Anno V - Numero 1 - Giugno 2015 Stampa Email
Clarizia, L. (2013). La relazione. Alla radice dell’educativo, all’origine dell’educabilità. Roma: Anicia
di Maria Grazia Lombardi   

 

“Si può, ancora oggi, proporre il codice relazionale quale possibile linea di ricerca che possa consentire un sufficiente orientamento nella complessità educativa?” (p. 7).

 

Con questo interrogativo si apre la nuova edizione, aggiornata e ampliata (di circa cento pagine, rispetto alla prima edizione del 2000), del testo “La relazione. Alla radice dell’educativo, all’origine dell’educabilità” di Laura Clarizia.

L’autrice, nella Presentazione della nuova edizione, si chiede: “È ancora nella relazione che possiamo ritrovare il senso, la direzione, il significato della ricerca educativa (e della ricerca scientifica intorno all’uomo e all’umano), pur nell’ineludibile, vitale rapporto con gli importanti sviluppi attuati in questi ultimi tempi, soprattutto dalle neuroscienze?” (p. 7).

Via via che si procede nella lettura del testo, emerge una conferma della prospettiva relazionale, trasversalmente utilizzata nell’indagine (empirica-sperimentale e, insieme, ermeneutica-progettuale) per un discorso pedagogico intorno alla famiglia, alla scuola, alla società, nel suo complesso.

La relazione si riconferma come il luogo della comunicazione, della cura, della responsabilità… temi d’indagine prevalenti, ancora oggi, della ricerca educativa, “in quanto categorie fondative dell’esistenza umana, della sua educabilità e della, connessa, narrabilità pedagogica” (p. 9).

Il testo ruota intorno a un’ipotesi euristica di relazionalità costitutiva in cui la responsabilità intergenerazionale e interpersonale viene proposta sia come finalità di ogni singolo sviluppo educativamente orientabile sia come criterio di orientamento in quello che l’autrice definisce il “nesso-nodo problematico tra scienza, etica e diritto”, soprattutto in riferimento alle scelte etico-politiche connesse all’attuale progresso scientifico-tecnologico applicato alla vita umana, alla sua origine e alla sua cura.

La relazionalità, dunque, nella prospettiva che l’autrice definisce psicopedagogica relazionale, costituisce “l’oggetto di studio trasversale ad ogni oggetto d’indagine”, declinandosi, insieme, come “codice di lettura dei processi, strumento d’intervento educativo-rieducativo, oggetto di discorso e di definizione normativa”, senza mai aspirare a presentarsi come una sorta di impossibile meta-punto di vista.

È con questa consapevolezza, nel riconoscimento della necessità di un confronto dialogico e complementare con altri punti di vista, che viene proposta una definizione/descrizione della relazione educativa quale luogo di reciproco riconoscimento dell’asimmetria relazionale, di “un’asimmetria relazionale reciprocamente percepita come legittimata, cioè cognitivamente riconosciuta-emotivamente accolta, non subita/imposta per distanza generazionale o per ruolo istituzionale, ma legittimata dalla presenza psicologicamente avvertita di una tensione normativa autentica e libera” (p. 27).

È con questa medesima consapevolezza che lo sviluppo educabile viene descritto come evoluzione relazionale dalla dipendenza alla consapevole interdipendenza, all’autonomia responsabile.

“Lo sviluppo, scrive l’autrice, (nell’incontro/scontro, nodo/intreccio tra gli sviluppi affettivo-emotivo-sociale-cognitivo-linguistico… e nel confronto epistemologico con i vari paradigmi scientifici di sviluppo) viene osservato, descritto, proposto attraverso la porta stretta del paradigma psicopedagogico relazionale, in quanto l'essere/esserci è, per ognuno di noi, un esistere relazionale, evolutivamente descrivibile come l’emergere dalla totale dipendenza relazionale neonatale alla possibile e relativa indipendenza dell’età adulta, e lo sviluppo educabile si configura come evoluzione relazionale verso l’interdipendenza responsabile” (p. 32).

Il luogo di espressione della responsabilità resta sempre la relazione: la relazione intergenerazionale adulto/non adulto, nei contesti significativamente educativi; la relazione interpersonale e sociale in ogni contesto esistenziale, privato o pubblico, di vita.

La famiglia, osservata attraverso il suo costitutivo relazionale, lascerà emergere nella coniugalità la base costitutiva per una genitorialità responsabile, in quanto la relazione genitore-figlio, lungi dall’essere una relazione a due, tra un genitore e un figlio, a sua volta rinvia sempre alla modalità della relazione coniugale, alla qualità, più o meno reciprocamente responsabile, della relazione tra i coniugi-genitori. Così l’autrice ribadisce e, attraverso le storie familiari presentate in Appendice, tenta di dimostrare che “solo una genitorialità fondata su un’intenzionalità libera da aspettative che non siano autenticamente rivolte allo sviluppo verso l’autonomia filiale può impedire sconfinamenti comunicativi o dinamiche interazionali in opposizione alla progettualità educativa” (p. 92); ipotesi, questa, che può, almeno in parte, sottrarre la progettualità pedagogica familiare agli esiti, incontrollabili, sia dei cambiamenti socio-economici culturali sistemici della famiglia sia dei percorsi interrotti, spezzati o conflittuali di tante storie familiari private.

A sua volta, la scuola, per quanto interessata da processi sistemici complessi, può, almeno in parte, tentare di attuare il progetto educativo affidatole solo attraverso una professionalità docente in cui le competenze specifiche siano agite attraverso una competenza comunicativa relazionale che, a sua volta, lungi dal configurarsi come competenza tecnica del docente, rinvia, piuttosto, alla sua maturazione etico-personale e al connesso atteggiamento etico di responsabilità e cura intergenerazionale.

La responsabilità, nella relazione intergenerazionale-interpersonale, è anche la base, il fondamento strutturale della competenza etico-deontologica di ogni professione socio-educativa e pedagogica.

Così, in famiglia, a scuola e in ogni contesto di vita educare finisce per coincidere con l’aver cura della relazione, educando ad averne cura; mentre, a sua volta, la cura relazionale si configura, prioritariamente, come cura per una comunicazione responsabile, all’interno della relazione.

“L’attenzione alla relazione, la cura della relazione interpersonale e, particolarmente, di quella intergenerazionale può porsi, infine, anche come possibile ricomposizione della distanza tra l’educazione e i discorsi intorno ad essa” (p. 175).