Anno II - Numero 1 - Giugno 2012 Stampa Email
Zannini, L. (2008). Medical humanities e medicina narrativa, Nuove prospettive nella formazione dei professionisti della cura. Milano: Raffaello Cortina
di Maria Gambatesa   

 

Il lavoro di Lucia Zannini contribuisce a delineare l’importanza della medicina narrativa, intesa come valorizzazione della storia del paziente e fondamentale strumento di conoscenza della malattia per poter costruire un consapevole progetto terapeutico sia da parte del paziente che da parte dei professionisti della cura.

 

La medicina narrativa diventa il file rouge che unisce interventi sanitari, vissuto della persona in cura e cura stessa. Tendenzialmente si è portati a confondere la medicina narrativa, che pone attenzione alle storie di malattia e a guardare oltre che ai bisogni anche a nuove possibili strategie d’intervento, con la narrative based, tratteggiata come capacità di assorbire, interpretare e rispondere alle storie di malattia (Charon, 2001). Quest’ultima molto spesso è utilizzata dagli educatori professionali, che in maniera precipua svolgono la loro attività nel campo delle tossicodipendenze, per cui è importante per loro “il semplice ascolto”, colorato qualche volta da un’“affettata compassione” o addirittura da un inverosimile sentimentalismo.

La medicina narrativa, quindi, non consiste nel dare semplicemente la parola al paziente, solo per poter dire che la si è applicata, in quanto la sua esplicitazione appartiene ad un ben più complesso mondo, per cui diventa necessario interrogarsi epistemologicamente su cosa sia e significhi la “vera” pratica clinica, comprendendo bene che per poter curare un paziente non è esclusivamente necessario capire la sua patologia da un punto di vista biomedico, ma capire tutti gli aspetti della sua vita psicologicamente, antropologicamente e socialmente. Nel dibattito italiano, purtroppo, l’indeterminatezza di questo nuovo approccio, il suo carattere complesso e non standardizzato contribuisce a rendere difficile una delineazione di univoche e “uniformate linee guida.”

Anche per questo la Zannini intende, quindi, “fare un minimo di chiarezza sui fondamenti filosofici ed epistemologici” di ciò che è la conoscenza del paziente e questo lo fa a partire dall’incipit del suo lavoro.

La delineazione dei processi fenomenologici si trasformano nel focus del suo percorso , da cui partono tutti i vari aspetti del “ruolo del paziente nei suoi processi conoscitivi” e tutta la gamma dei colori di quella che non può non essere caratterizzata e co-costruita come “conoscenza personale”, la quale, da un punto di vista ermeneutico, non deve essere separata dalla costruzione di significato dei processi conoscitivi. Negli ultimi decenni le scienze umane e le scienze sociali hanno cominciato ad utilizzare la narrazione e l’interpretazione non solo quali tecniche di rilevazione di dati nelle ricerche antropologiche e sociologiche, ma anche quali strumenti conoscitivi della realtà.

Il pensiero narrativo gioca un ruolo importante non solo per il soggetto narrante ma anche per gli operatori sanitari quali il medico, l’infermiere, i riabilitatori.

Il soggetto conoscente è inserito nell’ambito di interpretazioni che fanno riferimento a recenti teorie ispirate al paradigma della complessità, quindi aperto alle differenze, all’ eterogeneità, all’ imprevedibilità, all’inedito: Tale concetto lascia spazio ai pilastri della medicina narrativa Launer (2002), Charon (2006) che non possono prescindere, quindi, dall’analisi dei contesti storico-culturali per poi essere applicati nei contesti della pratica clinica. Le due azioni cardine che vengono delineate sono relative, nel primo caso, alle modalità di svolgimento di una narrazione di malattia, attraverso un approccio incentrato sulla narrative based e, nel secondo, alla pianificazione ed alla progettazione di un piano terapeutico o riabilitativo, secondo una prospettiva narrativa. Mattingly (1994), introducendo il concetto di therapeutic emplotment, propone di formulare un progetto terapeutico a partire da obiettivi non solo a carattere medico, ma anche ricostruendo una storia di guarigione che il terapista o l’operatore vanno a configurare attraverso una serie di immagini e di eventi futuri che garantiscano un significato alle azioni che il paziente è chiamato a percorrere, implementando in tal modo la motivazione ed, al tempo stesso migliorando l’efficacia terapeutica.

Le pratiche autobiografiche dei pazienti, per la Zannini, non possono essere sostitutive di una pratica clinica narrative based, per quanto ad esse possono essere legate da un doppio filo.

La propedeuticità dei vari aspetti della medicina narrativa deve lambire anche quelli delle medical humanities, percorso molto complesso che coinvolge sia le scienze umane che la biomedicina, il cui fine è il perfezionamento di un meta-discorso a sostegno della riflessione teorica e della prassi della cura. Nell’ottica del bisogno di salute le medical humanities possono diventare un concreto strumento di formazione attraverso percorsi che guardano all’utilizzo dell’approccio narrativo e, in particolare, ad alcuni suoi alfabeti quali il testo filmico o le pièces letterarie. Intesa in tal senso, la narrazione, in un frame clinico, può diventare una pratica di formazione per gli operatori sanitari. Particolare interesse della letteratura internazionale, infatti, non è solo quello di approfondire i processi teorici legati alla medicina narrativa, quanto rintracciare sempre più efficaci strumenti pratici per interpretare l’approccio autobiografico.

Tali pratiche quali strumenti di formazione sono finalizzate ad acquisire competenze narrative che sono imperniate su due attività: la lettura e la scritture di storie: questo è proprio il senso di “ Medical humanities e medicina narrativa”, ponendo particolare attenzione all’implementazione di una pratica clinica che non dimentichi mai i significati e la vita affettiva degli individui.

Talvolta, le medical humanities vengono percepite nei contesti della medicina con il carattere di inutilità o di amenità. Ma non è così. Questi aspetti devono essere interpretati in termini di sfida alle certezze della medicina occidentale, «dando valore alla conoscenza soggettiva oltre a quella oggettiva, ossia all’esperienza umana ed emotiva oltre ai dati scientifici» (Squier 1998, p. 137). Il vero problema, non è, quindi, quello di rendere più piacevole la medicina, ma di imparare a guardare al ben più complesso orizzonte del malato e della sua malattia, in termini di creatività, di incertezza, di indeterminatezza. Quando si perdono queste finalità cruciali, solo allora le medical humanities si colorano di amenità, di effimero, di inutilità. Ma il fine non è questo: è quello cioè di creare un contesto culturale globale, in cui la narrazione filmica, per esempio, possa essere considerata come attività irrinunciabile per comprendere l’esperienza umana nel dolore della malattia.

Spesso il mondo della medicina non sembra ben intendere l’importanza di alcuni percorsi, lo può apprendere solo cominciando dall’applicazione dai comportamenti, per cui e importante cominciare a riconoscere la vita emotive dei professionisti della salute come una preziosa risorsa nella relazione di cura. «Le varie etichette che si apporranno sulle attività formative, tra le quali quelle di medical humanities hanno poca importanza. Ciò che conta è andare oltre l’irrinunciabile capire (corsivo mio), per cominciare a sentire (corsivo mio) se stessi e gli altri» (Zannini, p. 246).