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Nota critica sulla Responsabilità degli adulti-insegnanti
di Luigino Binanti   
DOI: 10.12897/01.00120

Il tema della responsabilità è un tema complesso che richiama a sé molteplici istanze e dimensioni.

Tanto più lo è il tema della responsabilità dell’adulto-insegnante che, credo, al di là degli aspetti giuridico-legali che non attengono il contesto che ospita queste riflessioni, vada esaminata in primo luogo in relazione al problema della socializzazione.

 

The theme of responsibility is complex and it is linked to a large set of requests and dimensions. Even more, this consideration is correct when we relate it to the theme of the adult-teacher responsibility that - beyond the juridical issues extraneous to the actual context - firstly must be analyzed as related to the problem of the socialization.

 

Il processo di socializzazione risulta essere particolarmente importante se si intende continuare ad intendere l’insegnante, come del resto ci suggerisce la tradizione italiana, non solo come magister e trasmettitore di saperi ma come mediatore di contesti e di apprendimenti, dunque, soprattutto come educatore. È chiaro che dobbiamo partire dalla consapevolezza che la stessa definizione di socializzazione, per quanto considerata un assunto fondamentale e talvolta perfino scontato in campo sociologico, resta, almeno a mio avviso, piuttosto ambigua.

Nella celebre opera Sociologia e Educazione del 1890, Durkheim afferma: “l’educazione è l’azione esercitata dalle generazioni adulte su quelle che non sono ancora mature per la vita sociale” e aggiunge “ne deriva che […] l’educazione consiste in una socializzazione metodica delle giovani generazioni”. Quanto a responsabilità, ce n’è da “far tremar le vene e i polsi”, per dirla con il Poeta! Poiché, in una società pluralista, lo stesso individuo potrebbe essere perfettamente socializzato agli occhi di alcuni, mentre altri potrebbero avere un giudizio su di lui differente, la domanda da porsi è la seguente: quali sono i giudici “legittimi” della socializzazione professionale di un insegnante? Lui stesso? La sua gerarchia? I suoi colleghi? I suoi alunni ? I loro genitori?

A tali domande la sociologia non è forse in grado di dare una risposta “neutra” ed accettabile, almeno pedagogicamente. Allora è forse il caso di aiutare gli stessi insegnanti, responsabilizzandoli, a trovare non solo il livello di socializzazione accettabile, ma anche ad individuare nuovi percorsi di ricerca in tale direzione nella prospettiva dell’auto-orientamento e della formazione permanente in quanto capisaldi di una riflessività professionale. Più difficile del misurare la socializzazione degli altri, è misurare la propria, anche perché si parla, preferibilmente, d’altro: d’integrazione, di normalizzazione, di adattamento, di inserimento, di adeguamento, di conformità.

A partire da tale legittima difficoltà, gli insegnanti debbono sapere che l’educazione consiste in una socializzazione intenzionale, progettata e metodica delle giovani generazioni. Lì dove, la socializzazione, dunque, è considerata non solo come uno stato, sostenibile e valorizzabile, ma come un processo, di cui occorre prendere il controllo se si vogliono garantire i risultati. Accanto all’esigenza di istruire, gli insegnanti hanno, dunque, la precisa responsabilità di aiutare i giovani a sviluppare ed esercitare abilità e competenze utili alla socializzazione e devono accogliere tale missione tra quelle prioritarie della loro professione di educatori.

Qualche mese fa, non a caso, Bauman, ricevendo dall’Ateneo del Salento la laurea honoris causa in lingue straniere, considerava ormai superata la concezione balistica per la quale l’insegnante sparava i saperi disciplinari nelle teste dei propri allievi, ritenendo, invece, determinante la necessità della motivazione e del coinvolgimento degli allievi nei processi di apprendimento.

Quella che, una volta, si chiamava vocazione per l’insegnante e lasciava spazio alla spontaneità e alla sola esperienza e sensibilità, sembra oggi sostituita, piuttosto, da un ordine, diremmo da una progettualità tutta pedagogica, che conduce a immaginare come sostenibile e positivo l’impegno nel trasmettere ai giovani le competenze che essi stessi dovranno coltivare e valorizzare. Tutto ciò chiama in causa la responsabilità del docente, come persona adulta e come “operatore” della formazione tra alfabetizzazione e socializzazione. Tutto porta a credere, allora, che il mestiere d’insegnante si distingue da qualsiasi altro e questo spiega perché un insegnante veramente responsabile e veramente consapevole dell’importanza del suo ruolo, specie all’inizio della sua carriera, possa giungere a provare una vera e propria angoscia, al suo ingresso in aula, che mette a rischio la sua stessa identità.

Quanto conta, oggi, la “passione d’insegnare”? E cosa ha a che fare con la responsabilità?

Chi si accinga oggi a scegliere di “essere insegnante” e non solo di “fare l’insegnante”, non può non essere che una persona responsabile. E per questo non può essere lasciato solo a sé stesso! Spesso c’è un’indifferenza diffusa della società nei confronti dei docenti, nei confronti del loro ruolo delicato e cruciale. Essi dovrebbero, invece, essere accompagnati lungo il loro percorso professionale e aiutati a scoprire, con largo anticipo, se sono o meno capaci di assumersi tali responsabilità e quali siano le effettive competenze necessarie per essere dei docenti di qualità. Perdurano resistenti convinzioni che il mestiere d’insegnante non si apprenda, che vada oltre i percorsi di ogni comportamento umano e di ogni ricerca scientifica, basati sul “trials and errors”. Occorre iniziare a chiedersi come mai una società che dedica grande attenzione alle professioni della “cura alla persona”, non dimostri alcun interesse per la formazione, iniziale e in servizio, degli insegnanti. Un certo cinismo porta, forse, a pensare che ci saranno sempre e comunque troppi insegnanti, per le esigenze delle nostre istituzioni scolastiche, insegnanti che si riprodurranno quasi spontaneamente. Ma anche tale riproduzione non è casuale. In realtà una buona scolarità, a livello primario e secondario, è praticamente necessaria per suscitare il desiderio di entrare in questo gruppo professionale.

In un certo senso, si può dire, che i giovani insegnanti hanno spesso preso come modello i loro insegnanti e che si sono identificati nel loro lavoro ed appassionati alle discipline da loro insegnate. Ancora una volta, la responsabilità dei docenti emerge con assoluta evidenza nella possibilità di essere generativi non solo di idee, di manufatti ma anche di progetti, siano essi esistenziali, formativi  o professionali.

Una recente indagine francese ha dimostrato che il processo di identificazione tra studente e insegnante, nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, è particolarmente importante, e ciò dimostra, dunque, come si tratti di un processo che inizia ben prima dell’ingresso all’università. È, come dire, che si decide molto presto di diventare insegnanti per scelta ed è del tutto evidente che questi saranno gli insegnati migliori, proprio perché ampiamente motivati e perché responsabili e partecipi del loro stesso progetto professionale chiaramente costruito pian piano ma con largo anticipo. Notevoli sono, dunque, le responsabilità degli insegnanti adulti, non solo nei confronti dei loro allievi, ma anche, e questo m’interessa molto di più, dei loro futuri o giovani colleghi.