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Cerrocchi, L., & Cavedoni, F. (2016). La cura educativa per il reinserimento sociale di detenuti in Esecuzione Penale Esterna. Milano: FrancoAngeli
di Carolina Maestro   

 

Il tema carcere, con riferimento al reinserimento sociale per chi è in Esecuzione Penale Esterna, nel volume “La cura educativa per il reinserimento sociale di detenuti in Esecuzione Penale Esterna”, viene trattato sotto il profilo della cura educativa e condensato in una corposa silloge di saggi a carattere interdisciplinare, profondamente rispettosa delle varie professionalità implicate e coinvolte, spesso intimamente interconnesse, e delle varie epistemologie e metodologie che ad esse soggiacciono e che le caratterizzano.

Il volume è diviso in tre parti. La prima parte “Il quadro teorico”, suddivisa in cinque saggi, approfondisce il tema della devianza con particolare riferimento al tema/problema dell’autore di reato e alle strategie relative al trattamento. Si caratterizza per la costante attenzione volta a dare un ruolo attivo alla disciplina pedagogica quale “incubatrice” di ibridi modelli teorici e promotrice di pratiche, secondo rinnovate prospettive metodologiche multidisciplinari orientate sempre più a un percorso di autonomia rispetto alle discipline ad essa affini.

Il saggio di Laura Cerrocchi e Francesca Cavedoni “L’autore di reato e il trattamento entro le interrelate trame del conflitto e in prospettiva pedagogica” affronta il tema dell’autore di reato, contestualizzandolo e analizzandolo attraverso un’accuratissima disamina dell’evoluzione legislativa, scientifica e delle pratiche, nella cornice epistemologica della disciplina pedagogica, perennemente tesa verso un processo di emancipazione dalle altre scienze – la filosofia in particolar modo – e attraversata da un secolo problematico e contraddittorio come il Novecento. Analizza il problema del trattamento/reinserimento sociale soffermandosi sulle potenzialità e ricadute positive insite nella categoria del conflitto (sociale, culturale, biologico, psicologico) non per forza inteso nella sua matrice distruttiva bensì analizzato nella sua funzione coadiuvante una potenziale reciproca trasformazione e/o coevoluzione tra soggetto e ambiente.

Nello stesso tempo si ribadisce la necessità di non nascondere o negare il conflitto stesso poiché, in entrambi i casi, si amplificherebbero reazioni distruttive esterne o autodistruttive. Tale conflitto, inteso nelle sue varie articolazioni ed accezioni, risente profondamente delle trasformazioni sociali, economiche, tecnologiche, etniche, di genere che attraversano la contemporaneità, acutizzando e cronicizzando realtà già problematiche, come il tema/problema dell’autore di reato e del suo trattamento/reinserimento sociale/educazione, e sollecitando nuove chiavi di lettura per un’educazione che possa essere per tutte le età della vita.

Salvatore Vasta nel saggio “Corpi imprigionati, corpi senza prigione. Per un’ontologia del corpo recluso”, riflette, anche attraverso testimonianze storiche di “prigionieri famosi” quali Socrate, Campanella, etc., sulla capacità, ad opera delle categorie dello spazio, del tempo e del ritmo – forzate e ri-strutturate in una dimensione pre-formata inedita e imposta – di riplasmare l’esistenza del detenuto attraverso il mezzo del corpo che, in re-clusione, si trasforma, cerca una nuova forma di divenire e di equilibrio in un meccanismo speculare di corpi prigionieri dell’anima e dell’anima prigioniera di corpi.

Caterina Pongiluppi ne “Il contributo della giustizia riparativa” si occupa del tema/prospettiva della giustizia riparativa all’interno della fase esecutiva, sia esterna che interna, con l’obiettivo di ricostruire/trasformare la relazione distruttiva a favore di una risoluzione bidirezionale/mediazione di un conflitto, favorendo un percorso di autentica responsabilizzazione e ri-socializzazione da parte del reo. In quest’ottica il detenuto sperimenterebbe la possibilità di non soffermarsi esclusivamente sul reato commesso, circoscrivendo e cristallizzando la propria rielaborazione esclusivamente intorno all’evento e a se stesso, ma sarebbe chiamato ad aprirsi verso la persona offesa in un processo dinamico, critico e pienamente attivo/trasformativo.

Negli spazi normativi e nei programmi di giustizia riparativa relativi all’Esecuzione Penale Esterna, che contemplano diverse modalità e istituti per scontare la pena o parte di essa, risiede la possibilità di tale percorso rielaborativo del reato che deve essere monitorato scrupolosamente per evitare forzature e strumentalizzazioni che potrebbero inficiarne l’autenticità e minarne il senso.

Barbara Chitussi nel saggio “Identità, biografia, personalità. Michel Foucault e le alternative alla prigione” riflette sulla persistente ambiguità circa il concetto di persona che, secondo Foucault, a partire dal tardo Ottocento, viene alimentata ad opera delle scienze umane – in particolare la psichiatria e la filosofia – le quali da un lato ne evidenziano, secondo tradizione antica, la natura mutevole e teatrale (prosopon) e, dall’altra, dimostrano la volontà di agganciarla all’identità e alla continuità. Questa dicotomia si evince grazie alla rivelazione della natura violenta dell’archivio biografico e della funzione psicologica nel mondo detentivo sullo scorcio dell’Ottocento e all’inizio del Novecento. Per questo motivo Foucault ribadisce con forza l’esigenza di distinguere l’individuo giuridico dall’individuo disciplinare; l’occasione gli è fornita da una conferenza a Montreal, nel marzo del 1976, in cui discute della diffusione delle funzioni carcerarie.

Il saggio di Laura Cerrocchi e Francesca Cavedoni “Verso un’istituzione- istituente: la cura educativa per il reinserimento sociale di soggetti in Esecuzione Penale Esterna” approfondisce l’evoluzione del trattamento come cura educativa a partire dai processi di de-istituzionalizzazione recanti traccia della trasformazione dalla concezione repressiva detentiva a quella che contempla il reinserimento sociale e gli interventi ad esso connessi, uno su tutti l’educazione e la sua forma elettiva che è l’istruzione, intesa come “processo e pratica di ricostruzione costante delle esperienze […] entro una visione di modificabilità umana e/o di benessere individuale e collettivo […]”. Tale importantissima variazione concettuale e di prospettiva ideologica favorisce e testimonia il “passaggio spartiacque” dall’apporto di pratiche e metodologie proprie delle scienze esatte a quelle caratterizzanti le scienze umane, una su tutte: la cura educativa.

La seconda parte: “L’esecuzione penale esterna e le strutture intermedie: il quadro normativo e una prima rassegna delle ricerche e dei progetti” è in due capitoli. Nel primo: “Luoghi normativi e spazi fisici in Esecuzione Penale Esterna. Un quadro di riferimento”, Caterina Pongiluppi descrive l’apparato legislativo e l’iter evolutivo dell’attuale ordinamento penitenziario, con particolare riferimento alle misure e ai luoghi alternativi alla detenzione. L’autrice riflette in particolar modo sulla mancanza di uno statuto giuridico e circa l’esigenza di una maggiore stabilizzazione nell’erogazione dei finanziamenti a beneficio delle cosiddette “strutture intermedie” destinate all’accoglienza dei detenuti, al fine di garantire, in tempo e nelle migliori condizioni possibili, il processo per il reinserimento sociale. Nel secondo capitolo, “Le ricerche e i progetti. L’Esecuzione Penale Esterna e le rispettive strutture intermedie (comunità e/o gruppi-appartamento)”, Francesca Cavedoni e Laura Cerrocchi forniscono una lettura dettagliata e funzionale, e non meramente descrittiva, della rassegna effettuata – su scala internazionale, nazionale e regionale (focus sull’Emilia Romagna) – nell’arco di alcuni anni, di ricerche, progetti e strutture intermedie, evidenziandone alcuni limiti tra i quali l’assenza di finanziamenti e, dunque, di progetti dedicati e lo scarso interesse, anche a causa di problematici equilibri nei mutui rapporti di potere, da parte di discipline di settore che potrebbero altrimenti offrire significativi apporti al tema dell’ Esecuzione Penale Esterna.

La terza parte dal titolo “L’indagine e l’intervento sul campo” comprende un unico capitolo, “La ricerca-azione: tra analisi e messa a punto del setting pedagogico”, che si focalizza sulla componente prassica del sapere pedagogico, la ricerca-azione, riferita a realtà estese di settore ma soprattutto ad una specifica di riferimento: la “Casa don Dino Torreggiani” di Reggio Emilia, coordinata dalla Cooperativa di Solidarietà Sociale ONLUS “L’Ovile”. Sono illustrate dettagliatamente le analisi, comprese innanzitutto quelle di contesto e di bisogni, le fonti, gli strumenti, le metodologie e le finalità degli interventi formativi finalizzati tutti alla messa a punto di un setting pedagogico quanto più adeguato e funzionale ed in cui, opportunamente sostenuto, il soggetto ha un ruolo pienamente attivo, prodromico a un percorso trasformativo e di autonomia. La novità riguarda lo sforzo di coniugare ed integrare il progetto individuale e quello di comunità, accogliendo anche soggetti in post-OPG, poiché si è compreso che nelle dinamiche delle condotte antisociali esiste una componente “altra” ed ulteriore, oltre quella strettamente afferente alla storia personale dell’individuo e che riguarda proprio le relazioni interpersonali, “soprattutto non ascrivibili dalle trame e nelle pieghe del più complessivo conflitto (di genere, intergenerazionale, psicologico, economico, socio-culturale ed etnico-antropologico) (p. 200).

Tale ricerca-azione ha il privilegio di raccordare contributi interdisciplinari di modelli teorici e di ancorarsi a quadri legislativi in continua evoluzione non tralasciando l’esempio di “buone pratiche”, esemplificate nelle prime due parti della sezione, operando, nel contempo, una profonda riflessione sull’esigenza di riprogettare, adattare, modulare i setting educativi in una visione consapevole di un sistema integrato rinnovato “soggetto-comunità-società” all’interno del quale l’individuo è attivo e inter-attivo. Tale ricerca-azione, continuamente tesa tra teoria e prassi, progetto individuale e di comunità, ha dato vita ad un nuovo modello di servizio (di analisi e di intervento) operante alla Cooperativa “L’Ovile”, replicabile ed estendibile alla rete di settore, registrando, in diverse fasi, importanti ricadute in termini di lifelong, lifewide e lifedeep education. La ricerca-azione ha inoltre evidenziato la problematicità intrinseca alla costruzione di una lineare prospettiva pedagogica e fa il punto sulla frammentazione dei saperi e la supremazia di potere in merito al potenziale educativo, determinando molto spesso una cesura tra il mondo accademico e quello operativo che invece, come l’esperienza dell’UNIMORE[1]/L’Ovile dimostra, dovrebbero raccordarsi e agire condividendo i principi programmatici e prassici degli interventi i quali non riguardano solo il singolo detenuto ma, in una prospettiva olistica, la comunità in cui vive, dunque la società. È emersa infine un’istanza puntuale e indispensabile di revisione del curricolo formativo delle professionalità operanti all’interno delle strutture che si occupano dell’Esecuzione Penale Esterna e del post OPG, molto spesso sprovvisti di una formazione prettamente pedagogica a favore di una di ambito socio-sanitario o in virtù di una consolidata e acquisita tradizione scientifica secondo la quale il processo educativo riguarda e garantisce esclusivamente la prima parte dell’esistenza umana.

Il privilegio di questo volume consiste nell’aver inserito il tema dell’Esecuzione Penale Esterna in una prospettiva critica integrata e multidisciplinare, scongiurando il pericolo di effettuare un’analisi iper-specialistica, eccessivamente concentrata su un singolo segmento specifico dell’intero percorso detentivo, rischiando di appiattire la complessità che lo caratterizza nel suo insieme e di trascurare l’articolazione e la diversificazione delle competenze degli attori-operatori implicati. Essi appaiono sempre funzionalmente posizionati e “spiegati” rispetto al ruolo che assolvono e rispetto alle macro tematiche socio/politico/economico/culturali dalle quali sono imprescindibilmente influenzati in un processo dinamico, multidimensionale e di mutua trasformazione che connota di per sé la Pedagogia generale e, nella fattispecie, l’Educazione degli adulti. L’intera trattazione, nella sua componente teorica e strettamente operativa e procedurale, persegue un richiamo costante e puntuale alla componente dialettica che contraddistingue, storicamente, la scienza dell’educazione/formazione nelle sue antinomie costitutive “tra cui natura-cultura, logos-eros, individuo-società, identità-appartenenza, responsabilità sociale-autonomia individuale, regole-libertà, ecc.” (p. 11) e rende costantemente conto del dibattito epistemologico e metodologico che la percorre e la posiziona in varia relazione e prospettiva con le altre scienze. Con queste ultime sono evidenziate non soltanto le connessioni e l’apporto di contributi affini e di interrelazione ma anche gli elementi di frammentazione e di collisione “sul piano del potere delle e tra le discipline e le differenti prospettive disciplinari” (p. 11), facendo emergere la complessità sottintesa al laborioso processo di emancipazione della pedagogia dalle altre scienze (filosofia, biologia, antropologia, psicologia, sociologia, medicina).

L’esigenza delle autrici è quella di fornire una sistemazione quanto più esaustiva, sul piano teorico, e dettagliata, sul piano metodologico, come presupposto all’intera trattazione e, in particolare, al tema/problema dell’autore di reato e relativo trattamento per far sì che il lettore possa orientarsi sin da subito, con consapevolezza, nei livelli di analisi multidirezionali e interdisciplinari e nella lettura di linee evolutive di modelli e setting pedagogici.

Il processo di reinserimento sociale in Esecuzione Penale Esterna viene indagato non focalizzandosi esclusivamente sull’azione specifica sul/del detenuto ma analizzando il ruolo e il contributo funzionale e reciproco di ciascun attore coinvolto nel processo ribadendo l’importanza della partecipazione delle varie discipline nella presentazione dei contributi teorici dei capitoli iniziali e fornendo altresì, nella seconda e terza parte, una rassegna dettagliata (su scala regionale, nazionale e internazionale) dei progetti e i prodotti, in termini di analisi e setting pedagogici, di un’esperienza in particolare di ricerca-azione (Cooperativa di Solidarietà Sociale “L’Ovile”).

Al lettore vengono dunque offerti gli strumenti di lettura e di decodificazione di un complesso quadro epistemologico, procedurale e operativo ma, nello stesso tempo, gli si presentano evidenze dal solido impianto metodologico che è possibile esportare per poter replicare in contesti diversi, confutando il pregiudizio circa la presentazione di corpus teorici, astratti, sganciati da pratiche di sperimentazione e da ricadute socio-culturali a loro volta non scevre da criticità. In questo panorama va iscritta anche la riflessione circa la cogente necessità di ristrutturare, rimodulare o quanto meno esigere una formazione pedagogica del personale di settore, anche volontario, molto spesso non congruente, in quanto non specificamente richiesta, e pertanto predisponente a fenomeni di malessere e burn-out.

La complessità e l’ampiezza del tema della devianza e del reinserimento sociale dei detenuti in EPE[3] e la problematizzazione che ne deriva, soprattutto in rapporto al dibattito vivo in seno alla specificità pedagogica e in relazione alle contigue interrelate discipline umanistiche e scientifiche, preserva e paradossalmente accentua ancora di più la peculiarità e il ruolo della Pedagogia quale scienza coadiuvante proficui scambi multidisciplinari e quale matrice connettiva dei singoli apporti in una visione dinamica, articolata e aderente alle esigenze di lettura, interpretazione e condivisione dei processi.

Note

 

[1] Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

[2] Ospedale Psichiatrico Giudiziario.

[3] Esecuzione Penale Esterna.