Anno V - Numero 1 - Giugno 2015 Stampa Email
Palmieri, C. (2011). Un’esperienza di cui aver cura… Appunti pedagogici sul fare educazione. Milano: FrancoAngeli
di Sergio Bellantonio   

Il volume, a partire da alcuni approfondimenti teorici sui concetti di cura e di educazione, propone un’interessante riflessione pedagogica sul fare educazione oggi che può rivelarsi utile per tutti coloro che sono chiamati a progettare l’educazione con responsabilità e intenzionalità in molteplici contesti d’intervento. Punto di partenza dell’intero volume è la lettura delle pratiche educative attraverso il filtro interpretativo della cura, con l’intento di trovare in molti dei significati attribuiti a essa un’importante approfondimento del discorso pedagogico. La cura, così come l’educazione, ha assunto nel tempo molteplici significati, talvolta antinomici; in tal senso, alcuni di essi si sono riferiti e si riferiscono a una sorta di lavoro fatto con impegno e dedizione, altri alla preoccupazione e all’interesse per l’altro da sé, altri ancora a quel valore aggiunto che rende un determinato comportamento apprezzabile sul piano sociale. L’analisi pedagogica avviata dall’autrice avvalora uno spaccato di ricerca che già ha individuato da alcuni anni un rapporto quasi ontologico tra cura ed educazione, liberando la prima da un approccio interpretativo filosofico e sviluppando interessanti prospettive formative. Se tra cura ed educazione sembra esservi un rapporto originario, nel senso che le pratiche educative divengono delle buone pratiche se fondate sulla cura autentica, e dal momento che l’educazione è essenzialmente una pratica, allora la cura può oltrepassare i limiti prettamente teorici per divenire anch’essa una pratica, così come l’educazione.

 

Sulla base di tali elementi, la proposta educativa che scaturisce dal volume è quella di curare l’esperienza educativa, una priorità/necessità nell’attuale temperie storica, in cui il fare educazione evidenzia una complessificazione, frutto dei cambiamenti storico-culturali che hanno investito il mondo del reale, pervaso in maniera sempre più diffusa da forme educative di influenzamento soprattutto in contesti informali e con modalità non intenzionali. Si tratta di qualità educative che hanno cambiato l’esperienza dell’uomo nel mondo, non più circoscritta all’ambiente fisico, de visu, ma caratterizzata in misura sempre più crescente da forme educative a distanza. Il lavoro educativo, allora, come sostenuto dall’autrice, non coincide con l’educazione stessa; se l’educazione, infatti, costituisce oggi un processo diffuso in cui sono ampiamente ravvisabili i tratti della non-consapevolezza, il lavoro educativo si distingue, di converso, per un alto grado di intenzionalità pedagogica.  Quest’ultimo aspetto rappresenta lo strumento che consente a ogni educatore di agire con professionalità e il volume, nel voler essere al contempo un contributo teorico alla ricerca educativa e un insieme di “appunti” sul fare educazione, si presenta come un utile riferimento per tutti coloro che intendono con competenza pensare, discutere e valutare il lavoro educativo.

Se per pensare l’educazione gli educatori non possono non tenere in debito conto i nuovi scenari educativi della postmodernità, per sostenere l’esperienza educativa di cui aver cura l’autrice raccoglie le idee e le rappresentazioni emerse da un lavoro formativo svolto con alcuni studenti di Scienze dell’Educazione, in modo da porre allo scoperto quel senso comune di cura e di educazione che nel lavoro educativo sempre agisce, relegando spesso le teorie pedagogiche a un ambito di dover essere, come tale poco utile al fine di guidare le pratiche lavorative. L’intento formativo è quello di rinforzare le connessioni tra le due dimensioni, quella del senso comune e quella scientifica, appunto, per dar vita a pensieri e azioni che sorreggano l’educazione e la cura nel lavoro educativo; a questo punto, diviene una necessità sostenere una formazione all’aver cura negli educatori, in modo da far assurgere la cura stessa a loro competenza fondamentale.

L’epistemologia prescelta e le modalità di ricerca utilizzate fanno riferimento alla clinica della formazione di Riccardo Massa, in cui scopo prioritario è quello di scoprire e rielaborare i significati impliciti del lavoro formativo, per avvicinarsi alla concretezza della “materialità educativa”; a tal proposito, le teorie implicite vengono riconosciute come tali dai soggetti e attraverso un lavoro riflessivo sono messe in relazione a quelle scientifiche. Le rappresentazioni che emergono non hanno certamente un valore assoluto, come precisato dall’autrice, ma la ricorrenza di alcune di esse induce a pensare a una loro diffusività anche al di fuori dello specifico contesto di ricerca prescelto. Come emerso dalle narrazioni, allora, la cura è rappresentata soprattutto come un gesto, un’azione nei confronti di chi è bisognoso, e viene vista come una pratica ambigua quando è sostenuta da processi di rispecchiamento. E’ interessante, comunque, evidenziare una serie di caratteristiche che la differenziano dall’educazione. Se la cura è descritta come un atteggiamento che avviene d’istinto e in contesti informali, l’educazione è invece rappresentata come un processo sostenuto da un certo grado di consapevolezza, un “qualcosa di pensato” che si compie per lo più in contesti formalizzati; inoltre, se alla cura vengono attribuite caratteristiche affettive o assistenziali, all’educazione è riconosciuta una funzione di cambiamento emancipativo che si compie quasi esclusivamente nei contesti di apprendimento. Considerevoli differenze interessano anche la relazione che viene stabilendosi tra i soggetti, di forte vicinanza nella cura e di alternanza tra prossimità e distacco nel caso dell’educazione. Pur affiorando una serie di differenze tra di esse, cura ed educazione sono comunque accomunate dall’intenzionalità del soggetto che intende promuoverle e si legano a tre nuclei principali di intervento che interessano la loro spontaneità o naturalità, come nel caso della famiglia, la loro dimensione sociale, come avviene nelle istituzioni a esplicito carattere educativo o di cura, la loro funzione esistenziale, come nel caso dell’educazione permanente, considerata come una forma di cura sui per tutto l’arco dell’esistenza.

La centratura sulle competenze dell’educatore è ricorrente in ogni passo del volume e, in particolare, per svolgere con sapienza il lavoro educativo, a ciascun professionista si richiede di considerare adeguatamente il ruolo assunto dal corpo nei contesti di cura educativa; lavorare come educatori significa soprattutto incontrare il corpo altrui, perché l’educazione si compie essenzialmente nella relazione con l’altro, attraverso una serie di processi intenzionali e non che orientano modi di pensare, scelte e comportamenti.  La relazione con l’altro da sé, allora, è sempre mediata dall’agire corporeo e aver cura dell’altro significa innanzitutto aver cura dei corpi dei soggetti coinvolti nel processo educativo. Con riferimento al concetto di corporeità, la fenomenologia costituisce la prospettiva prescelta per approfondire i temi inerenti la cura educativa del corpo altrui, intendendo quest’ultimo come corpo-vissuto, come possibilità del soggetto di essere-nel-mondo; si tratta di un modo differente di pensare il corpo, che si allontana da passate posizioni che lo hanno invece inteso come corpo-paziente, corpo-anatomico o corpo-oggetto. Da questa prospettiva, il corpo diviene principalmente il luogo del sentire, soggetto/oggetto di cura e di educazione e, dunque, di relazione.

L’incontro con il corpo dell’altro introduce l’educatore alla dimensione della differenza che, se erroneamente pensata come forma di allontanamento dall’altro, può diventare un modo per misconoscere il valore dell’alterità e alimentare i filtri interpretativi della diversità; quest’ultima genera omologazione e forme riduzionistiche di appiattimento delle identità personali, negando a ciascuno la possibilità di “abitare” consapevolmente la propria corporeità.

A questo punto, il volume apre un importante interrogativo che interessa da vicino il trinomio educazione-cura-corpo, vale a dire, se l’educazione avviene essenzialmente attraverso il corpo, ci si domanda cosa significhi averne cura in ambito educativo. A questa domanda, l’autrice cerca di rispondere facendo ricorso alla mediazione, quale specifico strumento dell’educazione in grado di produrre effetti di apprendimento traducibili in comportamenti, possibilità, opportunità di emancipazione del soggetto. Come approfondito in alcuni significativi passaggi del volume, non esiste uno mediatore educativo per eccellenza; è funzionale a tale scopo un qualsiasi “mezzo” che collega, crea passaggi e costruisce ponti di apprendimento in grado di traghettare il soggetto verso qualcosa di inedito. Un mediatore diviene tale quando è, allora, in grado di connettere le differenti esperienze del soggetto nel tempo e nello spazio, promuovendo il significato delle esperienze individuali e ponendole in relazione al contesto; ciò che media si interpone tra i soggetti stessi, in modo da promuovere la convergenza di sguardi e di prospettive, enfatizzando la corporeità di ciascuno per valorizzare le caratteristiche di ogni soggetto senza comprometterne la specificità.

La mediazione è uno strumento dell’educazione, così come la cura, sostiene l’autrice; quest’ultima, a sua volta, diviene uno strumento della mediazione, perché consente di trasformare le esperienze di educazione diffusa in possibilità di formazione per il soggetto. In educazione, allora, voler assumere le prospettive della cura e della mediazione significa pensare l’educazione stessa nel suo farsi quotidiano, ragionando sempre sull’impatto che le esperienze educative hanno nell’esistenza propria e altrui, chiamando dunque in causa un agire di tipo riflessivo.

Cura e mediazione divengono “dispositivi pedagogici”, perché lavorare con intenzionalità educativa vuol dire aver cura di ogni elemento che entra in gioco in tale processo, coinvolgendo i soggetti e i loro corpi, i contesti, la relazione e i mediatori utilizzati. Lavorare con competenza in ambito educativo significa proprio creare l’ambientazione relazionale e materiale, disporre tempi, spazi, risorse, relazioni, interazioni, in modo che il soggetto possa agire autenticamente e, in questo modo, rendersi conto di essere in grado di poter fare. Tutto questo chiama in causa la “dimensione finzionale” dell’esperienza educativa, da intendersi come possibilità per il soggetto di sperimentarsi in qualcosa che non è, ma che potrebbe essere e, auspicabilmente, sarà. A tal proposito, è interessante l’analogia tra il lavoro educativo e l’esperienza teatrale; il fare educazione è paragonato all’attività teatrale, dove ogni spettacolo è pensato e organizzato seguendo ogni singola pagina del copione, ogni scena. Ancora una volta esplicito è il riferimento alla pedagogia di Riccardo Massa, secondo la quale teatro ed educazione sono accomunati sia dalla finzione sia dalla cura minuziosa per ogni componente del contesto; l’unica differenza sta nel fatto che mentre nel primo la disposizione del contesto parte dal nulla, nella seconda la strutturazione del setting si costruisce riferendosi alle storie di vita dei soggetti coinvolti, per creare possibilità di cambiamento e di educazione a loro vantaggio.

Per poter aver cura dei processi educativi, è necessario anche riesaminare le caratteristiche e le finalità del progetto educativo, quale strumento di lavoro utile a esercitare e migliorare la pratica professionale degli educatori. Per questo motivo, la cura e la mediazione possono divenire le categorie per ripensare la valutazione e la documentazione nell’ambito della progettazione, ancora troppo spesso ancorate a componenti burocratiche che finiscono con lo svilire il loro valore educativo; in tal senso, se pro-gettare significa innanzitutto gettarsi in avanti, allora la valutazione assume una funzione di ponte tra realtà e possibilità, un mediatore che a partire dall’esistente crea nuovi scenari educativi, evidenziando le potenzialità presenti e quelle che si possono determinare a partire dal contesto. Per il tema della documentazione, invece, l’autrice propone una sua ri-significazione, intendendo l’atto del documentare come un mettere a disposizione eventi ed esperienze al fine di una loro riconsiderazione, risignificazione e condivisione futura. Valutare, progettare, documentare sembrano corrispondere allora a un fermarsi, a un “prendersi il tempo giusto”, a un ritagliare i particolari e fissare i momenti significativi, per utilizzarli come mediatori educativi in una pratica di formazione pedagogicamente orientata.

In conclusione, il volume costituisce un’interessate strumento pedagogico che intende promuovere una serie di competenze altre nella formazione degli educatori, le quali si presentano di grande necessità nell’attuale temperie storica; per tal motivo, si suggeriscono spunti di riflessione sulla cura e sull’educazione utili a orientare le pratiche professionali, dove aver cura dell’educazione significa innanzitutto riflettere su di essa per comprenderla. Il riflettere sull’educazione per alimentare delle buone pratiche professionali e far crescere le competenze ha il senso, in particolare, di far maturare un più specifico riconoscimento sociale, civile e politico del lavoro educativo, che legittimi in chiave di cura educativa la professionalità di tutti coloro che vi operano.