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Costa, M. (2016). Capacitare l’innovazione. La formatività dell’agire lavorativo. Milano: FrancoAngeli
di Isabella Loiodice   

 

Il tema del lavoro e l’investimento nella dimensione formativa del lavoro stesso occupano ormai da diversi anni il centro del dibattito di differenti saperi disciplinari, individuando proprio nella pedagogia – scienza prima della formazione e dell’agire educativo – la disciplina più direttamente impegnata a coglierne la pregnanza e l’efficacia sul piano teorico e prassico.

Lo sguardo pedagogico – che nel volume di Costa si fa attento, profondo e critico – investiga la molteplicità di oggetti, soggetti e contesti che, oggi più che mai, si intrecciano tra loro a definire la complessità del lavoro, le sue molte sfaccettature, le sue continue trasformazioni che, proprio per la loro mobilità e transitorietà, necessitano di essere monitorate e governate per poterne orientare lo sviluppo senza tradire il diritto alla “libertà e realizzabilità umana” (p. 17).

La sfida è proprio questa: coltivare, aver cura ed espandere la dimensione dell’humanitas utilizzandola come leva strategica per orientare i processi di innovazione tecnologica e organizzativa di un mercato del lavoro e della produzione che necessita di una “giusta direzione” proprio per evitare che prevalgano gli interessi particolaristici, di mero utilitarismo e di potere.

Nel volume di Costa vengono efficacemente fornite alcune chiavi di lettura-intervento che vedono nell’agentività umana la possibilità/capacità di orientare l’innovazione individuando proprio nel lavoro – nella sua valenza sociale, organizzativa, culturale ed etica – lo spazio generativo di esperienze dense di significato, attraverso le quali potersi esprimere e realizzare i propri progetti e desideri, esaltando i propri talenti, intrecciando dimensione personale, sociale e professionale. Dunque, scrive Costa, “sviluppo umano e innovazione devono essere coniugati sulla base della libertà realizzativa umana. Seguendo questa logica, possiamo affermare che i nuovi contesti di innovazione richiedono, ancora prima dell’acquisizione di competenze tecniche, l’innalzamento dei livelli di consapevolezza sociale, di partecipazione, di responsabilità, di riflessività, di agentività nella realizzazione dei propri progetti di vita personali e professionali” (p. 43).

La costruzione di questo “discorso” si snoda nel volume attraverso sei capitoli densi di riferimenti bibliografici di differente appartenenza disciplinare ma tutti accomunati da una nuova vision del lavoro e delle sue ricadute sul piano dello sviluppo umano.

È proprio nel primo capitolo che si approfondisce la dimensione generativa e formativa dell’agire lavorativo per come essa risulta formata e tras-formata alla luce delle categorie pregnanti del lavoro oggi, cioè l’innovazione e la creatività. Categorie, queste ultime che necessitano di essere nutrite di “valori guida” che siano in grado di generare una nuova cultura ed etica del lavoro.

Infatti – si legge nel secondo capitolo – i principali cambiamenti dell’attuale paradigma post-fordista del lavoro si fondano su nuove dimensioni e nuove forme e modelli di economia che mirano sempre più a esaltare la dimensione sociale e relazionale del lavoro, come la sharing economy e la centralità dei network come valore pregnante dell’innovazione: “Le nuove geografie del postfordismo richiedono processi di apprendimento generativi capaci non solo di produrre ma anche di condividere e di dare senso alle diverse opportunità e risorse presenti nelle reti infrasistemiche” (pp. 66-67).

Il patrimonio di conoscenze e di capacità ma anche il più complesso corredo di risorse intangibili (il senso di appartenenza all’azienda, i progetti, i desideri, gli investimenti cognitivi ed emotivi) diventano fattore centrale e cruciale per dirigere e aumentare il potenziale di innovazione di un’organizzazione. In tal senso, precisa Costa nel terzo capitolo, “l’innovazione deve tornare a qualificare il senso generativo del lavoro, ripersonalizzandolo e liberandolo definitivamente da quella sorta di incapsulamento di una cultura tecnocratica di matrice produttivista e funzionalista della produzione: il lavoro oggi, se vuole essere realmente valore aggiunto per il processo di innovazione, deve qualificarsi come espressione di una nuova libertà dell’uomo, capace cioè di generare prospettive di innovazione e di sviluppo in cui il futuro riflette se stesso” (p. 106).

L’innovazione si esprime oggi in nuovi modelli di lavoro come lo smart working, che l’A. analizza nel quarto capitolo, segnalandone alcuni aspetti qualificanti che lo rendono qualcosa di più complesso della sola innovazione tecnologica e che mira invece proprio a valorizzare la dimensione comunicativa e collaborativa, l’investimento nelle capacit-azioni personali e la riprogettazione degli stessi spazi di lavoro secondo principi di flessibilità e di personalizzazione: elementi, tutti, idonei a promuovere e valorizzare la creatività come “motore dell’innovazione”.

Ciò che emerge, in particolare nel quinto capitolo, è l’integralità della persona che si mette globalmente in gioco in quei contesti e in quelle esperienze professionali che, per promuovere innovazione, fanno leva sulle emozioni così come sugli apprendimenti, sul corredo di esperienze professionali così come di quelle personali e sociali: “le organizzazioni e i contesti lavorativi divengono degli spazi di apprendimento privilegiati per sviluppare una matura consapevolezza della propria identità personale e delle relazioni che la costituiscono. L’aspetto formativo dei contesti produttivi rende ancora più manifesta la stretta connessione tra il buon funzionamento dell’organizzazione lavorativa e il benessere psico-fisico dei soggetti che ne fanno parte” (pp. 151-152). Non a caso Costa dedica in questo capitolo ampio spazio a uno specifico modello che è quello del capability approach di Sen e Nussbaum che, meglio di altri, individua nell’agentività e nello sviluppo dell’empowerment delle persone lo strumento idoneo a promuovere innovazione e sviluppo.

Ovviamente tutto questo non parte dal nulla né si sviluppa spontaneamente e casualmente: necessita invece di luoghi intenzionalmente formativi idonei a costruire, fin dai primi anni di vita, formae mentis capaci di costruire differenti modelli di organizzazione non solo produttiva ma, più in generale, sociale, politica e culturale. Di qui l’importanza della scuola e dell’orientamento − scrive Costa nell’ultimo capitolo − nel promuovere un diverso modo di far dialogare mondo della formazione e mondo del lavoro, non più come realtà disgiunte e in alcuni casi contrapposte bensì come esperienze che si intrecciano l’una all’altra. In tal senso, la recente introduzione dell’obbligatorietà delle attività di alternanza scuola-lavoro in tutte le tipologie di scuola superiore può rappresentare un’occasione reale e concreta per esaltare, da una parte, la dimensione formativa del lavoro e, dall’altra, la valenza pragmatica ed esperienziale della formazione scolastica e universitaria.

Si tratta, in ogni caso, di continuare a fare ricerca – teorica e sperimentale – sul costrutto della formazione e su come essa debba essere intesa/interpretata/utilizzata/valorizzata nel ripensamento e nella riprogettazione di tutti gli spazi di vita e di esistenza (la famiglia, la scuola, il mondo del lavoro, gli spazi dell’aggregazione sociale, politica e culturale), dei singoli e delle comunità ampliate in dimensione globale: senza mai fermarsi a un modello o punto di vista ma continuamente interrogandosi e rileggendolo – consiglia Margiotta nella sua post-fazione, anche in forma di augurio e di sprone per il suo allievo Costa – in una chiave interpretativa continuamente rinnovata, che superi vecchie logiche e che si faccia appunto “generativa” di nuove trame relazionali tra persone, contesti, situazioni, spazi del pensare e dell’agire umano.