Anno VI - Numero 1 - Giugno 2016 Stampa Email
Lopez, A. G. (2015). Scienza, Genere, Educazione. Milano: FrancoAangeli
di Alessandra Altamura   

 

Il volume Scienza, Genere, Educazione di Anna Grazia Lopez ha come oggetto di indagine un trinomio complesso, i cui termini costitutivi vanno necessariamente ripensati alla luce dei molteplici e rilevanti cambiamenti che stanno investendo la società e le istituzioni che la caratterizzano.

 

Partendo da questo presupposto, Anna Grazia Lopez propone una riflessione accurata, precisa, meticolosa, che invita a ripensare criticamente la relazione tra questi tre concetti chiave, considerando le implicazioni che ne derivano e le ricadute sociali, culturali, etiche, politiche e, soprattutto, pedagogiche.

Il testo si articola in tre capitoli, inestricabilmente connessi tra loro grazie alla capacità dell’autrice di creare un discorso lineare e di contestualizzare tale discorso nell’attuale momento storico, mettendo in luce e palesando le ricadute e i limiti di un modello di scienza riduzionistico, fondato su antiche dicotomie (maschio/femmina, natura/cultura, soggetto/oggetto).

Nel primo capitolo, La scienza tra vecchi e nuovi determinismi, Lopez ripercorre le fasi che hanno determinato, nel XX secolo, la crisi del pensiero scientifico occidentale e il delinearsi di scenari inediti, legati alle tre grandi rivoluzioni scientifiche del Novecento: quella evoluzionistica, quella etno-antropologica e quella psicoanalitica. “Tali rivoluzioni – sostiene l’autrice – hanno dimostrato […] che lo svolgersi del rapporto io-mondo è oggetto di infiniti condizionamenti, svelando il limite di un sistema conoscitivo fondato su antinomie”, compresa quella maschile/femminile, “che, pur dispiegandosi attorno a categorie fondamentali, non riesce a cogliere la complessa fenomenologia con cui si esplicita l’esperienza” (p. 13).

Il riduzionismo meccanicista, dunque, ha rivelato la sua inefficacia disconoscendo gli altri paradigmi, e quindi forme di conoscenza altre, e manipolando la natura concepita come “materia inerte e frazionata” (p. 19). Simile interpretazione ha messo in secondo piano la promozione di un pensiero ecologico e ha fatto sì che la natura, vista come strumento nelle mani e a servizio dell’uomo, venisse saccheggiata e depredata.

La violenza nei confronti della natura ha, poi, legittimato altre forme di violenza: contro le donne, contro le altre specie e, infine, contro la stessa conoscenza. A questo punto, Lopez ipotizza che per attuare un reale cambiamento occorra avviare “un ripensamento del sistema dei valori con cui progettiamo e organizziamo la nostra esistenza” (p. 22), ripensamento reso possibile grazie alla riconcettualizzazione di alcuni principi chiave quali, ad esempio, la cura e la solidarietà. La cura, lungi dall’essere pratica esclusivamente femminile, deve essere ripensata come principio cardine della vita e come pratica radicata nella vita sociale, attraverso cui promuovere nuove modalità e nuove forme di empatia per relazionarsi all’alterità ed entrare in contatto con essa. Ciò significa “passare da una logica del controllo e dell’imposizione a una logica dell’accoglienza e della ricettività” (p. 30) e ripensare la natura come entità con cui interagire e non da sfruttare. A tutto ciò può e deve contribuire la pedagogia e tutte le istituzioni cui essa fa riferimento (a partire dalla scuola dell’infanzia) attraverso la formazione di un pensiero nuovo, autonomo, lungimirante, analitico, critico, fondato sul ragionamento e, in particolar modo, aperto all’alterità. La stessa scienza deve essere riconsiderata: non più semplice disciplina contenutistica bensì pratica umana che ha delle notevoli ricadute sul benessere della società e, di conseguenza, di tutta l’umanità.

Se il nucleo tematico del primo capitolo è la scienza e il suo cammino tra vecchi e nuovi determinismi, nel secondo, Corpi femminili, scienza e tecnologie, l’autrice riflette sulla relazione tra scienza, corpo femminile e nuove tecnologie mettendo in evidenza le molteplici ricadute, ma anche i limiti e i paradossi che ne derivano. Lopez parla di strumentalizzazione del corpo femminile, resa possibile dal controllo esercitato sui corpi attraverso la “regolamentazione del desiderio” (p. 53).

In questo processo di controllo e strumentalizzazione dei corpi un ruolo di primaria importanza è ricoperto dalla medicina, che lo esercita attraverso molteplici procedure: da un lato le tecniche di riproduzione artificiale, dall’altro la chirurgia estetica e plastica. Per quanto riguarda la procreazione medicalmente assistita, attraverso la biotecnologia, la scienza tenta di appropriarsi del potere femminile di mettere al mondo, di dare alla luce. Il potere medico, infatti, penetra nella sfera più intima delle persone e la maternità diviene, sottolinea Lopez, “un processo lineare che si svolge allo stesso modo per tutte le donne” (p. 60) e che viene espropriato della dimensione empatica, ovvero quella legata alla capacita di sentire e ascoltare il proprio corpo, perdendo così la capacità di narrare, di raccontare. “I saperi delle donne, dunque, sono stati soppiantati dai saperi oggettivi” (p. 60). Si assiste ad una vera e propria frammentazione del corpo della donna tra vita biologica e vita biografica.

Nel nuovo scenario delineatosi occorre riflettere, allora, sulle implicazioni che l’uso, sempre più massiccio e consistente, di strumenti diagnostici (e questo è solo un esempio) può avere sul piano culturale e sociale ma, soprattutto, etico. Diviene emergenza formativa l’educazione delle donne all’utilizzo delle tecnologie del corpo, poiché solo una conoscenza adeguata di simili pratiche consentirà di prevenire l’eccessiva medicalizzazione della vita. Infine, “educare le donne a gestire meglio il loro rapporto con le biotecnologie significa anche educarle a pensare il proprio corpo non come qualcosa di altro rispetto a se stesse” (p. 69).

Se da un lato persiste la visione della donna come mater dall’altro lato, però, si impone l’immagine del corpo delle donne come oggetto del desiderio ed è qui che si insinua la chirurgia estetica, tesa a modificare, correggere o migliorare l’aspetto estetico per finalità quasi mai terapeutiche, bensì legate al desiderio di adeguamento ad un “ideale corporeo” (p. 73). Rispetto a quanto detto sinora, il corpo sottoposto ad interventi di chirurgia estetica è un corpo da intendersi non più come luogo dell’alterità, ma dell’identificazione. Un’identità, però, priva di soggettività, che si svuota del suo stesso significato e di ogni riferimento alla coscienza di sé. Pertanto, diviene indispensabile restituire alle donne il proprio corpo ed insegnar loro ad ascoltarlo attraverso la progettazione, implementazione e promozione di percorsi formativi rivolti alla totalità del soggetto e, dunque, alla sua formazione integrale e integrata.

Nel terzo ed ultimo capitolo, Le donne nella scienza: il ruolo dell’educazione, Anna Grazia Lopez intende far luce su una questione di rilevante importanza: la presenza delle donne nel mondo della ricerca scientifica. La riflessione parte dalla constatazione che vede, ancora oggi, una scarsa presenza delle donne nei ruoli apicali degli enti di ricerca e delle Università. Il dato è il risultato di una serie di miti, di cui parla Evelyn Fox Keller, che si sono tramandati di generazione in generazione e che riguardano l’incapacità naturale delle donne di fare ricerca, o di ricoprire ruoli di prestigio in ambito scientifico o, ancora, una visione secondo cui scienza e natura sono due realtà contrapposte: la prima rappresentativa del maschile e la seconda del femminile. Questi miti, in molti casi, si sono cristallizzati, sono divenuti delle forme rigide, impossibili da rielaborare, e hanno fatto sì che, per molto tempo, le donne rimanessero ai margini delle comunità di ricerca. Per far sì che ciò non si ripeta, è indispensabile riflettere sulla possibilità di promuovere dei percorsi di orientamento di genere alla scienza, che aiutino a ripensare le modalità attraverso cui “insegnare le scienze orientandole al genere” (p. 109) e attraverso cui incentivare la formazione al pensiero critico che “induce a sospettare che tutto ciò che si dice non è vero ed è questo che induce alla ricerca” (p. 110).

Bisogna proporre, dal punto di vista educativo, un approccio sistemico, lontano da ogni logica riduzionistica, che tenga conto delle diverse inclinazioni di cui ciascuno è portatore e che, soprattutto, non parcellizzi il sapere attraverso la riproposizione di antiche dicotomie. Infatti, tra le pratiche che inducono le ragazze ad allontanarsi dalla scienza rientra proprio il processo di insegnamento della scienza a scuola, la qualità e la quantità dell’interazione tra docente e alunni (p. 138).

Conclude Anna Grazia Lopez: “un curricolo di scienze che tenga conto del genere deve: far conoscere le implicazioni sociali della ricerca scientifica; includere nel curricolo anche la presenza di donne scienziate; […] adottare libri di testo non sessisti; […] invitare donne scienziate che facciano da modello […]” (p. 138).

Diventa necessario, dunque, ri-pensare e ri-progettare il modo di fare scienza a scuola perché, a partire da questo tassello, sarà possibile incoraggiare le bambine di oggi, che saranno le donne di domani, ad avvicinarsi alla scienza senza remore, senza timori; a coltivare, se lo desiderano, il loro amore per le discipline scientifiche.