Anno III - Numero 1 - Giugno 2013 Stampa Email
Macinai, E. (a cura di) (2011). Il nido dei bambini e delle bambine. Formazione e professionalità per l’infanzia. Pisa: ETS
di Rossella Caso   

 

Occuparsi professionalmente dell’infanzia richiede passione, ma anche competenze, che riguardano tutte le sfere che fanno parte della vita di un bambino e di una bambina, sin dalla nascita: il rapporto con gli adulti, il ruolo della famiglia, l’organizzazione e la gestione delle strutture educative, il gioco, e – cosa di non poca importanza – le tante differenze che la connotano, da quelle sociali, a quelle di genere, a quelle religiose, etniche, ecc.

 

Un’attenzione che deve necessariamente cominciare dal nido, luogo per eccellenza di cura e di sostegno alla crescita per il bambino e per la bambina. Va da sé che la formazione degli educatori e delle educatrici per l’infanzia deve necessariamente essere il volano per assicurare ai più piccoli un nido “di qualità” e deve comprendere non soltanto la conoscenza delle scienze che si occupano della primissima infanzia (nella fascia 0-3 anni), ma anche degli aspetti storici, organizzativi, normativi e gestionali dei servizi rivolti a quella fascia di età.

 

Perché è importante parlare di nido per l’infanzia e, soprattutto della figura dell’educatore/trice del nido? Innanzitutto perché il diritto all’educazione e alla formazione delle giovani generazioni – sancito universalmente già dalla Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo del 1924 e in seguito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 - è un diritto che ogni stato che voglia essere e non soltanto dirsi democratico dovrebbe porre in cima alla propria agenda: investire risorse sull’educazione delle giovani e delle giovanissime generazioni, come sostiene a gran voce Emiliano Macinai, è l’unica strada possibile per una società che voglia «restare in marcia verso il futuro» (Macinai, pp. 11-15, p. 11). Come scrivono efficacemente Elinor Goldschmied e Sonia Jackson: «una società può essere giudicata in base ai suoi atteggiamenti nei confronti dei bambini più piccoli, non solo per ciò che viene detto di loro ma per ciò che viene loro offerto mentre crescono» (Goldshmied & Jackson, 2006, p. 10).

L’incremento costante che si è registrato negli ultimi anni della domanda di servizi educativi rivolti ai bambini e alle bambine da parte delle famiglie, specialmente di quelle con entrambi i genitori lavoratori, è un dato di fatto, documentato da rapporti e statistiche. La vita lavorativa si allunga e nello stesso tempo si fa sempre più precaria: difficile demandare il sostegno alla genitorialità unicamente alle cure intergenerazionali. Cresce inoltre il numero delle famiglie straniere, che, oltre ad aver bisogno quanto quelle autoctone di sostegno, hanno in più la necessità di trovare una struttura che possa fungere da “mediazione” con la comunità di arrivo: il nido, in questa direzione, rappresenta per Macinai «un autentico luogo di frontiera verso l’interculturalità e verso l’inclusione nella compagine sociale» (Macinai, pp. 11-15, p. 13) e quindi «la prima interfaccia per il riconoscimento e l’allargamento dei diritti fondamentali di cittadinanza» (Ibidem). Per i bambini e per le bambine, il primo vero «spazio dell’incontro» (Macinai, pp. 169-193, p. 178).

Il nido, sostiene lo studioso, è l’ambiente educativo che più di tutti può sostenere la crescita dei bambini e delle bambine e su un piano multidimensionale (senso-motorio, cognitivo e comunicativo – è la prima garanzia del diritto all’istruzione –, affettivo, relazionale e sociale), nel segno di una presa in cura non solo dei piccoli, ma anche delle loro famiglie, con le quali stabilire un’“alleanza educativa” e un progetto pedagogico condiviso volti alla promozione di un più ampio benessere, tanto per i bambini e le bambine quanto per i genitori. Il nido come “ponte”, dunque, tra realtà familiare e realtà istituzionale.

Il dato di fatto, però, è la scarsissima presenza di spazi che, come giustamente sostiene Macinai, possano essere vissuti non passivamente, ma con protagonismo dai bambini in età prescolare, per rispondere ai loro bisogni di cura, di sicurezza, di autonomia, di apprendimento attivo e di gioco (nei tempi, negli spazi, nelle attività proposte), come sottolineato da Raffaella Biagioli. D’altro canto, ancora, l’elevata qualità degli standard europei relativi al sistema educativo rivolto alla primissima infanzia e alla formazione degli operatori rende sempre più urgente la necessità di implementare un sistema capace di stare al passo con essi.

Il volume offre una panoramica interdisciplinare sugli argomenti che ogni professionista – “riflessivo” –   dell’educazione nella prima infanzia dovrebbe conoscere: gli aspetti storici, ovvero la ricostruzione delle tappe, anche legislative, dell’evoluzione storica delle strutture dedicate all’infanzia, da quelle meramente assistenziali e filantropiche del primo Ottocento, nate per andare incontro alle esigenze dei ceti popolari, sostenendoli, e per arrestare l’alto tasso di mortalità infantile, fino a quelle educative dei giorni nostri (Emiliano Macinai); gli aspetti socio-organizzativi, che dovrebbero sempre partire dall’idea che il nido sia il luogo deputato all’incontro e alla promozione del benessere formativo per i bambini e per le bambine che lo frequentano e nel contempo uno strumento che, senza sostituirsi alla famiglia, funge da sostegno alla genitorialità, accompagnandola nella cura e nelle scelte educative (Raffaella Biagioli); gli aspetti più strettamente educativi e didattici, quali per esempio quelli legati al gioco, uno dei più importanti strumenti per la promozione della crescita e dello sviluppo (cognitivo, motorio, emotivo-affettivo, socio-relazionale) dell’infanzia (Romina Nesti), alla lettura ad alta voce – tanto più efficace quanto più posta come un’altra forma di gioco e senz’altro un importante strumento di relazione e di comunicazione adulto-bambino (Enrica Freschi) –, ma anche alla relazione tra adulto e bambino/a e tra bambino/a e gli altri bambini e bambine nel contesto del nido: dall’inserimento dei piccoli con sindrome di Down (Tamara Zappaterra) – che richiede la progettazione e la realizzazione di adeguati percorsi di insegnamento-apprendimento, attenti ai bisogni educativi speciali e alle reali potenzialità dei soggetti affetti da tale sindrome – o dei bambini e delle bambine che “vengono da lontano” (Macinai), all’importanza dell’attenzione alla dimensione corporea e ai bisogni collegati a tale dimensione – il corpo “vissuto” del bambino incontra il corpo “carico di cultura” dell’adulto – (Lisa Bichi), nel segno del concetto di “nido accogliente”, inteso come luogo in cui ogni bambino e bambina, specialmente se con deficit, possa trovare risposte adeguate ai propri bisogni e costruire in maniera coerente il proprio Sé (Sabina Falconi) e i genitori un servizio che possa sostenerli nell’esercizio della propria genitorialità, favorendo la conciliazione e la piena realizzazione delle pari opportunità tra i sessi, realmente essenziale per la costruzione di una economia competitiva e dinamica, secondo gli obiettivi fissati dalla strategia di Lisbona (Irene Biemmi).

A fungere da filo rosso tra i vari contributi l’idea, espressa efficacemente da Macinai nella sua introduzione, che un nido “di qualità” possa aversi solo a partire dal «riconoscimento del bambino e della bambina come altro significativo, come soggetto originale con nome proprio, da accogliere come prossimo da rispettare attribuendogli/le facoltà di parola anche laddove per le sue caratteristiche una voce in senso proprio ancora non possieda» (Macinai, pp. 11-15, p. 15), ovvero come soggetto “competente” al quale garantire accoglienza, cura, empatia e ascolto attento. Solo un nido che si qualifichi in questi termini, ponendo al centro i bisogni di crescita e di sviluppo dei più piccoli anche attraverso la costruzione di una “rete” tra educatori, operatori, socio-sanitari e famiglia e con il territorio, può essere definito, citando il titolo, “dei bambini e delle bambine”, perché concretizza il diritto alla crescita e al benessere educativo dell’infanzia, al di là di ogni forma di discriminazione, offrendo ad essa, come scrive nel suo saggio Sabina Falconi, «lo “spazio sicuro” per evolversi verso la conquista dell’autonomia e della sicurezza» (Falconi, in Macinai, pp. 129-144, p. 131).

Il volume si completa con una utile bibliografia di approfondimento sui temi trattati nei saggi a cura di Fulvio Matteucci, pensata, come evidenziato dallo stesso curatore, con il duplice obiettivo di fornire gli strumenti per comprendere le implicazioni culturali e storiche del nido e di aiutare nella conoscenza e nell’interpretazione delle opere scientifiche principali in materia chiunque voglia approfondire la tematica o voglia intraprendere la difficile, ma affascinante professione dell’educatore. Perché, come sosteneva Maria Montessori, «non si può ottenere nulla nel mondo dell’adulto, se prima non si opera in quello del bambino» (Montessori, 2004, p. 20).

 

Bibliografia:

Goldshmied, E. & Jackson, S. (2006). Persone da zero a tre anni. Crescere e lavorare nell’ambiente del nido. Bergamo: Edizioni Junior.

Montessori, M. (2004). Educazione e pace (1949). Roma: Opera Nazionale Montessori.