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Di un'idea: Le donne di Ulisse
di Salvatore Colazzo   

DOI: 10.12897/01.00106

 

Nel presente testo intendo illustrare il work in progress – cominciato nel 2007 e che continua tuttora – denominato "Le donne di Ulisse/I ghineke tu Odisseu", espresso in una serie di laboratori svolti

in diversi contesti formativi, a partire da un'idea generativa, quella di esplorare l'Odissea, i suoi personaggi femminili, in modo da interrogarli, rivisitarli, riproporli in modalità performativa, con uno scandaglio singolare, quello della lingua minoritaria grika.

 

The current Greek Salento area (Grecìa salentina) is the ethno-linguistic minority recognized by Law 482/99, in the heart of Salento, including the wreck of an area much larger that once included most of Puglia. The historical events led to a gradual narrowing of the area of greek influence. Actually it consists of nine towns: Calimera, Castrignano de’ Greci, Corigliano d'Otrano, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia and Zollino, with an area of about 145 square kilometers and a population of slightly more than forty thousand people. Only a few hundreds of people are fluent in griko; many traditions of religious character, food and drink as well as certain cultural peculiar traits are alive and stemming from multi-centennial practices.It all begins with an observation: the need is to contribute with appropriate training initiatives to knowledge, protection and preservation of a minority language: the griko. Griko represents an important witness of the past in the Salento where the cultural axis of more extreme Puglia was definitely moved to the East.In this text I want to illustrate the work in progress called "Women of Ulysses/I ghineke tu Odisseu", started in 2007 and that continues today through a series of workshops held in different educational contexts. The generative idea is to explore the Odyssey, its female characters, in order to question them, visit them, revisit them and proposing them in a performative mode, through a singular sounding: the minority language known as griko.

 

1. Premessa

 

Nel presente testo intendo illustrare il work in progress – cominciato nel 2007 e che continua tuttora – denominato "Le donne di Ulisse/I ghineke tu Odisseu", espresso in una serie di laboratori, svolti in diversi contesti formativi, a partire da un'idea generativa, quella di esplorare l'Odissea, i suoi personaggi femminili, in modo da interrogarli, rivisitarli, riproporli in modalità performativa, con uno scandaglio singolare, quello della lingua minoritaria grika.

Tutto parte da una considerazione: la necessità di contribuire con opportune iniziative formative alla conoscenza, tutela e salvaguardia di una lingua minoritaria: il griko, che rappresenta per il Salento un'importante testimonianza di un passato in cui l'asse culturale della Puglia più estrema era decisamente spostato ad Oriente.

L'attuale Grecìa Salentina, ossia l'area etno-linguistica minoritaria riconosciuta dalla Legge 482/99, situata nel cuore del Salento, comprende il relitto di un'area ben più ampia che un tempo comprendeva gran parte della Puglia. Le vicende storiche portarono ad un progressivo restringimento dell'area d'influenza greca, fino all'attuale, che consta di nove comuni: Calimera, Castrignano de’ Greci, Corigliano d'Otrano, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia e Zollino, con una superficie di circa 145 chilometri quadrati e un numero di abitanti pari a poco più di quarantamila. Di questi solo poche centinaia parlano correntemente in griko; più vive sono invece le tradizioni d'impronta religiosa, l'enogastronomia e taluni tratti culturali peculiari, che derivano da pratiche pluricentenarie.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), nell'Italia meridionale si verificò il confronto tra i goti e i greci, poiché l'imperatore Giustiniano voleva riunire l'impero romano sotto l'egida bizantina. Non riuscì nell'intento, ma riuscì a garantire ai bizantini vasti possedimenti in Italia, quali l'Esarcato di Ravenna e la Puglia. Nel corso del VII-VIII secolo, la politica di Eraclio e Leone III l'Isaurico provocò la migrazione proprio verso la Puglia e la Calabria di numerosi monaci in fuga dall'iconoclastia. Nei due secoli successivi la presenza di Bisanzio in Puglia si rafforzi ulteriormente, nacquero monasteri di rito basiliani, vi fu un fiorire delle lettere e delle arti. Tanta intraprendenza religiosa e politica non fu gradita dai papi, che decisero di inviare i Normanni a prendere possesso dell'Italia meridionale. Tuttavia nel Salento la colonizzazione normanna non fu completa, lasciò sussistere molti elementi della cultura dei vinti. Nel 1453, dopo la caduta di Costantinopoli, un'ondata migratoria conseguente a quell'evento interessò nuovamente il Salento, rivitalizzando le comunità grike. (Gianfreda, 1994).

Successivamente, il sacco di Otranto da parte dei turchi (1480) portò alla distruzione del monastero di San Nicola di Casole. Ispirato alla regola di San Basilio, era stato un centro culturale di primissimo rilievo per la diffusione della cultura non solo bizantina, ma anche greco-classica. Molti testi che furono lì copiati, chiosati, trascritti, dopo la caduta di Otranto furono dispersi e oggi li si ritrova in numerose biblioteche sparse in tutta Europa. Proprio in quel periodo fu operante un grandissimo umanista, intriso di una grecità concretamente vissuta, essendo orgogliosamente figlio dell'etnia greco-salentina, Antonio detto il Galateo (1448-1517), autore, fra le altre cose, di un testo che descrive i luoghi e la cultura salentini, il De Situ Japigiae (Galateo, 1553; De Ferraris, 2001).

Sono stati, nel corso del tempo, numerosi gli attacchi alla cultura grika, dai normanni in avanti, a causa principalmente della Chiesa Romana, che mal tollerava l'esistenza in un lembo d'Italia la permanenza del rito greco. Pur venuta per un certo periodo a patti con i greci del Salento, per via della funzione che il clero di rito greco aveva avuto di raccordare Occidente e Oriente (spesso prelati di rito greco avevano fatto gli ambasciatori del Papa presso la corte di Costantinopoli), tuttavia, dopo la stretta derivante dal Concilio tridentino, si verificò una normalizzazione, che portò alla scomparsa del rito greco e alla sua sostituzione con quello di stretta osservanza romana.

In epoche a noi recenti un'accelerazione dell'erosione della lingua grika fu costituita dal processo di italianizzazione post-unitaria, dall'emigrazione, che interessò significativamente il Salento, dalla crisi della ruralità che ne conseguì e dall'avvento dei mass media.

 

2. Testimoni del griko

 

Il Novecento ha visto alcune figure, colte e meno colte, che hanno difeso strenuamente la lingua, offrendone testimonianza attraverso i loro studi e la loro creatività. Importanti sono stati gli studi del glottologo e filologo tedesco Gerhard Rohlfs (1892-1986), il quale con i suoi scavi linguistici nell'area grika, raccolti nel Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d'Otranto), diedero a chi si batteva per la tutela della lingua grika una motivazione ulteriore a rivendicare le sue ragioni.

Gerhard Rohlfs fu uno studioso molto attento della lingua e dei dialetti italiani, tanto d'aver pubblicato una monumentale Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. (Rohlfs, 1966-70/1972; Gemelli, 1990).

Tra gli interlocutori più assidui di Rohlfs fu Cesarino De Santis (1929-1986), straordinaria figura di poeta contadino di Sternatia, dalla vita avventurosa e dalla vena poetica vigorosissima.

Cesare De Santis, detto "Batti" era nato a Sternatia il 24 maggio 1920. Bracciante agricolo, si dedicò sin dalla più giovane età alla poesia, che avvertì come fisiologica esigenza. La prima raccolta è del 1938: Milò Miristicò. Arruolatosi giovanissimo, combatte in prima linea durante il secondo conflitto mondiale. Tornato dopo sei avventurosi anni nel suo paese, conosce dei momenti di difficoltà che lo inducono a tentare la via dell'emigrazione: va ad Agra, un paese vicino al confine svizzero, dove però non trova la fortuna sperata. Successivamente si sposterà in Germania, dove avrà modo di approfondire da autodidatta lo studio del griko. Morirà a Milano nel dicembre del 1986. La sua produzione – in gran parte inedita – è piuttosto vasta e accoglie oltre che poesie, racconti, poemetti, riflessioni sulla lingua, in griko, ma anche in dialetto. Citiamo i suoi due testi editi, entrambi dalla salentina casa editrice Amaltea, Ce meni statti (E resta cenere) e Col tempo e con la paglia (riedizione di un libro di poesie e prose di Cesare De Santis a cura di Antonio Verri per il Pensionante dè Saraceni).

L’amore per il griko fu, in Cesarino De Santis, avvincente, totale. In ogni grande amore c’è un momento epifanico. La bellezza della lingua che parlava gli si rese evidente in Germania, dove come tanti suoi conterranei era andato a cercar fortuna. Il bisogno di riscatto da una condizione di miseria non poteva in lui compensare il senso di sofferenza derivante dal vivere una realtà di non appartenenza. Comprese che per sfuggire alla tristissima condizione dell’emigrato avrebbe dovuto ancorarsi all’emozione che suscitava in lui la risonanza della “bella lingua” che aveva ricevuto in dono dalla sua gente. Piuttosto che apprendere il tedesco, che pure gli sarebbe stato necessario, si rivolse, da autodidatta, ad uno studio attento del griko, intuendo la ricchezza di storia e di tradizione da esso racchiusa.

È sufficiente questo brano tratto da una sua nota autobiografica, per capire quale fosse la sua adesione alla lingua grika e la potenza delle sue emozioni: "sino a quando avrò vita voglio parlarla coi miei familiari e con la mia consorte. Poiché sino a che avrò vita voglio parlarla coi miei familiari e con la mia consorte. Poiché l'eco di questa lingua mi ricorda la voce della mia estinta mamma, quando da bambino, nel suo grembo, cercava con amore e insistenza d'insegnarmi le sue prime parole. Non m'importa che io sia considerato arretrato incivile, da gente che non si accorge della perla che ha quasi perso di mano. Anzi con la mia quinta elementare, vorrei lasciare ai posteri, qualche mia poesia intrecciata con ingenue, povere, ma vive parole, affinché queste riportino, con l'eco di questa nostra lingua morente, il tono malinconico, di amaro rimprovero, verso tutti coloro che banalmente l'hanno abbandonata" (De Santis, 2001, p. 16).

L'energia creativa di Cesare De Santis si trasmise ai figli, che ebbe numerosi, ed in particolare a due: Gianni e Rocco. Gianni (morto il 15 novembre scorso) fu animatore culturale, manifestò uno straordinario talento per il teatro, scrisse infatti numerose drammaturgie, che mise in scena con alcuni gruppi attoriali locali, fu autore di poesie in griko e italiano, che musicò ed eseguì in ensemble che contribuì a fondare. Rocco è oggi uno dei più attivi ed interessanti e fini conoscitori della lingua e della cultura grika.

Con Rocco De Santis mi sono trovato a collaborare per il progetto "Le donne di Ulisse/Ghineke tu Odisseu", che andremo qui di seguito ad illustrare.

 

3. Il Laboratorio

 

L'idea germinativa del Laboratorio emerse durante un colloquio, intervenuto sul finire del 2006, tra Rocco De Santis e me, in cui parlammo di Capitan Black, Giuseppe De Dominicis (1869-1905), un autore dialettale (romanzo), che. sul finire dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, aveva proposto un proprio poema, chiaramente ispirato alla Divina Commedia di Dante Alighieri (De Dominicis, 1976). Un autore di cui in quel momento si tornava a parlare per via di uno spettacolo teatrale pensato dal regista Antonio De Carlo, “Li cunti te lu Pietru Lau”, per la Compagnia Teatrale Scenastudio, ispirato all'opera di De Dominicis. Rocco De Santis avrebbe voluto, col mio aiuto, scrivere in griko un poema ispirato al testo faro dell'Occidente, l'Odissea, compiendo un atto tanto ardito quanto quello di Capitan Black.

Dopo aver molto discusso, convenimmo che avremmo allestito un laboratorio che avrebbe consentito di approfondire il testo omerico e nel contempo generare delle poesie in griko, in un contesto di apprendimento e creazione cooperativi.

Non potevamo di certo prendere in considerazione l'intera Odissea, avevamo bisogno di applicare un criterio di selezione del materiale da indagare. Ci piacque l'idea di isolare le figure femminili che lì comparivano.

Fu istituito il laboratorio: chiamai alcuni miei collaboratori disposti a prendere parte ad un'esperienza di approfondimento delle figure femminili dell'Odissea. Dissi loro che avremmo voluto, col loro contributo, tratteggiare la figura di Odisseo facendocelo raccontare dalle donne che egli conobbe. Probabilmente avremmo avuto come risultato una figura prismatica, dalle molte sfaccettature. Ogni relazione mette in luce della nostra personalità alcuni tratti, mentre altri rimangono come silenziati.

Il gruppo era costituito da sei persone in tutto (tre maschi e tre femmine). Ci riunimmo per circa sei mesi, una volta a settimana. Ogni incontro durava all'incirca quattro ore. Si iniziava con la lettura dei passi dell'Odissea d'interesse per la nostra elaborazione, poi ognuno proponeva dei commenti, quindi si cominciava a scavare la psicologia del personaggio, si andava per associazioni, si procedeva accedendo a letture complementari. A Rocco De Santis era affidato il compito di compiere una sintesi di quanto emerso, in termini squisitamente poetici, nel senso che egli durante il corso della settimana doveva elaborare un canto (testo e musica) in lingua grika. All'incontro successivo egli leggeva e traduceva (non tutti i partecipanti conoscevano il griko) il suo testo poetico, lo suonava e cantava. Si apriva una fase di commenti, ci si esprimeva in merito ad ogni passaggio della proposta di Rocco, gli si proponevano delle modifiche, che egli avrebbe potuto a suo insindacabile giudizio integrare procedendo ad una successiva elaborazione del canto.

Pervenimmo così a stabilizzare le sette canzoni che successivamente andranno a far parte di un volumetto accompagnato da un cd-audio (De Santis & Colazzo, 2007).

Un'esperienza di lettura e di scrittura collettive, che ha consentito al gruppo che ha partecipato all'esperienza di conoscere un po’meglio uno dei testi che sono a fondamento della cultura occidentale: l’Odissea, su cui durante il corso dei secoli si sono esercitati esegeti, scrittori e poeti, e di riattualizzare un messaggio che continua ancor oggi a stimolare e suggestionare la nostra sensibilità e la nostra mente. Ha inoltre permesso di tentare di far emergere un personaggio, Odisseo, attraverso le rifrazioni provenienti dalle diverse interpretazioni del personaggio offerte dalle donne che lo conobbero e che con lui intrattennero relazioni differentemente connotate. Chi è veramente Odisseo? Per tentare di offrire una risposta a questa domanda attraverso il laboratorio interrogammo le donne che lo conobbero. Ci rendemmo conto che ognuna di esse ci offre una tesserina di un puzzle che comunque rimane difficile da comporre.

Il laboratorio fu l'occasione per constatare che nella relazione che noi stabiliamo con l’altro, cogliamo qualcosa dell’altro, ma anche riveliamo noi stessi, per la proiezione che facciamo di nostri tratti sull’altro. Quindi il laboratorio – ci fu facile constatare – fu anche indirettamente e involontariamente un laboratorio di narrazione autobiografica modulata da un contesto sociale, in cui le interazioni stabilite erano pensate per il raggiungimento di uno scopo.

Constatammo pure che quel processo proiettivo potesse riferirsi alle stesse donne dell'Odissea. Ogni figura femminile relazionandosi con Odisseo, interrogata certamente rivelava qualcosa di lui, ci consentiva di approssimarci alla sua conoscenza, ma inevitabilmente dicevano molto dei loro sogni, delle loro aspirazioni, del loro essere.

Il fatto che avessimo scelto la lingua grika ci consentiva inoltre di immergerci in una sorta di inconscio culturale, scorgevamo affinità non solo linguistiche tra la lingua di Omero e il griko, ma anche assonanze in termini di modo di approcciare la vita, scoprivamo pratiche proprie della cultura popolare salentina che erano assai simili a quelle descritte da Omero.

Decidemmo di provare, partendo dallo zoccolo duro dei sette medaglioni fissati nelle canzoni di Rocco De Santis, di immaginare ulteriori azioni. Pensammo che sarebbe stato interessante immaginare un work in progress, andando ad istituire in diversi contesti dei laboratori per capire la reazione alle sette canzoni di gruppi di attivi fruitori alle suggestioni de "Le donne di Ulisse".

Il primo processo che immaginammo fu quello di proporre un laboratorio in ambito universitario. Proponemmo il laboratorio ad alcune studentesse della Facoltà di scienze della formazione. Istituito il setting, per prima cosa descrivemmo l'operazione che precedeva il laboratorio, Rocco De Santis cantò le sette canzoni, io proposi un commento. Poi illustrai l'idea che avremmo voluto ulteriormente lavorare i sette personaggi cercando di metterli in scena, il come lo avremmo deciso assieme, di certo avremmo dovuto integrare quei testi con ulteriori o scritti dalle stesse partecipanti al laboratorio o da esse reperiti, con movimenti, l'uso di oggetti di scena, con ulteriori suoni e musiche. A tale scopo proponemmo l'integrazione del gruppo con due giovani attori: Laura Giannoccaro ed Emanuele De Matteis, quest'ultimo con competenze anche in ambito scenografico, e un musicista-compositore, Gioacchino Palma, che avrebbe dovuto tradurre in suoni le intuizioni che sarebbero venute fuori nel corso del nostro laboratorio.

Emerse l'esigenza di avere a disposizione la registrazione delle sette canzoni. Così trovammo uno studio di registrazione sufficientemente conveniente per le nostre esigue risorse economiche e procedemmo a fissare i sette canti su un supporto digitale, che fu distribuito a tutti i partecipanti al laboratorio.

Intanto si faceva strada l'idea di sviluppare associazioni che sarebbero potute essere utili al montaggio dello spettacolo. Vennero fuori proposte molto interessanti, che poi in un modo o nell'altro provammo ad integrare ai fini del risultato finale.

Ne cito quelle più significative.

Scoprimmo che Calvino aveva scritto dell'Odissea. Lo aveva fatto in Perché leggere i classici (1995) e aveva lanciato un'idea quella di un'Odissea per sua vocazione plurale. L'Odissea – ci dice Calvino – è un testo complesso, contiene molte Odissee. Di recente ho scoperto, in internet, un post di un lettore che le ha elencate. Lo recupero poiché è straordinariamente efficace (Beneforti, 2015).

“1. La Telemachia, il viaggio di Telemaco alla ricerca di cosa? Della sorte del padre. Telemaco cerca appunto l’Odissea che non conosce.

2. Il racconto di Proteo a Menelao, riferito poi a Telemaco, che parla di Ulisse sull’isola di Calipso e quindi include già tutto il viaggio del Laertiade.

3. Alla corte dei Feaci un cantore cieco narra le vicende di Troia e di Ulisse: è la storia da cui scaturisce l’Odissea: una ur-Odissea.

4. Ulisse, nell’udire il cantore cieco, scoppia in lacrime, rivela la sua identità e racconta tutto il suo viaggio fin lì: è Odissea Libri IX-XII.

5. Nel suo racconto Ulisse narra la discesa nell’Ade e la profezia che gli fa Tiresia, il quale gli svela il seguito del suo viaggio e oltre: un’Odissea oltre la narrazione effettiva.

6. Ulisse incontra le sirene che, per incantarlo, cantano le sue imprese – non si sa in che termini.

7. Il racconto che Ulisse, giunto a Itaca, fa al pastore Eumeo, poi ad Antinoo e poi a Penelope stessa per celare la sua identità: la storia di un cretese ridotto in miseria che ha viaggiato a lungo (ma quel preteso cretese è in effetti Odisseo, dunque i suoi viaggi inventati sono un’Odissea).

8. Ciò che Ulisse-falso-cretese racconta riguardo ad Ulisse, che avrebbe incontrato nei suoi viaggi.

9. Ulisse ha fama di astuto mentitore: il suo racconto ai Feaci (cioè Odissea IX-XII) potrebbe dunque essere tutto o in parte inventato, e costituire parte di un’Odissea in cui i fatti narrati nei Libri IX-XII sono falsi.

10. Tuttavia i viaggi di Ulisse sono raccontati anche in altre parti del poema: Omero stesso, quindi, autentica quelle vicende, e l’attenzione sulla realtà ‘comparata’di tali vicende le fa rileggere diversamente.

11. Questa 11esima Odissea è uguale alla 4a e alla 9a, ma emerge ad un terzo livello di lettura: la collazione delle varie narrazioni delle vicende di Ulisse sparse nel poema. In virtù della varietà e frammentazione dei racconti collazionati, questa 11esima Odissea appare più arcaica delle altre; e tuttavia è necessariamente più recente, essendo ottenuta da quelle.

12. C’è infine l’ipotesi che le avventure dell’Odissea siano state inventate da Omero perché il viaggio di Ulisse non era abbastanza avvincente e significativo: eco del viaggio reale di Ulisse sarebbe nel racconto di Ulisse-falso-cretese. L’ipotesi poggia su un verso del proemio: 'Di molto uomini vide le città e conobbe i pensieri': sembra più il viaggio del falso cretese che quello di Ulisse".

Decidemmo di utilizzare la suggestione di Calvino per scrivere una sorta di prologo al nostro spettacolo.

Trovammo una poesia di Pessoa dedicata al mito di Odisseo. Diceva della potenza dell'umana parola di creare mondi. Ci piace riportarla:

“Il mito è quel nulla che è tutto./Lo stesso sole che apre i cieli/è un mito brillante e muto/il corpo morto di Dio/vivente e nudo.//Questi, che qui approdò/poiché non c'era/cominciò ad esistere./Senza esistere ci bastò./Per non essere venuto venne/e ci creò.//La leggenda così si dipana,/penetra la realtà/e a fecondarla decorre./La vita, metà di nulla,/in basso muore” (Pessoa, 1993/2006).

Cercammo sconosciute Odissee cinematografiche. Scoprimmo che da pochissimo era stata restaurata un'Odissea degli anni dieci del secolo scorso. In occasione del cinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia venne lanciato un concorso cinematografico per film artistici, scientifici e con scopi didattici. Da quell'occasione nacque l'Odissea di Francesco Bertolini e Adolfo Padovan, presentato in occasione del Salone Internazionale di Torino del 1911. (Bertolini & Padovan, 1911).

Ma poi, parlando di sguardi, scoprimmo che il grande regista greco Theo Angelopoulos aveva presentato al 48° Festival di Cannes un film dal titolo Lo sguardo di Ulisse (1995). Noi avevamo deciso di parlare dello sguardo delle donne su Ulisse e qui invece lo sguardo è quello di Ulisse che guarda insieme dentro di sé e fuori di sé. Un Ulisse attualizzato, infatti parla di un viaggio compiuto da Keitel, che compie un lungo viaggio attraverso Grecia, Albania, Macedonia, Bulgaria, Romania, Serbia, fino a Sarajevo, dove sembrano addensarsi le contraddizione del mondo. Un viaggio doloroso, poiché è la constatazione che tutti i valori in cui egli ha creduto per una vita sono distrutti. Molta malinconia. Ci sorprendeva poi che Gian Maria Volonté, che avrebbe dovuto interpretare Keitel, partito dall'Italia per entrare nei panni di Ulisse, avesse intrapreso, senza saperlo il suo ultimo viaggio. Morì infatti d'infarto durante le riprese e dovette essere sostituito da Erland Josephson.

Altra constatazione che ci venne da fare guardando il film: la presenza all'interno della narrazione di una pellicola degli anni dieci, quella dei fratelli Manakias. Mentre vanno i fotogrammi antichi, una voce fuori campo dice dell'innocenza e della meraviglia del primo sguardo. Il cinema delle origini scrutava dalla prospettiva di quel medium per la prima volta la realtà e la fissava come più non sarebbe potuto avvenire. Ci sembrava così simile allo sguardo di Nausica che scorge lo straniero per la prima volta e se ne innamora. Di quello sguardo avevamo detto nel nostro laboratorio.

E ancora: il titolo del film derivava da un'opera che lo scultore Manzù avrebbe voluto realizzare, a cui però egli già aveva dato il titolo “Lo sguardo d'Ulisse”, per l'appunto. Quello sguardo incrociava lo sguardo delle nostre donne, stabilendo una relazione che non riusciva a placare in alcun modo la sua inquietudine, la sua enigmaticità. Né a rispondere alla loro interrogazione.

Ci piaceva poi come Angelopoulos dichiarasse di aver proceduto nel processo ideativo, ci sembrava molto simile a quello che avevamo deciso noi di intraprendere. Intervistato, lasciò detto: “Per quanto mi riguarda, sono i film che vengono a me. Ho un’idea e lentamente ricevo segnali esterni che mi impongono di perseguirla. Mi trovavo in Italia e andai a trovare Tonino Guerra. Mi domandò quali fossero i miei progetti. Gli dissi che volevo fare l’Odissea, e ne avevo il testo in borsa. Tonino prese l’Odissea e iniziò a leggere. Bussarono alla porta. Era una ragazza con un regalo per me dalla Fondazione Manzù. Nel pacchetto c’era anche una lettera della figlia di Manzù; mi raccontava che il padre prima di morire avrebbe voluto scolpire lo sguardo di Ulisse. Quando tornai in Grecia, la cineteca di Atene mi chiese di realizzare un documentario sui fratelli Manakias, e fu allora che scoprii l’esistenza dei tre rulli di pellicola scomparsi. Così partii alla ricerca del materiale: il viaggio di A. ne Lo sguardo di Ulisse l’ho fatto anch’io. La ricerca degli oggetti perduti è un tema che mi ha sempre incuriosito” (Ambrosio, 2000).

Anche noi ci eravamo messi nella disposizione di lasciarci attraverso da una pluralità di stimoli, da far diventare elementi di un racconto possibile. Anche noi ci eravamo messi a ricercare oggetti perduti.

Un altro film molto suggestivo che produsse un buon impulso creativo fu Nostos – Il ritorno una creazione di Franco Piavoli (1989). Mi pare opportuno riportare un resoconto sommario del brainstorming svoltosi a seguito della visione del film.

- Dominanza dei suoni, sempre presenti e fortemente pregnanti;

- Spazi enormi che contrastano con la claustrofobia della solitudine di Odisseo;

- Odisseo sembra in dialogo solo con se stesso e con la natura;

- La parola è scarsamente presente e quando c'è viene usata anch'essa come un elemento sonoro al pari degli altri;

- Assenza di azione/interazione;

- Gli altri personaggi sono il cinema, la dimensione cinematografica, mentre Odisseo è il teatro;

- Odisseo sta fuori dalla scena, si stacca facendo movimenti molto teatralizzati;

- Odisseo è passivo, inghiottito dalla natura che lo sovrasta e lo sospinge;

- Odisseo appare annichilito dalla natura;

- La fissità di Odisseo e la ciclicità del tempo, che è il cerchio che corre via;

- Assenza di azione: l'azione vi è solo nel ricordo dato dalle scene flash-back, ovvero nella visione  “onirica” di qualcosa che deve accadere;

- Non c'è azione: esiste o la preparazione di un'azione che deve venire, ovvero la contemplazione di un'azione già accaduta;

- Non c'è azione ma reazione: dunque emozione;

- Ricorso del regista alle ombre, molte scene sono in controluce;

- La narrazione è aperta, lascia al fruitore ampi spazi per percepire e vivere individualmente i significati del film (in ciò è molto “teatro”);

- Il colore è molto presente, spesso vi sono dei veri e propri quadri monocromatici di azzurro (il mare), di arancione (il grano), di verde (la foresta rigogliosa di Kalipso);

- Le donne che Odisseo incontra durante il suo viaggio non sembrano essere persone reali, umane, ma sembrano una promanazione della natura, sembrano far parte anch'esse di quella natura che soverchia e condiziona Odisseo;

- Durante tutto il viaggio di Odisseo, vi sono spazi aperti, distese sconfinate, mare senza limiti; con il ritorno ad Itaca gli spazi si fanno ristretti, chiusi, scuri, statici (natura morta, vecchi, anche il cerchio si ferma e cade a terra);

- Il cerchio è il gioco a cui Odisseo giocava da bambino (così lo ricorda Euriclea, la sua nutrice): il cerchio attraversa tutto il film, quasi che il viaggio di Odisseo fosse un gioco che finisce con il raggiungimento di Itaca;

- I suoni del film, durante il viaggio di Odisseo, sono molto astratti, mentre con l'arrivo ad Itaca, si fanno molto concreti, 'figurativi’per così dire (le scene finali sono accompagnate da musiche di Monteverdi);

- Sembra che la musica ad inizio di film sia elementare, semplice, e che poi pian piano si arricchisca fino a diventare completa nelle ultime scene ad Itaca;

- Uso fortemente simbolico di oggetti, movimenti, inquadrature (l'elmetto dei compagni che pian     piano si riempie d'acqua e affonda, la palla con cui giocano Nausicaa e le sue compagne che  diventa mela rossa quando cade sulla sabbia, il cavallo sotto il chiostro del Palazzo ad Itaca ecc.);

- Frequenti sono le metonimie che sostituiscono la rappresentazione didascalica di un evento o comunque di una proposizione narrativa. Ciò è molto efficace e d'impatto e funziona sicuramente moltissimo sulla scena teatrale;

- La fine, la conclusione, che Itaca rappresenta, è sottolineata dalla scena finale, in cui si vede Penelope, da sola, che piega la sua tela (che oramai non occorre più fare e disfare) e la chiude in una cassapanca, su cui poi si siede, quasi a guardia di qualcosa che non deve più uscir fuori, che quindi non deve più ripetersi;

- La forte presenza dell'acqua: nel film c'è tanta acqua, e ogni volta che Odisseo esce fuori dall'acqua, ne riemerge, sembra essersi verificata una rinascita.

A seguito di tutti questi stimoli, vi fu un secondo brainstorming, in cui il gruppo cercò di capire come utilizzarli ai fini dello spettacolo da allestire. Vennero fuori numerose idee, alcune di queste saranno poi effettivamente utilizzate, altre saranno fatte cadere. Le riporto a mo’di punto elenco.

- Il nostro spettacolo può essere il luogo della compresenza e della intersezione e combinazioni di differenti linguaggi dell'espressione artistica: teatro, cinema, musica, parola ecc. Perciò possiamo utilizzare alcune scene dei film che abbiamo visto e farle entrare nello spettacolo proiettate sul fondo della scena;

- Il nostro spettacolo deve potersi caratterizzare come multilinguistico: italiano, griko, dialetto. e anche suoni che alludono ad una lingua arcaica;

- Possiamo selezionare le parti dove c'è Odisseo in modo da instaurare un dialogo tra le “donne di Ulisse” che sono sulla scena tridimensionale (teatro) con la figura bidimensionale di Odisseo proiettata sullo schermo (cinema);

- Oppure creare un dialogo con le scene del film, far diventare questo dialogo spettacolo;

- Potremmo scegliere delle scene dai film che abbiamo visto, togliere il sonoro, e sonorizzarle dal vivo sulla scena, con le nostre voci, con le musiche preparate dal musicista;

- La multidimensionalità che possiamo dare allo spettacolo deve scaturire dalla composizione dei differenti “materiali” di cui disponiamo e che dobbiamo riuscire a intrecciare, a combinare tra loro, secondo un filo narrativo da costruire, che vede insieme:

1. le canzoni di Rocco De Santis.

2. la proiezione di un movie, risultato di un montaggio di più frammenti video diversi.

3. i movimenti scenici.

4. la parola.

5. la musica elettronica e i 'giochi vocali’di Gioacchino Palma.

6. il coro.

Queste sommariamente le idee emerse. Si ritenne opportuno iniziare con una fase dell'apprendimento delle canzoni composte da Rocco De Santis. A questa seguì, attraverso un training vocale, l'elaborazione di variazioni sulle quali il compositore che avevamo ingaggiato compose degli interventi musicali, da innestare nelle canzoni di Rocco De Santis, ovvero da affiancare. Si pervenne in tal modo ad un'esplorazione di tecniche elementari di composizione, che consentiva di arricchire l'idea iniziale.

Avendo una serie di materiali su cui lavorare, si passò alla fase di integrazione ulteriore della drammaturgia. Il training fatto con gli attori consentì di esplorare una serie di gesti in grado di arricchire il lavoro, fino a pervenire ad un'ipotesi di rappresentazione, con la costruzione di costumi, oggetti di scena, elaborati tutti a seguito di sedute di esplorazione del senso da trasmettere.

Si pervenne infine al momento della restituzione finale di tutto il lavoro compiuto. Lo si fece in due occasioni, l'una presso il Palazzo dei Teatini di Lecce, messo a disposizione dal Comune, e l'altro sulle rovine di Egnazia, in provincia di Brindisi, antica città prima messapica e poi greca.

Il laboratorio ebbe termine con un'attività di riflessione per ripercorrere tutto il processo, per ragionare sulle potenzialità formative dell'artefatto ottenuto, per modellizzare il lavoro svolto, individuando i criteri da tenere presenti nella progettazione, implementazione e valutazione di un laboratorio espressivo.

 

4. Conclusione (aperta)

 

Chiuso il laboratorio, l'esperienza rimase feconda di sviluppi successivi. Da allora abbiamo infatti ripreso più volte le sette canzoni del primissimo laboratorio per condurre successivi interventi formativi. Abbiamo utilizzato "Le donne di Ulisse" per formare un team di manager e aiutarli a riflettere sulle differenze di genere nel mondo delle organizzazioni, per ragionare con un gruppo di docenti sul femminile e le sue varie declinazioni, per generare empowerment in un gruppo di auto-mutuo aiuto di donne, per produrre un nuovo spettacolo, attraverso un laboratorio drammaturgico, un laboratorio musicale e un laboratorio attoriale, uno spettacolo che fu recitato una notte lungo il litorale salentino, in prossimità di Leuca, il punto terminale della Puglia. Di questo spettacolo ci piace riportare l'incipit: “Odisseo, il più astuto degli Achei, dopo la presa di Troia, organizzò il ritorno all’amata Itaca, ma gli dei misero duramente alla prova la sua abilità, la sua astuzia, la sua prudenza e soprattutto la sua pazienza.

Dovette vagare per dieci anni, conoscere il mondo dell’Ade, il paradiso ambiguo dei Feaci, naufragare molte volte, combattere il mare estraneo ed infido. Il mare “senza cuore”. Il mare “che ignora compassione, fede, memoria”. Il mare che i Greci non amano e temono. Non si affezionano alle loro navi, i Greci, alzano l’albero e sciolgono le vele solo per inevitabile necessità, detestano nutrirsi di pesce, temono la morte per acqua: il mare ruba il corpo e i riti funebri costringe l’anima a vagare in eterno negandogli il transito nell’Ade.

Dieci anni di forzato vagabondaggio con in testa sempre Itaca. Ogni tappa è precaria e transitoria: nessuna terra è Itaca, nessuna casa è la sua casa, nessuna donna la sua donna, Penelope.

Visto con gli occhi delle donne che lo conobbero ed amarono, ognuna d’un amore diverso, Odisseo ci appare molteplice, per nulla padrone della propria identità. Odisseo è il catalizzatore, lo specchio delle varie emozioni di queste donne. Il luogo di un transfer. Transito emozionale. Odisseo esiste, forse, perché le emozioni di quelle donne prendano forma e ci parlino.

Perciò non di Odisseo vogliamo parlarvi, ma delle sue donne, dei loro dolori e delle loro gioie. Di come le donne amano. E odiano, e si struggono di nostalgia, e aspettano. E imparano a fare a meno di Odisseo”

Abbiamo ancora voglia di tornare su quei testi, su quelle musiche, su quell'esperienza per rinnovarla e usarla come grimaldello di esplorazione dell'animo umano, della sua complessità, della sua capacità di amare e di odiare.

 

Bibliografia, sitografia, filmografia

 

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