Anno VI - Numero 1 - Giugno 2016 Stampa Email
Morin, E. (2015). Insegnare a vivere – Manifesto per cambiare l’educazione. Milano: Raffaello Cortina
di Federica Cincinnato   

 

Il sociologo e filosofo Edgar Morin, voce di spicco nel panorama culturale contemporaneo, attraverso questo nuovo saggio, offre un’ulteriore sfida dai chiari connotati educativi. Partendo da ormai note posizioni epistemologiche che hanno fatto scuola in diversi ambiti disciplinari, delineando un modello interpretativo che ha reso maggiormente consapevoli dei rischi che riposano in visioni del mondo totalizzanti e riduttive la complessità del reale, nel lavoro che qui presentiamo Morin delinea, parafrasando appena le sue parole, una riforma del sistema pedagogico moderno, o “meglio una metamorfosi”. Se nei precedenti saggi La testa ben fatta e I sette saperi necessari all'educazione del futuro l’autore, ispirandosi a Montaigne, promuoveva una riforma del pensiero e la formazione di una testa non tanto piena di conoscenze quanto capace di interconnettere e legare diversi saperi per affrontare un mondo globalizzato e della complessità, in questo nuovo saggio promuove il superamento dell’attuale sistema educativo, rivalutando il ruolo della scuola, dei docenti e di ciò che viene insegnato. Temi cari da sempre alla pedagogia e che, tutto sommato, non si può che essere felici che abbiano trovato ospitalità e accoglienza anche in voci ad essa non immediatamente prossime.

 

Partendo da una massima di Rousseau, l’autore vuole “aiutare a imparare a vivere” (p. 11). La vita, stando sempre al nostro autore, è, infatti, un’avventura la cui storia non può che essere scritta in prima persone e nel suo stesso realizzarsi. In tal senso, vivere significa tracciare un sentiero che non può essere (diremmo anche non deve essere) immune da errori e da illusioni che, a loro volta, devono essere riconosciute, elaborate e superate, con ciò attivando quelle funzioni che sono proprie della trans-formatività e generatività di ogni singolo uomo e di ogni singola donna. Ed è questo, in particolare, uno dei principali compiti affidati dal sociologo francese a quel sistema dell’educazione formale che oggi, però, presenta una forte inadeguatezza nella formazione e nell’educazione delle nuove generazioni. Una inadeguatezza che si radica in uno stile epistemologico e didattico che ricalca quella che altrove sempre Morin aveva definito “scuola del lutto” e che insegna la semplificazione, la frammentazione delle conoscenze, la svalorizzazione e la rimozione di tutto quanto appare contraddittorio e che ostacola la nostra capacità di ragionamento. Un sistema educativo, insomma, che insegna solo parzialmente e insufficientemente a vivere e che, dunque, necessita di essere rigenerato poiché appare troppo impegnato a fornire solo saperi quantitativi e conoscenze specializzate. Tutto ciò a scapito della formazione di competenze utili a sviluppare e gestire un “pensiero complesso che […] insegna ad essere coscienti che ogni scelta e decisione costituisce una scommessa” (p. 17).

Da qui Morin deriva la necessità di una educazione a vivere che favorisca l’autonomia e la libertà della mente, promuovendo una riforma educativa che porti a superare la profonda crisi della formazione consolidatasi “nel corso del diciannovesimo secolo [quando] è cominciata una dissociazione, divenuta oggi disgiunzione, tra due componenti della cultura, quella scientifica e quella umanistica. La cultura scientifica produce conoscenze che non vanno più al mulino della cultura umanistica, la quale non ha che vaghe conoscenze mediatiche degli apporti capitali delle scienze alla conoscenza del nostro universo fisico e vivente” (p. 41). Una crisi epistemologica, che, dunque, ha avuto per effetto la crescente incomunicabilità tra due versanti imprescindibili dell’esperienza umana (che possiamo anche ricondurre alle dimensioni del “paradigmatico” e del “narrativo”), e a cui si è accompagnata l’affermarsi di una prospettiva culturale che Morin, altrove, ha definito “prosaica” (in contrapposizione alla dimensione “poetica”) con relativi crisi delle forme dell’insegnare, sempre più conformi a una razionalità lineare, disgiuntiva, utilitaristica. Il problema che sottolinea Morin non è, però, solo limitato alla diagnosi delle plurali crisi del mondo contemporaneo, quanto piuttosto a riconoscerne la peculiare struttura organizzativa che, circolare e ricorsiva, le lega tra loro dando origine a un pericoloso effetto di rinforzo reciproco. Come afferma Morin, infatti, “Viviamo una crisi di civiltà, una crisi di società, una crisi di democrazia, nelle quali si è introdotta una crisi economica i cui effetti aggravano le crisi di civiltà, di società, di democrazia. La crisi dell’educazione dipende dalle altre crisi, che a loro volta dipendono anche dalla crisi dell’educazione” (p. 45). E tuttavia, è caratteristica specifica dell’educazione non essere predestinata a svolgere solo questo ruolo nel “circolo vizioso” delle crisi. Al contrario, ad essa Morin rimette la possibilità di “apportare, se solo trovasse le forze rigeneratrici, il suo contributo specifico alla rigenerazione sociale ed umana” (p. 46).

Tuttavia il problema è proprio “trovare forze rigeneratrici” in un sistema scolastico, in cui gli insegnanti risultano essere demoralizzati vivendo condizioni di “degrado del prestigio, burocratizzazione, intervento dei genitori in favore dei loro figli mal valutati o puniti, sofferenza per il baccano e per le aggressioni, da cui chiusura nella disciplina, sola e unica sovranità” (p. 40), operando in situazione di totale e generalizzata mancanza di dialogo e reciproca comprensione.

Proprio quest’ultima, secondo Morin, è elemento chiave per poter rendere più semplice realizzare sviluppi positivi della soggettività e della relazionalità umana (anche a scuola). Partendo da essa, infatti, si concretizza la possibilità di fare esperienze di produttiva comunicazione con le alterità, curando le dimensioni legate alla identificazione, all’intersoggettività, all’empatia e, in generale, all’apertura verso l’altro. Ma, sottolinea Morin, è esattamente questa competenza relazionale a mancare sistematicamente nella vita di ogni giorno, essendo le relazioni tra gli uomini fondamentalmente caratterizzate dal predominio del “malinteso”, per il quale “non sono solo le nostre vite a essere deteriorate dalle incomprensioni, è il pianeta intero a soffrirne. Il pianeta richiede in tutti i sensi reciproche comprensioni. L’incomprensione è fonte di sanguinosi conflitti […] e porta in sé germi di morte” (p. 52).

Non sorprende, allora come per Morin sia assolutamente prioritario insegnare la comprensione come presupposto per potersi riconoscere nell’altro e mediante l’altro. Si tratta, per il sociologo francese, di promuovere, anche attraverso l’etica del dialogo, quelli che definisce “i comandamenti della comprensione” (p. 55). Introdurre e, soprattutto, insegnare questa competenza significherebbe “civilizzare le nostre menti”. Si tratta di un movimento di “rigenerazione” che per Morin si basa su una educazione che miri a formare adulti più capaci di esercitare il dubbio e di procedere sulla via della conoscenza ma, soprattutto, di riconoscere l’errore e l’illusione mediante la piena partecipazione ai risultati di una attenta riflessione sulla “conoscenza della conoscenza”.

Conoscenza (o meglio meta-conoscenza) che non può essere concepita come qualcosa di dato una volta per tutte e “semplicemente disponibile” ma che, come la comprensione, si definisce e si attiva a partire dall’esperienza dello scacco e dell’insufficienza delle conoscenze che “normalmente” descrivono i modi di relazionarsi con il mondo. In tal senso, la meta-conoscenza è bisogno primario che si manifesta quando l’uomo si appresta ad affrontare i rischi permanenti dell’errare (p. 67), implicando la rivalutazione di quelle dimensioni che nella serena quotidianità di ogni giorno possono essere date per scontate.

“Conoscere la conoscenza” significa, dunque, accogliere la sfida dei “problemi globali” che richiedono, però, come minimo il superamento della già ricordata disgiunzione tra cultura scientifica e umanistica, facendo propria, invece, una conoscenza trans-disciplinare, che insegni a collegare ciò che prima era separato, avvalendosi di quelli che Morin definisce “operatori di relianza” (p. 73), ovvero quei dispositivi che permettono di sviluppare le attitudini innate (analitiche e di sintesi) presenti in ciascun individuo. L’esito di tale approccio darà corso a ciò che Morin definisce “riforma del pensiero” come quella azione che “permette di integrare [le] modalità di relianza. Questo è ciò che si definisce pensiero complesso” (p. 78).

L’autore propone a tal fine un “nuovo percorso scolastico” che, dalla prima infanzia fino all’università, ponga al centro della sua didattica un “programma interrogativo” che insegni a investigare sulla triplice natura dell’uomo – biologica, psicologica e sociale – risvegliando la curiosità innata degli allievi e l’Eros negli insegnanti, cioè la passione dell’insegnante per la conoscenza e per le nuove generazioni da educare (p. 105). Un programma che porti dunque, mediante l’interconnessione tra le diverse discipline, a sviluppare un “pensiero reliante” (p. 82).

Attraverso la centralità che Morin attribuisce all’indagine e all’interrogazione sul reale si viene delineando una riforma dell’educazione tesa a formare menti ricche di conoscenza e coscienze dotate di comprensione e di morale politica e sociale. Un “circolo virtuoso”, come lo definisce l’autore stesso, “che realizzi il compimento della missione del saper vivere-pensare-agire” (p. 107) anche attraverso lo studio e la conoscenza delle cosiddette “nuove scienze”, come l’ecologia, la cosmologia e le scienze della terra. Discipline esemplari e necessarie per imparare ad apprendere trans-disciplinarmente, per uscire dal limite dei saperi compartimentati e circoscritti che oggi ci rendono ciechi di fronte alla “danza circolare” e generativa del mondo, e riuscire, così, a comprendere la triplice natura dell’essere umano: individuo-specie-società.

L’educazione trans-disciplinare che Morin propone, in sostanza, interconnette diversi saperi a quelle che sono le esigenze del ben-essere e ben-vivere di ogni individuo, auspicando lo sviluppo delle sue proprie attitudini e promuovendo etiche solidaristiche che aiutino ciascuno a imparare a vivere nella nostra civiltà.