Anno IV - Numero 1 - Giugno 2014 Stampa Email
Ordine, N. (2013). L’utilità dell’inutile. Manifesto. Milano: Bompiani
di Cristina Romano   

 

Un titolo dalla costruzione volutamente ossimorica apre la strada alle riflessioni racchiuse nel volume L’utilità dell’inutile. Manifesto. Sin dalle prime pagine, l’autore Nuccio Ordine, professore di Letteratura italiana presso l’Università della Calabria, esprime la ferma volontà di dimostrare l’universale utilità dei saperi cosiddetti “inutili” e il ruolo fondamentale che essi rivestono “nella coltivazione dello spirito e nella crescita civile e culturale dell’umanità” (p. 7). Come l’autore stesso chiarisce nell’introduzione, l’inutile cui fanno riferimento il titolo e l’intero volume, l’inutile di cui ci si ripromette di affermare l’utilità, non è attributo esclusivo dei saperi umanistici, spesso accusati di non essere in grado di produrre profitto. È considerabile come utilmente inutile, in un’ottica più ampia e generalizzata, qualsiasi sapere che si caratterizzi per la natura gratuita e disinteressata – lontana da scopi pratici ed utilitaristici – e che, proprio in virtù della sua apparente non-utilità, riesca ad apportare benefici di gran lunga più rilevanti dell’esclusivo interesse economico oggi dilagante.

 

È un’utilità sui generis, quella dei saperi inutili, un’utilità dalla ricaduta non immediata e di difficile comprensione, tanto più se messa a confronto con l’immediata praticità delle tipologie di saperi che riempiono “l’universo dell’utilitarismo”, dove “un martello vale più di una sinfonia, un coltello più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro” (p. 11). L’utilità dell’inutile deve, a detta di Ordine, vincere una difficile sfida, deve cioè riuscire ad abbattere la supremazia dell’avere e dell’apparire sull’essere, la “dittatura del profitto e del possesso che domina ogni ambito del sapere e ogni nostro comportamento quotidiano” (p. 38). In tal senso, la letteratura e, in una prospettiva di più larghe vedute, qualunque sapere non monetizzabile che sia affrancato da una immediata finalità utilitaristica, offrono degli intensi spunti di riflessione sui valori della gratuità e del disinteresse, in opposizione agli egoismi del presente e alla smodata ricerca del vantaggio e dell’utile che sembra essere la marca distintiva delle relazioni sociali dei nostri tempi.

Il volume è suddiviso in tre parti, “L’utile inutilità della letteratura” (pp. 35–107), “L’università-azienda e gli studenti-clienti” (pp. 109–161) e “Possedere uccide: dignitas hominis, amore, verità” (pp. 163–197).

Nella prima parte, l’autore passa in rassegna numerosi loci letterari, differenti per ambito d’espressione, caratteristiche stilistiche, contesto storico e provenienza geografica, accomunati però dal tema al quale tutti danno voce, l’utile inutilità della letteratura e, più in generale, dell’arte. Le pagine, fitte di citazioni e di riferimenti bibliografici, lasciano spazio alle libere associazioni di pensiero dell’autore, che di paragrafo in paragrafo delinea una propria, personalissima, storia letteraria dell’utile inutilità. Il risultato è un percorso di analisi che, nonostante si affranchi del tutto dal tradizionale vincolo della successione cronologica di autori ed opere, non cade mai nella frammentarietà e sembra invece costituire un coro unanime di voci, alcune dal nome celebre, altre meno note, tutte a sostegno della tesi di partenza. La sensazione di autentica gioia provata nel plasmare dei pesciolini d’oro dal colonnello Buendía, personaggio della penna di García Márquez, viene ad esempio usata dall’autore come termine di paragone per descrivere l’atto creativo spontaneo e disinteressato che dà vita alla letteratura, ed è poi accostata alla solennità delle riflessioni di Dante, che nel Convivio condanna aspramente gli scrittori che asserviscono le lettere al guadagno. Bacone, Stevenson, Shakespeare, Aristotele, Gautier, Heidegger, Cervantes, Okakura sono solo alcuni dei nomi citati da Ordine, in una trattazione che non ha alcuna pretesa di essere sistematica o esaustiva, ma che è sempre di grande fascinazione per il lettore. Per alcuni autori, il riferimento ai concetti di utile o di inutile è più sfumato e meno diretto, ma per altri le citazioni non lasciano alcun dubbio d’interpretazione. È il caso, ad esempio, di Ovidio che, in una delle Epistulae ex Ponto, confessa all’amico Messalino: “La risposta alla tua domanda è che niente è più utile / di quest’arte che non ha utilità” (p. 72); o di Leopardi che, spinto dalla consapevolezza dell’importanza della filosofia dell’inutile, nel 1831 giunge a progettare un giornale settimanale, “Lo Spettatore Fiorentino”, che “faccia professione d’essere inutile” (p. 76) per rivendicare l’importanza della vita e dell’arte.

Nella seconda parte, il gioco delle libere citazioni si fa meno serrato per lasciare il posto ad una critica analisi dello stato dell’istruzione superiore ed universitaria in Italia e in Europa, con l’obiettivo di guardare agli effetti spesso catastrofici prodotti dalla logica del profitto nell’ambito della formazione. L’autore lancia accuse ben precise in particolare al mondo dell’insegnamento accademico, denunciando con forza “un abbassamento dei livelli di difficoltà per consentire agli studenti di superare gli esami con maggiore facilità nel tentativo (illusorio) di risolvere il problema dei fuori corso” (p. 112) e, usando in più punti con chiaro intento polemico dei binomi composti per l’occasione (come università-azienda, professore-burocrate e studente-cliente), stigmatizza la prospettiva commerciale e clientelare che sembra dettare legge al giorno d’oggi negli atenei. Il rischio è quello di perdere di vista la vera essenza della cultura, che fa della gratuità il suo tratto distintivo e deve tenersi a debita distanza dalle leggi del mercato e dell’utile. Tra gli illustri contributi riportati da Ordine in questa parte del volume, spicca per l’estrema attualità quello di Victor Hugo, che già nel 1848 ammoniva l’Assemblea costituente contro i tagli alla cultura che, lungi dal costituire – come spesso si crede – una via di fuga dai problemi economici di una nazione, percorrono la strada che conduce al baratro dell’ignoranza e della dissoluzione culturale. Particolare rilevanza viene poi data dall’autore ad un tema che gli è evidentemente molto caro, quello della crescente disaffezione delle nuove generazioni per lo studio del latino e del greco: “Perché insegnare le lingue classiche in un mondo dove non si parlano più e, soprattutto, dove non aiutano a trovare lavoro?” (p. 135) è la domanda che Ordine pone a se stesso e ai lettori, prefigurando un futuro a tinte fosche, un avvenire privo di memoria storica e svuotato delle proprie radici culturali e della propria identità. Alla scarsa fortuna di cui godono nella cultura contemporanea le lingue antiche fa eco quella che Ordine definisce “la scomparsa programmata dei classici” (p. 139), il posto sempre più marginale che occupa nelle scuole e negli atenei la lettura integrale dei grandi testi fondatori della cultura occidentale, spesso ridotti a “brani” di antologie e manuali (da un punto di vista etimologico, non si dimentichi che il termine “brano” è assimilabile al pezzo di carne o al brandello di stoffa), semplificati da schede di lettura e di analisi, sintetizzati in sinossi e riassunti, che non avranno mai il potere di seduzione, la capacità di stimolare riflessioni e passioni che è invece appannaggio di un’opera in versione integrale. Il nuovo volto aziendale della cultura – è un altro ammonimento di Ordine – ha già contribuito a trasformare le librerie in negozi tout court, assoggettati agli interessi dei grandi distributori e delle grandi case editrici e costituisce una minaccia sempre più pericolosa per la sopravvivenza delle biblioteche, vessate da continui tagli e spesso minacciate di chiusure forzose e improvvise, come dimostra la triste sorte della biblioteca dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, i cui circa trecentomila libri nell’agosto 2012 furono inscatolati e stoccati in un deposito a Napoli. Sono dunque tanti i segnali della crisi in cui versa il mondo della cultura, una “deriva dell’utilitarismo” che attanaglia la scuola, l’università, i centri di formazione, persino la ricerca scientifica, che spesso si avvale di finanziamenti privati che finiscono per allontanarla dal clima di libertà che dovrebbe invece caratterizzarla.

La terza ed ultima parte vede l’autore impegnato a mostrare gli effetti distruttivi del possesso e del profitto sull’uomo e sulla società, attraverso l’analisi di tre ambiti d’espressione “in cui il possedere si rivela, di per sé, come forza negativa e devastante”, che “costituiscono, al contrario, il terreno ideale dove la gratuità e il disinteresse possono esprimersi nella maniera più autentica” (p. 166) e per ciascuno dei temi, Ordine fa risuonare, ancora una volta, le illustri voci dei classici. Il primo tema analizzato è – per usare le parole dell’autore – la dignitas hominis, che non si quantifica sulla base delle ricchezze accumulate e del prestigio posseduto, ma su valori di ben più alta portata, disinteressati e liberi, e ne sono testimonianza, tra gli altri, il pensiero di Pico della Mirandola, che ritiene che l’essenza della dignitas umana si fondi sul libero arbitrio, e quello di Leon Battista Alberti, che indica nello studio delle lettere la strada maestra che conduce alla virtù. Il secondo esempio di possesso è l’amore che, quando è vero, non pretende nulla in cambio e fa disinteressato dono di sé ma, quando viene contaminato dal desiderio del possesso e del dominio sull’altro, sfocia nella gelosia, così come dimostrano i due episodi citati dall’Orlando Furioso e dal Don Chisciotte. Ultimo ambito è quello del possesso della verità, che se ha la pretesa di essere assoluta, diventa la drammatica antitesi della tolleranza e del dialogo, mentre nella consapevolezza della propria fallibilità e nel confronto con il dubbio trova la propria più autentica definizione, in una continua ricerca del vero che mantiene sempre vivo l’amore per la sapienza.

Il libro riporta in appendice un breve saggio di Abraham Flexner, L’utilità del sapere inutile, alla sua prima pubblicazione in lingua italiana. Nell’introdurre il testo, Ordine lo descrive come “un affascinante racconto della storia di alcune grandi scoperte”, che mostra “come proprio le ricerche scientifiche teoriche considerate più inutili, perché prive di qualsiasi scopo pratico, hanno inaspettatamente favorito applicazioni, dalle telecomunicazioni all’elettricità, rivelatesi poi fondamentali per l’umanità” (p. 14). A parere di Ordine, l’intento di Flexner è quello di dimostrare come l’utile inutilità non sia solo dei sapere umanistici, ma anche dell’evoluzione scientifica e tecnologica, quando è mossa non dal desiderio di perseguire il vantaggio e di accontentare il mercato, ma dall’esigenza di soddisfare una curiosità. In tal senso, una poesia, una sinfonia, un quadro, una verità matematica, un nuovo dato scientifico rappresentano i tanti volti di quell’utilità dell’inutile che può “aiutarci a resistere, a tenere accesa la speranza, a intravedere quel raggio di luce che ci permetta di percorrere un cammino dignitoso” (p. 31).