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Sguardi pedagogici sul lavoro
di Isabella Loiodice, Daniela Dato   

Il crollo delle ideologie, il frantumarsi delle comunità a vantaggio di un individualismo pervicace,  le dinamiche consumistiche, la sorveglianza e il controllo sono gli elementi fondativi di quella modernità o società liquida il cui paradigma, coniato da Bauman, continua a contrassegnare il tempo presente.

Il cambiamento permanente e la “certezza dell’incertezza” hanno determinato, ha sostenuto Bauman, un disorientamento e una condizione di precarietà stabile (quasi in forma di ossimoro) che ha interessato tutti gli ambiti di vita e di esperienza del soggetto tra i quali, sicuramente, il mondo del lavoro.

 

La globalizzazione e la planetarizzazione dei processi produttivi, la deregolamentazione dei mercati finanziari, la crisi dei sistemi politici e sociali degli ultimi decenni hanno determinato radicali trasformazioni del mercato del lavoro, con la conseguente, continua riprogettazione dei “lavori” e la permanente ridefinizione delle professionalità e delle relative expertise.

Il panorama che ne emerge è carico di luci e ombre: c’è chi mette in evidenza soprattutto gli aspetti negativi, determinati dall’aumentata tecnologicizzazione dei processi produttivi e quindi dalla progressiva perdita di posti di lavoro, soprattutto di quelli meno qualificati. Cresce così la quota di persone che rimangono senza lavoro anche in età avanzata e che non riescono a garantire dignitose condizioni di vita a se stessi e alla propria famiglia, con un aumento generalizzato del tasso di povertà che vede coinvolto anche il cd. ceto medio. La crisi del lavoro è dunque anche la crisi delle famiglie, dei giovani, delle comunità di appartenenza: crisi materiali e crisi esistenziali, difficoltà nel vivere l’oggi ma anche nel progettare vite future, rinchiudendosi – è sempre Bauman a dirlo – nel momentaneo, nell’“adesso”, in una illusoria rincorsa del piacere dell’effimero come antidoto alla perdita di quella dimensione progettuale capace di dare veramente un senso alla propria esistenza.

Allo stesso tempo, le radicali trasformazioni del mondo del lavoro hanno dato spazio allo spirito imprenditoriale e creativo di quei professionisti che oggi più che mai “fanno” l’impresa, nel senso che le organizzazioni che hanno successo sono proprio quelle che hanno saputo investire nelle risorse umane, capitalizzando il patrimonio di expertise tecnico-professionali ma anche tutte quelle competenze intangibili che danno valore all’impresa, costituiscono la vera ricchezza di una organizzazione della quale tutti i lavoratori si sentono parte integrante. Ne consegue l’importanza attribuita alla “coltivazione” non solo delle conoscenze e delle competenze tecniche ma anche di quelle competenze strategiche che consentono ai professionisti al lavoro di gestire efficacemente – coniugando flessibilità e creatività  – i processi produttivi, valorizzando il senso di appartenenza al proprio gruppo di lavoro, la cultura dell’organizzazione, intesa come insieme di abitudini mentali, di attitudini, di credenze e di valori che permeano gli individui e gruppi di lavoro e persino la reputazione di un’azienda e l’identità stessa del prodotto.

La ricchezza e la multiforme varietà dei contributi che compongono questo numero della Rivista danno proprio l’idea della complessità – ma anche della fondamentalità – del lavoro nella vita di una persona, della sua famiglia, della sua comunità, del mondo intero. Un tema che può e deve essere affrontato da una molteplicità di punti di vista e di sguardi interpretativi ma che, a nostro avviso, possono essere riassunti proprio nella sguardo – analitico e propositivo – del sapere/agire  della formazione, quindi della pedagogia. Uno sguardo che è, appunto, teorico e prassico, plurale e problematico, e che pone al centro l’idea di una formazione integrale, integrata e permanente, che non disgiunge ma intreccia dimensione personale e professionale, contesti formali e contesti informali e non formali, nella consapevolezza che un “buon” lavoratore è anche un buon genitore e un buon cittadino, impegnato a difendere la democrazia, la libertà, il rispetto e la solidarietà in qualunque luogo si trovi: a casa e al lavoro, negli spazi dell’aggregazione sociale, politica, religiosa e culturale, con i “prossimi” e con coloro che vengono da lontano e che hanno pelle, lingua, fede, cultura differenti.