Anno VI - Numero 1 - Giugno 2016 Stampa Email
Brown, J. (2010). Writers on the Spectrum. How autism and Asperger Syndrome have influenced Literary Writing. London: Jessica Kingsley Publishers
di Francesca Farinelli   

 

“Autism is a unique developmental disorder that is characterized by impairments in social skills, communication, thinking patterns, and sensory issues” (p. 13). Così inizia il saggio Writers on the Spectrum di Julie Brown – docente di scrittura e letteratura negli Usa – che intende soffermarsi sul legame speciale esistente tra scrittura creativa ed autismo analizzando gli esempi biografici e letterari di scrittori per l’infanzia e per adulti vissuti nel 1800 e nel 1900, come Hans Christian Andersen, David Thoreau, Herman Melville, Emily Dickinson, Lewis Carroll, fino ad arrivare a Sherwood Anderson e ad Opal Whiteley. Questi autori presumibilmente affetti da una qualche forma di autismo, opportunamente selezionati dalla Brown – ma si potrebbe benissimo parlare di altri individui famosi come Albert Einstein o Bill Gates – erano in possesso di peculiari caratteristiche tra cui l’ipersensibilità, un’accentuata attenzione ai dettagli, una geniale capacità intellettiva: le persone con questa sindrome infatti non sono solo ‘manchevoli’ di qualcosa, ma godono – per citare Julie Brown – di una vera e propria “autistic culture” (p. 7). Nel caso degli autori sopra citati, pur tra loro diversi, si riscontra per esempio un modo di scrivere che è per tutti disordinato, sregolato, fatto di bozze, avanzamenti e regressioni. Nei loro testi non vi è alcuna forma di ordine comunemente inteso. Danno il via al proprio discorso mentale partendo dalla fine, cercando con fatica di mettere insieme i frammenti dei vari pensieri dai quali si sentono travolti. Ciò nonostante, o forse proprio grazie a questi elementi, sono diventati importanti riferimenti letterari che impongono allo studioso una grande sfida ermeneutica, la ricerca di sempre nuove interpretazioni.

 

Gli autori che la Brown decide di prendere in considerazione sono persone dotate di una speciale sensibilità, bambini mai entrati veramente nel mondo degli adulti, imprevedibili, che proprio per questo hanno la capacità di esercitare nel lettore o nel ricercatore un forte magnetismo. Carroll, Andersen, la Dickinson sono accomunati dall’indomabile pulsione di scrivere di sé, istinto che emerge chiaramente nelle pagine dei loro romanzi, quasi tutti dal carattere spiccatamente autoreferenziale: “their poetry, non-fiction, and fiction writing all carry numerous and frequent references to the self” (p. 19). Di conseguenza, per comprendere profondamente il significato latente dei testi è imprescindibile la conoscenza delle biografie degli autori in questione. Andando ad investigare le loro vite, ci si accorge di come tutte queste geniali personalità conducano la loro esistenza relegate ai margini, raggomitolate nello struggimento dato dall’incapacità di fare proprie le regole sociali. Rompono le regole condivise, creandosene, però, di personalmente accettabili, rispettabili, ma soprattutto rassicuranti e contenitive. Persino le strategie narrative si differenziano da quelle di scrittori meno solitari: essi riempiono per esempio le proprie storie di coloratissimi dettagli che allontanano il lettore dalla possibilità di seguire in modo lineare il dipanarsi della trama. Inoltre, le ripetizioni, le routine lessicali, i simbolismi e le metafore sono strumenti che essi, come molti artisti autistici, adottano per fronteggiare l’incertezza della vita, la quale viene poi traslata su un foglio bianco.

Il richiamo all’infanzia – reale e letteraria – è potente, e sono altrettanto forti le similitudini tra infanzia e le diverse forme di autismo: l’infanzia è etimologicamente “senza voce”, per natura inabile ad esprimersi secondo i canoni prediletti dalla società adulta, silenziosa come l’autismo. Se l’infanzia – quella autentica, ribelle, eremita e fuggitiva – è scomoda, l’infanzia autistica non può che esserlo ancora di più. Sregolatezze comportamentali e linguistiche, alienazione, solitudine – seguendo la scia delle tesi sostenute da Julie Brown – sono tutte caratteristiche che possiamo rintracciare nella vita, e di conseguenza nelle opere, degli autori sopra citati. La sofferenza che avverte l’infanzia, nello specifico l’infanzia on the Spectrum, scaturisce dal suo “being other” (p. 51), dal suo essere diversa, altra, dalla quale sensazione emerge “the search for others like me” (pp. 224-227), la ricerca di comprensione che solo un simile può dare. E, come sottolinea l’autrice, è proprio da questa ricerca di sé e di significato da attribuire all’esistenza che la motivazione per la scrittura trova terreno, che la scrittura si prende ancor più l’impegno di creare un mondo migliore per questi outsider. Non importa che siano i bambini i protagonisti dei loro romanzi, delle loro epistole o delle loro memorie – come nel caso della letteratura per l’infanzia – oppure che lo siano gli adulti: ciò che conta è che questi autori inconsueti, attraverso il metodo della narrazione scritta, riescano finalmente a dare al Sé, così frammentato ed agitato, una coesione ed un’integrità capaci di mettere a tacere vecchi sensi di colpa riversati su un’identità faticosamente accettata.

 

Entrando nello specifico nella vita degli autori, la Brown inizia ad esplicitare le sue tesi riguardo a “how autism and Asperger Syndrome have influenced literary writng” partendo dall’analisi dello scrittore per l’infanzia danese Hans Christian Andersen (1805-1875). Nelle sue fiabe è possibile scorgere la sua vita, non solo di persona affetta da sindrome di Asperger, bensì di bambino privato di un’infanzia capace di vedere accolti tutti i suoi bisogni di riconoscimento e contenimento. Andersen nasce da una coppia povera che viveva in un piccolo cottage, ed è costretto a lavorare precocemente per contribuire alle finanze domestiche, quando muore il padre. Pochi anni dopo anche la madre, affetta da alcolismo, muore, motivo per il quale all’età di 14 anni si trasferisce nella città di Copenhagen. Le sue passioni sono da sempre quella della danza, dello spettacolo, ma il suo essere fisicamente sgraziato e le rozze e maldestre abilità sociali lo scoraggiano dal perseguirle. Per quanto fosse dislessico (o proprio grazie a ciò), inizia a scrivere in maniera creativa sin dalla scuola sperimentando vari generi, inclusa la poesia, la narrativa ed il teatro. Da adulto solitario ed incompreso si accinge a scrivere diari ogni giorno, e diventa un maniaco scrittore di lettere. Ogni anno scrive un’autobiografia ed ogni anno è una lotta disperata per trovare un senso alla propria vita che sembra non essere mai lo stesso. Non appena, però, le fiabe diventano l’argomento principale di scrittura il suo talento ottiene da subito un riconoscimento sociale, e la fama lo introduce nel mondo dell’aristocrazia e della regalità. Eppure, Andersen possiede tutte le caratteristiche tipiche del soggetto autistico: interessi ristretti, problemi di comunicazione non-verbale, tendenza a riscrivere svariate volte uno stesso pezzo, ma anche iperlessia, tenacia ed elevata intelligenza, tutte qualità riscontrabili nella sua scrittura autobiografica. Come per gli altri scrittori, ciò che manca alle persone con Sindrome di Asperger è la capacità di possedere una visione d’insieme, motivo per il quale durante il processo dello scrivere ad Hans Christian, come agli autori presi in considerazione, risulta più gestibile partire da materiale famigliare per poi approdare in territori sconosciuti.

Lo scrittore per bambini di origini danesi dà un carattere etnografico alle sue fiabe, basandosi sui racconti popolari uditi durante l’infanzia. Il registro popolare gli si addice. Secondo la Brown, il legame tra autismo e struttura narrativa si basa su alcune caratteristiche come “randomness, repetion/ritual, obsession with a special interest” (pp. 41-46), peculiarità rintracciabili nel folklore così come ne Il brutto anatroccolo, La regina delle nevi, La sirenetta e nelle altre fiabe di Andersen, per le quali i bambini provano, non a caso, una forte attrazione. L’infanzia – “ontologicamente autistica” – avverte una forte affinità nei confronti di questi personaggi delle fiabe nei quali è possibile scovare traccia del piccolo Hans – in quanto anch’essi avvertono un senso di alienazione, di isolamento e di diversità nei confronti di una società normalizzatrice e prevenuta.

Lewis Carroll (1832-1898) è un altro esempio preso in prestito dalla letteratura per l’infanzia dell’Ottocento scelto dalla Brown per sottolineare come la Sindrome di Asperger influenzi positivamente, meravigliosamente potremmo dire, la produzione letteraria. Carroll – all’anagrafe Charles Lutwidge Dogson – sviluppa irraggiungibili abilità logiche e matematiche. Tale predisposizione all’astrazione sfocia nel non-sense linguistico e nella scrittura di un’intramontabile classico della letteratura giovanile dai potenti richiami autobiografici, Alice nel paese delle meraviglie (1865). Enigmi, allusioni, parodie, collage sono tutte caratteristiche dei writers on the spectrum, e più che mai di Lewis Carroll. Questa “disjointed, random narrative structure” (p. 122) rispecchia la struttura interna dell’autore – così sconnessa, frammentata, illogica, geniale – e le stesse qualità vengono trasferite su Alice. Nei procedimenti mentali dell’ipnotico scrittore non vi è alcuna causa-effetto, ma solo pura casualità ed intuitiva improvvisazione, evidente divario tra infanzia ed età adulta, tra autismo ed una realtà preordinata e “positivista”. E mentre nel corso del romanzo vittoriano Alice cerca e ricerca la propria collocazione identitaria – diventando grande poi piccola, passando attraverso l’incontro con la Duchessa, il Gatto del Cheshire, il Bianconiglio, ponendo a se stessa e agli altri continue domande – l’autore fa lo stesso durante la propria esistenza, scrivendo lettere, romanzi, bozze di sé che non finiscono di sorprendere per quanto sono, fra loro, incoerenti e diverse.

Discostandoci dalla letteratura per l’infanzia, nella parte sul filosofo e scrittore americano Henry David Thoureau (1817-1862) la Brown rafforza ancora le sue riflessioni sul legame tra Sindrome di Asperger ed abilissime e straordinarie capacità letterarie. Walden (1854) – un catalogo di differenti tipi di dettagli che vanno dall’economia agli animali invernali fino ai suoni – è definito il caposaldo di Thoreau, all’interno del quale possiamo trovare traccia della sua personalità, ma anche del pragmatismo e dell’autorealizzazione che connota il suo paese. Anche lui, come gli altri Writers on the Spectrum, si rivela essere una persona piuttosto strana: la maggior parte delle volte si isola, le conversazioni restano su un piano superficiale, per quanto, invece, l’intelligenza sia così eccellente da fargli ricordare tutta la storia naturale del Massachusetts. Il suo emisfero destro sembra essere potenziato, perché rivela un’area visuo-spaziale fortissima, mostra di pensare per figure e immagini, ed evidenzia un procedimento cognitivo di tipo deduttivo. E, anche per lui, “writing process as a Self-help” (pp. 76-78), in quanto l’atto dello scrivere diventa strumento per fronteggiare un elevato livello di ansia davanti all’imprevedibile che la vita offre.

Continuando sul filone degli autori americani, in Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street (1853) – racconto di un altro genio, scrittore, poeta e critico: Herman Melville (1818-1891) – la Brown ci fa notare quelli che secondo lei sono indizi dell’essere autistico dell’autore ma, soprattutto, la sua lucida e dolorosa consapevolezza di non essere come gli altri. Nella storia – critica marxista al capitalismo vigente – persino il setting narrativo è “autistico”: all’interno di uno studio legale un muro separa il protagonista dai colleghi. L’ufficio è simbolo di una “prigione”, quella dell’incomunicabilità, dell’isolamento ma anche della protezione che separa questi soggetti con difficoltà relazionali e sociali da tutto ciò che li circonda. Bartleby è Herman, incapace di sostenere lo sguardo altrui sul posto di lavoro, inadeguato, maldestro, vittima di pervasive frustrazioni che lo portano per esempio ad azzannare il cibo come farebbe un cane affamato. Inoltre, questa storia dai forti echi psicoanalitici simboleggia il rapporto estenuante tra il figlio – incompreso, rifiutato, non amato quanto il privilegiato primogenito – ed il padre – arrabbiato, scoraggiato, colpevole.

È soprattutto dall’infanzia che tali autori “solitari”, che vivono in un proprio mondo, vengono maggiormente capiti: è come scrittori per l’infanzia infatti che ottengono la più alta forma di riconoscimento e rispettabilità. Moby Dick, capolavoro di Melville non scritto per ragazzi, diviene ben presto un classico anche nello scaffale dei libri più amati da questi ultimi, ed è stato pubblicato in infinite versioni ed edizioni appositamente disegnate per loro. Incompresa, inaccettata ed inascoltata per natura, l’infanzia comprende appieno la visibile alterità de Il brutto anatroccolo, il senso di spaesamento della piccola Alice, la solitudine dell’uomo sia quando è tra altri uomini sia quando è in mezzo al mare, mettendosi dalla parte dei più deboli, almeno in apparenza, e in questo caso porgendo la mano a quei bambini diventati adulti i quali hanno trovato nella scrittura la loro forma di riscatto personale e sociale.

L’autrice ci parla poi della spettacolare vocazione poetica di Emily Dickinson (1830-1886), anche lei statunitense. I suoi occhi recepiscono il mondo con sofferenza, le orecchie, così altamente ricettive, odono ogni minimo rumore, mentre un olfatto acutissimo le genera destabilizzanti mal di testa. I problemi relativi alla comunicazione sociale la accompagnano per tutta la vita e la poesia, ricca di metafore e di simboli anticonvenzionali, diventa una sofisticata modalità subliminale attraverso la quale lei esprime il suo autentico sé. Inoltre, della Dickinson si conservano numerose lettere, intenti comunicativi verso i famigliari, dove però ad essere al centro vi è sempre l’autore – con il suo “autismo” e con il suo bisogno primario di solitudine – piuttosto che il lettore.

Un altro autore preso in esame dalla Brown è Sherwood Anderson (1876-1941) – sognatore, perso nel suo mondo trasformato in novelle, memorie, storie brevi tra cui Winesburg, Ohio (1919) – e poi Opal Whiteley (1897-1992), per il quale è ancora una volta interessante la coincidenza tra la vita e le opere. The story of Opal (1920) è il suo diario di infanzia, della sua stranezza, della sua sensibilità, della sua sinestesia. Come per Hans Christian Andersen e per Lewis Carroll, il metodo di scrittura di Whiteley consiste in un “copia e incolla” da lettere o articoli precedentemente prodotti, così come vi è una forte connessione tra ciò che legge e ciò che poi scrive, a tal punto che “[…] Opal was not able to forge an original text for herself, but instead had to follow the path of other writers with an autistic echolalia” (p. 187). Il linguaggio e lo stile rimangono, comunque, originali.

Infine, la Brown ci sposta in Irlanda, portandoci nella storia e nelle storie dello scrittore ed amante di fiabe popolari William Butler Yeats (1865-1939), il quale, proprio come piace all’infanzia, rende i suoi prodotti “an oral/kinetic writing process” (p. 142) dove le parole, come in Alice, diventano suono, echi contenitivi le ansie di chi come lui è nato particolarmente sensibile. L’isola – archetipo classico della letteratura per l’infanzia – all’interno delle sue poesie diventa metafora di isolamento – probabilmente quello provocato e poi ricercato per via della sua condizione di estraneità al mondo circostante – e di solitudine pacifica, protetta, invalicabile. La torre – simbolo anch’esso di irraggiungibilità e di emarginazione – rappresenta, invece, il suo autismo da una prospettiva più matura: qui, infatti, trova la compagnia della moglie e dei bambini e soddisfa il suo bisogno di ristoro interiore.

L’ultima parte del saggio, Autistic Autobiography, la Brown la dedica a tirare le fila dell’intero discorso analizzando nel dettaglio le caratteristiche tipiche di questa tipologia di scrittura – attenzione rilevante ai membri famigliari, accenni alla prima infanzia in cui la Sindrome ha iniziato a manifestarsi, il bisogno di lasciare istruzioni per il lettore in modo da scusarsi davanti ad eventuali accuse di incompiutezza – nonché sottolineando fino alla fine le peculiarità tipiche di tali personalità che si emarginano su un’isola, che si nascondono in una torre, che cadono dentro un buco, che si barricano, in maniera goffa come potrebbe fare Il Brutto anatrocollo, dietro al muro dell’incomprensione.

In conclusione, per questi autori dalla “liquid identity” e dal “slippery language” (pp. 208-216), “Asperger’s Syndrome was both the illness and the medicine to cure it” (p. 136). Per Andersen, Thoreau, Melville, Dickinson, Carroll, Yeats, Anderson, Whiteley la realtà, sin da bambini, è stata un mondo davvero caotico dal quale stare alla larga, isolarsi in un mondo delle meraviglie. Così la Brown, in Writers on the Spectrum, ci conferma con accurata attenzione che la letteratura – autobiografica come nel caso di Alice e de La Sirenetta ma anche di Moby Dick e di The story of Opal – soprattutto davanti a tali condizioni di straordinaria diversità e di emarginazione creativa, non è altro che un’occasione di riscatto esistenziale attraverso la quale dar voce ad una loneliness creativa, generatrice, ad una solitudine – come quella che sperimenta l’infanzia nei confronti del mondo adulto – empatica e salvifica. Pertanto, gli adulti non devono dimenticarsi che “growing up is hard enough, but growing up with AS is doubly hard” (p. 136).