Anno VI - Numero 1 - Giugno 2016 Stampa Email
Vinella, M. (2015). Educare all’arte. Pedagogia dello sguardo e didattica visiva. Lecce: Pensa MultiMedia
di Viviana Deangelis   

 

L’educazione ai beni culturali è una problematica antica e ampia che, nel contesto italiano, dove è presente un patrimonio culturale ingente e parimenti bisognoso di tutela e salvaguardia continue, appare di particolare rilevanza e attualità. Educare all’arte, ossia all’ambiente artistico, naturalistico e culturale richiede non soltanto un continuo ripensamento, da parte di una Pedagogia dello sguardo di quali debbano essere considerati di volta in volta, attraverso le epoche, i canoni artistici sui quali concentrare l’interesse, ma reclama, altresì, una ragguagliata progettazione didattica che, attraverso un particolare itinerario percettivo di educazione sensoriale, consenta all’educando di interpretare in maniera autentica i simboli, di ricostruire le storie, e di collegare luci, colori, forme e volumi in modo da poter cogliere il ritmo vitale che l’artista ha voluto racchiudere in un’opera d’arte. Sono, infatti i saperi, afferma Maria Vinella nel suo ultimo saggio intitolato Educare all’arte (2015), oltre che i sentimenti a consentirci di “vedere e […] capire l’armonia della realtà che ci circonda” e a consentirci di “sentire il ritmo vitale intorno a noi” (p. 7). L’avvincente saggio si apre con un ventaglio di interrogativi incalzanti volti da un lato, a destare dall’assopimento la sensibilità percettiva e, dall’altro a investigare le conoscenze artistiche, ossia la mole, di cultura e saperi relativi al complesso di tecniche e metodi che mettono in risalto il talento umano. “Come guardiamo un dipinto?” Si chiede l’autrice, che, poi, incalza: “Sappiamo entrare sin dentro un’opera d’arte? Sappiamo descriverla? La nostra memoria è capace di ricordare il profilo di un’architettura antica? Sappiamo immaginare di quante cromie è tinto una giardino? Sappiamo interpretare una fotografia? E i nostri occhi riescono a non perdersi nelle sale di un museo? E le ombre colorate di un quadro moderno, sappiamo percepirle?” (p. 7). Si tratta di interrogativi dai quali emerge un innegabile bisogno educativo che il testo cercherà di colmare, fornendo al lettore alcuni strumenti conoscitivi e pratico-operativi per la cura del patrimonio culturale e artistico, nella consapevolezza che tale cura non possa prescindere parimenti dalla conoscenza, dalla scoperta ludica, dalla ricerca didattica, dalla manipolazione sensoriale, da realizzazioni espressive e creative e, infine, da una progettualità di qualità. Nel primo capitolo dedicato ai saperi dell’arte Maria Vinella descrive il percorso storiografico che nel secolo scorso ha portato alla definizione del concetto di “tutela dei monumenti e delle opere d’arte” (p. 9), sottolineando come, mentre all’inizio di tale processo ciò doveva apparire alla coscienza collettiva come una vera utopia, oggi, invece, accanto al desiderio della collettività di assumere in maniera sempre più evidente ed esplicita la responsabilità nei confronti del patrimonio artistico, si osserva, altresì una particolare attenzione nei confronti dei saperi dell’arte. Il bene culturale, inteso come insieme di testimonianze ed espressioni di civiltà lontane, che sono tuttavia legate indissolubilmente al presente attraverso il processo della storia, è riconosciuto patrimonio comune di tutti i popoli, ossia patrimonio dell’umanità. Nella Convenzione che L’UNESCO ha redatto sui Patrimoni dell’Umanità, non solo è presente e viene continuamente aggiornata la lista dei luoghi considerati patrimonio collettivo, ma è prevista ed auspicata l’organizzazione di seminari, workshops e, insieme, la produzione di materiale informativo, divulgativo e didattico utile a promuovere la salvaguardia e la cura di beni che, ormai si sa, appartengono a tutti. Nel secondo capitolo dedicato alla didattica museale, l’autrice, dopo aver evidenziato che la vocazione per il pubblico sembra essere l’aspetto più denso di conseguenze per il museo contemporaneo, descrive il complesso processo di trasformazione attualmente in atto in molti paesi del mondo e che investe in una maniera senza precedenti il museo, “luogo astratto dalla quotidianità della vita reale” (p. 29). Proprio per tali caratteristiche, “i musei del mondo sono ad un bivio: possono continuare a conservare una funzione statica di custodi della memoria”(p. 31), ripiegati su se stessi nell’adempimento di una funzione puramente conservativa, oppure possono rinnovarsi come “propulsori della cultura, non tralasciando, certo, la conservazione, ma divenendo, anche, centri della divulgazione culturale e, adempiendo, così, pienamente alla propria vocazione sociale, incidendo positivamente sulla ricerca, sulla cultura, sulla crescita economica” (p. 31). D’altro canto l’importanza educativa del museo è stata universalmente riconosciuta, anche se da pochi decenni e, sempre più spesso, sia nei musei europei che in quelli d’oltreoceano è presente la figura dell’educatore “più indispensabile di quella del curatore, perché ora al centro delle attenzioni museali non c’è più la collezione, ma il visitatore” (p. 40). In tale prospettiva educativa la visita museale viene attualmente percepita come un processo di comunicazione attiva in cui la comprensione è raggiunta attraverso la mediazione di una guida che attiva e stimola il processo comunicativo. “La complessità del ruolo della guida e quindi il successo educativo della visita è connesso alla circolarità del processo. Finalità della guida non è solo quella di trasmettere un messaggio, ma piuttosto nel stimolare partecipazione, sollecitare la reazione, tacciare esperienze” (p. 44). Bambini e adulti che arrivano al museo con un bagaglio di conoscenze e abilità, attraverso la visita guidata e mediata da un educatore, vengono coinvolti attivamente e dinamicamente nel processo conoscitivo, che potrà dirsi riuscito nella misura in cui saprà attivare e promuovere un percorso circolare di comunicazione e scambio di conoscenze. Nel terzo, quarto e quinto capitolo, le finalità estetiche, etiche ed educative della conoscenza e della fruizione del patrimonio culturale dei popoli, vengono sapientemente accostati a finalità ecosistemiche e, in particolare, ad una coscientizzazione ecologica, per rispondere ad una rinnovata e diffusa sensibilità che fa dell’ambiente una “fabbrica di moralità” (p. 76). Nel sesto capitolo Maria Vinella propone una educazione ambientale attraverso la città, intesa come “opportunità di trasversalità didattiche, spendibili nei diversi capi del sapere” (p. 106). Muovendosi tra i molteplici itinerari offerti dell’habitat urbano: spazi storici (monumenti, palazzi, piazze, chiese), luoghi di produzione culturale (biblioteche, pinacoteche, gallerie d’arte, musei), spazi del transito (stazioni, porti, aeroporti, strade, parcheggi), spazi del relax (giardini, parchi, orti botanici), luoghi del gioco (campi sportivi, palestre, stadi, lunapark), gli individui, opportunamente orientati e guidati attraverso un progetto educativo ben definito, possono esperire inedite e coinvolgenti forme di educazione etico-valoriale in vista di una nuova possibile convivenza responsabile, pacifica e conviviale tra popoli. Pedagogia dello sguardo e didattica visiva hanno un ruolo fondamentale in tale processo educativo, così come nel processo di comunicazione e auto-espressione globale della persona umana. L’arte, infatti, consente, altresì, “di recuperare una positiva coscienza di sé attraverso il mondo delle immagini, lette o prodotte e attiva molteplici competenze formative (competenza comunicativa, relazionale, progettuale, creativa, analitica, critica, ecc.)” (p. 115). Sono queste le ragioni per cui, secondo la Vinella, in un progetto educativo dedicato all’immagine, alla visione e al patrimonio artistico-culturale, gli obiettivi specifici di apprendimento dovranno essere declinati in conoscenze, cioè, saperi e abilità, saper fare. L’educazione al pulchrum, al verum e al bonum, sarà capace di promuovere una nuova umanizzazione del genere umano? È questa la sfida più importante per la pedagogia nella post-modernità.