Anno III - Numero 1 - Giugno 2013 Stampa Email
Annacontini, G., Cagnolati, A., Dato, D., De Serio, B., Fanelli, R. D., Frabboni, F., Greco, A., Loiodice, I., Marchetti, L., Pinto Minerva, F. (2011). L’irriducibile complessità dell’infanzia. Lecce-Brescia: Pensa Multimedia
di Valentina Pedico   

ll suo cuore puro, la sua anima bella e limpida come un terso cristallo...

(J.J. Rousseau)

 

Nel preciso momento in cui ci si appresta ad affrontare un tema delicato e complesso come quello dell’infanzia lo si deve fare con estrema sensibilità e sempre con la chiara consapevolezza che i bambini rappresentano quanto di più prezioso esista per progettare futuro e comprendere l'Umanità. Un mondo, quello del bambino, per certi versi ancora misterioso o addirittura sconosciuto, a lungo trascurato e "tradito", ma anche ascoltato, studiato al fine di comprenderne le caratteristiche e le peculiarità per la sua tutela e il suo sviluppo.

È ciò che hanno tentato di fare, attraverso punti di vista e proposte di lettura differenti, gli autori dell’affascinante quanto suggestivo testo L’irriducibile complessità dell’infanzia. Sotto la preziosa cura di Franca Pinto Minerva, si susseguono, in tale lavoro, saggi critici di esperti della formazione: Giuseppe Annacontini, Antonella Cagnolati, Daniela Dato, Barbara De Serio, Rossella Domenica Fanelli, Franco Frabboni, Alberto Greco, Isabella Loiodice, Laura Marchetti. Esperti di pedagogia e didattica che tentano di analizzare e interpretare, ciascuno partendo da rappresentazioni specifiche del bambino la meravigliosa età dell'infanzia a partire dal pensiero di studiosi autorevoli che hanno contribuito a costruire le coordinate di una pedagogia dell'infanzia e della formazione. Un lavoro, dunque, frutto della passione di chi dedica il proprio tempo a studiare, interpretare, conoscere e accogliere un'età complessa quale quella dell'infanzia per offrire lenti di ingrandimento e strumenti di intervento e riflessione anche a genitori, docenti, educatori e formatori.

Il testo, per la natura dell’argomento individuato, nasce come ricerca critica delle possibili interpretazioni dell’infanzia e delle molteplici istanze teoriche ed operative utili a studiarla sotto il profilo sociale, culturale, scientifico e disciplinare. L’intento è, dunque, fornire chiavi di lettura, stimoli e nuovi approcci per eventuali ulteriori approfondimenti in ambito pedagogico e formativo sulla "irriducibile complessità dell'infanzia", per l'appunto.

Da quanto emerge in tale excursus è evidente quanto non sia affatto semplice definire innanzitutto concettualmente il bambino. Chi è il bambino? È l’infans, l’infante, termine latino che letteralmente significa muto, che non può parlare e che perciò già in passato è stato assunto per descrivere il periodo che intercorre tra la nascita e la comparsa del linguaggio. È da questa prima esemplificazione che si può far subito riferimento al cosiddetto “bambino incompiuto” del pedagogista/educatore Paulo Freire che, come precisa Daniela Dato, rappresenta un punto di snodo che ci guiderà, come presi per mano, nella speciale realtà dell’infanzia. Il bambino incompiuto di Freire, spiega ancora l’autrice (pp. 187 e sgg), è tale poiché ancora privo di esperienza, è un bambino in divenire che è in grado di progettare ed essere protagonista della propria storia evolutiva per trasformarsi in un adulto maturo ed equilibrato. L'autrice suggerisce di guardare ad alcuni capisaldi freiriani quali l’educazione, la co-costruzione della conoscenza, l’incompiutezza umana e la costante progettazione dell’individuo che vanno intesi come strumenti di sviluppo, crescita ed emancipazione per il soggetto. Preziosi contributi per meglio comprendere ed affrontare l’infanzia e tutto ciò che ad essa ci riconduce e che mirano a ripensare gli stessi processi di apprendimento e insegnamento. Spetta all’educazione l’onore e l’onere di valorizzare questo infans incompiuto e rigenerarlo e, ad essa, spetta il compito di dare impulso alla cosiddetta life skill intesa come capacità e potenzialità di crescere, costruire e sperare in una vita ricca di possibilità e di progetti da realizzare, vivendo l’esperienza di vivere in toto, assaporando e accogliendo sfide sempre nuove, aperti alle opportunità, si rivelino queste ultime giuste o errate. E’ la cosiddetta educazione problematizzante che esplica appieno il progetto educativo di Freire e che consiste in un processo di sviluppo che, considerando il bambino un essere incompiuto, tende a promuovere delle condizioni in cui, come precisa Daniela Dato richiamando le parole del pedagogista brasiliano, “diventa possibile un apprendimento critico stabilendo una forma autentica di pensare e agire” (p. 204).

Dal bambino incompiuto di Freire il passaggio al “bambino degli affetti“ di Rosa Agazzi è breve, un bambino che vive in un ambiente domestico e che ha perciò la possibilità di crescere e svilupparsi grazie all’affettività ed alle relazioni. L’intento di Rosa Agazzi, spiega Isabella Loiodice, è realizzare intorno al bambino un ambiente che rispecchi proprio quello familiare puntando sulla fondamentale relazione tra maestra e bambino. Un rapporto che può, dunque, ispirarsi al rapporto naturale esistente fra mamma e figlio e dal quale poter trarre suggestioni e insegnamento. È in questo senso che la pedagogia agazziana è stata definita una pedagogia “materna” poiché tutta incentrata su ciò che caratterizza più di ogni altra cosa i bambini, la spontaneità ed il loro costante bisogno di guardare alla prima figura educante, la madre. I bambini per svilupparsi in maniera sana devono essere accuditi amorevolmente dalla maestra in sinergia con la famiglia che deve, d'altro canto, impegnarsi ad instaurare con la scuola una collaborazione affettiva per consentire ai figli di crescere bene civilmente, socialmente e moralmente. Diventa centrale soprattutto l’ambiente naturale in cui i bambini vivono ed in cui sperimentano le proprie capacità di apprendimento e sviluppano, altresì, nuove forme di convivenza sociale e civile. Ciò che colpisce dell’insegnamento agazziano è il concetto dell’attivismo infantile secondo il quale il bambino dispone di autentiche capacità naturali che lo portano a manipolare e scrutare ciò che lo circonda e che pertanto impara attraverso il fare, manifestando così “tutto l’essere suo” (p. 132) e mettendo in ogni azione l’emozione per ciò che scopre e compie. Torna quindi ancor più forte l’idea di una scuola in cui i bambini siano liberi di vivere, forti del costante confronto con gli altri e sempre guidati dalle dolci cure della maestra. Tale pedagogia del cuore e della relazione, definita da Lombardo Radice “educazione rasserenatrice”, è in grado di infondere a scuola sentimenti di serenità e gioia poiché essa diventa materna e non, come a volte capita, traumatica. Affinché questa funzione si esplichi al meglio sono estremamente importanti le competenze degli educatori. In tal senso,  per Rosa Agazzi, riprende Isabella Loiodice, la maestra "retta" “è buona, sana, intelligente, colta e attiva” (p. 140), costantemente informata e formata e che sappia offrire al bambino un’educazione completa.

Un’altra “militante” della pedagogia, Maria Montessori, promuove il concetto di “bambino cosmico”. Bellissime le parole della pedagogista che vengono riprese nel testo sulla vera bellezza ed autenticità del bambino: “solo il bambino può aiutare l’umanità a risolvere una grande quantità di problemi sociali e individuali. Il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione”. È affascinante la forza creativa che contraddistingue il bambino rispetto all’adulto, una capacità che riguarda lo sviluppo della motricità e ancor più lo sviluppo del linguaggio che la Montessori definisce “l’indelebile linguaggio materno” che mai più abbandona l’uomo dal momento in cui lo sviluppa ed assimila. La mente del bambino è vista dalla pedagogista come una “mente assorbente” che fin dalla nascita desidera conoscere. Il bambino assorbe tutto ciò che è in grado di sapere seguendo uno sviluppo del tutto naturale, è, ancora, “una forza universale, è sorgente di amore e di sentimenti elevati, è la via certa per raggiungere l’unità tra gli uomini e il mondo”. Egli comprende, osserva e sente da subito odori, sapori, suoni ed elabora tutto ciò in maniera creativa, si attua così un processo attivo attraverso il quale il fanciullo subisce il mondo e contemporaneamente lo plasma. Da qui l’idea di un’educazione cosmica, un’educazione cioè che mira a educare il “padre dell’uomo”, dunque il bambino, avendo cura principalmente della sua mente creativa, incoraggiandolo nello sviluppo delle proprie capacità, della propria autonomia, della propria libertà di essere ed esistere, come afferma l’autrice di tale saggio, Franca Pinto Minerva. Si deve, secondo il pensiero montessoriano, costruire e ricostruire l’educazione negli stessi ambienti in cui essa si compie, la famiglia e la scuola, i luoghi nei quali per primi si manifestano le forze creative del bambino.

Forze creative che trovano terreno fertile nei processi esperienziali della sperimentazione, dell'invenzione, dell'immaginazione e della promozione del pensiero. Non casuali, a questo punto, i riferimenti al “bambino sperimentatore” di John Dewey che conduce ad un’idea di educazione che si attua attraverso l’esperienza: “diventa ciò che sei, per esperienza” (p. 123). Il bambino sperimentatore di Dewey è colui che impara facendo esperienza, che sperimenta la vita e che, acquisendo tutti gli strumenti del sapere, li sfrutta per costruirsi e ricostruirsi una sua realtà. È un bambino totipotente che può assumere differenti dimensioni umane per il suo essere non ancora specializzato, ovvero incompiuto, ma comunque, ricorda l’autrice del saggio Rossella Domenica Fanelli sempre “in grado di rubare il fuoco della conoscenza e della vita per farlo bruciare ad arte” (p. 126). Un bambino caratterizzato da egocentrismo? Si fa strada in questo iter coinvolgente anche la teoria dell’egocentrismo infantile di Jean Piaget, presentata da Alberto Greco (pp. 163 e sgg), che considera il bambino immerso in attività che soddisfano unicamente il proprio io poiché guidato da una mente egocentrica, si deve, perciò, aspettare che il bambino cresca e man mano sviluppi intelligenza e senso morale. Ciò accade nel momento in cui, verso i sette anni, il bambino comincia a considerare con altri punti di vista il mondo circostante poiché non più vezzeggiato e coccolato come fino a quel momento è avvenuto nell’ambiente domestico o nella scuola materna. Riprese da Vygotskij, tali teorie sono state considerate positivamente, è lo stesso autore infatti a considerare l’egocentrismo infantile una condizione non necessariamente negativa o difettiva in quanto propria del bambino e che preannuncia un pensiero logico. È un bambino in divenire che pian piano evolve e si sviluppa in maniera continua, senza fratture fra età infantile ed età adulta, a differenza invece di quanto sostiene Piaget secondo cui lo sviluppo del bambino in individuo adulto avviene attraverso un salto evolutivo per certi aspetti drastico.

Con Comenio, come evidenzia Antonella Cagnolati (pp. 15 e sgg.), si è di fronte ad una concezione dell’infanzia che vede il suo sviluppo e la sua evoluzione principalmente nella vita spirituale e civile. L’infanzia è, per l’autore, l’età dell’innocenza, della semplicità, della purezza, perciò è una fase della vita che necessita delle cure migliori soprattutto da parte degli adulti, in primo luogo dei genitori. È interessante l’idea di una schola infantiae che diventa il fulcro della pedagogia comeniana e che pone l’attenzione sulla coppia genitoriale che va istruita per istruire e ciò sin dalla fase di concepimento. È importante infatti che i genitori abbiano comportamenti sani nei confronti dei fanciulli e che possano garantire una crescita sana dal punto di vista fisico, alimentare, emozionale. Oltre alle cure fisiche sono importanti i fondamenti religiosi e morali e via discorrendo fino all’impartizione delle buone maniere per poi passare all’acquisizione vera e propria dei saperi e del saper fare. Dal punto di vista didattico è opportuno, infine, che l’insegnamento venga condotto in maniera adeguata e seria senza eccedere in sterili autoritarismi.

E il “bambino metalogico” proposto da Gregory Bateson? È un bambino che nel corso della sua esistenza fino al suo divenir adulto si incarna, spiega Giuseppe Annacontini, come “pensiero del mondo” (p. 214) stabilendo una relazione fra il proprio io ed il mondo attraverso creazioni, esperienze e percezioni che gli consentono di essere consapevole del proprio agire. È un bambino-cosciente che fa della propria infanzia un’esperienza aperta alla sperimentazione, all’esplorazione, all’interazione ed all’immaginazione imparando a conoscere se stesso a partire dalla conoscenza del mondo. È sull’esperienza ludica che Bateson si sofferma asserendo che essa rappresenta una realtà propria del fanciullo non soggetta a regole e che per tale motivo rende il bambino un’instancabile e sensibile costruttore di epistemologie, un indagatore e un apprendista di “verità fondamentali” che giunge a ricoprire il ruolo di maestro dell’uomo e che, grazie al suo naturale istinto, produce scienza e conoscenza. Il viaggio nel mondo dell’infanzia procede ancora nel volume con Jean Jaques Rousseau [1] che propone con l’Emilio un’idea di infanzia naturale, libera, spontanea e che tale deve rimanere. Ciò è possibile attraverso un’educazione naturale. Emilio è, infatti, un orfano che isolato dalla società e portato in campagna viene a contatto con la natura ed è libero di seguire il proprio istinto. Il bambino di Rousseau, precisa Laura Marchetti (p. 47 e sgg.), deve essere un bambino e non un piccolo uomo pertanto il processo educativo deve essere lento e graduale e deve puntare sugli interessi e sui reali bisogni del fanciullo. La natura diventa una maestra ineccepibile poiché consente al bambino, ad Emilio, di imparare ad imparare dal momento che, nello stato di natura in cui si trova, egli dipende unicamente da se stesso. A poco serve studiare ed accumulare nozioni a scuola, la vera scuola è la natura e tutto ciò che in essa vive. Laura Marchetti, in tal senso, riprende le parole di Rousseau: “è così che il bambino conserva la sua natura buona e sensibile, la sua buona educazione, vivere in campagna gli consente di essere lontano dagli uomini, dai loro vizi, dai lussi, avvolto ancora nelle braccia della Natura e pronto a seguire il suo insegnamento magistrale”, proteso verso la felicità. L’invito è rivolto essenzialmente a genitori, insegnanti ed educatori affinché studino e guidino i bambini consentendogli “di seguire per davvero lo sviluppo dell’infanzia e il cammino naturale del cuore umano”. In perfetta armonia con le teorie di Rousseau, Pestalozzi, precisa Barbara De Serio, sostiene che: “l’uomo non diventa uomo se non per mezzo dell’educazione, ma questa guida che noi abbiamo deve sempre ed in tutto il suo procedere accordarsi al semplice corso della natura” (p. 81). Il “bambino morale” di Pestalozzi, come ci ricorda ancora l’autrice, si forma attraverso l’esercizio costante delle proprie capacità cognitive e sensoriali e trova sostegno nella famiglia e nell’autorevole figura della madre, la più alta e naturale forma dell’educazione per il fanciullo che da lei riceve sicurezza, fiducia e amore. Perciò Pestalozzi celebra la donna e madre in quanto rigeneratrice di umanità e prima nutrice spirituale del bambino, non solo prima nutrice fisica. Il bambino di Pestalozzi, inoltre, è un bambino completo poiché, ricorda Barbara De Serio, recuperando le parole del pedagogista “[…] nella famiglia ha avuto la prima rivelazione dell’amore e l’ha sviluppata in una forza capace di dar forma al proprio mondo” (p. 102).

Chi è invece il bambino del terzo millennio e come l’educazione e la Scuola intendono procedere? È un bambino, si oserebbe dire, senza identità e contemporaneamente dalle mille identità, un bambino che la pedagogia deve abbracciare, proteggere e impreziosire attraverso i suoi gioielli, come ha fascinosamente suggerito il pedagogista Franco Frabboni (pp. 237 e sgg.) al termine di questo viaggio. Un viaggio che, come è evidente, non è proceduto per cronologie storico-pedagogiche, ma per suggestioni e immagini dell'infanzia che, nei secoli, si sono, come diamanti, incastonate nella storia della formazione.

Ed è tale storia che ci induce ancora ad indagare, a riflettere, a puntare, continua Frabboni, su un “diamante pedagogico” che facendo leva sull’individuo ne riconosce l’irripetibilità, l’irriducibilità e l’inviolabilità sin dal suo venire al mondo. Per far si che ciò sia realizzabile il “rubino didattico” mira alla relazione e alla conoscenza che caratterizzano l’esistenza umana, alla promozione di possibilità e opportunità formative che possono fare la differenza, promuovere trasformazione, uscire dalla stasi e progettare cambiamento. Perché l'utopia pedagogica realizzabile è sempre “la vocazione a voler essere di più”.