Anno II - Numero 2 - Dicembre 2012 Stampa Email
Gardner, H. (2011). Verità, bellezza e bontà. Educare alle virtù nel ventunesimo secolo. Milano: Feltrinelli
di Mariateresa De Palma   

 

Sin dall’epoca classica, il tentativo di definizione e di precisa caratterizzazione delle tre virtù di verità, bellezza e bontà ha interessato innumerevoli filosofi e teorici. L’analisi interpretativa di Howard Gardner si propone di indagare le incertezze ed i dubbi di queste tre virtù che rimandano ai tre filoni di ricerca cardine della filosofia, quali l’epistemologia, l’estetica e l’etica, facendo i conti con le problematiche scaturenti dalla complessità del mondo odierno. Prendendo spunto da due modalità antitetiche di intendere e proporre conoscenza, quella dello storico Henry Adams e quella dello scrittore David Shields, Gardner esprime chiaramente una duplice intenzione, leit motiv di tutto il testo: da un lato quella di stabilire effettivamente quale sia il significato dei concetti quali virtù, bellezza e bontà, dall’altro immaginare come si possa fare in modo che queste ultime abbiano ancora validità e pregnanza nel futuro. Secondo l’autore “Adams presupponeva che, almeno idealmente, potesse esistere un mondo vero, bello e buono, e tutto in un unico momento storico; i passi selezionati da Shields presentano invece una prospettiva contrastante, una forma di scetticismo estremo sulla possibilità che queste virtù oggi abbiano un senso” (p. 187). Nonostante queste tematiche siano state, dunque, da sempre oggetto di studio e di riflessione, l’apporto innovativo di Gardner è volto a far emergere, attraverso un excursus relativo a quali siano stati i molteplici approcci a questi temi, le falle ed i probabili errori interpretativi accumulati nel corso del tempo, sino a giungere all’epoca attuale e alla necessità impellente di doversi confrontare con quelle che egli stesso definisce le sfide del postmoderno e del digitale. Ciò che viene rimarcata più volte, infatti, è l’urgenza di ridiscutere e ripensare a queste virtù, ricontestualizzandole e calandole nella società odierna attraverso un approccio il più possibile interdisciplinare.

 

Nella prima parte del testo l’Autore comincia col sostenere l’importanza di quelle che egli stesso chiama le tre “virtù classiche” (p. 11) e della loro trasmissione alle future generazioni: “Perché, se rinunciamo a una vita contrassegnata da verità, bellezza e bontà […] ci rassegniamo […] a un mondo in cui nulla ha valore, in cui tutto va bene. Se non vogliamo cedere a una simile esistenza senza gioia, senza norme o senza finalità, è di vitale importanza rivisitare e riesaminare sotto una luce molto chiara le nostre concezioni di questo trio” (p. 16). Ciascuna delle virtù in oggetto viene analizzata all’interno dei rispettivi capitoli in cui l’Autore analizza la situazione attuale, tenendo presenti in primo luogo quelle che egli definisce “le minacce del postmodernismo o dei media digitali” (p. 19) ed in secondo luogo gli errori interpretativi derivanti dalla “egemonia del determinismo biologico e/o del determinismo economico” (p. 24). Certamente la molteplicità di informazioni e le numerose possibili interpretazioni a esse correlate sembrano condurre a un’enorme confusione per quel che riguarda la comprensione e la definizione di questi concetti. Accanto al disorientamento e alla difficoltà di districarsi tra le diverse fonti di informazione, spesso dalle posizioni contrastanti e discostanti, però, coloro che ne fruiscono hanno anche l’opportunità di accedere con grande rapidità a una varietà di informazioni, di compararle e d’iniziare a tracciare un proprio punto di vista. Secondo l’autore è nell’ambito della sfera personale del soggetto che va alimentata quella capacità critica che porta al riconoscimento delle virtù per poter giungere a corrette valutazioni. Se da una parte tale capacità deve essere in un certo qual modo dinamica e rimanere aperta alle novità, dall’altra, deve fondarsi su basi conoscitive consolidate per evitare i rischi paventati di posizioni improntate al relativismo estremo.

L’obiettivo dichiarato dell’autore, nella seconda parte del testo, è quindi quello di indagare e mettere in luce come sia possibile, nel contesto odierno, educare le nuove generazioni, in particolar modo durante la complessa fase dell’adolescenza: In questa fase cruciale della vita, la forza delle spinte biologiche dell’adolescenza incontra la potenza delle forze culturali delle idee postmoderne e dei media digitali” (p. 139). Per quel che concerne la ricerca della verità “sta agli specialisti – sostiene Gardner – rendere espliciti i modi in cui vengono raccolte le informazioni e in cui vengono tratte le conclusioni […], devono mostrare come valutano […], devono condividere le strategie che adottano quando hanno di fronte una grande massa di informazioni, alcune delle quali in contraddizione fra loro” (p. 153). A differenza dei loro predecessori, infatti, “i giovani di oggi emergono come una Generazione Frammentata” (p. 155), poiché si ritrovano spettatori di moltissime trasformazioni in tempi brevissimi. Anche per quel che concerne la bellezza i giovani devono apprendere la capacità di distinguere, elaborando da soli i propri canoni estetici. Nel caso della bontà, gli adulti possono aiutare nel discernimento i giovani che però devono indagare a fondo le ragioni del loro codice morale e poi decidere se modificarlo, per far posto ad altre ragioni o fonderle con altre.

Questa modalità d’intendere le virtù, orientata alla continua ricerca e ridefinizione dei significati delle stesse, è ben esemplificata dal concetto di lifelong learning, ossia di un apprendimento continuo e per tutta la vita: “l’apprendimento non è più il peso mirato dell’infanzia e dell’adolescenza: diventa il privilegio - ma anche il dovere - di tutta l’esistenza” (p. 164). Grazie agli sviluppi recenti delle neuroscienze, infatti, si è avuto modo di riflettere sulle potenzialità del cervello umano, legate alla sua capacità di essere plastico e flessibile e, conseguentemente, di quanto sia fondamentale stimolare nuove connessioni neurali. Il nuovo imperativo, sostiene Gardner, è diventato la sintesi: “La mente che sintetizza è in grado di incorporare grandi quantità di informazioni; di applicare criteri affidabili per determinare a cosa prestare attenzione e cosa ignorare” (p. 165). Ottemperare a quello che viene presentato appunto come un obbligo imprescindibile, al fine di intraprendere la via giusta verso un modo corretto di acquisire conoscenza, è possibile solo attraverso una sorta di sostegno intergenerazionale. Sarebbe auspicabile, secondo l’Autore, incentivare uno scambio proficuo tra le vecchie e le nuove generazioni, creando complementarietà e aiuto reciproco, evitando l’arroccamento delle une e delle altre su posizioni “fondamentaliste”:  “a quelli che non sono nativi digitali […] l’apprendimento continuo pone sfide ancora più dure” (p. 175). È necessario tenersi continuamente aggiornati, rimanere costantemente vigili, aprirsi al nuovo, se si vuole tenere il passo. Nel contempo “però, nel passare in rassegna o navigare fra i media, gli adulti sono avvantaggiati. Possedendo conoscenze e standard, possono applicarli alla gran quantità di informazioni disponibili […], possono trovarsi in una posizione privilegiata per formulare giudizi di veridicità” (p. 176). I giovani possono trarre ampi benefici da questo scambio, oltre a fornire agli adulti apporti conoscitivi e competenze tecniche. Gli adolescenti, sostiene Gardner, sono avvezzi al cambiamento, essi “hanno la padronanza dei nuovi media e sono cresciuti in un mondo in cui le idee postmoderne di diversità, relativismo e scetticismo sono parte dell’atmosfera intellettuale” (p. 184). La complementarietà, la sinergia sono l’obiettivo cui tendere.

Nonostante i dubbi e le difficoltà che l’utilizzo dei media possa presentare, enucleati prevalentemente nella prima parte del testo, verso il termine della trattazione l’Autore riconsidera quelli che sono i fattori positivi derivanti dagli stessi e dalla moltitudine di informazioni che ad inizio d’opera apparivano perlopiù magmatiche ed indistinte. Pertanto Gardner, in conclusione, prefigura quelle che possano essere le potenzialità positive dei nuovi media, offrendo suggerimenti sul loro utilizzo. Preservando e mantenendo la nostra mente aperta, le nostre capacità non potranno far altro che modificarsi e affinarsi, “ma alla fine tutte e tre le virtù possono uscire rafforzate dalla loro posizione nella sfera dei media digitali. Aumentano le possibilità di una verità dalle fondamenta più salde; abbondano le possibilità di un senso personale e significativo della bellezza; e la crescente ricchezza di contatti con l’umanità intera può portare, infine, a un senso condiviso della bontà” (p. 189).

Per percorrere questo itinerario di ricerca, afferma Gardner, è fondamentale propugnare quella interdisciplinarietà cui tanto si fa riferimento in ambito teorico ma che risulta mai adeguatamente messa in atto nella prassi, per non frammentare sempre di più il sapere, specializzandolo in maniera eccessivamente settoriale. “Ci troviamo tutti in una terra incognita: è più probabile che risulti illuminante un amalgama di discipline, titolate saggiamente, che non scommettere su una qualsiasi singola lente accademica” (p. 200). Utilissimo deve diventare l’apporto della filosofia, della biologia, della psicologia, della sociologia, dell’antropologia, degli studi umanistici più in generale, delle neuroscienze e di molte altre discipline. Infine, ancora altri due elementi appaiono meritevoli di ulteriore approfondimento: da una parte quello legato al caso, alla contingenza delle intuizioni e delle scoperte scientifiche, dall’altro quello legato al ruolo dei singoli. Le azioni e le scelte dei singoli ricoprono un ruolo centrale per la storia dell’umanità.

L’immagine conclusiva, verso cui protende Gardner, è quella di guardare verso una seconda età dell’Illuminismo che, per poter avere davvero carattere universale, deve attingere idee e modelli da altre tradizioni filosofiche e religiose che non siano soltanto quelle proprie dei luoghi in cui l’Illuminismo ha storicamente avuto la sua origine. Andando sempre al di là dell’interesse individuale ed avendo come fine l’universalizzazione delle suddette virtù, “possiamo offrire modelli influenti che ispirino gli altri esseri umani ad agire in modo responsabile, in modo sempre più responsabile” (p. 204).