Anno II - Numero 1 - Giugno 2012 Stampa Email
Mottana P. (2011). Piccolo manuale di controeducazione. Mimesis: Milano-Udine
di Isabella Loiodice   

 

Come recensire un volume che non “ammette” le classiche letture accademiche, che rifiuta i soliti schemi interpretativi, che “grida”, con linguaggio volutamente trasgressivo rispetto alla letteratura pedagogica corrente, un diverso modo di dire e di fare educazione?

 

Dunque, come scrivere una controrecensione? Ci pensavo continuamente mentre leggevo il libro, con un’iniziale, sottile preoccupazione che, tuttavia, è andata dissolvendosi parallelamente al crescere del piacere della lettura. A quel progredire di entusiasmo che, a poco a poco, ti nasce dentro, quando ti appassiona ciò che stai leggendo e quando quella passione ti chiede, ti impone di non lasciarla evaporare ma di trasformarla – subito – in propositi, progetti, iniziative.
Il primo impegno concreto è stato, allora, scrivere di getto questa recensione, senza pensarci troppo, senza preoccuparsi che fosse “politicamente corretta”,  senza leggere e rileggere mille volte per vedere se “la frase funziona”, nella speranza di poter far trasparire, innanzitutto, le suggestioni che il testo suscita, aiutando a pensare che esiste un diverso modo di fare educazione, che ci sono dei diritti, a partire dall’infanzia, che “un certo fare educativo” inibisce anziché espandere, ingabbia anziché liberare. E allora dico che sì! Mi piace! Mi piace pensare a un’educazione “liberata e liberatrice”, immagino già – perché l’educazione è concretezza, è un pensare riflessivo che deve farsi azione – come riorganizzare le mie stesse conversazioni con gli studenti del prossimo anno accademico. Penso, rifletto, progetto, ipotizzo e lo faccio da educatrice, perché, nonostante le mille riunioni istituzionali, le programmazioni necessarie ma noiose (dove le mediazioni non sempre riguardano la qualità della formazione offerta ai nostri studenti), nonostante gli incarichi accademici voluti o subìti, mi sento, sono, innanzitutto, un’educatrice e non posso non pormi tutte le domande che questo libro pone. E non posso, soprattutto, non assumermi le mie responsabilità al riguardo e, dunque, debbo provare, provare a non essere solo quell’“accademico paludato” di cui parla Mottana (soprattutto perché, da sempre, non mi sento affatto tale, ma “gli esami non finiscono mai” per nessuno).
Questo libro ha il potere di far balzare repentinamente agli occhi la bellezza e il privilegio di essere educatori: lo fa con toni molto forti che, nell’impatto immediato, possono anche spiazzare quando, ad esempio,  paragona la scuola (e quindi anche l’università) a «luoghi di pena» (p. 21), a un «sistema di oppressione legalmente riconosciuto» (p. 22) e che «occorre davvero usare il lanciafiamme contro l’impalcatura intellettualistica dei suoi contenuti e delle sue attività […], contro l’emarginazione sistematica e perversa delle facoltà intuitive e immaginative, della curiosità, della potenza espressiva e creatrice del corpo e delle emozioni» (p. 23). E, allora, anche per sedare i sottili sensi di colpa che derivano dall’appartenere non al mondo universitario ma al più ampio contesto di una cultura in cui si inquadrano dispositivi ambivalenti se non ambigui, accogli con sollievo le vie di fuga e di positiva progettualità residue in quelle affermazioni che disegnano una scuola diversa – quella scuola diffusamente sparsa, anche oggi, e non solo in un nostalgico passato (mi sento di dire all’Autore), tra le mille e differenti contrade del nostro Paese – «dove rielaborare le esperienze, dove sperimentarne di nuove, dove concentrarsi sui nodi, sui problemi, sulle domande. Non per esaurirle ma per moltiplicarle. Con un’apertura totale, oltre ogni censura, incontrando testimoni, rendendosi testimoni, esercitandosi, provando, con la mente, con il corpo, con le emozioni, con l’immaginazione» (p. 25).
E, dunque, alla diffidenza – segnale evidente di come talune considerazioni forti vanno diritto al cuore – si sostituisce, a poco a poco, la speranza che, però, va alimentata dalla concretezza che, a sua volta, deve guardarsi dal pragmatismo fine a se stesso, in un gioco di “rimandi” emotivi e cognitivi tra l’esperienziale e l’utopico, salvaguardo il positivo di entrambi: perché l’educazione è questo, è tensione utopica che vuole farsi realtà senza appiattirsi sull’esistente ma facendosi progetto emancipativo, delle persone e del mondo che esse abitano. Per fare questo, dice Mottana, c’è bisogno sovrano di “maestri accesi, di insegnanti pieni di sale e di fuoco, di guide prodighe di avventura perché sono ancora anch’esse nell’avventura della “gnosi” – la conoscenza emancipativa che non scinde i sensi e non separa la luce dal mistero – e dei suoi molteplici percorsi aerei e sotterranei” (p. 39).
E mentre penso a queste due facce della stessa medaglia dell’educazione, ripenso ai tanti docenti (di scuola e colleghi universitari) che incontro e ho voglia di parlare con loro di questo libro, di quello che condivido e di quello da cui dissento, di discutere apertamente delle potenzialità e dei rischi del nostro lavoro di educatori, della passione, ma anche del timore, per quello che siamo chiamati a fare. Della responsabilità dell’educare che non deve schiacciarci e da cui non dobbiamo fuggire ma che, invece, può essere appagante, può riempire il cuore e dilatare la mente, a patto – di questo sono convinta, anche se non ne trovo molte tracce nel libro – di condividerla con gli altri, per farne  occasione di discussione, senza ridurla a sterile e vuota occasione di autorealizzazione (da “opporre agli” altri piuttosto che per “costruire con” gli altri).  Sì, questo libro – anche se si tratta di un giudizio che può sembrare poco scientifico e accademico – mi piace e lo voglio dire, anche perché mi ha dato la possibilità di rinnovare il godere della lettura, arricchita da una  splendida mattinata di sole, all’aperto, sotto un albero, con i miei cani e i miei gatti (saggio di quella natura oggi espropriata all’infanzia, di cui giustamente Mottana si duole), a pensare alle mille, inedite possibilità di essere educatrice, persa tra mille pensieri e progetti, cercando di allontanare dalla mente il pensiero, che fastidiosamente si intrufola, relativo alla redazione dell’ordine del giorno del prossimo consiglio di facoltà …