Anno IV - Numero 1 - Giugno 2014 Stampa Email
Vila B., Cardo C., & Vega S. (2011). Nido d’infanzia 4. Attività di manipolazione ed esplorazione. Erikson: Trento
di Sandra Elia   

 

Il libro rappresenta il quarto volume di una collana diretta da Battista Quinto Borghi e Paola Molina che da diversi anni pongono all’attenzione degli educatori dei nidi teorie, spunti di riflessione e buone prassi. Questo volume ripercorre una serie di esperienze svolte in alcuni nidi catalani che sono state raccolte in due parti distinte e complementari. La prima dal titolo “Fare e pensare al nido: i laboratori dei sensi” scritta da Berta Vila e Cristina Cardo; la seconda dal titolo “Fare e pensare al nido: i laboratori delle scienze” scritta da Silvia Vega.

 

Leggendo le pagine di questo libro si ha la sensazione di immergersi completamente nel pensiero pedagogico della Montessori, pedagogista di chiara fama per aver promosso l’idea di bambino che comprende agendo nell’ambiente. Idea tanto dibattuta e oggi confermata dalla ricerca psicopedagogica e dalle neuroscienze che sostengono che, dietro gli oggetti che afferrano le mani di un bambino, i gesti e le relazioni con gli altri, esistono apparati neurali e quindi non c’è percezione, poi cognizione e poi movimento, ma agire è comprendere.

In particolare, nella prima parte del testo, che offre suggerimenti operativi e spunti di riflessione sullo sviluppo delle capacità sensoriali e percettive, le autrici si sono proposte di indagare le azioni quotidiane dei bambini, al fine di individuare nuove strade di apprendimento. Le proposte presentate intendono stimolare i sensi, attraverso il metodo della sperimentazione: in effetti, nella primissima infanzia “i bambini osservano, toccano, provano, manipolano, collocano, estraggono, lasciano cadere, buttano via, ridono, imitano, piangono, manifestano emozioni, ripetono … e compiono una miriade di altre azioni che gli consentono di scoprire i diversi fenomeni fisici, chimici e sociali” (p. 13).

Partendo dal presupposto che stimolare la curiosità del bambino significa risvegliare in lui il desiderio della scoperta e quindi un aiuto all’apprendimento, le autrici pongono le capacità di guardare, toccare, appurare ed esprimere non solo facenti parte dello sviluppo, ma soprattutto come strumenti ideali per acquisire processi mentali fondamentali, che costituiscono la base delle conoscenze scientifiche ossia osservare, identificare, classificare, formulare ipotesi, sperimentare ed infine comunicare. Pertanto, se si definisce l’apprendimento un processo costruttivo, attraverso il quale i bambini non accumulano saperi, ma creano una rete in cui la nuova informazione si organizza, man mano, in relazione con ciò che è già conosciuto, allora è altrettanto necessario mettere in relazione i contenuti. Con i bambini piccoli, ciò è possibile solo a partire dalle esperienze fisiche concrete e non da concetti astratti; perciò la manipolazione, la sperimentazione e la scoperta sono la triade sulla quale si poggia il lavoro attento e scrupoloso proposto dalle autrici e che è quello che le educatrici dovrebbero promuovere.

Nella seconda parte del libro l’autrice raccoglie una serie di esperienze con l’obiettivo di evidenziare come “l’acquisizione delle prime nozioni ‘scientifiche’ (corrette o no) avvenga già nella prima infanzia e sia frutto di uno scambio con l’ambiente circostante” (p. 127). Il nido d’infanzia diviene uno spazio all’interno del quale le esperienze nascono continuamente, i bambini impiegano le potenzialità della propria mente e sperimentano con quanto hanno a disposizione. Dalle giustificazioni teoriche si passa all’ultimo capitolo dove sono presentate una serie di attività (anche attraverso foto significative) incentrate principalmente sui concetti di galleggiamento, miscela omogenea ed eterogenea, che sono state effettuate con i bambini di tre anni del nido Bambi della città di Barcellona.

A conclusione del percorso, si propongono una serie di riflessioni sul come le educatrici devono porsi nei riguardi dei bambini, la cui attività al nido dovrebbe concentrarsi sulla possibilità di sperimentare, attraverso il gioco, mezzo indiscusso di costruzione delle conoscenze.

L’aspetto pedagogico richiede l’attenzione ai saperi impliciti dei bambini che conduce a quel groviglio di informazioni disordinate che hanno accumulato nel tempo. Il loro punto di partenza, infatti, non è l’ignoranza assoluta, poiché i loro occhi, le loro orecchie e tutti i loro sensi lavorano simultaneamente. Partendo unicamente dal loro bagaglio personale, si possono sviluppare diverse attività e permettere loro di conseguire un apprendimento autentico ed efficace. “Consentire ai bambini la realizzazione di attività semplici come quelle descritte nel libro permette al loro bagaglio di venire alla luce, e di conseguenza, ai bambini di fruire di tutto ciò che ricevono: esperimenti, domande che evochino ricordi, conflitti perché traggano piccole deduzioni, ecc.” (p. 217). Comprendere il significato delle soluzioni, delle miscele eterogenee, del galleggiamento, dei volumi richiama un lavoro che si realizza in tappe educative successive, ma è pur vero che nella misura del possibile, i bambini attraverso i confronti, la ripetizione delle prove, lo stabilire somiglianze e differenze, esplorano e sperimentano, e così facendo approfondiscono i contenuti, che verranno loro riproposti più avanti, sotto forme meno ludiche e più formali. Il processo sperimentale aiuta, in definitiva, a seminare i concetti e a condurre il bambino nel mondo della scoperta.

Il libro propone un’idea di nido d’infanzia come luogo di promozione del benessere, un contesto cioè nel quale i bambini possano vivere il meglio possibile, pensato e da ripensare come luogo nel quale avviene l’acquisizione di conoscenze scientifiche, attraverso una vasta gamma di opportunità, tanto a livello fisico, cognitivo e relazionale, partendo dall’educazione dei sensi. Un nido dove azione e riflessione assumono funzioni portanti, con finalità educativa: la prima nei riguardi del bambino che agisce sull’ambiente ed apprende; la seconda nei riguardi dell’educatrice che, attraverso l’azione del bambino, ne acquisisce la conoscenza del suo bagaglio, promuovendo, così, una sempre maggiore consapevolezza ed intenzionalità progettuale e rendendo, altrettanto, possibile una strutturazione di percorsi formativi ad hoc, ripensati a misura di ciascun bambino.