Anno I - Numero 1 - Dicembre 2011 Stampa Email
Cives, G. (2010). L’impegno di una vita. Per l’educazione. Lecce: Pensa.
di Rossella Caso   

 

L’impegno di una vita: un titolo che sintetizza in maniera piena ed efficace i contenuti dell’ultimo lavoro di Giacomo Cives; un testo che unisce vita e pensiero, autobiografia e scienza, nel segno di un cammino - quello intrapreso dallo studioso - percorso tra scuola e università, tra ricerca e didattica.
Il lavoro si articola sostanzialmente in due livelli, uno autobiografico e uno scientifico, che non sono mai completamente separati tra loro, ma che si nutrono di reciproci prestiti, per restituire al lettore tutta la ricchezza della personalità umana e intellettuale di uno studioso che Alessandro Mariani e Franca Pinto Minerva definiscono, nelle note introduttive che accompagnano il volume, “un pedagogista di prima schiera” (p. 7), impegnato attivamente – e per una vita – sotto il profilo sia etico che professionale, per la scuola e per l’educazione.
“Nato da madre emiliana e padre pugliese, scultore” (p. 21), esordisce Cives alla prima pagina, come si fa in ogni autobiografia che si rispetti, continua precisando: “Sono ben convinto di non essere un pedagogista di prima schiera. Come paragonarmi a studiosi che mi sono stati maestri come Borghi, Bertin, Visalberghi, Volpicelli?” (Ibidem)
È l’incipit di una intensa narrazione, intitolata Un lungo cammino tra scuola e pedagogia, nella quale lo studioso ripercorre gli eventi salienti della sua vita: dalla nascita, agli studi magistrali, alla militanza antifascista, alle simpatie liberal-socialiste e all’agnosticismo religioso; dall’insegnamento nella scuola elementare alla collaborazione con importanti riviste come I problemi della pedagogia e Scuola e Città; dall’impegno nel sindacalismo magistrale e nella politica scolastica agli anni del suo insegnamento universitario.
Un’autobiografia che consente al lettore di esplorare i territori dell’educazione democratica e della complessità pedagogica.
Cives, che aderì in prima persona e profondamente ai valori della prima e che sfidò con impegno la seconda, è in questa ricostruzione della sua vita insieme storico, intellettuale, critico, ma soprattutto uomo e pedagogista. Nel testo, infatti, storia personale e storia della società e della cultura italiana del Novecento e del nuovo secolo si intrecciano, restituendoci l’immagine di un uomo che ha fatto delle categorie della complessità e della mediazione critico-dialettica il motore della propria azione storica ed epistemologica, non solo in quanto pedagogista complesso - come egli stesso definì la Montessori in una sua opera - ma anche come uomo di scuola.
La narrazione che lo studioso fa della propria vita rende l’uomo e il pedagogista le due anime di una stessa figura: quel Giacomo Cives che ha saputo realizzare, come efficacemente descritto da Mariani e Pinto, una sintesi creativa tra politica e vita, tra ricerca e azione, tra professionalità e amicizia, tra passione per le idee e amore per le persone (proprio l’amicizia per Alessandro Mariani lo ha spinto, come egli stesso narra, a incominciare a scrivere della sua vita).
Così egli racconta del suo impegno nella lotta antifascista, iniziato nel 1944, con l’occupazione tedesca; della sua partecipazione a Giustizia e libertà e della adesione all’ideale di un liberismo socialista – “la mia opzione democratica, senza se e senza ma, posso datarla da allora” (p. 26), scrive -, ma anche della sua vita di giovane ricercatore, di insegnante di scuola (agnostico, come sottolinea più volte nel testo) e poi di direttore didattico e di ispettore, e infine di studioso e di docente universitario.
Colpiscono, all’interno del testo, le parole che dedica alla scuola primaria e che si possono leggere nel paragrafo intitolato Un forte legame con la scuola elementare: “Appena diplomato maestro cominciai a insegnare. Ebbe in tal modo inizio una lunga strada relativa all’istruzione primaria, passando da maestro a direttore didattico […] e infine divenendo, fino al 1975, ispettore centrale per l’istruzione elementare presso il Ministero della P.I. Ebbi così modo di ammirare la profonda umanità dei maestri e la delicatezza decisiva dell’istruzione primaria e dell’infanzia, cui compete davvero il compito di porre le basi dello sviluppo delle potenzialità della mente e dei sentimenti” (p. 31).
Poi vennero gli anni del sindacalismo magistrale e della politica scolastica: prese parte al Sindacato Nazionale Autonomo della Scuola Elementare (SNASE), al quale erano iscritti insegnanti militanti liberisti e comunisti, e che si batteva in primo luogo per la difesa della scuola statale e per la trasformazione democratica della scuola e della sua amministrazione. Obiettivo di Cives fu quello di rendere il sindacato, anche attraverso la fondazione di un ufficio studi nazionale, l’organo propulsivo per l’istituzione di una scuola integrata e a tempo pieno, che puntasse, come si legge nel testo, “non solo a una superficiale istruzione, ma a una formazione ricca e polivalente della personalità” (p. 42).
Vita e scienza, insegnamento e ricerca, si intrecciano in maniera determinante in un anno molto importante per Cives, il 1953 – in ogni autobiografia che si rispetti, del resto, esistono degli anni cruciali -; che egli definisce decisivo, poiché scandito da alcuni degli eventi più importanti della sua vita: il matrimonio con Vincenza, la laurea in pedagogia con 110 e lode, la telefonata del suo professore, Franco Lombardi, che lo chiama a svolgere l’attività di incaricato di esercitazioni presso la sua cattedra. È solo l’inizio di una carriera universitaria che lo porterà, dopo gli incarichi presso il magistero di Roma e presso l’Università di Chieti, a vincere nel 1975 la cattedra di professore ordinario presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari e nel 1979 quella di ordinario di storia della pedagogia presso l’Università La Sapienza di Roma. Colpiscono i ricordi degli studenti e in modo particolare dei suoi allievi Furio Pesci, Paola Trabalzini e Marco D’Arcangeli.
Se la narrazione di sé non è mai disgiunta dalla ricostruzione della storia, accanto alla trattazione analitica delle sue opere – una vastissima produzione, che comprende saggi storici, didattici, filosofici, ma anche scritti di letteratura per l’infanzia – lo studioso dedica una particolare attenzione, in due appendici scientifiche estremamente puntuali, rispettivamente all’analisi del concetto di democrazia secondo John Dewey e dell’idea di educazione in prospettiva planetaria di Edgar Morin: due punti di riferimento essenziali nel suo credo pedagogico, per dirla parafrasando il titolo di una delle opere più importanti di John Dewey.
Di quest’ultimo egli fa proprie, dunque, tra le altre istanze, l’ispirazione laica e la tensione democratica e anticipatrice; l’esigenza, propria dell’attivismo pedagogico, di un liberalismo in cui si ricompongano libertà e giustizia, ma anche l’impegno etico e pedagogico per la costruzione di una autentica democrazia. Cives traduce tutto questo nell’idea che pedagogia critica ed educazione attiva siano le condizioni irrinunciabili per la costruzione di una società democratica.
Di Edgar Morin accoglie l’idea dell’importanza del rapporto uomo-natura e lo legge, come il filosofo stesso insegna, alla luce della categoria della complessità, la sola che a suo avviso possa portare al tramonto il mito dell’onniscienza scientifica e quindi della certezza assoluta e matematica del sapere. La conoscenza si fa così probabilistica, multidisciplinare, problematica. E proprio al problematicismo pedagogico, fulcro dell’educazione alla ragione di Giovanni Maria Bertin, egli riconduce il pensiero di Morin. E Cives, “artigiano della pedagogia” (p. 92), come egli stesso si definisce, ne fa, insieme a John Dewey, uno degli utensili pedagogici della sua cassetta degli attrezzi.
Fare della complessità una categoria del sapere pedagogico per superare il mito positivistico di una scienza che tutto comprende e tutto spiega, matematicamente e geometricamente, non significa affatto, per lo studioso, non assumere una postura scientifica. Anzi, egli si muove spinto da uno spiccato spirito scientifico, maturato anche attraverso uno studio ampio e approfondito del pensiero di Maria Montessori e di Aristide Gabelli, due altri suoi utensili pedagogici.
Dalla prima trae la fede inesauribile nella positività dell’educazione, nel pacifismo, e ancora l’idea cosmica di un educare inteso in senso interculturale e cosmopolita e la speranza dell’alleanza dell’uomo con la natura. Il più grande debito che Cives ha nei confronti della Montessori risiede, tuttavia, nell’idea di infanzia e nella fiducia che la studiosa ebbe nei confronti del bambino, che ella riconobbe operoso, attento, capace di fare da solo. La portata rivoluzionaria di questa concezione risiede nella totale assenza di sentimentalismo e nell’indicazione degli strumenti operativi utili a rendere l’educazione un processo realmente dilatatore, capace di promuovere l’attività costruttiva del discente e di saldare sensorialità e cognizione: l’insegnante come professionista consapevole e riflessivo; l’ambiente progettato a misura di bambino; l’uso di materiale didattico appropriato, il cosiddetto materiale strutturato, ad esempio.
Da Gabelli riprende invece il metodo oggettivo, proprio dello sperimentalismo – ciò a conferma della forte scientificità del suo pensiero – e l’idea del legame indissolubile tra democrazia e azione pedagogica; quest’ultima orientata, proprio perché nutrita di un forte spirito democratico, a conferire dignità e riconoscimento agli umili e ai marginali.
A tutte queste teorie scientifiche, suggestioni, indicazioni di metodo, Cives ha saputo dare una veste propria e originalissima: un credo pedagogico che si annoda intorno a quattro grandi principi educativi:

1.    “battersi con tutte le forze per noi, per i nostri figli, per i nostri allievi, per indirizzarli a scegliere un lavoro congeniale” (Ibidem);
2.    “praticare la creatività come antidoto alla depressione e all’angoscia” (Ibidem);
3.    “coltivare l’amicizia come condizione dell’anelito verso la crescita personale” (p. 93);
4.    “riscoprire la gioia della lettura e della scrittura come strumenti di amplificazione del pensiero” (Ibidem).

Principi che trovano piena esplicitazione all’interno delle 178 pagine del testo, sia nella parte autobiografica che in quella scientifica, stimolando a riflettere ancora e ancora, dopo averlo chiuso. Perché, come concludono Mariani e Pinto, “come ogni scrittura di sé, la scrittura autobiografica di Cives, più che narrare di una vita, scopre e apre a noi, e soprattutto al suo autore, itinerari in divenire e sentieri inesplorati che ancora attendono di essere percorsi” (p. 19).