Anno II - Numero 1 - Giugno 2012 Stampa Email
Lopez, A. G. (2009). Donne ai margini della scienza. Una lettura pedagogica. Milano: Unicopli
di Rossella Caso   

 

Scienza e tecnica, a partire dalla rivoluzione scientifica del Seicento, hanno costruito il proprio impianto epistemologico ignorando volutamente il contributo creativo dell’universo femminile: quante sono le donne scienziate citate in testi scolastici, enciclopedie, storie della scienza?

 

È a partire dagli anni Ottanta che, sostiene Anna Grazia Lopez, le donne hanno incominciato a ricercare le ragioni della propria esclusione dalla scienza: evento cruciale fu l’esplosione di Chernobyl, che le indusse, a partire dalla riflessione intorno alle categorie di progresso “necessario e infinito”, di dominio della natura e di oggettivismo, e di “etica della scienza”, non solo a rivendicare una maggiore presenza femminile nel mondo dell’accademia e della ricerca, ma anche a ipotizzare un progetto di scienza che potesse fornire spiegazioni più adeguate e migliorare le condizioni di vita, arginando con la parola “limite” la tendenza, tipica del sapere scientifico, ad assolutizzare e a dominare.

Il primo capitolo affronta il rapporto “donne e scienza” nell’ambito di un’ampia e puntuale ricostruzione storica e riflessione sulle tappe del movimento femminista e sul pensiero delle sue principali teoriche: Rosi Braidotti e la soggettività nomade, Donna Haraway e la teoria del cyborg, Judith Butler e la queer theory, in modo particolare, poiché proprio esse hanno trovato il modo e le parole per inquadrare la crisi della soggettività post-moderna e la scoperta di quel falso universalismo del pensiero filosofico e scientifico, che, associando il maschile con l’umano e relegando il femminile in una posizione secondaria di “alterità svalutata”, come sostiene Rosi Braidotti, mentre ha reso possibile l’affermazione e la cristallizzazione di un impianto antropocentrico che ha legittimato un approccio orientato allo sfruttamento incondizionato della natura e delle sue risorse, ha consentito anche l’affermazione di un pensiero fallologocentrico, e quindi l’emarginazione delle donne dai luoghi della ricerca scientifica e tecnologica.

Se l’uomo è “oggettività” e la donna “soggettività” e la scienza è, secondo le categorie cartesiane, “oggettività”, le donne non potevano non esserne escluse, relegate, come sostiene Anna Grazia Lopez, al “margine” di un sapere di esclusivo appannaggio di un universo maschile che invece aveva tutte le caratteristiche, “rigore” e “oggettività” in primis, per detenerlo.

Lo stereotipo che associa le parole “scienza” e “ricerca” alla parola “uomo” è ancora oggi vivo e attivo, determinando spesso l’esclusione, ma anche l’autoesclusione, delle donne dal mondo scientifico.

A partire da queste riflessioni, l’autrice propone, nel secondo capitolo, tre possibili “sguardi”, elaborati dalle teoriche del femminismo per superare la visione meccanicistica e lineare di matrice cartesiana imperante nella scienza occidentale – laddove nella parola “sguardo” c’è il riconoscimento della parzialità del “punto di vista” e quindi del dato che ogni conoscenza è un prodotto sociale e pertanto è mediata dalla soggettività. Tre approcci che, senza imporre la rinuncia di quelli che tradizionalmente vengono identificati come i canoni di una “buona scienza”, l’imparzialità, l’oggettività, la riconducibilità del fenomeno al nesso causa-effetto, impediscono che questi ultimi possano trasformarsi in cause di esclusione non solo delle donne, ma anche dei popoli non-occidentali, portatori di quelli che vengono comunemente definiti “saperi altri”. Tali approcci sono lo sguardo ecologico, che rimanda a un pensiero ecologicamente orientato all’etica della cura (Mortari); lo sguardo empatico, che rimanda a una relazione fondata sulla reciprocità, sulla capacità di “porsi in ascolto”, un ascolto che non è passività, ma è essenzialmente un mettersi “in relazione” rispetto all’oggetto della propria ricerca in modo rispettoso e umile (Fox Keller e McClintock), e lo sguardo visionario, che combina logica e capacità di immaginazione e che è proprio dell’educazione alla creatività e all’immaginazione (Haraway).

Proprio l’educazione riveste in questa direzione un ruolo di fondamentale importanza. Se è vero, come scrive Simone de Beauvoir, che una delle più grandi maledizioni che pesino sul destino delle donne è che l’infanzia sia abbandonata in mano alle donne, occorre elaborare un progetto formativo teso a promuovere da una parte, negli studenti, la formazione di un pensiero capace di identificare e di decostruire gli stereotipi di genere (veicolati dai media, ma anche dalla famiglia, dalla cultura, dalla società, ecc) e quindi critico, flessibile e anticonformistico (in poche parole, il “pensiero della differenza”), dall’altra, negli insegnanti, di una riflessione, attraverso la pratica della “clinica della formazione”, sui modelli formativi utilizzati nel corso della propria pratica educativa, e su come questi modelli, seppure agiti inconsapevolmente, intervengano nel loro agire formativo.

A queste questioni l’autrice dedica il terzo capitolo, analizzando lucidamente le dinamiche che possono portare, proprio nella scuola, all’affermazione di modelli del femminile che, improntati alla remissività, alla docilità e alla subordinazione, caratteristiche che così poco si conciliano con lo stile competitivo dei laboratori degli uomini, possono tradursi nell’autoesclusione delle donne. Contro queste dinamiche, l’autrice propone un’educazione al “pensiero della differenza”, basata su quattro azioni fondamentali: chiedere agli studenti di esplicitare le proprie teorie; raffinare le concezioni che si possiedono utilizzando la discussione di gruppo; suscitare il conflitto cognitivo, chiedendo agli studenti di spiegare un evento che mette in crisi le concezioni che si possiedono e infine incoraggiare l’accomodamento cognitivo e la creazione della nuova concezione.

«Aspetto che smettano di parlare dell’“Altro”, e che la finiscano di ripetere quanto sia importante parlare di differenza», scrive bell hooks. Forse, quando si smetterà di parlare di “altro” e di “differenza”, sembra suggerirci Anna Grazia Lopez, le donne non saranno più costrette a muoversi “ai margini della scienza”, ma renderanno quei “margini”, come proprio bell hooks invita a fare, il luogo di “resistenza” a partire dal quale riprendersi il proprio posto nel mondo del sapere e della conoscenza.