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Pensieri, ruoli, pratiche maschili: tempo, lavoro, generatività
di Barbara Mapelli   

DOI: 10.12897/01.00105

 

Gli uomini stanno cambiando, anche se il fenomeno è ancora una tendenza e riguarda al momento solo pochi soggetti.

Ma il mutamento è indubitabile e determina diverse reazioni maschili: la paura di perdere potere sulle donne, paura che può generare anche violenza; ma anche il sentimento di un’opportunità che può offrire al proprio sesso la possibilità di liberarsi dalle norme di genere, che riguardano anche gli uomini. È il fenomeno delle cosiddette nuove paternità il principale indicatore di questo cambiamento e si aprono anche per gli uomini contraddizioni tra lavoro e genitorialità. Occorre pensare, in questo contesto di profonde trasformazioni, a una pedagogia dell’immaginazione che apra varchi verso ciò che ancora non si è pienamente realizzato ma ugualmente desideriamo prefigurarci.

 

Human beings are changing, though this is still mainly a mere trend which in our country involves only a handful of people. The change, though affecting a minority, is unquestionable yet triggers various male reactions: the fear of losing advantages and power over women, a fear which can and does sometimes generate violence; but also, in other people, the feeling of an opportunity able to offer onès own gender the chance to free oneself of the gender rules which have – and still do – also affected men. The main indicator of this change is the so-called new paternities phenomenon and, for men, contradictions and complex experiences – involving work and parenthood – present themselves as they already have for women, while care activities appear as a chance to live to the full a life of affection and intimacy, not only with sons and daughters, and as the chance to develop and test on the ground skills and cultures hitherto unavailable to the male sex. In this context of profound transformation of genre identities and relations between the sexes, we need to consider a pedagogy and education for adults which avails itself of a long-lasting and profound exercise of the imagination to start or continue along this path. By imagination here, we mean the gathering of data which already belong to the reality we live in, a reflection on their value to open up the way towards what has not as yet been fully achieved, but which nevertheless remains our goal – attention for that which mutates and changes, care for this interim period which creates future.

 

1. Premessa

 

Le donne sono cambiate, gli uomini stanno cambiando. I movimenti delle donne che hanno preso avvio nella seconda metà del secolo scorso – definiti da alcuni l’unica rivoluzione riuscita del Novecento, e uso il termine rivoluzione anche se non mi soddisfa fino in fondo – hanno rapidamente mutato innanzi tutto le consapevolezze di sé delle donne (1) e i comportamenti, vissuti, regole sociali, scambi affettivi e forme di relazioni tra i due sessi. Un cambiamento che non temo di definire epocale, poiché ha messo in discussione e criticato radicalmente ciò che per secoli e millenni è parso, se pure nelle sue diverse forme, inamovibile, intoccabile e indiscutibile: un sistema di potere, centralità e visibilità cresciuto su un unico modello e in funzione di un soggetto unico – maschio, bianco, eterosessuale, in buona salute fisica, psichica ed economica – assunto come paradigma neutrale e universale. Il confronto, i contrasti che ha imposto l’interlocuzione con un nuovo soggetto collettivo, portatore di diverse visioni e proposte di realtà, che possano segnare l’avvio di un altro mondo, un soggetto imprevisto alla storia (Lonzi, 1974, pp. 95-124), ha profondamente inciso sul cammino e l’evoluzione delle nostre società, sulle vite dei singoli e delle singole, sulle relazioni tra donne e uomini, ha interrogato a fondo le culture europee e dei Paesi che si sono ispirati a questo modello, i simboli e gli stereotipi che ne sono derivati, tuttora vitali. Le riflessioni all’interno dei Movimenti delle donne hanno significato la denuncia della falsa universalità o presunta neutralità del logos maschile, usato come strumento di dominio rispetto al sesso femminile, e la ricerca di narrazioni, tradizioni di sapere, forme dello stare nel mondo delle donne, differenti ma di uguale dignità e valore di quelle degli uomini. Negli ultimi decenni si è costruito un patrimonio di conoscenza, largamente sconosciuto al passato, che ha declinato l’essere nel mondo nel passaggio cruciale da una visione unica, accreditata dal solo pensiero maschile, a un’interpretazione della realtà perlomeno duale, che ha consentito e avviato l’accesso alla molteplicità – è più arduo il passaggio dall’uno al due, che quello dal due al più di due – e che ha legittimato dunque la possibile, necessaria convivenza di molteplici visioni oltre che stili di vita, atti conoscitivi che possono adottare differenti punti di vista. Tutto questo non può evidentemente – eppure succede in larga misura e il dato continua a stupirmi e preoccuparmi – essere ignorato da chi a diverso titolo si occupa di educazione, da chi come noi elabora riflessione pedagogica.

 

2. Gli uomini cambiano, paure e opportunità

 

Ma torno alla frase iniziale: le donne sono cambiate (e continuano in questo percorso) e gli uomini stanno cambiando. Inevitabilmente poiché condividiamo un mondo comune. Il mutamento maschile presenta diversi gradi di consapevolezza e differenti colorazioni di intenzionalità, segnati anche dalle diverse appartenenze generazionali. Gli uomini della mia età, vicini alle donne che hanno avviato i movimenti degli anni Settanta del Novecento, hanno prevalentemente subito le trasformazioni femminili – e sono stati anni di divorzi, separazioni, lacerazioni. In seguito il cambiamento, negli ambiti privati, professionali e sociali, ha coinvolto, se pure in misura diversa, tutti e tutte e le reazioni maschili sono state molte e differenti tra loro. Chi lo ha registrato con una debole consapevolezza del suo stesso mutare, chi ha subito la trasformazione degli stili di vita delle donne e non ha saputo accettarli (e ce lo raccontano le storie di violenza) o in ogni caso li ha vissuti come una privazione nei confronti propri e di tutti gli uomini, chi, infine, ha compreso – e si tratta di una minoranza, generalmente di uomini più giovani, ma non solo – e vive, se pure in mezzo a straordinarie contraddizioni, quel che accade come un’occasione per sé e per il proprio genere. È noto come ormai da anni anche nel nostro Paese si sia formato e sia attivo un movimento maschile (2) che, a partire dalle riflessioni e dalle pratiche degli stessi movimenti femministi, ha elaborato un pensiero radicalmente critico rispetto alle costruzioni culturali e politiche del patriarcato e alle norme della virilità, che hanno costretto gli uomini nel recinto di ruoli ben definiti, seppure dominanti rispetto alle donne, e limitato dunque anche le libertà di essere maschi. In realtà un silenzio maschile su di sé che ha reso gli uomini, come è stato detto, invisibili a sé stessi (Seidler, 1992, p. 6) estranei alla propria, più profonda e personale esperienza, abituati a vivere e pensare all’interno di un’ ovvia posizione nel mondo, che si è trasformata nel tempo in una rimozione. E come tale – una volta che la si sia riconosciuta – diviene ora una domanda, un’interrogazione che urge dall’interno e preme per essere pronunciata nelle ricerche di soggettività maschile, nelle relazioni tra uomini e con le donne.

Se pure questo virilismo ci può apparire oggi morto – e mi affido alla metafora elaborata da uno studioso, storico del maschile, uno dei fondatori di Maschile plurale – non “è ancora stato sepolto”, poiché “la paura degli uomini, madre di tutti i virilismi, sembra non morire mai e presidia irremovibile i ruderi del castello virile” (Bellassai, 2011, pp. 153-155). Viviamo dunque in una fase storica, sociale, culturale e politica, molto interessante, in cui il cambiamento avviene, sta avvenendo e questa contemporaneità tra ciò che succede e continuamente muta e l’osservazione che ne facciamo, inevitabile, ripeto, per chi si occupi di educazione e non soltanto naturalmente, rende complesso vedere chiaramente i contorni di un quadro in perenne evoluzione, giudicarne l’importanza, individuale e collettiva, anche perché forse i significati ne sono talvolta poco visibili e albergano nell’interiorità, sconosciuta in larga misura allo stesso soggetto, di ciascuno e ciascuna, e lavorano per così dire in territori ignoti alle stesse nuove narrazioni. Viviamo, e spesso mi viene da usare questa espressione, in un lungo frattempo, tra un passato di relazioni ineguali tra donne e uomini e un futuro, speriamo, di rapporti più armonici e felici: un periodo però non di sospensione e attesa, ma un tempo denso di azioni e propositi, di speranze che ciascuno e ciascuna ha la responsabilità di rendere concrete nel proprio agire, nel proprio entrare in contatto con sé e gli altri e le altre. Una bella e concreta utopia, che può riempire di senso esistenze singole e propositi collettivi. Chiedersi ora qual è il proprio posto nella realtà, guardando al passato maschile, non muta ciò che è accaduto, ma lo trasforma, può trasformarlo in una risorsa per la vita di ogni uomo, ora che per ciascuno si presenta la necessità di convivere con nuovi soggetti femminili, in ogni ambito, anche in quelli preclusi, fino a tempi recenti, alle donne. Si avvia allora un processo che da costrittivo può divenire intenzionale, personale e collettivo, in cui si muovono fatiche e gratificazioni, incomprensioni e varchi inaspettati, una ricerca in cui, contro ogni cultura del passato maschile, la storia e gli eventi si mescolano con gli accadimenti dell’interiorità, le scoperte oscillano a pendolo tra il dentro e il fuori. Queste sono le forme del riconoscimento maschile al cambiamento voluto dalle donne, il riconoscimento che quanto è accaduto e accade è una grande opportunità anche per i soggetti maschili, per tutti coloro che lo comprendano e lo desiderino, per trasformare l’immagine di sé e del mondo, per stare in questo mutamento insieme e non contro. Un cambiamento che, nel tutelare la pluralità come origine di un mondo comune animato dall’intreccio tra vite differenti, indica e salvaguarda la poliedricità umana, la molteplicità dei significati che assume l’essere nel mondo o, forse meglio, il divenire soggetti nel mondo (3).

 

3. La ricerca maschile

 

Si tratta dunque di difendere e praticare questa conquistata consapevolezza di pluralità, ponendosi in una prospettiva non tanto ontologica quanto euristica, si tratta di abbandonare la pretesa dimostrativa e neutrale del pensatore o ideologo, per adottare la postura di chi ricerca, uomo o donna, innanzitutto a partire da sé. E tutto questo porta al reale riconoscimento dell’alterità e, compito assai più difficile, all’ammissione che l’altro/altra esiste al di là di ogni predicato attribuito da noi, irriducibile, inconoscibile nella sua totalità di essere umano. È su altri percorsi rispetto al passato che ora si concentra la ricerca maschile, una ricerca critica che cerca di rompere con un universo di significati univoco, che pone il maschile come riferimento e misura dell’esperienza umana e offre privilegi e autorevolezza. È un compito complesso e molto diverso dai percorsi femminili, poiché gli uomini si trovano a confronto con un ordine da loro stessi creato e che non consente di allontanarsene se non con alti costi, poiché ogni soggetto maschile sente, comunque, di farne parte e sa che questo stesso ordine vive ancora potente dentro ognuno. Come già dicevo sono nati in questi ultimi anni anche in Italia gruppi di uomini che riflettono insieme, a partire da una condivisione del pensiero femminista, su queste tematiche che li riguardano. Stefano Ciccone, che è una figura di riferimento per questo lavoro su di sé degli uomini e un altro dei fondatori di Maschile plurale, scrive di questo impegno condiviso, ne sottolinea anche le ambiguità. Il carattere controverso delle esperienze, dei desideri e delle rappresentazioni degli uomini con cui mi confronto si rivela una risorsa per costruire un pensiero critico e per acquisire uno sguardo su di me. La costruzione di un ascolto reciproco e la ricerca di una nuova socialità e di una diversa qualità delle relazioni tra uomini sono parte integrante delle pratiche e delle motivazioni dei gruppi di riflessione maschile che ho incontrato e con cui sono in relazione. La costruzione di una comunicazione tra uomini capace di condividere dimensioni intime e contraddittorie della propria esistenza – paure, frustrazioni, dipendenze, desideri inconfessati, pulsioni aggressive e non solo successi, convinzioni, progetti – ha però rischiato a volte di generare una pericolosa indulgenza, di complicità tra uomini, fondata sulla fiducia nella capacità di capirsi a fronte di uno scarto comunicativo con le donne. Si tratta di un terreno molto ricco e denso di ambiguità: il desiderio di un luogo comune in cui capirsi spesso si intreccia con la voglia di recuperare una genealogia maschile incrinata o una relazione mancata con un padre (Ciccone, 2009, p. 228). Un percorso, quello delineato da Ciccone, che noi donne conosciamo bene – ed è infatti da noi che gli uomini l’hanno tratto – anche se permangono grandi differenze, di metodo, contenuti, differenze anche nelle ambiguità e autoinganni che le une e gli altri possono incontrare. Ma lo sfondo comune, di cambiamento radicale soprattutto per i soggetti maschili, è l’opportunità e la scelta di una ricerca che intreccia lavoro del pensiero ed esperienza singolare. E l’educazione, in questo compito, vi ha parte centrale, è l’opportunità, resa dialogo anche tra generazioni, di confrontarsi con i vincoli, considerati fino a un passato recente indiscutibili, che hanno segnato e indirizzato rigidamente le vite di donne e uomini, imposto i profili e i percorsi esistenziali per essere vera donna e vero uomo.

 

4. Pedagogia di genere, alcuni accenni

 

Kierkegaard criticava Hegel affermando che il filosofo gli appariva come uno che ha costruito uno stupendo palazzo, una grandiosa dimora del pensiero e poi va a vivere altrove, forse nella casa del custode. Così non è della pedagogia che il pensiero di genere propone. Si tratta di una pedagogia del quotidiano mutare, ma che ha appreso anche a farsi discorso colto, che vuole liberarsi dagli abituali ordini organizzativi del sapere e del saper vivere e che li riconosce anche come modi di vita, consuetudini individuali e relazionali che occorre puntualmente mettere a critica, trasformare: un nuovo inizio, così si può anche chiamare l’utopia cui accennavo in precedenza, che ha bisogno anche di forme nuove che significhino il riaprirsi delle pratiche di relazione tra donne, uomini e mondo. Con l’autorevolezza di un sentire e pensare vero, poiché si inaugura per ogni soggetto da un partire da sé, e pensarsi, ascoltare, dialogare in relazione col tempo, i contesti, con ciò che accade e perpetuamente presenta nuovi volti.

Siamo donne e siamo uomini, anche se non bisogna considerare rigidamente queste definizioni binarie, come già accennavo in precedenza, ma donne e uomini è una locuzione che non solo si riferisce a soggetti concreti ma evoca simbolici, universi di significati e storie molto antiche di formazione, di regolamentazione di destini secondo l’appartenenza sessuale. Parlare di pedagogia di genere dunque al presente significa discutere e criticare i modelli che ancora sono vivi e potenti di femminilità e mascolinità imposte, significa rivedere i curricula formativi, adeguandoli a un rispetto di presenze di ambedue i sessi nei diversi campi della conoscenza, comporta lo sforzo di rendere visibile e materia di discorso ciò che c’è ed è innegabile ad esempio nella sessuazione delle relazioni pedagogiche. E molto altro ancora (4).

 

5. Essere padri

 

Se l’esplorazione consapevole dei territori dell’intimità, nell’espressione palese di emozioni che possono intrecciarsi e mutare i tradizionali codici della virilità, è il tratto più significativo del cambiamento maschile, è vero che il terreno in cui si è reso più esplicito questo desiderio di mutamento è proprio la paternità. Si tratta di una ricerca relativamente recente, sulla quale però sono già fioriti nuovi stereotipi che rischiano di immobilizzare in immagini già irrigidite quello che sta accadendo. Padri patinati invadono alcune copertine di riviste, la pubblicità si serve di uomini per promuovere prodotti per l’infanzia e attori, cantanti, showmen si rincorrono in dichiarazioni che sottolineano nuove voglie di paternità; su un altro versante ancora, i nuovi padri sono rapidamente divenuti un’occasione di ripetute imprese editoriali, dalle più colte a opera di psicologi e sociologi, ai veloci manualetti che sbrigativamente insegnano le pratiche delle genitorialità al maschile. C’è il pericolo reale che una ricerca avviata non da molto venga rapidamente banalizzata e trasformata in immagini di repertorio che si affiancano con disinvoltura alle rappresentazioni più tradizionali della virilità. E invece, come scrive Marco Deriu, “essere padri è qualcosa che oggi va quasi completamente reinventato, poiché, se i modelli di paternità che vengono dal passato non sembra che possano più essere riproposti, non hanno ancora preso una forma definitiva e riconoscibile su un piano di immaginario collettivo delle modalità nuove e differenti di paternità. I padri oggi sono – che ne siano consapevoli o meno – degli esploratori e degli sperimentatori. Su questo piano ci occorre una forte capacità autoriflessiva ma anche una capacità di condividere, socializzare e rendere culturalmente rilevanti delle modificazioni introdotte nelle proprie pratiche quotidiane […] Da questo punto di vista credo sia importante riconoscere che c’è un apprendimento anche nell’esperienza del padre. Si impara e si matura come padri mentre (si) crescono i propri figli. La crescita e l’apprendimento non sono relazionali solo nel senso che il figlio ha bisogno di una relazione positiva per crescere, ma nel senso che la maturazione riguarda anche l’altro lato della relazione: il mondo mentale ed esperienziale del padre. Inoltre in questa reciproca modificazione si evolve la relazione stessa [...] Se non si coltiva una pratica autoriflessiva si rischia di rimanere continuamente spiazzati dal mutare delle condizioni di relazione” (Deriu, 2012, pp. 69, 82). L’autore è uno studioso e il padre di un bambino ancora piccolo: in questo come in altri scritti coniuga la sua esperienza con una riflessione su di sé che si amplia a un discorso più generale sulla ricerca di nuove paternità. Una ricerca che non solo è recente, come si diceva, e quindi deve contrastare con immaginari ancora vitali o con un vuoto di modelli, deve contrastare la corsa dei nuovi stereotipi, che fissano ciò che non c’è ancora o si sta affacciando su una soglia ancora molto da sperimentare, ma Deriu (2007, p. 209) dice ancora di più: un uomo cresce con il proprio figlio, apprende in una relazione che è reciprocamente educativa e dinamica, continua a cambiare mentre l’uno e l’altro mutano e si avventurano in un mondo che è ancora nuovo a queste esperienze. Occorre continuare a pensarsi in ogni nuova fase che il rapporto propone, continuare il confronto con la donna vicina vincendo le tentazioni dell’una e dell’altro che si nutrono a vicenda: l’onnipotenza materna che fatica a sradicarsi e a rinunciare alla propria e indiscussa centralità, la fragilità e la vulnerabilità maschile, ma anche la seduzione della delega alla riconosciuta competenza altrui, il timore di assumere responsabilità dirette. Di fronte alla sfida di un ripensamento dei ruoli famigliari occorrono donne e uomini coraggiosi, capaci di mettersi in gioco in prima persona e al contempo capaci di leggere e affrontare la complessità delle condizioni storiche e delle relazioni sociali. In altre parole occorre divenire consapevoli che nei processi di cambiamento la parte più difficile è sempre quella di riconoscere i propri legami con il mondo, ovvero le proprie complicità con la realtà che si vorrebbe cambiare. Complicità, sia femminili che maschili, e desideri di cambiamento convivono quindi nelle culture sociali in trasformazione e convivono dentro ognuno: non si tratta solo di atteggiamenti legati a rinunce che non si vogliono fare o a una sorta di ignavia che impedisce o rallenta il farsi carico di nuove forme relazionali e di responsabilità, vi sono convinzioni che ci abitano nel profondo e che hanno strutturato nel tempo le identità di genere, cui ancora ciascuno e ciascuna appartiene e che solo un’attenzione riflessiva, il coraggio di esporsi anche nei rapporti con l’altro sesso possono aiutare a identificare. E senz’altro il tema della cura appartiene a questo patrimonio millenario, che guida ancora, spesso inconsapevolmente da parte dei soggetti, convincimenti e pratiche.

 

6. Culture di cura

 

In particolare all’interno delle famiglie e nelle relazioni coi figli e le figlie è spesso scontata la valutazione che i compiti di cura, le capacità del prendersi cura, siano competenze che possiedono le donne e di cui gli uomini sono (ancora) privi. E le donne le possiedono naturalmente, poiché sono generatrici di vita. Su quel naturalmente si è avviato, negli anni del femminismo, il processo di pensiero e ricerca delle donne e si tratta di un territorio riflessivo molto delicato, poiché la cura è una matrice originaria dei percorsi di identificazione femminile. E l’insistenza sulla naturalezza delle capacità di cura delle donne ha significato nel tempo la loro reclusione nei compiti del privato, della cura appunto, e l’esclusione dal pubblico, tutte le attività fuori dalla casa, e ha significato, inoltre, il non riconoscimento di queste capacità femminili, come vere e proprie competenze sapienti, culture complesse, materiali e immateriali. Se dunque tutto questo è avvenuto sotto un segno di esclusione e subordinazione per le donne, cui veniva riconosciuto solo il possesso di un sapere minore, la ricerca femminista non ha rinnegato il passato, ma si è sforzata di dare valore, dignità di cultura e sapere, non certo minore, a tutta quella sapienza, fatta di pratiche e pensiero, che si è costruita intorno all’attività millenaria di cura delle donne. Naturalmente separandola dagli esiti storici, dai destini assegnati, dal senso di minorità che sempre hanno accompagnato e necessitato l’accostamento, l’identificazione tra donne e cura. Liberando questa relazione dalla sua interpretazione come supposta naturalità, che ha volutamente confuso la capacità riproduttiva femminile con l’opera di cura che le donne hanno svolto nel tempo, costruendo non solo competenze materiali, ma culture, visioni del mondo, modi di essere nel reale ed operare scelte, elaborare giudizi (Mapelli, 2004, pp. 176-195). Si è rescisso così, considerandolo non semplicemente conseguenza naturale della funzione riproduttiva, il legame univoco tra cura e femminile, pur riconoscendo le competenze e i saperi che nella loro storia le donne hanno costruito; le competenze della cura possono dunque divenire possesso di chiunque, apprendimento e pratica accessibile anche agli uomini. Con conseguenze molto significative, naturalmente, non solo all’interno dell’evoluzione delle culture famigliari, ma anche sociali, nel definire le competenze, i ruoli, le relazioni tra le donne e gli uomini. E, ancora, nei processi di definizione delle identità di genere. La possibilità maschile di essere attori della cura, come protagonisti non diretti da altre, è un lavoro di elaborazione e riflessività, di educazione che gli uomini ora devono assumersi, come ricerca soprattutto di qualità e specificità che appartengono alla loro storia, perché la cura maschile non divenga semplice mimesi di quella femminile. La cura è un insieme di pratiche, ma è anche pensiero, filtro interpretativo della realtà, qualità morale e come tale competenza di valutazione all’interno dei contesti, capacità di scelta individuale che si esprime nel rispetto e nell’amore per gli spazi e i desideri dell’altro/altra. Così come la intendiamo in questa sua complessità, assume un universo di significati che si possono trasferire in propositi ed esperienze educative e gli uomini non possono che arricchirle con le loro nuove pratiche e vissuti. Possono mutare allora progressivamente le vite e le relazioni tra persone – questo mutamento, per noi che lo viviamo nel contemporaneo, appare molto lento, ma sono culture millenarie che vengono messe in discussione – gli atteggiamenti individuali rispetto alla cura, le culture e comportamenti sociali. Poiché intorno alle attività di cura – a quello che è stato chiamato lavoro di cura delle donne – si muove tutta l’organizzazione, non solo famigliare, ma anche del lavoro, e l’organizzazione della società tutta. Il lavoro di cura femminile è stato, è la garanzia, se pure poco o per nulla riconosciuta, del mantenimento e del funzionamento non solo della struttura privata della società, ma anche di quella pubblica. L’averlo rivelato, da parte delle donne, e al contempo averne rivelato i caratteri culturali e quindi apprendibili e accessibili a tutti, rimette in discussione queste strutture e anche un’organizzazione del lavoro professionale ancora molto tradizionale, già lo si diceva, che si mostra tuttora ostile nei confronti dell’attività di cura delle donne, in particolare della maternità e, d’altra parte, si basa su queste stesse attività per acquisire nel proprio mercato uomini liberi da questi impegni e garantire loro, anche ora, pur nella precarietà diffusa del lavoro, percorsi ancora privilegiati rispetto a quelli delle donne.

 

7. Lavoro e paternità

 

E rimanendo nel campo del lavoro – certamente non disgiunto ma intrecciato con l’ambito affettivo e famigliare – si presentano per gli uomini che cambiano molteplici paradossi. Mi limito a segnalarne alcuni. Possiamo verificare come l’identità maschile sia ancora profondamente legata alla realizzazione lavorativa e professionale, nel vissuto sociale, molto più che una donna, un uomo deve lavorare, deve guadagnare – è ancora sentito come colui che mantiene la famiglia, mentre il lavoro femminile appare come secondo reddito e la realtà non è certamente più questa – deve avere successo L’orientamento da dare alla propria vita per i giovani maschi ha come momento centrale il lavoro e i desideri di famiglia, di realizzazione affettiva ne appaiono secondari. Queste norme sociali confliggono con i propositi di cambiamento eppure sono forti, vitali ancora nelle stesse interiorità di uomini che sinceramente desiderano altro per sé. Si creano per loro, ma anche per le donne, continui paradossi e conflitti identitari e di relazione. Prendo in considerazione un solo campo, interessante però perché intreccia lavoro e paternità. I congedi parentali vengono molto poco usati dagli uomini e nel caso lo siano incontrano un’ostilità e se va bene una incomprensione diffusa. L’uomo che prende un lungo congedo perché è divenuto padre è un uomo che non ha interesse alla carriera, quindi inaffidabile, ma anche sull’altro fronte, benché le donne insistano nella direzione di questi permessi, resta comunque vitale in uomini e donne la convinzione che “con la mamma è meglio”. E allora come potranno, anche gli uomini di buona volontà, imparare a essere padri, a imparare per sé il mutamento insieme con le donne che lo desiderano per sé e per loro ma che hanno sfiducia, nella quotidianità, nello sviluppo di nuove capacità, competenze maschili?

 

8. Conclusioni: per una pedagogia dell’immaginazione

 

Il compito educativo è dunque evidente: una transizione e un passaggio così complessi e profondi, cruciali per tutti, non possono che essere accompagnati da consapevolezze, intenzioni e competenze che si avvalgono nello specifico di un patrimonio di pensiero e riflessività pedagogico e di un patrimonio di pratiche educative, per ogni età, per ogni periodo della vita. Accennavo in precedenza al sapore utopico che questi propositi di un mondo migliore, un altro mondo di relazioni tra donne e uomini possono assumere. Aggiungerei ora che ci occorre un esercizio perenne e profondo di immaginazione per avviare o proseguire questo percorso. E intendo per immaginazione la raccolta di dati che già appartengono alla realtà che viviamo, una riflessione sul loro valore e un giudizio che non esito a chiamare morale, poiché il cambiamento che perseguiamo è un cambiamento che vuole sanare ingiustizie, scoprire o riscoprire virtù antiche o nuove che donne e uomini devono imparare a riconoscere e praticare. E tutto ciò richiede immaginazione per aprire varchi verso ciò che ancora non esiste ma ugualmente desideriamo prefigurarci, fiducia nell’utopia, attenzione a quel che muta e cambia, cura di questo frattempo che crea futuro. Immaginazione per raccogliere tutto questo e renderlo proposta. Aggiungo alle parole finora usate quella che abbiamo timore spesso ad adottare, perché ormai usurata dall’eccesso di uso, libertà, che però assume in questo discorso significati che la rendono maggiormente definibile. Libertà in questo mutare delle relazioni tra donne e uomini significa impegno comune in un confronto reciproco tra diversità profondissime, forse irriducibili, e contiguità ancora tutte da capire nella loro attualità e nei loro sviluppi futuri. E tutto questo – e ritorno a quanto dicevo – richiede immaginazione, oltre che impegno di pensiero concreto e aderente alla realtà. Non considero opposte o alternative queste due proposizioni, gli elementi di realtà, come già dicevo, sono quelli che formano la possibilità di esercitare l’immaginazione e di ampliarla anche all’infinito. E ne fa parte anche l’amore, componente necessaria in ogni riflessione sulle relazioni, amore come “la capacità di riconoscimento immaginativo dell’altro da sé, che significa rispetto di questa alterità […] e libertà come esercizio dell’immaginazione in un confronto irrisolto tra esseri differenti” (Murdoch, 2014, pp. 225-256).

 

Note

 

(1) Uso i termini collettivi donne e uomini ben consapevole della loro genericità che nasconde tutte le differenze presenti al loro interno e che definiscono le individualità, eppure, al di là della necessità di sintesi cui un termine generale può rispondere, sono convinta che si tratti di parole che contengono significati densi di simboli, storie, culture e valori che il loro semplice pronunciarli può evocare in ciascuno e ciascuna.

(2) Maschile Plurale è la rete italiana che raggruppa le varie realtà diffuse sul territorio nazionale e tiene rapporti con associazioni anche di altri Paesi (cfr. www.maschileplurale.it).

(3) Non si può non ricordare a questo proposito il significato che Jacques Derrida attribuisce al termine differance (Marges de la philosopihie): intraducibile in italiano esso indica a un tempo la differenza e il suo divenire nel tempo, la sua dinamicità, e il convivere necessitato tra il duplice senso che la parola assume.

(4) Si tratta di definizioni della pedagogia di genere molto rapide e approssimative. Il repertorio bibliografico di tale pedagogia non è ricchissimo, come d’altronde non è particolarmente diffusa la sensibilità educativa su questi temi. Vi sono però alcune opere e alcune esperienze consolidate: quanto ai testi mi limito a segnalarne alcuni, invitando chi fosse interessato o interessata a ricercarne altri ancora. Anna Maria Piussi (a cura di), Educare nella differenza, Rosenberg e Sellier, Torino 1989; Barbara Mapelli, Maria Giovanna Piano, Scuola di relazioni. Cultura e pratiche pedagogiche, Franco Angeli, Milano 1999; Barbara Mapelli, Orientamento e identità di genere, La Nuova Italia, Milano-Firenze 2000; Duccio Demetrio, Mariangela Giusti, Vanna Iori, Barbara Mapelli, Anna Maria Piussi, Simonetta Ulivieri, Con voce diversa, Guerini, Milano 2001; Francesca Marone, Narrare la differenza, Unicopli, Milano 2003; Margarete Durst (a cura di), Educazione di genere tra storia e storie, Franco Angeli, Milano 2006; Simonetta Ulivieri (a cura di), Educazione al femminile. Una storia da scoprire, Guerini, Milano 2007; Cristina Gamberi, Maria Agnese Maio, Giulia Selmi (a cura di), Educare al genere, Carocci, Roma 2010.

 

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