Anno III - Numero 1 - Giugno 2013 Stampa Email
Loiodice, I., Plas, P., & Rajadell, N. (a cura di) (2012). Percorsi di genere. Società, cultura, formazione. Pisa: ETS
di Mariateresa de Palma   

 

Il testo dal titolo Percorsi di genere. Società, cultura, formazione, a cura di Isabella Loiodice, Philippe Plas e Núria Rajadell, edizioni ETS, è l’esito della proficua collaborazione tra l’Università di Foggia e quelle di Barcellona e di Parigi sul tema delle “Metodologie didattiche innovative per l’educazione delle donne adulte”.

 

In continuità con la precedente pubblicazione del 2011, dal titolo Université et formation tout au long de la vie. Un partenariat européen de mobilité sur les thémes de l’education des adultes, il volume raccoglie le analisi di diversi autori sui temi dell’identità di genere, della leadership al femminile, della violenza e discriminazione di genere, delle scritture al femminile, destinandole in primo luogo agli studenti che hanno partecipato all’Erasmus Intensive Programme, svoltosi a Foggia dal 26 giugno all’8 luglio 2011, e poi alle comunità di ricerca coinvolte. Il volume si articola in due parti, la prima dal titolo “Donne, identità e differenza. Vincoli e possibilità tra passato, presente e futuro”, raccoglie i saggi di Loiodice, De Serio, Cagnolati, Fanizza, Cassano, Plas, Demirhisar, Dato, Lopez, Cardone, Traetta. La seconda parte, invece, dal titolo “Pensare, ricordare, raccontare il genere. Teoria e prassi formative”, consta dei saggi di Scardicchio, Caso, Ladogana, Rajadell, Mansolillo, Dipace, Paiano.

 

Il testo prende avvio con il saggio di Isabella Loiodice, intitolato Ripensare i rapporti tra i generi. Per un nuovo modello relazionale di coppia e famiglia. La tematica di partenza riguarda la difficile conciliazione tra famiglia e lavoro con cui le donne, in particolare, devono fare oggi quotidianamente i conti. Sulla scorta delle valutazioni che Lipovetsky compie sulla nuova immagine della donna emersa negli ultimi anni, definita “terza donna” (in grado di poter autodeterminarsi, progettarsi, inventarsi), Loiodice pone in evidenza quanto, attualmente, i numerosi cambiamenti sociali ed economici, portatori di grande incertezza e imprevedibilità, influiscano sulle possibilità della donna di compiere delle scelte, e dunque quanto queste ultime necessitino di essere ridiscusse e ridefinite. “Non si tratta, dunque, solo di conciliare lavoro e famiglia quanto soprattutto di valorizzare i propri tempi personali e relazionali e di riconoscere il diritto alla “non scelta” tra lavoro e famiglia e quindi la possibilità di soddisfare entrambe le dimensioni fondative della vita di una persona” (p. 19). Le scelte operate dalle donne non dovrebbero, infatti, essere il risultato di considerazioni solipsistiche ma il frutto condiviso di un “ripensamento complessivo del sistema di relazioni all'interno della coppia, di negoziazione sulle rispettive identità personali e sul modo in cui tali peculiari identità possono relazionarsi tra loro mantenendo le rispettive dignità e libertà” (ibidem.). E per far sì che questo ripensamento avvenga sarebbe utile focalizzare l'attenzione non solo sulla necessità di interventi di natura politica a favore delle donne e delle famiglie ma di un “cambiamento culturale e di formae mentis (p. 20). All’interno di un periodo di grande crisi economica l’incertezza e l’instabilità producono non poche situazioni di sofferenza e frustrazione in particolare nelle generazioni che si trovano attualmente a voler organizzare e pianificare la propria esistenza attraverso progettualità che sembrano non poter essere nemmeno immaginate, prima che messe in atto. La pesante precarietà lavorativa ed economica si ripercuote inevitabilmente, ad esempio, sulla vita di coppia, essa stessa impossibilitata a pensare di poter progettare agevolmente il proprio futuro, ipotizzando l'eventualità di poter divenire genitori, all'interno di uno stile di vita organizzato, ove i tempi lavorativi e quelli familiari risultino chiaramente definiti e distinti. Occorre a questo punto far leva, secondo Loiodice, sulle opportunità in positivo di “impostare nuovi, inediti sistemi di relazioni di coppia e poi di famiglia, di scommettere su nuovi modelli di capacitazione personale da conseguire ‘attraverso’ nuovi modelli di capacitazione familiare; credere e investire sul fatto che lo sviluppo dell’empowerment personale si può ottenere attraverso la promozione di nuovi modelli di relazione e di sostegno reciproco all'interno della coppia, ipotizzando un nuovo modo di sentirsi coppia, di sentirsi famiglia, riscoprendo e potenziando il ruolo di sostegno che la famiglia ha sempre avuto nel corso dei secoli” (p. 23). La differenza deve dunque risultare una grande risorsa al fine di “costruire una nuova etica, relazionale, dove la relazione non sia gerarchia” (p. 26) in quanto, all’interno della famiglia, è fondamentale che avvengano quei cambiamenti ed adattamenti che consentano alla stessa di evolversi positivamente, mantenendo, nonostante il passare del tempo, la sua solidità e centralità. Accanto a questo, quindi, è necessario che si incentivino “quelle competenze strategiche – competenze di decisione e di scelta, di progettazione, di riflessione e valutazione – indispensabili per costruire relazioni allargate al di fuori del nucleo famigliare che, in tal modo, pur rimanendo un contesto rassicurante e protettivo, non ‘chiude’ bensì ‘apre’ al sociale, ponendosi come laboratorio in cui esercitare quelle competenze strategiche utili per tutta la vita e nella pluralità dei contesti esistenziali ed esperenziali (life skills)” (p. 30). Tra le molteplici competenze emerge quella della “cura”, dimensione piuttosto trascurata nella sua importanza e relegata all'ambito più circoscritto e privato della vita domestica. “‘Tenere insieme’ è sempre stata una prerogativa delle donne, in alcuni casi subita ma il più delle volte voluta: tenere insieme le persone, tenere insieme le varie attività, tenere insieme i tempi differenti” (p. 30). Oggi più che mai è fondamentale che questa grande virtù assuma la connotazione di virtù pubblica “introducendo nelle strutture della società civile le esperienze che le donne hanno accumulato per secoli nella storia ‘minore’ del micro-sociale, imparando a saper tenere insieme i rapporti privati [...] traducendo tutto questo nella ricerca di una nuova solidarietà che invada anche gli spazi pubblici e non resti ghettizzata in quelli del privato” (p. 31). Perché questo sia possibile è inoltre utile che questa qualità della cura, accanto alle altre in possesso della donna, sia strettamente correlate alla formazione, ad una formazione permanente affinché si sviluppino al meglio, infatti “l’assenza di queste due variabili fondamentali (moltiplicazione dei saperi e democratizzazione degli accessi) dei processi formativi finisce con l'accentuare quelle forme di disuguaglianza e discriminazione culturale cui si accompagnano, in un rapporto circolare, le disuguaglianze economiche e sociali” (p. 36).

All’interno del saggio di Barbara De Serio dal titolo La maternità tra dimensione biologica e dimensione sociale. Riflessioni storico-pedagogiche, le analisi di Lipovetsky sulla terza donna che “quando viene messa nelle condizioni di scegliere [...] decide di trascurare eventualmente la carriera a favore del benessere familiare, che sente dipendere in buona parte dalle sue competenze di cura e dalla sua capacità di mediazione” (pp. 44-45), fungono da punto di partenza per avviare una riflessione su alcuni dei più importanti pedagogisti del nostro Paese che tra il XVIII e il XIX secolo si sono occupati della figura femminile in modo profondo e innovativo per il proprio tempo. Seppur osservando il tema da prospettive differenti e caratterizzandosi per concetti diversi, tra i quali, ad esempio, quello dell'amore pensoso (Pestalozzi) e quello della donna nuova e della sua maternità consapevole (Montessori), i due autori risultano accomunati dalla “consapevolezza della necessità di un superamento della gerarchizzazione dei rapporti sessuali, storicamente a discapito della donna, per secoli emarginata e subordinata al potere maschile” (p. 46) offrendo numerosi ed interessanti spunti di riflessione.

Il saggio di Antonella Cagnolati s’intitola Donne, ‘otium’ e lavoro: aspetti storici e analisi di genere e si configura come un excursus storico sul lavoro femminile nel campo dell’artigianato in diverse zone geografiche. Al fine di far emergere il sentire comune del periodo, di volta in volta preso in esame, si rimanda ad opere d’arte raffiguranti figure femminili al lavoro. Inoltre l'analisi si sofferma approfonditamente sull'indagine di alcuni fattori ritenuti essenziali, nell’ambito della storia di genere, quali “pesanti ostacoli relativi all'accesso nel mondo del lavoro da parte delle donne […], la stretta interdipendenza tra l’identità socio-antropologica della donna […] e i diritti giuridici che vengono accordati o più spesso negati alla donna in quanto persona […], l’emarginazione della donna dal mondo del lavoro è spesso provocata da fattori ideologici […], una progressione sinergica tra situazioni storico-sociali ben determinate e la cultura misogina che in tali frangenti viene a prodursi […], il legame forte tra donne, lavoro e creatività” (pp. 63-64).

Il saggio di Fiammetta Fanizza, dal titolo Il ‘secondo genere’ in Italia, prende inizio con l’analisi di quella che è attualmente la rappresentazione pubblica delle donne e, dunque, delle modalità attraverso le quali i media continuano ad interpretare il femminile, evidenziando quanto sia ancora evidente una disparità di lessico tra i generi e come “simboli e linguaggi [...] attraverso i media ottengono dignità di categorie sociologiche” (p. 73), Fanizza, a questo proposito, afferma che “è soprattutto attraverso il lessico che si continuano a perpetrare azioni che tendono a relegare l’universo e l'esistenza femminile entro confini assai circoscritti e limitati, creando ostacoli che inficiano la realizzazione di una vera e propria politica delle Pari Opportunità” (p. 74). Dalla comparazione, infatti, con gli altri Paesi europei si evince chiaramente “come le posizioni italiane siano frutto di scelte di retroguardia, sovente addirittura in controtendenza rispetto a quelle adottate dai partners europei. Questi, già da tempo, investono in misure e servizi idonei a favorire la realizzazione di una parità sostanziale tra uomini e donne” (p. 74). Dall’analisi, dunque, dei tentativi e delle iniziative compiute a favore delle donne, Fanizza conclude affermando che per realizzare una parità di opportunità tra i generi è necessario porre al centro delle politiche pubbliche la reale condizione di vita delle donne e degli uomini in quanto “l’opzione di impiego e di capitalizzazione delle energie femminili può, anzi deve, costituire il perno per la riqualificazione delle politiche dei redditi e, dunque, per la programmazione ragionata e consapevole di nuovi sistemi di welfare, pubblico e privato” (p. 87).

All’interno del saggio di Feliciana Valentina Cassano, dal titolo Formazione, sviluppo e occupazione: una strategia europea per la crescita sostenibile e inclusiva. A partire dalle donne, vengono prese in esame alcune delle iniziative intraprese dall'Unione Europea per fronteggiare la crisi che in questi anni ha investito l’Europa e non solo, “Conoscenza, innovazione e inclusione sociale: sono queste le parole chiave alle quali l’Unione Europea ricorre nei documenti programmatici di recente pubblicazione. A livello comunitario, forte è la preoccupazione su come superare il momento di difficoltà economica e, di riflesso, esistenziale […] Per perseguire questo obiettivo, non a caso da diverso tempo ormai l'Unione Europea ha deciso di ‘investire’ sulle donne come fattore di sviluppo economico, per l'inclusione sociale e la cittadinanza attiva” (p. 92). La Strategia Europa 2020, ad esempio, si fonda su di una serie di “priorità e misure volte ad incentivare l'occupazione, la produttività e la coesione sociale entro il 2020” (ibidem). Tra gli obiettivi vi sono, in particolare, tre priorità strategiche, quali crescita intelligente, crescita sostenibile, crescita inclusiva.

Il saggio di Anna Grazia Lopez, dal titolo Dall’esclusione all’emancipazione. Per una pedagogia dell’empowerment femminile nella scienza, parte dall'analisi della presenza delle donne nel panorama scientifico, osservando che “la componente femminile, pur dimostrando di saper svolgere il proprio lavoro con professionalità avvalendosi di competenze ‘aggiuntive’ rispetto agli uomini […] continua ad occupare uno spazio ridotto rispetto a quella maschile […]. Ciò è particolarmente evidente in ambito scientifico dove si registra una forte discriminazione di genere, con una conseguente perdita di intelligenze” (p. 127). Le ragioni sembrano essere molteplici, in particolar modo la difficoltà di collocarsi in ambito scientifico con la prospettiva di un avanzamento di carriera. L’impossibilità di progredire è, tra le differenti motivazioni, determinata soprattutto dalla necessità per le donne, ad un certo punto della loro vita, di dover fare delle scelte obbligate, a causa della difficile conciliazione tra famiglia e lavoro. In alcuni casi la scelta di non proseguire potrebbe essere il frutto di una decisione personale, sicuramente influenzata dall'educazione e dalla cultura dominante. Pertanto è necessario educare a una scienza di genere, orientando e formando le nuove generazioni, ad esempio, alla flessibilità, all'apertura mentale, alla motivazione e alla consapevolezza.

Il saggio di Daniela Dato, dal titolo Il mistero delle ‘donne distanti’. Promuovere capacità nel nuovo welfare per le donne, rimanda alle analisi di Sen che, riferendosi alle “donne mancanti”, richiamava l'attenzione sulla evidente mancanza di donne, dovuta a molteplici atti di discriminazione, in numerosi contesti della vita sociale e collettiva. “Al mistero delle ‘donne mancanti’ si affianca , così, quello delle ‘donne distanti’ che nell’Occidente industrializzato sono presenti ma non troppo, emancipate ma non troppo, professioniste ma non troppo, istruite ma non troppo, in politica ma non troppo, impegnate ma non troppo […] presenti ma non troppo nei molteplici ambiti di vita manifestando spesso competenze trasversali di adattamento, organizzazione, gestione delle relazioni e dei tempi” (p. 146). A seguito, infatti, degli innumerevoli cambiamenti avvenuti nel corso del tempo, in particolar modo negli ultimi anni, le donne si sono trovate nella difficile situazione di dover conciliare a fatica due dimensioni fondamentali dell’esistenza, quali quella del lavoro e quella della famiglia, sacrificando nella gran parte dei casi la prima a favore della seconda. «Impossibile non riconoscere in ciò non solo una scelta individuale quanto piuttosto una sottile e spesso subdola pratica socio-culturale di misconoscimento del diritto della donna a partecipare alla normale determinazione dell'evoluzione sociale, culturale, politica ed economica” (p. 147). Sulla scorta delle analisi di Nussbaum, Dato pone in evidenza quanto sia fondamentale promuovere la crescita e l'emancipazione dei soggetti valorizzando quelle che sono le capacità di ognuno. Ecco perché la formazione, ancora una volta, costituisce quell'elemento imprescindibile perché possa verificarsi un autentico sviluppo individuale e collettivo in un contesto il più possibile democratico.

Il saggio di Severo Cardone, dal titolo La valorizzazione dell’employee care e del gender diversity management nelle organizzazioni, affronta il tema dell'importanza del Capitale Intellettuale, in ambito aziendale, e della cura di quest'ultimo, ai fini del raggiungimento di un ampio benessere organizzativo in grado di dare origine a molteplici e benefici effetti per l'impresa in senso globale. La cura, intesa soprattutto in accezione pedagogico-clinica, sembra poter ricoprire, infatti, un ruolo centrale, declinandosi in ambiti in cui, in passato, non era in alcun modo presente. Ciò significa programmare di “investire in welfare, care e diversity management, co-costruendo una cultura aziendale fortemente orientata al ‘benessere’ organizzativo (welfare aziendale), alla ‘cura’ dei propri dipendenti (employee care) e alla gestione e valorizzazione della ‘diversità’ esistente (diversity management)” (p. 161). Cardone sostiene che “Il benessere dei dipendenti (welfare aziendale) è, dunque, una prerogativa improcastinabile per generare quel clima fiduciario, cooperativo ed ‘empowerizzante’ indispensabile per trasformare l’organizzazione da apparato burocratico e gerarchico in un organismo complesso ed efficiente (l’impresa comunitaria)” (p. 167). In particolar modo in Italia, dove le donne incontrano notevoli difficoltà ad entrare e poi a permanere nel mondo del lavoro, sarebbe auspicabile maggiore attenzione ed interesse, ad esempio, nell’“avviare interventi e strumenti, configurabili soprattutto nell'ottica del work and life balance, finalizzati ad incontrare le richieste verso una maggiore ‘flessibilità’ lavorativa […] e una corretta ‘conciliazione’ tra il tempo da dedicare al lavoro e quello da dedicare alla vita privata” (p. 175).

All’interno del saggio di Luigi Traetta, dal titolo Dal ‘filo’ alla ‘rete’. Tecnologie al femminile tra istruzione e lavoro, si affronta la tematica del rapporto esistente tra donne e tecnologie, attraverso “le tappe fondamentali che segnarono il passaggio dalla donna lavoratrice tout court […] alla operaia salariata nel periodo della rivoluzione industriale, fino alla attuale donna high technology (p. 182). Ciò che emerge dalla disamina è che “la donna, insomma, restava tendenzialmente esclusa dalle innovazioni tecnologiche e, pertanto – o, piuttosto, a causa di questa condizione – sia la sua istruzione sia la sua situazione lavorativa non riuscivano a mantenere lo stesso passo rispetto all’uomo” (p. 188). Solo sul finire del XIX secolo si sono pian piano affermate le condizioni per un mutamento della situazione preesistente. Con la diffusione, ad esempio, di quegli oggetti industriali che sarebbero poi stati utilizzati in prevalenza dalle donne, quali la lavatrice, l’aspirapolvere, il ferro da stiro, hanno avuto inizio i contatti diretti con gli strumenti tecnologici e di conseguenza è emersa la necessità di una formazione tecnica per le donne, in parte soddisfatta con l’istituzione delle scuole di formazione professionale. Attualmente, invece, il rapporto delle donne con la tecnologia, in particolar modo col computer, è cresciuto notevolmente, aldilà di qualche atteggiamento di resistenza. Quest’ultimo, secondo molti studiosi, proverrebbe non da una incapacità o da una assenza di predisposizione, sarebbe invece il frutto di un lungo processo sociale, culturale, educativo che, sin dall’infanzia, in qualche modo abbia tentato di dissuadere ed allontanare le bambine dall’ avvicinarsi agli strumenti tecnologici.

Con il saggio di Antonia Chiara Scardicchio, dal titolo Morfogenesi femminili dopo il cancro al seno. Un caso di ‘danze’ per la resilienza, prende avvio la seconda parte del testo. Negli ultimi anni, afferma Scardicchio, la letteratura medica internazionale, e non solo, si sta occupando della qualità della vita di quelli che vengono definiti survivors, ossia coloro i quali sono sopravvissuti alla malattia e necessitano di particolari attenzioni, non solo da un punto di vista organico ma anche da un punto di vista psichico. È fondamentale, infatti, perseguire non solo una “risoluzione organica della malattia […] ma anche la sua elaborazione, integrazione e, finanche, tesaurizzazione” (p. 200). In particolar modo nel saggio si indaga il caso delle donne mastectomizzate e di quanto sia difficoltoso cominciare, dopo la malattia, a ripensare e ristrutturare la propria identità. Molteplici sono state le esperienze attivate per incentivare questa tipologia di percorsi “l’intreccio tra i linguaggi dell’arte con quelli della narrazione […] hanno generato l’attivazione di Atelier nei quali i partecipanti possono ‘mettere in scena’ la propria storia di malattia e ‘ri-scriverla’ […] attraverso strategie di autoformazione mediante le quali ognuna sperimenta le proprie capacità mitopoietiche come strategie di self-care” (p. 201). Dati i numerosi studi di psiconeuroendocrinoimmunologia, secondo cui le strettissime interconnessioni tra il sistema immunitario ed il sistema nervoso centrale farebbero sì che non sia in realtà lo stress fisico e psichico in sé stesso a risultare patogeno, quanto la risposta individuale ad esso, diventa cruciale, continuare a “progettare modelli di educazione […] ove sostenere i partecipanti nel ricostruire sotto un altro significato l’immagine della realtà e di sé nella realtà” (p. 203).

Il saggio di Rossella Caso, dal titolo Principi, principesse e streghe nella fiabaclassica’ emoderna’: ipotesi per una ri-lettura in prospettiva di genere, tra letteratura e cinema, fa riferimento a quelle ricerche, sui testi e cartoni animati destinati all’infanzia, che mettono in luce come le immagini di genere lì presenti trasmettano e veicolino modelli del maschile e del femminile anacronistici e stereotipati (p. 221). In molte delle fiabe prese in esame, quali ad esempio quella di Biancaneve e i sette nani e Cenerentola, “l’uomo, evidentemente, è lavoratore oppure principe azzurro, in ogni caso soggetto attivo […]. La donna è o creatura passiva e debole, l’angelo del focolare che vive in perenne attesa del principe azzurro forte e bello, oppure perfida e subdola: la strega” (p. 223). Negli ultimi anni, invece, nelle fiabe moderne, le principesse, in qualche modo, rompono lo stereotipo, rivendicando il proprio ruolo autonomo rispetto all’universo maschile e riscattandosi dal ruolo subalterno a cui erano relegate. Vista la molteplicità, dunque, di valori e di modelli trasmessi dalle fiabe, sarebbe auspicabile educare, tramite le fiabe moderne, alla parità tra i generi ed al rispetto delle differenze, insegnando a leggere e interpretare criticamente quelle classiche senza la necessità di doverle cancellare dalla memoria.

Il saggio di Manuela Ladogana, dal titolo Questioni di identità. Le storie di vita con le donne anziane, parte dalla riflessione sul tema della vecchiaia e di quanto quest'ultimo sia intriso e ricco di significati e pertanto necessiti di attenta considerazione. Diviene essenziale, infatti, per la pedagogia “pensare pratiche di riflessività in grado di consentire anche alla persona anziana la possibilità di ridefinire ricorsivamente la propria identità, attraverso aggiustamenti e ri-aggistamenti continui, in direzione di equilibri sempre nuovi” (p. 242). Una delle pratiche narrative autobiografiche più interessanti è quella delle “storie di vita”, il cui obiettivo principale è quello di “favorire la presa di consapevolezza dei propri vissuti, pensieri, sentimenti, emozioni, delle proprie modalità relazionali, ma anche del corredo di conoscenze/competenze possedute. Peraltro, questa esplorazione del proprio passato, della propria storia di vita, consente – potrebbe consentire – di far emergere aspetti nascosti del proprio sé, da cui può scaturire la riorganizzazione del personale progetto esistenziale” (p. 246).

All’interno del saggio di Francesco Mansolillo, intitolato L’apprendimento per problemi (Pbl). Una metodologia didattica innovativa orientata in un’ottica di genere si affronta il tema di quanto l’utilizzo di alcune metodologie didattiche di tipo collaborativo, come in questo caso il Problem based learning possano rivelarsi utili, ad esempio, per “rendere consapevoli le donne dell’importanza di quelle competenze strategiche acquisite nei contesti di cura e della possibilità che queste-anziché essere svalutate-possano invece essere produttivamente essere trasferite nei contesti professionali” (p. 300). Molteplici sono stati i riscontri positivi seguiti all’esperienza di laboratorio sul PBL, effettuata nell'ambito del programma LLP. Infatti, conclude Mansolillo “attraverso l’incontro–confronto con ‘l’altro’, il soggetto si predispone, infatti, a cambiare idea, ad elaborare nuovi giudizi e impressioni, mettendo in dubbio certezze che invece, se ritenute sicure e infallibili, rischiano di intrappolare il proprio pensiero tra le maglie dell’intransigenza e del pregiudizio” (p. 304).

Il saggio di Anna Dipace, dal titolo Il Digital Storytelling: un dispositivo per favorire le dinamiche di gruppo, è incentrato sul tema della narrazione autobiografica, in particolar modo sul Digital Storytelling, e sulla considerazione di quanto questa modalità di raccontare sé stessi rivesta un ruolo importante “nei processi di socializzazione per la progettazione di processi di apprendimento e la costruzione delle identità e della conoscenza all’interno del gruppo” (p. 307). Rispetto al passato la narrazione assume nuove forme, infatti, afferma Dipace “siamo di fronte ad una nuova forma di oralità che si muove nella direzione di un maggiore coinvolgimento, di una più intensa condivisione e di una più profonda partecipazione. I testi digitali consentono anche di utilizzare molteplici linguaggi (parole, immagini, suoni) in modo simultaneo. Questo aspetto è particolarmente rilevante nella relazione con i nativi digitali poiché attraverso gli strumenti tipici del loro quotidiano, possono esprimersi nei linguaggi a loro più consueti” (p. 311).

All’interno del saggio di Anna Paola Paiano, intitolato Costruire narrazioni digitali. Il laboratorio sul digital storytelling, si fa riferimento ad un'esperienza di laboratorio svolta nell’ambito del programma LLP. “L’obiettivo del laboratorio è stato dunque quello di promuovere nuove competenze di scrittura digitale orientate alla produzione creativa di storie digitali, attraverso il personale e diretto coinvolgimento, cognitivo, emotivo e relazionale” (p. 317). Anche in questo caso si è trattato di un momento di formazione importante, in grado di far confluire diversi approcci, quello narrativo, quello educativo e quello relativo alla promozione di competenze digitali, che si è concluso con la produzione di un racconto autobiografico digitale. “Seppur breve, l’esperienza didattica ha arricchito le competenze di scrittura e di lettura mediale dei partecipanti, permettendo una riflessione critica sull’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito didattico” (p. 323).