Anno II - Numero 1 - Giugno 2012 Stampa Email
Minoia, V. (a cura di), (2009). Mariano Dolci. Dialogo sul trasferimento del burattino in educazione. Urbino: Nuove catarsi
di Giuseppe Annacontini   

 

Il teatro dei burattini e Mariano Dolci. In tal senso il volume ricostruisce la storia di una vocazione (molto più che di una professione) che si in-trama delle storie di incontri, di occasioni, di impegni, di riflessioni che attraversano trasversalmente i territori della pedagogia, della antropologia, della sociologia, della psicologia.

 

Ma, anche, il teatro dei burattini è (almeno parte fondamentale dell’identità di) Mariano Dolci. E in tal senso quanto riportato nel volume testimonia della profonda reliance che unisce un uomo, un educatore e la sua grande passione. Quasi che a un certo punto possa legittimamente essere sollevato il dubbio se non sia più possibile separare l’uomo dall’espressione di un’idea: occhi, naso e barba come un sigillo di garanzia a certificare della competenza a trattare l'argomento del volume, ricorrendo agli strumenti affinati nel corso di decenni di sfide e scommesse su campo e all’entusiasmo di chi non si è ancora stancato di sfidare e scommettere.

Sfidare il grigiore delle strade, l’indifferenza della massificazione, la noia della routinaria quotidianità, l’uniformità promossa da una socialità appiattitasi economicamente. Scommettere di farne un momento di gioia e di vita, una occasione di formazione e di trasformazione, un motivo di impegno e di responsabilità, un investimento in libertà e in futuro.

Questa prima pubblicazione della collana “Quaderni della Scuola sperimentale di teatro di animazione sociale” si appresta a trattare di queste tensioni trasformative del mondo, della socialità, della cultura, della persona a prima vista con una veste agile, di facile lettura e accessibile a tutti grazie a quella “leggerezza” che si accompagna, spesso, al sincopato alternarsi di una voce interrogante (quella di Vito Minoia) con una ribattente (quella di Mariano Dolci). Un canto e controcanto sicuramente piacevole e che, altrettanto sicuramente inganna: la semplicità nasconde complessità; la leggibilità, profondità di riflessione; la varietà di argomenti, ampiezza di esperienza.

Certo, l’impostazione dialogica ha l’effetto di restituire concretezza e rappresentabilità, quasi sensibile, ad ogni singolo fatto o evento evocato nel lungo lavoro, tuttavia tra le storie – si badi non tra le righe – si trovano tanto profondi, quanto acuti spunti di matrice teorica, metodologica, epistemologica, antropologica. Il tutto, naturalmente, perimetrato dalla più ampia cornice dettata dalle intenzioni pedagogiche e didattiche dell’intero lavoro.

Vengono, così, evocati ad uso della argomentazione per la trasposizione formativa delle marionette, dei burattini e, volendo ampliare il discorso, delle attività di animazione autori quali Platone, Barthes, Baudrillard, Levy-Strauss, Montessori, Bruner, Freud, Malaguzzi, Svoboda tra gli altri. Un dialogo, un discorso, un saggio ampio e dotto che accompagna il lettore nella comprensione del mondo, per lo più sottovalutato, del teatro di animazione, così come delle possibilità proprie di un’idea altra del fare formazione che, anche se non consueta, ha alle spalle già un valido e ampio patrimonio di sapere e saper fare.

Di notevole valore, dunque, l’ampiezza dei riferimenti pedagogico-didattici e le aperture in termini di riflessione educativa e formativa che sostengono ogni questione sollevata nel corso del dialogo. Aperture cui il testo ci introduce attraverso una voce del teatro dei burattini e delle marionette che opera a livelli di eccellenza mondiale, reinterpretando la “realtà pedagogica di Reggio”, sperimentando la poliedricità formativa, rieducativa, creativa, curativa e finanche terapeutica delle possibilità di trasposizione del sé in un doppio-alter, in un burattino, in una marionetta.

Qui il campo si slarga fino a con-fondere i proprio confini di legittima argomentazione pedagogica, approssimandosi a settori di indagine clinico-terapeutico-riabilitativi che comunemente sono ritenuti essere distanti rispetto al mondo del teatro di animazione. Tuttavia questa estensione se, da un lato, restituisce più ampio respiro alle questioni trattate nel volume, dall’altro, i pur affascinanti sentieri di ricerca e approfondimento suggeriti nel testo non mettono mai in secondo piano i veri protagonisti del lavoro, che restano sempre due: il burattino-marionetta e il bambino.

Il burattino-marionetta esordisce attraverso una puntuale opera di definizione e identificazione delle specificità e delle criticità dello strumento, la storia, la  metodologia, il suo potenziale nel teatro di animazione, nella formazione del bambino e dell'uomo. Tutto fino alla svolta che vede il bambino da essere quasi comparsa a divenire protagonista, tutto fino a una domanda cruciale «Perché trasferire il burattino o la marionetta in educazione?». Questo è un punto di svolta nel testo che segna il determinarsi di un più stringente riferimento alla materialità educativa, a partire dal quale bambino, marionetta e burattino prendono corpo, insieme, portandosi fino alla fine del lavoro quasi in una inestricabile unità complessa. In questa situazione la figura di Mariano Dolci quasi sfuma, ed è la sua stessa voce, sono le sue stesse parole ad avere l'effetto di portarlo su di un secondo piano di fronte alla eccedente e debordante dominanza degli altri due protagonisti. Uno “scambio” di ruoli che potrà forse colpire l’orgoglio del saggista, ma che sicuramente è motivo di fierezza per il professionista, comunicando quel trasporto e quella rara passione che chi fa ricerca e sperimentazione sa coltivare per un oggetto quando diventi il cuore di una indagine.