Anno V - Numero 1 - Giugno 2015 Stampa Email
Pirè, V. (2014). Carcere e potere. Interrogativi pedagogici. Roma: Aracne
di Marco Brancucci   
DOI: 10.12897/01.00143

Il saggio Carcere e potere. Interrogativi pedagogici, opera prima di Valeria Pirè, funzionario apicale DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) presso la Casa Circondariale di Bari e dottore di ricerca in “Dinamiche formative ed educazione alla politica” presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, si colloca a pieno titolo nell’alveo della letteratura di settore, mai esaustiva, che erge a proprio obiettivo l’intento di interrogarsi e fare luce criticamente sulla natura del rapporto tra pedagogia e carcere.

 

L’originalità con la quale l’autrice si cimenta a scandagliare la complessità e l’oggettiva problematicità dell’ universo carcere risiede, anzitutto, nella prospettiva di ricerca adottata che muove dal presupposto scientifico di isolare il “germe responsabile della patogenicità” penitenziaria: “un 'sintomo' obliquo” (p. 14) che coincide con “la presenza e l’incidenza delle variegate dinamiche del potere all’interno del contesto penitenziario” (p. 14).

L’autrice mostra di possedere consapevolmente quel coraggio necessario a rendere visibile e comprensibile, senza indulgenza o affettata benevolenza, lo status quo della realtà penitenziaria, solitamente poco permeabile a sguardi esterni, ben lontana da immagini stereotipate curvate verso l’ideal-tipo istituzionale caro al legislatore, ovvero atte a soddisfare morbose curiosità da ignaro tele-spettatore.

Nel primo capitolo, intitolato Carcere e educazione. Una storia di assenze, Pirè ricostruisce in maniera feconda la trama della filosofia fondativa ed ispiratrice dell’idea moderna di carcere, rendendo doveroso omaggio agli illustri antesignani di matrice illuminista Cesare Beccaria (Dei delitti e delle pene, 1764) e Jeremy Bentham (Panopticon or the inspection-house, 1791) e agli studi più contemporanei di Erving Goffman (Asylums, 1961) e Michel Foucault (Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, 1975), i cui apporti oggi giganteggiano a pieno titolo nel panorama delle ricerche di scienze umane sul carcere, istituzione totale, prima ancora che sociale, per antonomasia.

Muovendosi a proprio agio e con pervicacia sul terreno dell’evoluzione storico-sociale della normativa penitenziaria nazionale ed extranazionale, l’autrice, forte anche della propria formazione eminentemente giuridica, riannoda i fili di leggi, codici e regolamenti succedutisi in Italia a partire dal diciannovesimo secolo, consapevole dell’importanza di testimoniare non solo la ricorsività della “storica difficoltà di collegamento tra le istituzioni penitenziarie e la realtà esterna” (p. 32), ma anche l’impervio cammino del processo di umanizzazione degli istituti carcerari e di concretizzazione della finalità rieducativa della pena, così come fortemente voluta dai padri costituenti.

Un processo purtroppo mai del tutto giunto a compimento, pare mettere in guardia l’autrice, a dimostrazione di quanto “la classe politica espressa dalla società italiana non sia stata in grado di concretizzare le scelte culturali introdotte con le riforme” (p. 38) e che, tuttora, non manifesta linearità nell’oscillazione periodica tra venti di giustizialismo tout court e soluzioni emergenziali per far fronte a carceri tracimanti di persone, comunque portatrici di umanità e del diritto alla propria dignità.

Obiettivo dichiarato e centrato da Pirè è che in “un contesto irrigidito da logiche non sempre compatibili con il mandato costituzionale e con gli obiettivi della 'rieducazione', si può tentare di immaginare una pedagogia che 'si sporchi le mani' ” (p. 18), anche a costo di muovere delle critiche obiettive alla burocratizzazione eccessiva dell’establishment istituzionale ed alla depauperata operatività del sistema penitenziario, del quale ella stessa è profonda conoscitrice, tanto da consentirci di cogliere la polifonia, e talvolta la cacofonia, di chi vive, abita e connota umanamente e professionalmente il sistema chiuso delle carceri.

Obiettivo, dunque, ancor più ambizioso quello suggerito dall’autrice di “'produrre domande' – e  non 'rieducare il detenuto' […], che aiuti l’operatore penitenziario a sentirsi vivo e lo aiuti a far sentire vivi i detenuti” (p. 51).

Nel secondo capitolo, l’attenzione si cristallizza sul concetto di potere nella sua polisemanticità lessicale e disciplinare e, per dirla con Foucault, nella sua duplice valenza macrofisica (nei rapporti di forza tra Stato e classi sociali) e microfisica che “scorge il potere ovunque, in tutti i settori della società, a cominciare dalle relazioni quotidiane tra gli individui” (p. 56).

Nell’indagare le diverse angolazioni disciplinari da cui delineare le manifestazioni dell’esercizio del potere (es. diritto, economia, scienze tecnico-sperimentali, filosofia, psicologia sociale, sociologia), Pirè chiama in causa la scuola di Riccardo Massa (1945-2000) e rilegge le tecniche del potere in chiave di dispositivo pedagogico, inteso come “un’unità strutturale di pratiche che architettano e gestiscono spazi, scandiscono e colonizzano tempi, […] organizzano e celebrano rituali, addestrano e modificano corpi” (p. 59).

Ne consegue, dunque, il riconoscimento della duplice esistenza di un potere formale e codificato, a cui si affianca quello non formale ed implicito, parimenti forte, che “trae questa forza da una legittimazione interna, che risponde a regole e paradigmi strettamente collegati all’ambito in cui si muove” (p. 65); entrambi rischiano di fagocitare e spersonalizzare coloro i quali, se pur privati della libertà, dovrebbero essere recuperati ad occupare una posizione di centralità dell’agire pedagogico in ambito penitenziario.

A ragion veduta l’autrice, smarcandosi dalla critica decostruttiva di Foucault circa l’esito per certi versi sconfortante delle relazioni di potere nella compagine sociale, vi contrappone e rilancia la prospettiva pedagogica squisitamente fenomenologica di Piero Bertolini, chiarendo che “l’attenzione pedagogica al detenuto si propone come percorso rieducativo rivolto alla costruzione consapevole delle modalità soggettive di costruzione di senso e di significato” (pp. 84-85). Il tutto in chiave di accrescimento di responsabilità, resilienza e senso civico personali, per quanto ciò debba trovare riconoscimento in un contesto fortemente omologato e di alterazione cinestesica e spazio-temporale.

Nel terzo capitolo del saggio, Pirè tiene a chiarire che le manifestazioni del potere, sia quello esercitato dall’istituzione sia quello di prevaricazione inter homines, fanno in modo che il contesto penitenziario italiano appaia “inesorabilmente 'auto-centrato', privilegiando la dimensione individuale dei rapporti, a totale discapito di quella collettiva” (p. 89). In uno scenario che si presuppone dominato dalla formazione di “singoli microcosmi di potere” (p. 96), rischia di arretrare, o ancor peggio naufragare, qualsivoglia pretesa di qualità dell’azione e della relazione educativa.

L’esigenza legittima di non incorrere in una valutazione esclusivamente autoreferenziale da addetta ai lavori della nostra realtà carceraria, unita alla “necessità di riscontro e condivisione di alcuni spunti di riflessione” (p. 99), per quanto senza pretesa di analisi comparativa, induce poi la nostra ricercatrice a spingere lo sguardo ben oltre i confini nazionali.

Lo scopo perseguito consiste nel rilevare eventuali “fattori universali della prigionizzazione” (p. 100) nel panorama dei sistemi penitenziari europei, che vanno comunque distinguendosi per eterogeneità di pratiche e strategie politico-istituzionali ovvero di elaborazioni socio-culturali, sotto l’egida idealmente unificante del controllo incarnato dal Consiglio d’Europa in materia di salvaguardia e rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.

L’opportunità esperita da Pirè di saggiare direttamente e concretamente la “interconnessione tra potere ed educazione in carcere in Stati diversi dall’Italia induce a ritenere che […] l’intensificazione delle attività di formazione e educazione all’interno delle strutture penitenziarie, nonché di comunicazione tra operatori costituiscono lo strumento fondamentale per contribuire a neutralizzare le nefaste influenze delle dinamiche di potere interne” (p. 103).

La disamina della normativa di settore del sistema penitenziario francese, il cui recente ammodernamento appare votato ad una maggiore personalizzazione del regime di detenzione grazie all’ampliamento delle modalità di esecuzione della pena alternative alla mera reclusione, e l’esemplarità del modello più liberale e welfare-centrico dei Centri di Apprendimento negli istituti penitenziari svedesi, consentono poi all’autrice di approfondire una riflessione originale circa lo status quo della nostra realtà nazionale.

Ne emerge il quadro di un apparente “conflitto di interessi tra educazione e sicurezza. Il problema di una 'mission' non condivisa delinea un’immagine di forze centrifughe” (p. 108), quasi di matrice corporativista, tra le categorie di professionisti operanti negli istituti penitenziari. Si rischia di precludere ipotesi risolutive di quello scollamento tra aspettative personali e legislative circa il reinserimento sociale delle persone detenute e la infausta considerazione di cui talvolta gode la finalità rieducativa della pena agli occhi dell’opinione pubblica.

A riguardo l’autrice delinea una strada da percorrere laddove si voglia realmente tendere al trattamento rieducativo di ogni genere di devianza: “riconoscere nell’educazione lo strumento elettivo per riabilitare e reintegrare in maniera positiva i detenuti” (p. 118), sgomberando il campo da equivoche e faziose politiche sociali.

La via tracciata da Pirè, nel quarto e ultimo capitolo del testo, dal titolo evocativo Per una pedagogia della persona detenuta, conduce senza soluzione di continuità al riconoscimento e rispetto della “libertà residuale” (p. 121), che pur sempre rimane in capo a chi vive la condizione esistenziale di detenzione. Ciò, nonostante l’impossibilità di negare che “il carcere lotta contro se stesso e la sua costitutiva tentazione alla degradazione, fino all’annichilimento della persona che vi è condannata” (p. 121), rispetto al quale, con altrettanta spinta costitutiva ma di segno opposto, la pedagogia è chiamata al dovere morale di ergersi a protezione della dignità della persona umana.

Per quanto utopistico possa apparire, si fa largo “la necessità di un nuovo approccio che sappia coniugare l’affermazione universalistica della dignità della persona in astratto con le situazioni particolari che oggi esigono una sua tutela differenziata” (p. 126), alla riscoperta della capacità non solo individuale ma anche istituzionale di esercizio di empatia, del privilegio di pensare con il cuore, seguendo l’invito e l’esempio incarnato dalla filosofia di Edith Stein (1891-1942).

La particolarità del contesto penitenziario, dunque, non fa eccezione all’esigenza di concretizzare e fondare tale riconoscimento della dignità personale “sul principio di differenziazione e individualizzazione dei bisogni e del progetto di vita” (p. 127) del singolo individuo, all’interno di una specifica cornice di senso.

Si traduce pertanto nella richiesta e assunzione della “responsabilità di chi osserva, di chi opera, di chi assume decisioni all’interno del carcere e sul carcere” (p. 128) come ben sa la nostra autrice, nella duplice veste sia di dirigente penitenziario a cui sono avocate le decisioni più difficili da assumere, sia di acuta ricercatrice abbeveratasi alla fonte della pedagogia della responsabilità e della dignità umana di Angela Chionna, in seno alla comunità accademica barese.

A disvelamento dei meccanismi reattivi che ostacolano i tentativi di innovazione all’interno dell’organizzazione gerarchica  carceraria, lo sguardo dell’autrice si sofferma sui centri nevralgici del sistema, nel braccio di ferro tra gli interessi di quest’ultimo e la diversità di “codici culturali contrapposti tra gli operatori della sorveglianza e quelli del trattamento” (p. 132), che finiscono per mal conciliarsi con i risvolti etici imprescindibilmente permeanti le professionialità penitenziarie.

La consapevolezza dell’esigenza di formare e qualificare responsabilmente i professionisti dell’agire educativo in carcere, unitamente alle valenze etico-deontologiche ad essi attribuibili, rinforza la convinzione che “il carcere sia come istituzione totale sia come luogo di relazioni specifiche, necessita di una sua propria declinazione educativa” (p. 137), soprattutto sul piano della comunione di intenti circa la progettualità di intervento, alla quale è sinergicamente chiamata anche la comunità esterna.

La ricerca pedagogica di Pirè, a titolo esemplificativo, individua nel corpus di “un volontariato informato, consapevole e formato” (p. 141) l’elemento che funge da cerniera tra il carcere e i localismi della realtà socio-territoriale su cui l’istituzione insiste, facendo propria “anche una funzione sussidiaria rispetto ai doveri cui non ottempera lo Stato” (p. 139) In tal modo si accredita, inoltre, come strumento di ammortizzazione sociale, promozione umana, rinnovamento, senso civico e legalità e, non da ultimo, di valorizzazione della relazione educativa intra-carceraria.

Solo all’importanza strategica di apertura verso l’esterno e di fare rete nel territorio, anche in termini di maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, infatti, può legarsi a doppio filo la speranza di superamento di certe logiche autoreferenziali piuttosto diffuse nei contesti penitenziari nazionali. Il testo offre un contributo rilevante a una teoria del “rinforzo positivo” del primato dell’educazione nelle istituzioni totali, finalizzata a svincolare l’azione dell’educatore  “dalle plurime dinamiche tentacolari del potere all’interno delle mura del carcere” (p. 161), il che è l’oggetto originale di questa robusta analisi idiografica.