Anno V - Numero 1 - Giugno 2015 Stampa Email
Pati, L. (a cura di) (2014). Pedagogia della famiglia. Brescia: La Scuola
di Alessandra Altamura   

 

Il volume Pedagogia della famiglia, curato da Luigi Pati, affronta, grazie anche al contributo di esperti provenienti da diverse università italiane, il tema della famiglia e delle molteplici trasformazioni che hanno investito (e tuttora investono)  tale istituzione, sottolineando  la necessità di una riflessione pedagogica che tenga conto di questi cambiamenti e delle loro ripercussioni sulla/nella società.

 

 

Il testo si compone di quattro parti, strettamente connesse tra loro, attraverso una serie di rimandi a questioni centrali: “Contesto sociale e problematiche familiari; Il divenire delle funzioni educative familiari; Criticità della vita familiare; La famiglia nella rete sociale”.

Ogni parte è introdotta da un saggio del curatore che, in questo modo, riesce a legare tra loro argomenti diversi tutti volti ad approfondire un aspetto del sistema famiglia nella società, garantendo organicità ad un volume denso di contenuti, corposo, complesso.

La prima parte, Contesto sociale e problematiche familiari, si sofferma sulle trasformazioni della famiglia, sul suo carattere ormai eterogeneo e, dunque, non più riconducibile ad un unico modello.

I primi due saggi del curatore mettono in luce alcuni aspetti di rilevante interesse: le trasformazioni morfogenetiche della famiglia e la possibilità di conciliare vita privata e vita lavorativa.

Per quanto riguarda le trasformazioni morfogenetiche della famiglia (diminuzione del numero di matrimoni, tendenza a «fare famiglia» al di fuori del vincolo matrimoniale, aumento di separazioni e divorzi), c’è da dire che queste hanno generato un profondo senso di disorientamento poiché «in campo culturale c’è stato un vero e proprio rifiuto axiologico, tutto a «vantaggio dell’anomia comportamentale» (p. 27).

Per quanto riguarda, invece, il difficile equilibrio tra vita privata/familiare e lavoro, non si può non sottolineare come il lavoro, attualmente, lungi dall’essere solo «una delle componenti di cui la persona ha bisogno per realizzare se stessa » (p. 32), ha assunto un’importanza tale da trascurare, troppo spesso,  la rete di relazioni vitali come, ad esempio, quelle familiari.

Occorre, allora, sottolineano gli autori, riportare  il lavoro alle sue giuste dimensioni, «relativizzarlo» per far sì che ci sia un legame armonico tra lavoro, da un lato, e necessità personali/familiari, dall’altro lato, promuovendo un nuovo approccio in cui i diversi attori (genitori e datori di lavoro in particolare) siano corresponsabili e promotori essi stessi di un rinnovato equilibrio tra vita privata e lavoro nell’ottica della conciliazione. Tema, questo, fondamentale perché, come riprende Amelia Broccoli nel suo saggio, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro ha comportato una rivisitazione dei ruoli maschili e femminili, di padre e di madre, per cui non si parla più di una netta separazione tra i ruoli quanto, piuttosto, di una loro «contaminazione». Nello specifico, l’Autrice si sofferma sul fenomeno che ha visto, nel corso degli anni, la nascita di nuove tipologie di famiglia: nucleare, uni personale, complessa, comunitaria, sino ad arrivare a quelle definite «atipiche». Alla luce di queste trasformazioni, culturali e sociali, è importante non trascurare gli effetti che queste possono avere sui figli, perché ad oggi le nuove famiglie mancano, citando Chiara Saraceno, di «carte di navigazione» (p. 110) già note che aiutino gli uomini e le donne a orientarsi nelle loro scelte educative.

Altro aspetto essenziale che ha contribuito a travolgere la staticità dell’assetto familiare classico è, senza dubbio, l’incremento, a partire dagli anni ’70, del tasso dei divorzi. Ad oggi, infatti, tale fenomeno non è più sporadico e circoscritto ma diviene, sempre più spesso, l’unica via d’uscita ai problemi cui la coppia non riesce a far fronte. Rispetto a questa realtà, Livia Cadei sottolinea che la pedagogia non può non riflettere sugli effetti che la separazione ha sui figli della coppia, poiché è proprio in questo momento di sofferenza e di disorientamento che viene meno la funzione guida dei genitori di cui i figli avrebbero maggiore bisogno.

Gli ultimi due saggi della prima parte (rispettivamente di Paola Dusi e Fabrizio Pizzi) affrontano un tema comune: la migrazione.

Il primo spiega come l’esperienza di migrazione sia un «affare di famiglia» e quanto questo esponga i suoi componenti (coniugi, genitori, figli) all’imprevedibile, al rischio, al cambiamento; nel secondo, invece, viene analizzato il caso specifico dei minori stranieri non accompagnati (MSNA). Anche i fanciulli, come gli adulti, lasciano il proprio Paese con la speranza di migliorare la loro esistenza e trovare nuove opportunità. Tuttavia, rispetto ai senior, la presenza di MSNA richiede, con maggior urgenza, «risposte adeguate di assistenza e di protezione nonché di meccanismi educativi specifici che possano incentivare processi di inserimento, integrazione sociale, crescita e sviluppo» (p. 88).

La seconda parte del volume analizza Il divenire delle funzioni educative familiari.

Rispetto a quanto detto nella prima parte, Luigi Pati identifica due coordinate che permettono di leggere la famiglia come realtà dinamica: il tempo e lo spazio.

Ogni famiglia «comincia a narrare e vivere la propria storia nel tempo» (p. 109), intessendo legami con il passato, proiettandosi nel presente e gettando ponti per il futuro. Tuttavia, sempre più frequentemente, questa processualità viene repentinamente interrotta poiché la famiglia è chiamata a misurarsi con eventi imprevisti che imprimono alla routine della vita familiare un andamento diverso. Oltre alla relazione con il tempo è fondamentale quella con lo spazio. La famiglia è la culla dell’educazione primaria, è lo spazio della riservatezza. Tuttavia, affinché cresca ed evolva, ha bisogno di aprirsi al contesto circostante e «fare rete» con gli altri sistemi e ambienti di vita.

Nel saggio successivo, accanto alle categorie di temporalità e spazialità, il curatore del volume individua le categorie pedagogiche della vita familiare: coniugalità e genitorialità. Tali categorie, lungi dall’essere ancora l’una la «normale» conseguenza dell’altra sono, sempre più spesso, disgiunte a causa, per lo più, della crisi del sistema axiologico tradizionale e dei processi scientifici e tecnologici che hanno permesso di accedere allo status di madre/padre in maniera «surrogata» (utero in affitto e inseminazione artificiale tra i più frequenti), indipendentemente dall’aver intrecciato una relazione con un partner dell’altro sesso.

Da questa situazione deriva, come sostiene Luigi Pati, la necessità di riapprendere la funzione materna e paterna.

L’apprendimento di simili funzioni è fondamentale per la vita emotiva dei figli per i quali il genitore deve farsi «contenitore emotivo», aiutandoli a padroneggiare le proprie emozioni e a divenire essi stessi «contenitori».

Di educazione alle emozioni parla anche Elisabetta Musi, la quale però si sofferma sul «terremoto emotivo» provocato dalla nascita di un figlio che costringe i partner a riorganizzare il ménage familiare. Il «dare alla luce», infatti, non implica solo la capacità procreativa ma richiede un impegno maggiore che si sostanzia non solo in una maggiore responsabilità verso se stessi ma, più di ogni altra cosa, nella disponibilità a prendersi cura del nuovo essere che viene al mondo. «Dare alla luce si trasforma subito in un dare la luce, assumersi la responsabilità di rischiarare il cammino (…) Nel sostenersi reciprocamente in questo compito, i genitori attuano il momento fondamentale dell’educare, che consiste nel portare continuamente alla luce» (p. 172).

Dunque, l’essere genitori si concretizza in un intreccio di compiti e funzioni che per poter essere svolti adeguatamente richiedono responsabilità e libertà di agire.

Angela Chionna si sofferma proprio sull’importanza della responsabilità genitoriale e del ruolo che questa riveste nel favorire il processo di acquisizione e di sviluppo, da parte del figlio, di quelle capacità e disposizioni necessarie ad attivare il processo di «autoformazione». Tutto questo si esplica nell’aver cura, intesa come insieme di «azioni che preservino la vita da quanto la minaccia, che la riparino quando si creano fessure di sofferenza, che la facciano fiorire offrendo esperienze in cui poter vivere una pluralità di differenti modi del divenire il proprio essere» (p. 186).

Se, da un lato, Angela Chionna sottolinea la rilevanza della responsabilità genitoriale, dall’altro, Luigi Pati esamina la questione del mutato atteggiamento della coppia di fronte alla procreazione. Sempre più spesso, infatti, l’aspirazione all’autorealizzazione e al successo personale – dovuti ad una inadeguata educazione morale, come scrive Antonio Bellingreri nel suo saggio – prevalgono sul desiderio di avere un figlio. Il primo effetto di tale mutato atteggiamento è l’incremento del tasso di denatalità e la conseguente scomparsa della società fraterna (luogo di occasioni educative inedite e originali).Per questo motivo, accanto allo scambio intragenerazionale è necessario attivare quello intergenerazionale, poiché la trama di storie delle generazioni passate costituisce un inestimabile ancoraggio identitario.

Attraverso l’inserimento della propria storia in una storia più grande (quella della famiglia) è possibile attingere a quella «micro-cultura familiare» (p. 209), di cui parla Monica Amadini, che è il risultato delle dinamiche relazionali passate e che diviene fondamentale nei momenti di transizione. L’Autrice, infatti, vede nel recupero dei legami generativi con il passato un possibile sostegno alla genitorialità, un possibile supporto al senso di isolamento che spesso i neogenitori avvertono.

In merito a questo aspetto, un importante supporto alla famiglia (questa volta fisico) può essere offerto dai nonni, poiché consentono ai genitori di risparmiare costi di asilo, ludoteche, baby sitter e di conciliare più serenamente famiglia-lavoro. In più, svolgono una funzione educativa da non sottovalutare. Infatti, attraverso le narrazioni e le loro azioni routinarie promuovono nel bambino inediti processi di conoscenza e di affettività. Il tempo trascorso con i nonni, scandito da azioni abitudinarie e, dunque, prevedibili, permette ai bambini di sviluppare «un senso di fiducia verso il mondo esterno, sicuri della possibilità di poterne prevedere le scansioni temporali e le reazioni: questo è un viatico fondamentale per la conquista dell’autonomia personale» (p. 229).

Proprio alla luce di queste ed altre potenzialità insite in essa, la famiglia deve essere necessariamente accompagnata, asserisce Livia Cadei, a riconoscersi come luogo di scambio e di crescita e, più in generale, come luogo di cultura educativa.

Il filo conduttore della terza parte, Criticità della vita familiare, è la sofferenza (nei suoi molteplici aspetti) che Luigi Pati riconosce come elemento costitutivo della vita in grado di influenzare il divenire della storia personale e familiare. Sofferenza che può essere causata da numerosi fattori: si pensi ai contrasti tra genitori, tra genitori e figli, alla perdita di una persona cara o all’insorgere di una malattia grave, alla precarietà economica.

Chiara Sirignano affronta, nello specifico, la questione inerente al conflitto di coppia e alla possibile mediazione educativa. Il confliggere si configura come un confronto, tra una o più persone, connotato in maniera negativa poiché da esso derivano caos, instabilità e paura dell’avvenire. Il conflitto non può essere evitato, fa parte della storia di ogni persona. Tuttavia, può essere mediato e ri-orientato attraverso una corretta percezione del problema, il dialogo e la volontà di capirsi.

«Una coppia ben funzionante non si definisce tale per l’assenza di conflitto, ma per l’efficacia con cui lo gestisce continuando ad adempiere alle sue funzioni» (p.276). L’essere funzionali postula, dunque, la capacità di porsi l’uno di fronte all’altro, di meta-comunicare mantenendo i propri spazi. In tal modo diviene una virtù relazionale che si fa educativa poiché permette ai membri della coppia di poter parlare e confrontarsi senza timori.

Anche secondo Antonia Cunti, autrice del saggio successivo, il conflitto è una delle principali cause di disagio familiare. Nel suo divenire temporale può capitare che la famiglia si trovi ad affrontare situazioni che mettono a dura prova la sua capacità di continuare ad assolvere alle sue funzioni principali. L’incapacità persistente di gestire il conflitto tende a cristallizzare modalità educative inefficaci in cui i genitori non riescono neanche più a porsi come modello per i propri figli.

Altro elemento di rischio nell’alterazione degli equilibri familiari è la presenza, al suo interno, della disabilità. Sino agli  anni ’50, l’attenzione alla famiglia con disabile era molto scarsa e si ricorreva frequentemente alla pratica dell’istituzionalizzazione. Tuttavia, a partire dagli anni ’70, si è cominciato a guardare a tale pratica come ingiusta e inadeguata e, per questo, da ripensare. Da qui, l’attenzione alla famiglia del disabile come luogo di risorse per fronteggiare adeguatamente le difficoltà. Infatti, come sostiene Giuseppe Elia, la famiglia è il primo luogo in cui il disabile trova motivazioni e sperimenta stimoli necessari alla costruzione di un progetto di vita che punti alla conquista dell’autonomia. Per far sì che questo avvenga, la famiglia deve poter contare su una società ri-educata che offra ai suoi membri disabili la possibilità di costruirsi un futuro.

Anche il processo di invecchiamento può incidere o meno sull’andamento della vita familiare, specie se durante questa fase si verifica l’insorgere di malattie degenerative gravi come l’Alzheimer. Di questo aspetto in particolare si occupa Domenico Simeone. La demenza in età senile e la manifestazione di malattie importanti richiedono una profonda riorganizzazione degli assetti familiari e l’assunzione di nuovi compiti di cura. Ora, la capacità di gestire adeguatamente la malattia dipende dalle risorse di cui dispone la famiglia e dal sostegno che può ottenere. In tal senso, un utile supporto può essere fornito dai programmi di formazione rivolti ai familiari, per conoscere la malattia e il corrispondente trattamento; la rete di servizi cui la famiglia può rivolgersi e il confronto con altre famiglie colpite dagli stessi problemi. In questo modo, si dona alla famiglia la speranza di poter superare il momento critico in cui versa.

Un altro evento che, secondo Luigi Pati, comporta una totale ristrutturazione dell’assetto familiare è la morte del coniuge, che sta a significare non soltanto il venire meno della persona amata bensì la scomparsa, talvolta improvvisa, di una storia d’amore e di tutte le azioni ad essa connessa: sostegno, interesse, compagnia, dialogo.

Proprio per questo, il superamento del dolore esige processi di sostegno e di cura necessari per la riformulazione del progetto familiare. Cura intesa come coltivazione della speranza, intesa come «certezza di avere ancora qualcosa da dare, da ricevere, da imparare anche quando tutto sembra negare il nostro essere al mondo. La speranza è tensione a superare il limite dell’esistenza» (p. 339).

Di fronte a tutte queste situazioni di rottura è necessario far sì che la famiglia reagisca e ricostituisca l’equilibrio alterato o perduto. Ecco allora che entra in gioco l’empowerment familiare, processo volto ad avvalorare le risorse e le potenzialità educative della famiglia e ad incrementare il suo senso di autoefficacia. Per Domenico Simeone, autore dell’ultimo saggio di questa terza parte, si tratta di attivare un processo di trasformazione del gruppo familiare che da passivo fruitore di servizi e di interventi pensati da altri, divenga protagonista attivo e co-autore delle risposte ai propri bisogni. A questo serve l’empowerment, a trasformare gli elementi di rottura, la “crisi”, in una occasione di ri-orientamento.

Anche la quarta ed ultima parte, La famiglia nella rete sociale, si apre con il contributo di Luigi Pati, il quale ribadisce l’importanza di considerare la famiglia come sistema aperto che ha bisogno, per poter crescere e continuare a vivere, di avviare e coltivare scambi con l’ambiente circostante. Per questo, non può ignorare l’azione delle altre istituzioni; deve, piuttosto, «fare rete» con le altre agenzie educative nell’ottica del sistema formativo integrato.

Pertanto, ha da costituirsi come snodo vitale della rete educativa, luogo idoneo a permettere alle varie istituzioni territoriali di operare in modo autonomo e originale.

Nella prospettiva relazionale, l’incontro tra famiglia e scuola, famiglia e territorio, famiglia e servizi può rappresentare un’importante occasione di sostegno alla genitorialità.

In tal senso, l’incontro tra genitori e asilo nido (di cui parla Monica Amadini) è cruciale in quanto rappresenta il primo spazio educativo extra-familiare cui affidare la cura del proprio figlio. Diventa fondamentale costruire, allora, in chiave pedagogica, una relazione educatori/genitori in cui questi ultimi entrino a pieno titolo come protagonisti della rete educativa affinché possano dar voce, attraverso i loro racconti, ai molteplici e complessi volti dell’infanzia. In questo modo sarà possibile costruire una cultura del dialogo partecipativa per la «costruzione di un sapere condiviso ed incarnato sui bambini e per i bambini» (p. 370).

Tuttavia, come sottolinea  Pati, la partecipazione della scuola alla vita non passa solo attraverso la famiglia ma anche grazie ai docenti che perciò devono essere preparati e formati adeguatamente. In tale prospettiva, dunque, diventa necessario approfondire il tema della formazione del docente come progettista, come co-costruttore di nuove reti con la famiglia.

Paolina Mulè, nel suo scritto, prende in considerazione proprio questo aspetto e, dopo un excursus storico-teoretico, illustra i modelli di riferimento che nel corso del XX secolo si sono intrecciati con i dispositivi legislativi e i modelli organizzativi, giungendo a riconoscere l’importanza della cooperazione tra scuola e genitori per il pieno sviluppo dell’alunno.

E’ necessario, allora, sottolinea l’Autrice, colmare lo “scollamento” tra le due agenzie educative attraverso la promozione di un patto di corresponsabilità con cui creare «un’alleanza duratura ed efficace con i genitori, i quali molto spesso, vivono con difficoltà la comunicazione intergenerazionale. Per fare ciò, occorre formare docenti in grado di pensare e di agire secondo questa prospettiva» (p. 382).

Alla stessa conclusione giunge anche Paola Dusi, che conferma come la formazione delle nuove generazioni chieda agli adulti una condivisione delle responsabilità. Si parla, quindi, di corresponsabilità educativa intesa come capacità (della scuola e della famiglia) di «rispondere insieme ai bisogni di crescita e formazione delle nuove generazioni» (p. 396).

Rosalba Zannantoni parla di famiglia affidataria come “risorsa della comunità locale”. Risorsa perché la famiglia che decide di prendere in affido un minore in difficoltà fa un “dono”, un gesto di solidarietà, non solo nei confronti della famiglia d’origine ma, soprattutto, del bambino offrendogli relazioni solide e “basi sicure” da cui partire per costruire la sua identità. «Si tratta di un arricchimento della rete di cura, sovente all’insegna della complessità» (p. 410) poiché il bambino affidato, diversamente dal figlio biologico, vive da «pendolare affettivo», esposto alla difficoltà della doppia appartenenza (famiglia naturale e famiglia affidataria).

A proposito di difficoltà è necessario prendere atto del senso di isolamento che vivono le attuali coppie di neogenitori. Sebbene l’antropologia metta in evidenza il carattere comunitario di un evento quale quello della nascita, ai giorni nostri i genitori sembrano trovarsi in una condizione di doppio isolamento (geografico e relazionale). Queste considerazioni sono confermate dalle recenti indagini sull’impiego di Internet da parte dei genitori nella fase di attesa del proprio bambino. In questa direzione, la letteratura scientifica inizia a considerare l’importanza e l’impatto esercitato dai social network nel processo di transizione alla genitorialità. Attraverso questi strumenti (chat, forum, consulenza on-line), i neogenitori possono stabilire contatti per ricevere una qualche forma di sostegno (si pensi al fenomeno del mommyblogging) senza essere legati in relazioni impegnative. La rete, allora, si configura sempre di più come spazio sociale. «In assenza di un sostegno familiare immediato – afferma Livia Cadei – i genitori cercano di trovare un supporto alternativo da altre persone, non strettamente appartenenti alla cerchia familiare» (p. 423).

Dunque, per Fabrizio Manuel Sirignano, nell’attuale realtà multiproblematica e complessa, solo un progetto pedagogico di ampio respiro può essere in grado di favorire la crescita globale del soggetto-persona e di contrastare le paure e le incertezze di una società che sembra aver smarrito il suo orizzonte di senso.

L’ultimo saggio, con cui si fa il punto della situazione, è del curatore del volume, che rileva la necessità di definire, con urgenza, una politica educativa con e per la famiglia.

Si tratta, allora, di enucleare nuove forme di corresponsabilità  educativa tra famiglia ed istituzioni sociali nonché di rifondare una cultura axiologica di riferimento attraverso cui elaborare e diffondere una nuova cultura dei valori familiari e matrimoniali, a fronte dell’attuale anomia comportamentale.