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Ladogana, M. (2016). Progettare la vecchiaia. Una sfida per la pedagogia. Bari: Progedit
di Antonella Cagnolati   

 

Come risulta ampiamente noto, sia a livello di vulgata doxa, sia a livello di seri e inappellabili studi scientifici, la questione del progressivo invecchiamento della popolazione pone in campo molteplici quesiti di carattere sociologico, medico, politico. Rispetto ad un panorama storico che nell’immediato secondo dopoguerra presentava una piramide al cui vertice si trovava un numero esiguo di anziani ed una base ricca di giovani, ciò che appare nella nostra quotidianità è l’esatto contrario. Un fenomeno di tale entità non può, ça va san dire, non destare l’interesse di coloro che se ne occupano per professione – in primis i medici – senza che tuttavia si rifletta non sul paradigma in sé dell’invecchiamento, bensì sulle modalità con cui gli individui si avviano alla terza e quarta età. Se adottiamo quindi quest’ultimo e radicalmente innovativo punto di vista, la vecchiaia diviene un topos socio-culturale sul quale di necessità molti più attori hanno l’obbligo di intervenire per rendere questa fase della vita meno solitaria e patologica. Plurimi proclami e carte d’intenti varati dalle istituzioni internazionali (in particolare l’OMS) hanno più volte richiamato l’attenzione sul costrutto dell’invecchiamento attivo, attraverso l’adozione di un ventaglio ampio di strategie, comportamenti e prassi. Su tale controverso fronte, mirando a decostruire il negativo immaginario simbolico della vecchiaia come età inutile alla società e dannosa per il soggetto, si muove il bel volume di Manuela Ladogana che da sempre si occupa della tematica con profondità di studi e raffinato approccio scientifico. L’autrice esordisce nella sua disanima chiarendo subito come la vecchiaia si collochi inevitabilmente su un piano sociale – e dunque richieda politiche con le quali governare un fenomeno talmente complesso – e su un piano più squisitamente individuale, allorquando il soggetto percepisce il suo stato di “anziano” e riverbera tale condizione nel suo vivere quotidiano. Ben documentato nella sua prima parte sulle dimensioni quantitative delle statistiche che rendono ragione dell’urgenza con la quale l’invecchiamento dovrebbe essere affrontato nella sua complessità, il volume ci conduce nell’esplorazione della letteratura scientifica che, pur proveniente dal mondo anglosassone, ha trovato degni epigoni anche in Italia (F. Pinto Minerva, M. Baldacci) nella volontà di operare una netta revisione delle interpretazioni che vengono fornite sull’età anziana. Pur enfatizzando l’antinomia tra un’immagine di lentezza e di esclusione con le quali si categorizza l’anziano rispetto ai ritmi della società capitalistica e produttiva, Ladogana rivendica il ruolo fondamentale di una vita activa che solo può darsi avvalendosi di una rete che generi supporti sociali e motivazioni tali da garantire un tempo sociale ricco di occasioni. Opportunamente l’autrice sottolinea come il processo d’invecchiamento sia eterogeneo e variabile in virtù di una polifonia di fattori (p. 48), e come la determinante della salute giochi un ruolo basilare nell’inclusione/esclusione dell’anziano. Tuttavia il fattore imprescindibile risulta essere l’educazione: tale strumento si configura come strategia per giungere ad un padroneggiamento delle life skills atte a rendere i soggetti capaci di controllare la propria salute. In aggiunta l’educazione permette di riconfigurare la quotidianità attraverso l’attribuzione di senso a gesti, emozioni e progetti. Il volume, strutturato in cinque capitoli e impreziosito da una corposa bibliografia, si propone dunque come un valido tassello nel complesso mosaico di analisi e studi sulla senectus, non più intesa come momento per prepararsi al lungo viaggio attraverso l’ars moriendi bensì come luogo di un progettare ancora individualmente attivo e socialmente efficace. Per la perizia nell’argomentare su un tema tanto scottante e per l’indiscutibile originalità, al volume è stato meritatamente attribuito il Premio Nazionale SIPED 2017.