve ne sono altre che vengono ricordate per l’isolamento e la stigmatizzazione che li ha interessati, a causa di preconcetti imperanti in una società che se ha tentato di integrare le donne nel mercato del lavoro, allo stesso modo ha ugualmente tentato di restringerne il campo d’azione e di espressione tramite un rigido e moralista codice comportamentale. È il triste caso, ad esempio, di Italia Donati, maestra morta suicida a soli 23 anni, la quale ha la sola ed unica colpa di essere bella ed intraprendente, caratteristica che basta a suscitare invidie e gelosie negli abitanti di un piccolo borgo, Lamporecchio, cosi che “nonostante il suo comportamento sia irreprensibile, Italia viene accusata delle peggiori ignominie, perfino di aver abortito clandestinamente” (p. 72). A completare il triste quadro sta il fatto che la giovane è stata rimossa dalla memoria collettiva e non vi è nemmeno una lapide che la ricordi. Indice e spia della morale misogina ampiamente interiorizzata, dagli uomini cosi come dalle donne, le difficoltà e i pregiudizi hanno colpito le donne in primis, a causa di una concezione patriarcale dell’ordine sociale, in base alla quale alla donna era richiesto di “vivere da morta, patire da muta, obbedire da cieca, amare da vergine” (p. 69). Ciononostante anche i maestri hanno incontrato resistenze e difficoltà, derivanti da un profondo iato tra la visione istituzionale della scuola e le vicissitudini reali di chi la vive, durante le quali emergono tutti i problemi sociali, economici, culturali nella loro crudezza, problemi davanti ai quali gli enti governativi tendono a prendere le distanze. Con il cambiare della società non cambiano le problematiche attinenti la scuola. “Cambiano le situazioni, cambiano le circostanze, ma la scuola continua ad essere emarginata, ad essere considerata dalla politica più un male necessario che una vera risorsa” (p. 87). L’autrice, attraverso lo sguardo attento e critico di autori e scrittori, ci porta ad interrogarci sul senso primo della scuola, sui paradossi e fraintendimenti che ancora oggi fanno di quest’ultima un luogo avulso dalla vita reale, dove gli insegnanti in primis, a causa di una visione distorta dell’insegnamento da parte delle politiche educative e della società, hanno smarrito il vero e autentico significato di educare ed insegnare. È cosi che ripercorrendo opere narrative lungo un arco temporale che va dalla nascita della nostra nazione fino alla contemporaneità, l’autrice ci fa vivere questo viaggio profondamente critico e riflessivo su cosa sia stata e cosa sia la scuola, letta da più angolazioni e punti di vista, di maestre, maestri, insegnanti, studenti, allo scopo di rendere complessi e ribaltare i paradigmi interpretativi univoci.