Anno V - Numero 1 - Giugno 2015 Stampa Email
Rossini, V. (2015). Educazione e potere, Significati, rapporti, riscontri. Milano: Guerini
di Rosa Gallelli   

 

Il dibattito pedagogico del Novecento ha chiaramente evidenziato l’intima e irriducibile connessione tra processo educativo, con le sue teorie e le sue prassi, e l’insieme delle teorie e delle prassi politiche che innervano le società d’ogni contrada storica e geografica. Ché, anzi, proprio tale connessione è stata posta, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, al centro di un vasto movimento contestativo che ne ha variamente scandagliato luci e ombre denunciando, al contempo, quanto profondo (e funzionale) potesse diventare, talora, il sostegno “ideologico” dell’educazione e delle istituzioni formative a determinati assetti sociali e politici nonché, conseguentemente, ai rispettivi modi di interpretare e realizzare l’esercizio del “potere”. È avvenuto, così, che nell’ambito delle scienze umane, si è avviato un ripensamento del rapporto tra educazione e potere che ancora oggi non smette di apparire cruciale per chi si occupa di pedagogia e di didattica.

 

Già con Rousseau, poi con l’attivismo pedagogico europeo e americano e poi ancora con la pedagogia libertaria, anarchica, antiautoritaria, istituzionale, non violenta, radicale e critica, la riflessione pedagogica  ha mostrato  una speciale sensibilità nei confronti dell’esercizio del potere da parte dell’adulto nei confronti del bambino, ponendolo al centro dell’attenzione critica, nella prospettiva di una educazione alla libertà  che mettesse  al centro i bisogni e i diritti del soggetto in formazione. D’altra parte, la relazione tra potere e libertà non è mai stata scontata, chiamando in causa, negli studiosi e negli educatori più avvertiti, uno sguardo attento che, con Foucault, diviene impegno di problematizzazione, in grado di insinuarsi negli interstizi più minuti delle dinamiche sociali e formative per rinvenirvi i nodi sottili che tengono strette le dimensioni del sapere e del potere.

Il testo di Valeria Rossini custodisce gelosamente gli esiti di queste sollecitazioni, proponendosi di entrare nella questione da una prospettiva neopersonalistica, che guarda al percorso di formazione dell’uomo con occhi disincantati, ma non disperati. Tale prospettiva, chiara ma non dogmatica, recupera la tensione utopica verso la perfettibilità della persona, per delineare modalità educative che possano tenere in equilibrio il diritto inalienabile alla libertà del discente con il dovere, ugualmente non cedibile da parte dell’adulto, alla cura e all’accompagnamento.

La cura e l’accompagnamento legittimano il ruolo e l’azione pedagogica dell’adulto, che rappresenta un punto di riferimento essenziale per il minore. Il potere si configura, in questa accezione, come la modalità pedagogica con cui il soggetto educatore traduce la sua autorità in azione. Esso è solo un mezzo, mai un fine, mediante il quale l’adulto persegue il difficile compito di promuovere identità, autonomia e competenze nel bambino e nell’adolescente, ma anche negli altri adulti.

«Il potere dell’educazione diventa allora non solo «mio», ma anche e soprattutto «nostro»; è il potere dell’educatore e dell’educando, è l’energia (positiva e negativa insieme) che transita attraverso le parole e i gesti dell’interessamento e della preoccupazione per l’altro» (p. 12).

Questa importante funzione, argomenta il testo, è interpretabile come una forma di condizionamento che si produce nella relazione educativa, facendo leva sullo stato di dipendenza del minore dall’adulto. Prendere consapevolezza di questa influenza significa imparare a gestirla, fuori dal binomio artificioso tra libertà e schiavitù, emancipazione e sottomissione, pensiero critico e pensiero ideologico, autonomia ed eteronomia. Il potere di cui dispone l’educatore è una responsabilità che discende da un appello: esso chiama in causa la possibilità di consegnare (dare in custodia, affidare) all’educando la forza e il coraggio di costruire se stesso sulle solide fondamenta non del già dato, ma del possibile.

Pertanto, benché irresolubilmente esposto al rischio di degenerare nelle forme subdole del dominio - in grado di corrompere e anche distruggere la relazione educativa-, il potere appare una possibilità originaria del processo educativo, attestazione di fiducia e di speranza, attivazione di risorse e sguardo proattivo.

L’autrice argomenta tale ipotesi attraverso una scrittura fluida che segue le traiettorie ondivaghe di un pensiero complesso che si interroga sulla possibilità di concepire un potere buono, da una prospettiva interdisciplinare. Recuperando i principali contributi storici e filosofici sul tema, nella prima parte viene tratteggiato il quadro epistemologico che fa da sfondo al rapporto tra educazione e potere, indagandone significati, analogie, differenze, connessioni. Nella seconda, lo sguardo si posa sulle pratiche educative, con un’attenzione specifica ai contesti scolastici e familiari.

Difatti, sia nella relazione tra genitore e figlio sia in quella tra insegnante e alunno germogliano “impliciti pedagogici” su cui occorre riflettere se si vuole rinvenire e mettere a fuoco le componenti molteplici di un esercizio del potere che possa coincidere con l’azione educativa autorevole. In famiglia come a scuola, l’autorevolezza, intesa come abito comunicativo e postura educativa perfettamente in equilibrio tra amore e regole, appare una tensione ideale, più che una condizione reale. Riflettere sull’instabilità e sulla contradditorietà degli stili educativi di genitori e docenti è il primo passo per progettare e realizzare percorsi formativi che coinvolgano più in generale tutti gli adulti impegnati in campo educativo nella valorizzazione dei loro specifici compiti educativi, e nella costruzione di possibili alleanze interistituzionali. Il potere dell’educazione e nell’educazione è infatti nulla di più che la capacità di pre-occuparsi – sapientemente e onestamente – di quel processo di cambiamento dell’uomo che chiamiamo vita, e che non può darsi se non dentro una relazione asimmetrica, seppure mai disuguale.