Anno IV - Numero 1 - Giugno 2014 Stampa Email
Annacontini G. (2012). Dalla mano al pensiero. Nessi pedagogia-medicina. Lecce: Pensa Multimedia
di Pasquale Renna   

 

Giuseppe Annacontini, nella presente monografia, propone una acuta analisi del pensiero di Séguin, con una specifica attenzione dedicata alla fecondità scientifica dell'Autore, alla quale ha contribuito in misura determinante la sua metodologia interdisciplinare.

 

Tale metodologia raggiunge vertici di fecondità soprattutto in campo pedagogico, dal momento che proprio tale ambito ha rappresentato il luogo di incontro e di raccordo di quelle istanze di cura, nel senso più nobile del termine, e di emancipazione del soggetto-persona che erano esigite, ma non esplicitate, dallo stretto campo di pertinenza di Séguin: la medicina.

 

In questo scritto, l'attenzione rivolta a Séguin, in particolare a partire dagli elementi di continuità e discontinuità che la sua opera intrattiene con la prima e con la pedagogicamente più rilevante esperienza di Itard, si argomenta a partire dalla volontà di analizzare gli ordini di motivi che legano campi del sapere solo a prima vista così distanti quali la medicina e la pedagogia.

Riflessione, questa, possibile se si comincia dall'analisi delle correlazioni che sussistono tra i dispositivi culturali, etici e fisiologici che, al tempo in cui operò Séguin, erano collegati tra loro in maniera più immediata e evidente che oggi.

Oggi, diversamente, tali “ponti”, per quanto possano essere meno evidenti, tuttavia, a nostro parere, sono più vitali, se non altro perché l'avanzare delle conoscenze disciplinarmente codificate ha raggiunto quell' “altezza” dalla quale si comincia a intravedere la necessità di riconoscere l'irriducibile interconnessione che mette in contatto tra loro campi del sapere che l'ortodossia vorrebbe eterogenei, a partire dalla centralità della relazione uomo-mondo (pp. 10-11).

 

Il sapere medico settecentesco, animato dalle correnti di pensiero dell'organicismo e del vitalismo, correva il rischio di ingabbiare l'uomo negli stretti vincoli di una natura che era vista come precostituita ed  immodificabile. Per altro verso, proprio in quel periodo le istanze di emancipazione di popoli e classi sociali posti in una condizione di subalternità rendevano quanto mai manifesto che la natura umana fosse, in realtà, non solo evolutiva in se stessa, bensì co-evolutiva con l'ambiente circostante, che ne determina in modo sostanziale le possibilità di sviluppo.

L'opera scientifica di Séguin tiene conto della conciliazione di tali istanze. Infatti, l'antico assunto ippocratico per cui è necessario curare l'uomo e la sua malattia assumeva, ora, un nuovo significato, a partire dall'osservazione di una società in profondo fermento, causato quest'ultimo dalla consapevolezza per cui il destino dell'uomo non è determinato alla sua nascita, ma viene deciso, di volta in volta, dalle scelte che vengono messe in campo nel concreto stare-nella-realtà, che si anima di legittime esigenze di riconoscimento della propria dignità.

 

In fondo, l'intera costruzione dottrinaria che il Settecento aveva elaborato, dando origine a una nuova era intellettuale, poneva le proprie fondamenta in primo luogo nella ridefinizione dello statuto di uomo.  Ed è proprio esso che, attraverso Victor, poteva essere più e meno confermato.

Di questa idea di uomo, uno dei nuclei problematici fondamentali è sicuramente quello inerente alla sua capacità di autodeterminarsi. Nucleo intorno al quale facilmente, almeno ex post, è possibile riconoscere il movimento di riorganizzazione del sapere medico e pedagogico che vide coinvolta l'umanità e la professionalità di Itard (pp. 18-19).

 

La consapevolezza della predeterminazione della natura umana, in tal modo, conduceva il sapere medico a ritenere che la terapia avesse unicamente la funzione di riparare i danni causati dalla disfunzione organica, e non di potenziare la relazione uomo-mondo di cui la corporeità del paziente  è, di fatto, interprete.

Il corpo, così, diveniva scrittura vivente delle relazioni di sapere-potere che pervadono gli assetti sociali. Tale scrittura era, ed è, affidata alla capacità di decifrazione del medico. Quest'ultimo, tuttavia, doveva mediare la propria persuasione scientifica in base alla quale la natura umana era ritenuta immodificabile con l'osservazione di una realtà che, proprio a partire dalla rigida e cristallizzata disposizione degli assetti sociali, diceva all'umanità dell'epoca che era impossibile liberarsi dalla gabbia sociale nella quale ognuno veniva imprigionato sin dal momento della nascita. Tale impossibilità frustrava le legittime istanze di riconoscimento e di dignità che provenivano, in maniera viepiù pressante, dalle classi sociali più deboli, vessate da vincoli di natura feudale di cui l'età moderna si libererà soltanto in seguito alle disposizioni legislative napoleoniche.

Nonostante ciò, la pratica medica  diceva a Séguin che la natura umana, con le sue affezioni, e, in particolare, con quella dell'idiozia con cui egli quotidianamente si confrontava, era modificabile mediante opportuni interventi pedagogici incentrati sulla relazione uomo-ambiente.

 

All'epoca in cui Séguin iniziò ad occuparsi di idioti si era ormai andata affermando la convinzione che per questi sfortunati uomini e donne non fosse possibile alcuna cura. Persino la posizione di Itard, che pure dei risultati importanti aveva restituito per mezzo del cammino formativo intrapreso con Victor, era pesantemente messa in questione alla luce dei successi relativi e fluttuanti dei programmi e degli interventi rieducativi che ad essa si rifacevano con scopi direttamente terapeutici. Diversamente, si era andata ulteriormente affermando una posizione prettamente medico-organicistica che non trovava potenziale di miglioramento nello stato di questi soggetti (p. 46).

 

Il trovare potenziale di miglioramento nello stato dei soggetti idioti non poteva che poggiare sulla convinzione in base alla quale, come peraltro Jakob Moleschott andava indagando nell'ambito delle scienze naturali, tutte le discipline si occupano della medesima realtà della quale fanno indistricabilmente parte la materia, la vita, e le forme di aggregazione sociale. Proprio, pertanto, in un'epoca nella quale le discipline scientifiche si avviavano verso un sempre più elevato grado di formalizzazione e specializzazione, si avvertiva da più parti la necessità di una visione globale dell'uomo che, tenendo conto degli specifici apporti disciplinari, ne portasse in luce le trame ermeneutiche che lo legano al mondo. In tale ambito, la pedagogia non poteva che svolgere, nell'opera di Séguin, un ruolo di strategica importanza.

 

Séguin, praticando insieme un pensiero, una filosofia, una religione – possibilità che oggi sarebbe, se non impossibile, comunque difficilmente sostenibile alla luce di uno sviluppo di una epistemologia più rispondente al bisogno di specialismo disciplinare che di riorganizzazione del sapere – seppe elargire un impegno costante nella sperimentazione e nella costruzione di uno stile educativo (di cui il suo modello è emanazione), sin da quando, giovanissimo, Itard si rese disponibile a garantire per il lavoro che egli, solo venticinquenne, avrebbe condotto sotto la sua supervisione.

Un lavoro che avrebbe finito per essere riconosciuto in quanto passaggio fondamentale nella considerazione della idiozia e della patologia mentale, da un lato, e della possibilità di praticare forme attente di cura formativa e presa in carico pedagogica, dall'altra (pp. 47-48).

 

Cosa, dunque, in ambito strettamente pedagogico, poteva meglio mettere in luce la possibilità di presa in carico della soggettività dell'individuo idiota se non l'istanza di sviluppo delle sue abilità? Solo a partire da tale istanza, infatti, sarebbe stato possibile, pur partendo dall'organicismo che Séguin non aveva mai rinnegato, raccordare gli apporti disciplinari verso un télos pedagogico che ne rappresentasse una prepotente istanza di senso. Ciò, appunto, non toglieva a Séguin lo sguardo realista dell'uomo di scienza, ma elevava tale sguardo verso inediti orizzonti, dal momento che  l'uomo non può essere ridotto alla semplice sommatoria dei suoi organi, apparati e funzioni organiche, in quanto il suo essere corpo-interprete-del-mondo lo pone in una relazione dinamica con l'ambiente circostante. In tal modo, lo stato di l'infermità del soggetto idiota è chiamato ad un confronto relazionale con un ambiente in grado di stimolarne lo sviluppo di abilità.

 

L'impronta del sapere medico, che gli derivava per retaggio familiare ma attestato e riconosciuto ufficialmente solo molto più tardi, all'età di cinquant'anni – allorché ricevette “nel 1862 la laurea in medicina “ad honorem” dall'University College di New York, città dove si era trasferito nel 1950” - è stata sicuramente determinante nella definizione del suo approccio al “problema che ha voluto risolvere”, l'idiozia intesa come “infermità del sistema nervoso che ha per effetto radicale di sottrarre tutti o parte degli organi o delle facoltà del bambino all'azione regolare della volontà e lo abbandona agli istinti sottraendolo al mondo morale […] L'idiota è un tipo che non sa nulla, non può nulla, non vuole nulla e ogni idiota si avvicina a questa “Summa” di incapacità”.

[…] Proprio a partire dalla lucidità di questa definizione, emerge come per Séguin il metodo educativo debba porre in primo luogo attenzione a ciò che oggi definiremmo “abilità”, ossia alla capacità di regolare la relazione con il mondo impedita da nessun altro fattore, riconoscibile al tempo, se non da un problema al livello del “sistema nervoso” (pp. 74-75).

 

Si potrebbe dire, dunque, che l'approccio scientifico di Séguin conferisce un senso organico e unitario tanto agli studi sul sistema nervoso quanto agli studi sul comportamento umano, “utile a connotare clinicamente lo sguardo pedagogico e pedagogicamente lo sguardo medico” (p. 133). In tal modo, alla causa del potenziamento delle facoltà del soggetto-in-formazione vengono messe a disposizione le molteplici possibilità del sapere medico.

 

Un caposaldo assolutamente imprescindibile resta la ricerca di un contatto diretto con la persona da curare. Il metodo, come è inteso da Séguin, non è un letto di Procuste, un insieme dottrinario-strumentale che può semplicemente e aproblematicamente sovrapporsi al soggetto di cui si occupa. Non ci si può occupare di un uomo, in altre parole, senza conoscerne la storia, la qualità dei suoi spazi e tempi di vita, i ritmi di sviluppo e crescita. Al contrario, è più importante che sia il metodo a presentare una particolare flessibilità in grado di incontrare, di accoppiarsi, al grado di sviluppo delle funzioni dell'uomo e della donna e del progredire delle loro esperienze, in particolar modo, formative (pp. 98-99).

 

In conclusione, lo sguardo pedagogico che Giuseppe Annacontini getta sull'opera di Séguin, non  solo rende conto in modo originale e innovativo di una precisa temperie culturale, ma anche consente di apprezzarne pienamente l'opera in favore dei soggetti svantaggiati: egli si sforzava di mettere gli idioti nelle migliori condizioni possibili per interagire con l'ambiente, in modo che, lungi dall'essere considerati come individui da emarginare, potessero, all'opposto, divenire partecipi di una progettualità nell'ambito della quale potessero agire in quanto soggetti relazionali da emancipare.