Anno II - Numero 2 - Dicembre 2012 Stampa Email
Comincini D. (2012). Epistemologia dell’intercultura. La costruzione culturale della realtà. Roma: Carocci
di Rita Raffaella Siliberti   

 

Il testo di David Comincini si propone di indagare il rapporto tra realtà multiculturale e relazioni interculturali, offrendo un contributo a cavallo delle dimensioni filosofica e pedagogica. Nello specifico, come sostiene lo stesso autore, l’intento è quello di sviluppare “un’analisi epistemologica delle relazioni culturali” (p. 9). Parlare di epistemologia, in un ambito vasto e pluridisciplinare come quello delle relazioni interculturali, può sembrare una forzatura terminologica ma in realtà trova la sua giustificazione nel percorso teoretico seguito dal testo e nello specifico obiettivo che esso si propone: individuare le condizioni di possibilità della pedagogia interculturale nell’attuale contesto globalizzato e multiculturale. Per rispondere a tale sfida, Comincini si muove tra diversi piani d’indagine, esplorando “il macrotema cultura da molteplici angolazioni […] a riconoscere la profonda relazione che lega argomentazione epistemologica, analisi ontologica e proposta etica” (p. 10).

 

Il testo è suddiviso in due parti essenziali. La prima parte, comprendente i primi tre capitoli, offre un contributo di natura epistemologica e ontologica. Essa, infatti, ha l’intento di decostruire le consolidate categorie di pensiero che hanno alimentato alcuni dualismi classici (oggettivo/soggettivo, universale/relativo ecc.) che risultano inadeguate a rendere conto e interpretare le complesse dinamiche del mondo globalizzato, suggerendo invece “l’utilizzo di metacategorie (‘intersoggettività’ ‘interteoricità’ ‘interculturalità’)” (p. 11).

Nello specifico, il primo capitolo intitolato La costruzione dei fatti, ripercorre il dibattito in corso tra costruttivismo, realismo e relativismo in merito al valore dell’oggettività, tentando di pervenire a una prospettiva che medi efficacemente questi tre paradigmi.

Secondo il realismo la realtà esiste in sé, in quanto data a livello ontologico, ed è accessibile conoscitivamente. In tale prospettiva l’oggetto della conoscenza è inteso come ente fattuale, che esiste a prescindere dal conoscente e dalle categorie di conoscenza utilizzate.

Su un versante diverso, e a metà strada tra realismo e relativismo, si colloca la prospettiva costruttivista. Essa sostiene che la realtà non è qualcosa di oggettivo e indipendente dal  soggetto che la esperisce, anzi “è la nostra propensione a descrivere il mondo in un dato modo, ad utilizzare una determinata classe di giudizi invece di un’altra, a costruire la realtà fattuale […] non vi è alcun livello della realtà che sia indipendente da ogni descrizione” (pp. 23-24).

Il relativismo, infine, parte dal presupposto che le credenze e i criteri di carattere cognitivo sono sempre dipendenti – e dunque relativi – da un contesto scelto come punto di riferimento, contesto in questo caso rappresentato dallo schema concettuale in cui le credenze e i criteri sono collocati. Ciò vuol dire che manca un punto di vista assoluto che rappresenti un parametro di valutazione e di controllo di queste credenze e criteri, che sia “al di fuori di ogni contesto” e che consenta anche di fare delle affermazioni conoscitive in termini assoluti (come vorrebbe il realismo metafisico).

La conclusione a cui conduce tale prospettiva è radicale: “l’oggettività della realtà fattuale è relativa alle diverse teorie. Tante realtà differenti quante sono le teorie alternative. Sembra addirittura non adeguato parlare di teorie alternative dato che  non abbiamo a che fare con una medesima realtà considerata da differenti prospettive ma con teorie che ci parlano della loro realtà, teorie dunque incommensurabili” (p. 27). In sostanza, non può sorgere alcun tipo di discussione critica o valutazione comparativa fra schemi diversi, perché ogni schema produce da sé i criteri che dovrebbero essere usati per criticarlo o emendarlo. Ciò a sua volta comporterebbe che “le diverse comunità (teoriche, linguistiche, culturali) vivrebbero in mondi differenti, incommensurabili” (p. 28).

Rispetto alla rigidità di tali posizioni, l’autore propone una sorta di realismo su basi costruttiviste, in grado di rendere conto sia “dell’oggettività dei contenuti culturali che del pluralismo di credenze e valori” (p. 78).

Come sottolinea Comincini, “l’oggettività della realtà non è un dato immediato bensì qualcosa che va costruito intersoggettivamente nel confronto/condivisione dei rispettivi punti di vista. Una base fattuale stabile non va dunque presupposta, magari identificandola con la realtà in sé indipendente dalla mente, ma è il risultato, più o meno consapevole, dell’elaborazione comune di una versione del mondo condivisa”  (p. 26). Versione del mondo che è il risultato di un confronto interteorico tra schemi di riferimento differenti, i quali valutano le teorie facendo riferimento non solo a ragioni epistemiche, ma anche extraepistemiche. “La nostra infatti è la posizione di esseri la cui concezione del mondo non può che riflettere i propri interessi e valori” (p. 32).

Il secondo capitolo, La dicotomia fatto/valore, analizza un altro dualismo classico del pensiero occidentale, ossia il dogma, di stampo empirista, secondo cui i fatti sono oggettivi e i valori soggettivi e questi due ambiti sono inconciliabili. Tale dualismo viene decostruito riflettendo sul ruolo analogo che il dispositivo dell’intersoggettività ricopre sia nell’ambito della realtà fattuale che in quello della realtà valoriale e sociale: entrambe si collocano in uno spazio pubblico di riconoscimento intersoggettivo.

Dunque, fatti e valori hanno una loro peculiare oggettività, che trova origine, in entrambi i casi, nel processo intersoggettivo di fusione delle prospettive.

Nello specifico, per quanto riguarda la realtà fattuale, è nell’ambito intersoggettivo che i fatti diventano oggettivi. Essi, una volta costituiti, vengono interpretati e riconosciuti da tutti intersoggettivamente, attraverso il linguaggio.

Per quanto concerne, invece, l’ambito valoriale, il ruolo ricoperto dall’intersoggettività risulta evidente se si considera, come sostiene lo stesso autore, che “l’essere un agente moralmente responsabile presuppone la capacità da parte dell’individuo di determinare la propria volontà secondo motivi passibili di riconoscimento intersoggettivo, assumendo, se del caso, l’onere di rendere conto esplicitamente di ciò che viene fatto” (p. 43).

Il terzo capitolo, Intersoggettività e comunicazione, analizza la struttura ed il ruolo del linguaggio e della comunicazione nei contesti di vita.

Generalmente, la comunicazione è intesa come un passaggio di significati da parlante a destinatario. Elementi costituivi della comunicazione sono dunque il segno e il significato che il primo intende veicolare. Si tratta, tuttavia, di una definizione riduttiva e superficiale, che si limita a considerare la comunicazione che avviene all’interno di contesti standardizzati. Essa non tiene conto dei meccanismi profondi e dei modi attraverso cui la comunicazione si costruisce in contesti dove entrano in contatto individui appartenenti, ad esempio, a culture diverse.

Comincini, rifacendosi a Schutz, propone invece di definire la comunicazione “un orizzonte complessivo di senso” (p. 56), un luogo cioè, in cui il significato viene a situarsi, consentendo “una messa in comune di prospettive” (p. 57). Essa funge quindi da schema dell’esperienza che consente l’accesso al mondo che ci circonda, permettendoci di interpretare la realtà all’interno di un contesto intersoggettivo. Tutto ciò trova conferma se si riflette sul fatto che le diverse forme di linguaggio esistenti non sono altro che l’espressione del modo di interpretare il mondo da parte di una specifica comunità di individui.

Il nostro contatto con la realtà è dunque sempre mediato linguisticamente, perché è attraverso il linguaggio e la comunicazione che diamo senso e significato al mondo. Tuttavia, come sostiene l’autore, la lingua non deve tramutarsi in una gabbia e “l’altro della relazione comunicativa non necessariamente deve appartenere alla mia comunità linguistica. Lo spazio della comunicazione […] può infatti sempre di nuovo essere creativamente e pacificamente ‘colonizzato’” (p. 69).

Come si può notare, il filo conduttore dei primi tre capitoli è l’intersoggettività. Essa ha infatti rappresentato la chiave interpretativa per disvelare, entro una prospettiva eminentemente filosofica, i meccanismi che sono alla base della costituzione di fatti, valori e significati, meccanismi fondamentalmente sociali.

La seconda parte del testo, si apre con un capitolo dal titolo: Gestire eticamente la complessità.

Dopo aver fatto il punto della situazione sui concetti espressi precedentemente, Comincini avanza la proposta di un’etica della comprensione, i cui concetti chiave sono apertura all’altro, comprensione reciproca e creazione culturale. Essa coniuga “teoria  dell’intercultura ed etica per l’intercultura: una concezione generale che non si limita a descrivere ‘come va il mondo’ ma che ci dice come potrebbe, e dunque dovrebbe andare” (p. 84). Tale prospettiva non è che il risultato delle implicazioni etiche del nuovo paradigma costruttivista auspicato dall’autore precedentemente, il quale comporta il depotenziamento delle pretese di verità assoluta di cui si fanno portatrici le diverse culture, riducendo così il potenziale di conflittualità delle relazioni interculturali.

Depotenziando dunque la cultura della sua finzione ordinatrice della realtà, se ne indebolisce anche il ruolo di “baluardo psicologico” (p. 86)  nei confronti di tutto ciò che è percepito come diverso e portatore di disordine e caos. Tuttavia, se da un lato questo nuovo paradigma fornisce una modalità di gestione della complessità culturale, dall’altro espone l’individuo che vive nella società attuale al rischio della crisi di senso. Esso, infatti, ha perduto quei riferimenti tradizionali che gli indicavano come orientare la propria vita. Comincini individua l’antidoto a tale deriva nella pedagogia interculturale, il cui compito si sostanzia “nell’educare alla potenzialità costruttive della contingenza e del relativo” (ivi).

La trattazione dei risvolti educativi e pedagogici della globalizzazione prosegue nel capitolo conclusivo, il cui titolo, Prolegomeni ad una pedagogia della mondializzazione, preannuncia il fine che l’autore intende perseguire.

Etimologicamente, il termine prolegomeno indica una trattazione introduttiva allo studio di un tema o di un personaggio. Quindi, in questa sezione del testo, Comincini introduce una proposta pedagogica in grado di gestire creativamente le potenzialità insite “nel nostro essere costruttivamente gli uni con gli altri” (p. 93).

Secondo l’autore, l’attuale scenario mondializzato e globale, depotenziando il ruolo ordinatore delle singole culture, “consente che lo sguardo si allarghi ad abbracciare la comune impresa, necessariamente interculturale, di creare un senso del e nel mondo: al concetto ambiguamente descrittivo di ‘cultura’ si sostituisce così l’idea regolativa di ‘mondo’” (p. 101). In questa prospettiva, l’altro diviene colui che partecipa alla costruzione di un mondo comune, e in quanto tale ad esso deve essere attribuita e riconosciuta piena dignità morale.

Tutto ciò si colloca all’interno di un nuovo paradigma di pensiero, che Comincini definisce della mondializzazione. Un paradigma all’interno del quale “il mondo si costituisce [… ] come duplice dimensione, al tempo stesso reale e simbolica, della socialità, del nostro essere costruttivamente gli uni con gli altri, e della responsabilità, del nostro essere moralmente gli uni verso gli altri” (p. 93).

Il pensiero della mondializzazione, elaborato all’interno della speculazione filosofica, trova il giusto completamento in ambito pedagogico con il richiamo alla necessità di una pedagogia interculturale. Tale pedagogia dovrà assumere l’etica della comprensione come proprio orizzonte assiologico e dovrà avere quale idea regolativa la formazione del soggetto relazionale. Un soggetto, sostiene l’autore, “che del proprio essere culturalmente situato sappia massimizzare le potenzialità creative e relazionali, che del mondo sappia assumersi, ad ogni livello, cura responsabile e che di sé sappia conseguentemente offrire un’immagine esemplarmente umana” (pp. 107-108).

Pur in assenza di un’approfondita analisi antropologica e storica dei processi interculturali, il testo di Comincini offre un’inedita chiave di lettura della realtà interculturale, suggerendo nel contempo un ripensamento dei rapporti tra filosofia e pedagogia, teso a mostrare su quale terreno sia oggi possibile l’incontro tra tali due discipline. Terreno individuato proprio nell’attuale scenario globalizzato e nelle sfide che esso pone al soggetto postmoderno.

Concludendo, occorre notare come nel corso della sua analisi, l’autore si avvalga di alcuni importanti filoni della tradizione filosofica (dal criticismo di Kant al costruttivismo interazionsita e dalla fenomenologia di Schutz all’ermeneutica) interpretando questo orizzonte di pensiero come fecondo punto di riferimento teorico che orienti l’operatività della pedagogia interculturale. Tutto ciò allo scopo di coltivare “una diversa idea di uomo” (p. 105).