Anno VI - Numero 1 - Giugno 2016 Stampa Email
Dato, D. (2014). Professionalità in movimento. Riflessioni pedagogiche sul “buon lavoro”. Milano: Franco Angeli
di Felicia Stefania Campanaro   

 

È possibile parlare di lavoro in tempi difficili? Il testo di Daniela Dato, Professionalità in movimento, offre una interessante riflessione sul ruolo che una pedagogia del lavoro critica e militante può avere nel ripensare e riprogettare l’idea di lavoro e l’organizzazione stessa di impresa.

 

Ciò a partire dalle suggestioni degli studi che Howard Gradner e i suoi collaboratori hanno offerto alle scienze pedagogiche e non solo sulla definizione di “buon lavoro” come alchimia di tre istanze quali l’eccellenza, l’etica e l’engagement.

Il volume di Daniela Dato prende le mosse da una attenta riflessione sul ruolo del soggetto all’interno delle organizzazioni e sulle competenze che egli deve sviluppare per dare vita a tale modello di lavoro.

Un modello che, evidentemente, è teso a rivalutare da un lato la soggettività del lavoratore, dall’altro la dimensione della cura che, introdotta in azienda, permette di tutelare e promuovere dimensioni intangibili quali il benessere, la felicità, la motivazione del lavoratore e dell’organizzazione tutta.

Non a caso l’autrice, nel delineare i capisaldi del “buon lavoro”, sottolinea il necessario passaggio da forme di lavoro rigido, standardizzato e gerarchizzato (scientific managment), dove il lavoratore era considerato “oggetto” del meccanismo industriale e il lavoro era parcellizzato, a forme di lavoro in cui prevale l’idea di soggetto, di relazione, di competenze strategiche per la produttività e l’innovazione (humanistic management), dove vi è un coinvolgimento cognitivo ed emotivo del lavoratore.

Daniela Dato, nel suo volume, muovendo proprio da tali considerazioni, si interroga e riflette sui paradigmi pedagogici che possono restituire dignità al lavoro in una prospettiva di human development approach.

La proposta è quella di una pedagogia del lavoro che si faccia prassi efficace, capacitante ed empowerizzante, in grado di migliorare e capitalizzare il singolare patrimonio di conoscenze e competenze umane del lavoratore e di riprogettare i luoghi di lavoro come contesti orientati al benessere, all’autorealizzazione e allo sviluppo del singolo e dell’intera organizzazione. La pedagogia, secondo l’autrice, può contribuire in modo sostanziale a riscrivere il senso e il significato del lavoro nella sua funzione di agente autorealizzativo. Il testo, infatti, pone proprio l’impegno pedagogico formativo a fondamento della promozione di una cultura del “buon lavoro”.

Partendo proprio dagli studi di Gardner, l’autrice propone una interpretazione pedagogica del modello di buon lavoro che può realizzarsi mediante l’attivazione di processi di orientamento e auto-orientamento nei contesti professionali aventi come obiettivo l’affermazione di un lavoro di qualità. Infatti, secondo Daniela Dato, vale la pena oggi interrogarsi non solo sulla giusta emergenza del “quanto lavoro” ma del “quale lavoro”. Una qualità del lavoro che deve, pedagogicamente puntare alla formazione di identità professionali in movimento coniugate con le tre E dell’etica, dell’eccellenza e dell’engagement. Le tre categorie che secondo Gardner caratterizzano il buon lavoro. Lo studioso infatti precisa: “Ci sono tre diversi modi per intendere un ‘lavoro buono’. Esso può essere eccellente e pregiato ovvero altamente qualificato da un punto di vista tecnico-professionale, può essere responsabile e altamente etico, può essere un lavoro buono nel senso che è coinvolgente e ‘impegnato’ e far star bene chi lo svolge che si sente coinvolto, competente e dunque capace di sviluppare una motivazione di effectance” (Gardner, in Dato, p. 42). Proprio l’intelligenza etica consente la realizzazione di un “buon lavoro” gardnerianamente inteso, ossia un “lavoro di buona qualità, etico e interessante”, che sia dunque pregevole e disciplinato, responsabile verso la più ampia comunità e che faccia stare bene, perché ricco di significato, chi lo svolge. Il lavoro di eccellenza è quel lavoro altamente qualificato da un punto di vista tecnico-professionale; infine l’engagement è l’opportunità per l’uomo e la donna di sentirsi bene e competenti in quanto impegnati e coinvolti sia emotivamente che intellettualmente nel proprio progetto professionale ed esistenziale. I pedagogisti in quanto formatori possono contribuire a fare del lavoro stesso una modalità di “funzionamento”, di “capacitazione”, che deve essere tutelata, promossa e curata, proprio attraverso le dimensioni dell’eccellenza, dell’engagement e dell’etica. La capacitazione è l’integrazione tra le opportunità esterne e la potenzialità del soggetto di realizzare il proprio progetto di lavoro; essa pertanto va valutata in relazione alle concrete possibilità del lavoratore di “allineamento” efficace delle proprie conoscenze e competenze con le possibilità/opportunità offerte dal contesto in cui saranno applicate.

Tali considerazioni inducono a riflettere sul nuovo ruolo delle organizzazioni che devono trarre vantaggio dall’arricchimento delle potenzialità dei lavoratori e dalla loro motivazione, progettando politiche di people management orientate all’empowerment e al benessere delle risorse umane. Sono queste, per l’autrice, occasioni per progettare buon lavoro, in quanto eccellente e pregiato, responsabile ed etico.

Elemento ineludibile la formazione nel lavoratore di competenze di riflessività personale e professionale che permette al soggetto-persona-lavoratore di rivolgere attenzione verso se stesso e di accompagnare consapevolmente e in modo partecipato il suo stesso “movimento di professionalità”.

Solo attraverso la cura di sé il soggetto lavoratore può realizzare il potenziale trasformativo e partecipativo alimentando e promuovendo l’attivazione e l’esercizio di empowerment. È la formazione a farsi strumento di promozione di tali competenze riflessive e autorientative in grado di promuovere nel singolo e nel gruppo una cultura del lavoro fondata sull’autoconsapevolezza, sulla motivazione, sulla responsabilità, sulla cooperazione, sull’appartenenza al proprio gruppo di lavoro, ma anche a quello del proprio gruppo di appartenenza.

La formazione, spiega allora l’autrice, è la chiave di volta, per tutte le professionalità in movimento verso un buon lavoro perché è quel processo che permette al soggetto di ri-progettare, destrutturare e migliorare il progetto professionale del singolo e dell’intera organizzazione. L’orientamento formativo in azione sul luogo di lavoro, pertanto, può farsi strumento di cura del singolo lavoratore e dell’intera comunità dal momento che contribuisce ad attivare processi di analisi e di riflessione sulle “epistemologie narrative” dell’essere adulti, prima ancora che adulti professionisti. Le pratiche narrative del bilancio delle competenze e dei circoli di qualità, oggi sempre più diffuse in ambito organizzativo, contribuiscono senza dubbio a rileggere e ripensare il pensare e l’agire professionali come “spazio” da re-inventare e ri-progettare continuamente. Il rimando a una cultura generativa di identità, per l’autrice, dischiude interessanti possibilità di progettazione e di riscrittura delle biografie professionali. La formazione generativa è in grado di generare capacità riflessiva attraverso la prospettiva del prendersi cura si sé per vivere in una condizione di benessere nelle proprie organizzazioni.

Sono questi tutti interessanti temi di lettura di una pedagogia del lavoro che si propone come scienza dal forte carattere sociale che si fa militante attraverso una formazione capace di integrare tecnica, humanitas, eccellenza ed etica e che offrono a pedagogisti, manager, esperti di risorse umane interessanti spunti di riflessione sulle prospettive di modelli di management e di impresa di qualità.

L’autrice con il suo volume, riconsidera la dimensione clinica della formazione, in quanto possibilità e opportunità di rendere il soggetto “capitale narrativo”, che si nutre non solo di competenze tecnico-professionali, ma anche di quelle umanistiche legate alla consapevolezza del ruolo sociale della persona, alla sua capacità di comprendere come costruire le relazioni, come reagire ai cambiamenti (p.38).