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Attinà, M., & Martino, P. (2016). L’educazione sospesa tra reale e virtuale. Cava de’ Tirreni (SA): Areablu edizioni
di Annalisa Pedana   

 

Nell’epoca della liquidità è ormai tangibile un empasse culturale di notevole impatto sociale che trova la sua matrice iniziatica nel progresso tecnologico-informatico che pervade e invade l’esistenza umana.

La sensazione di sentirsi sospesi tra ciò che si vive quotidianamente, de visu, e ciò che ci appare sullo schermo di computer, tablet, smartphone, è divenuta l’ambigua condizione degli abitanti del multiversum globalizzato, ma soprattutto appare essere sempre più il nucleo d’indagine di una fenomenologia adolescenziale che appassiona e, nel contempo, preoccupa gli addetti ai lavori.

Il volume dal titolo L’educazione sospesa tra reale e virtuale delle due studiose dell’Università di Salerno, Marinella Attinà e Paola Martino, s’inserisce all’interno di una riflessione pedagogica, e non solo pedagogica, volta ad analizzare l’agire educativo della contemporaneità e le prospettive/sfide formative che individuano il cyberspazio come luogo di discussione e d’indagine rispetto alla paideia formale e informale.

Il saggio si articola in due sezioni, diverse per scelte stilistiche, ma complementari e necessarie alla disamina dei fenomeni che si propone di indagare.

L’approccio iniziale appartiene a Paola Martino, che dopo aver coniato il neologismo topopedagogia, frutto di un suo lavoro precedente, per indicare i luoghi antropologici di riflessione paidetica, si concentra sull’autodelegittimazione della comunità educante causata dalla mancanza/dimenticanza di relazioni face to face e, quindi, significative ed autorevoli.

Secondo l’Autrice, da questa deficienza relazionale e dall’aver sostituito i luoghi del paidetico, reali e tangibili quali scuola, Chiesa, quartiere, con lo spazio cibernetico/non-luogo si impone una rimodulazione del concetto di formazione lifelong.

Un ulteriore passaggio meritevole di menzione è quello in cui Paola Martino, citando il filosofo partenopeo Aldo Masullo, delinea il corrompimento storico della comunitarietà, relativamente alla situazione meridionale e nella fattispecie alla città di Pulcinella. Il quadro che emerge dalle pagine scritte dalla studiosa salernitana appaiono tanto toccanti, quanto foriere di sensatezza e veridicità. Napoli, conosciuta in tutto il mondo per la pizza e la monnezza, è una città affascinante e pericolosa, che nasconde dietro la sua maschera una genialità di sopravvivenza senza eguali, ma che rischia di soccombere sotto l’egida camorristica di nuova generazione. Riportando ancora Aldo Masullo, si legge che una sorta di riscatto e di feniciana rinascita, vengono affidati ai napoletani stessi, vittime e carnefici del corrompimento storico della comunitarietà (p. 37).

La perdita del senso di appartenenza comunitario pone l’autrice dinanzi alla problematicizzazione di una possibile cyberpedagogia, in quanto la mutazione dei luoghi del pedagogico da pubblici, mondani, familiari e visibili in virtuali, atipici e atopici, non può e non deve impedire alla pedagogia di affrontare “le sfide e le opportunità che la narratività tecnologica, la rivoluzione digitale porta con sé” (p. 53).

Il contributo di Paola Martino, ricco di esortazioni d’indagine dal carattere filosofico-antropologico, termina con l’eminente citazione del saggio di Marc Augé, Èloge de la bicyclette, che l’Autrice utilizza per un ulteriore incipit provocatorio. In questo passaggio l’Autrice si interroga intorno ad un pensabile umanesimo della bicicletta capace di recuperare l’umanità dispersa con la romantica fatica del pedalare per non annullare l’umano esistere.

La seconda parte del volume è affidata al pensiero e alla penna di Marinella Attinà che, con finezza linguistica e maestria intellettuale, introduce la sua analisi pedagogica partendo, provocatoriamente, con due domande. Innanzitutto, l’Autrice si interroga sulle sfide che, quotidianamente, l’educazione deve affrontare, e su quanto e come, la riflessione pedagogica possa farsene carico; in secondo luogo la studiosa salernitana analizza l’opportunità di fuga dell’educazione dalla cultura del versus, che sembra ancora dividere apocalittici da integrati, ossia tecnofobi da tecnocrati, etc., e che rischia così di allontanarsi dal suo archetipo teleologico, quale l’analisi critica ed ermeneutica, simulacro della riflessione meramente pedagogica.

L’antinomia reale/virtuale, emblema dell’essere sospesi, in attesa, tra il presente e il passato, coinvolge la communitas, la societas, il multiversum, dunque ogni riflessione paidetica.

L’Autrice mette a confronto le riflessioni teoriche di autorevoli studiosi come Baudrillard, il quale intravede nel cyberspazio il rischio di falsificazione e mistificazione della realtà, con il pensiero di Maffesoli e Calabrese che, invece, scorgono nella ri-creazione del reale la promessa di nuove potenzialità di tipo cognitivo e comunicativo (p. 83). Senza volersi schierare dall’una o dall’altra parte, l’Autrice chiarisce in maniera inequivocabile che, di queste nuove frontiere quali la selfmedialità, la multimedialità, etc., non può essere ignorato lo spessore formativo e pertanto, la loro messa in discussione appare inevitabile al fine di avviare una corretta analisi pedagogica.

E, pertanto, un’approfondita interpretazione critica dei media deve sicuramente avere come scopi prioritari: l’individuazione di matrici epistemologiche, la relazione con le forme del sapere e dell’apprendimento, e quindi, un diverso ruolo della scuola (p. 85).

Quindi, il punto nodale della querelle pedagogica sta nel rapporto tra media e forme del sapere, relazione che può essere indagata, secondo l’Autrice, muovendo dall’uomo analogico verso quello digitale/elettronico, fino ad arrivare all’uomo digitale/informatico. Questo viaggio prende il via dalle tecnologie del passato ispirate a Gutenberg, fino alla prefigurazione di una società della conoscenza caratterizzata dalla velocità dell’informazione.

Il protagonista del viaggio, scrive l’Autrice, “l’uomo digitale, assunto come nuovo Ulisse tecnologico, […], sarà in grado di navigare nelle nuove autostrade dell’informazione e sarà in grado di risolvere, […], i problemi che i suoi antenati, […], non hanno saputo mettere in forma per mancanza di un approccio conoscitivo funzionale allo scopo” (p. 92).

L’Ulisse tecnologico di cui parla Marinella Attinà, naviga nel cyberspazio, divenuto luogo di apprendimento cooperativo e dove l’intelligenza collettiva trova la sua massima espressione.

Pertanto, secondo l’Autrice, una scuola che non assume queste nuove istanze socio-culturali all’interno di una progettazione didattica e pedagogica, non può che risultare anacronistica e obsoleta. Questo perché come sostiene la studiosa salernitana, la scuola e la paideia post-moderna sono in bilico tra memoria e tradizione, testualità e ipertestualità, realtà e virtualità, tutti confini in cui inscrivere i diversi profili formativi e percorsi curricolari.

Occorrono, anche alla scuola, referenti educativi che indirizzino il viaggio formativo alla destinazione educazione, in quanto scrive l’Autrice, “Senza il possesso di una sorta di bussola ermeneutica, la navigazione rischia di non approdare ad alcuna rada […] dalla quale poter ripartire, ma potrebbe condurre, […], ad un naufragio cognitivo, affettivo ed educativo” (pp. 113-114).

La metafora della sospensione, altro appellativo della navigazione, compare anche nell’ultima parte del volume dove Marinella Attinà pone l’accento sulla fenomenologia adolescenziale, che appare “sospesa tra l’eccedenza cognitiva e simbolica di dati ed informazioni e quell’istanza, […], del passaggio evolutivo dalla fase dell’appartenenza alla fase dello svincolo, per l’affermazione del proprio sé” (p. 128). L’adolescente è attratto dalla rete, dalla virtualità, ma non sempre dispone di filtri educativi che fungano da protezione per evitare che un’eventuale caduta possa rendere rischiosa la naturale crisi di passaggio dall’adolescenza all’adultità.

L’Autrice, citando Levy nel suo passaggio dal cogito ergo sum al cogitamus ergo sumus di cartesiana memoria, si sofferma su quell’essere sempre connessi, visibili e raggiungibili, caratteristica inconfondibile dei giovani della società liquido-moderna, che ricercano la felicità in rete ma che finiscono per essere consumatori invisibili (p. 133).

Nelle ultime pagine del volume appare chiaro, il richiamo alla mediazione, alla cura, all’I care, prerogativa dell’adulto che accompagna il percorso di crescita dei giovani. Marinella Attinà pone al centro del dibattito formativo temi importanti come l’ascolto e il silenzio, luoghi e spazi ineludibili dell’esperire umano.

Scrive l’Autrice: “La relazione educativa è sede privilegiata, […], per la promozione di un dialogo autentico che si nutre, […], di silenzi e di ascolti”.

La provocazione/scommessa formativa, posta in essere da Marinella Attinà, risiede nella ricerca di una forma di disimpegno dal mondo virtuale progettato e sviluppato per apparire indispensabile. Il disimpegno, di cui scrive l’Autrice, non si identifica con un amarcord pretelematico, ma si presenta come forma mentis et vitae diffuse dalla “pratica” del silenzio e dell’ascolto.

La studiosa, citando Duccio Demetrio, scrive che il silenzio è un abbraccio in quanto circonda le parole in una ragnatela di assenze sonore. In ambito paidetico, il silenzio rappresenta non solo una scelta educativa, ma diviene lo spazio che precede l’ascolto come momento di osmosi dialettica tra il sé e l’altro. E l’ascolto su cui si sofferma Marinella Attinà è intensamente emotivo, è una condizione soggettiva, è critico e impegnativo in quanto si propone come nuova sfida pedagogica volta all’affermazione di un’educazione all’ascolto preceduta da una paideia del silenzio.

In ultima istanza, la provocazione/proposta dell’Autrice si sostanzia nell’invito a trovare nuovi topoi che siano alternativi al fruscio telematico: spazi e luoghi nei quali l’adulto diventa presenza in grado di intrecciare le fila ed i nodi di una rete in cui il silenzio, […], e l’ascolto, […], possono rappresentare inedite forme di dialogicità generazionale in grado di garantire una pur minima continuità generazionale” (pp. 138-139).

I motivi d’indagine e di riflessione pedagogica, sociale, antropologica e culturale che Marinella Attinà e Paola Martino pongono in essere in questo volume appaiono particolarmente rilevanti e forieri di ulteriori approfondimenti per chi vive a contatto con i giovani o, ancor di più, per chi si pre-occupa della loro formazione.