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Mazzucco, M. G. (2016). Io sono con te. Storia di Brigitte. Torino: Einaudi
di Ludovica Lops   

Un insieme di dossier compilati e custoditi dal Centro Astalli. È tra questi fogli che Melania G. Mazzucco si imbatte per la prima volta nella vicenda di Brigitte Zébé, congolese rifugiata in Italia. Il percorso di rinascita e integrazione della donna è ancora in divenire: la Mazzucco vuole raccontarlo, Brigitte accetta di condividerlo. Io sono con te è la storia delle sue vite.

A collection of dossiers compiled and kept by Astalli Center. In those papers, for the first time, Melania G. Mazzucco reads the story about Brigitte Zébé, a refugee who comes from the Democratic Republic of Congo. Her rebirth and integration are still in progress: Melania G. Mazzucco wants to write about her story, Brigitte agrees to share it. I’m with you is the story of her lives.

Dove eravamo il 1° novembre 2012? E il 27 dicembre seguente? La notte di Capodanno? Cosa stavamo facendo alle 12 del 6 agosto 2013 o la sera del 31 agosto 2014? Forse questi giorni sono trascorsi tranquilli o insignificanti, forse ci siamo sentiti felici o indefinitamente tristi e, semplicemente, non lo ricordiamo. Ci sono date che segnano la Storia di una Nazione, di un popolo, a volte del mondo intero. Entrano nei manuali come pietre miliari del lungo percorso dell’umanità, sbiadendo a poco a poco insieme alla memoria, quando diviene collettiva. Ma questi non sono che un’esigua parte dei giorni che gli uomini vivono. Per lo più, ciascuno si trova a imbastire il proprio personale libro di storia, fissando date, dividendo in capitoli dai limiti provvisori, evidenziando parole in grassetto che in pochi leggeranno.

Primo novembre 2012, 27 dicembre 2012, 1° gennaio 2013, 6 agosto 2013, 31 agosto 2014. Abbiamo attraversato questi giorni ma il risultato della loro somma ha un valore unico per ognuno. Per Brigitte Zébé Ku Phakua valgono la fine di una vita, l’inaspettata possibilità di sopravvivenza, la fuga disperata, il ritorno al suo essere madre e poi, di nuovo, l’abbandono di ogni certezza. Sono alcune delle coordinate temporali che scandiscono il ritmo di una storia che è solo sua.

Affrontando Io sono con te, il lettore è chiamato a svolgere un compito ben più arduo di quello che avrebbe potuto aspettarsi. Accettare la veridicità della vicenda, intimamente e consapevolmente, abbandonando le istintive riserve che “la nostra educata immaginazione di europei nati e cresciuti in tempo di pace”(p. 32) frappone tra noi e un racconto che la sola inconsapevolezza fa sembrare incredibile, non comporta la difficoltà che ci si sarebbe attesi. Melania G. Mazzucco realizza, infatti, quello che “si chiede […] all’autore di un romanzo” (p. 129): “riesce a sospendere la nostra incredulità” (p. 129), facendosi seguire nei luoghi e nei momenti che intende mostrare e che, senza ambiguità, delinea davanti ai nostri occhi. Il patto di fiducia tra il lettore e l’autore, necessario quando ci si accosta a una storia che trova nella veridicità la sua forza intrinseca, non viene mai interrotto. Il risultato è un testo a cui ci si abbandona, nonostante la difficile architettura.

L’alternanza continua, a tratti convulsa, dei piani spazio-temporali sacrifica quel procedere lineare in cui spesso una storia viene appiattita nel suo passaggio in forma scritta, e riflette e concretizza la complessità della vicenda e, di conseguenza, del racconto di Brigitte. “Le nostre conversazioni somigliano a una divagazione inconcludente. Procediamo per salti improvvisi, associazioni frammentarie, da un argomento all’altro […]. Parliamo anche di ciò che le è successo. Ma con delicatezza. Le ho detto che non cominceremo dall’inizio. Quello che ha sopportato in Africa, me lo dirà più avanti, se ne avrà voglia. Se si fiderà di me” (p. 4), specifica la Mazzucco. E questi salti nel tempo e nello spazio che, numerosi, affollano la narrazione sono articolati, potenzialmente assai rischiosi, ma la struttura è solida e saldamente tenuta insieme dalla scrittrice, che non tradisce quelle esitazioni che pure ammette di aver avuto in fase di realizzazione (M. G. Mazzucco, commento personale, 29 marzo 2017). L’autrice fa compiere, quindi, al lettore lo stesso percorso che ha affrontato lei stessa nei tanti mesi passati ascoltando Brigitte: si è trovata “davanti a un puzzle infranto [da] ricostruire un tassello alla volta” (p. 229), ed è questa la sensazione che il libro trasmette.

La scelta strutturale operata dalla Mazzucco si rivela per molteplici motivi indicata. Oltre, infatti, a restituire appieno la complessità e la profondità dell’operazione svolta dalle due donne, rendendola tangibile e non solo supposta, guida il lettore e lo prepara ad apprendere ciò che il testo, passo dopo passo, disvela. Vediamo la trentottenne Brigitte Zébé vagare, sperduta, nella stazione Termini, dormire per terra e mangiare rifiuti ben prima di sapere che nel suo Paese, la Repubblica Democratica del Congo, possedeva due cliniche e aveva il potere di salvare vite. Sperimentiamo la sua fede in Dio prima di realizzare che ad aver innescato quel vortice di eventi è stato il suo rifiuto a uccidere sette manifestanti ricoverati, la scelta di non venir meno a un giuramento – quello di Ippocrate, prestato diventando infermiera – e al suo essere umana e cristiana. Ha già camminato per i corridoi del Centro Astalli di Roma e incontrato Filippo e Francesca, i suoi primi custodi, quando descrive le torture, gli stupri e le atrocità subite durante i 60 giorni di prigionia. Scopriamo che è ancora madre prima che ripercorra i mesi in cui ha temuto di non esserlo più. È viva quando ricorda l’attimo in cui ha appreso che la sua morte era programmata per il 3 gennaio 2013.

Attraverso tale concatenazione di anticipi e rimandi, di traguardi rivelati e tappe posposte si ottiene l’attenuazione della naturale curiosità di scoprire quale sia il finale della vicenda. Perché la vita di Brigitte – mentre lei racconta, Melania G. Mazzucco scrive e noi, oggi, leggiamo – è in divenire e perché, a contare, non è tanto la provvisoria conclusione, quanto il percorso di distruzione e ancor più di ricostruzione affrontato.

È proprio l’iter umano e burocratico intrapreso da coloro che giungono in Italia fuggendo dal proprio Paese uno degli aspetti privilegiati di Io sono con te. “Subiamo la dittatura dell’emergenza, senza ragionare sulla durata né concepire una prospettiva. Anche se buona parte di coloro che sbarcano se ne andranno in un altro paese europeo, altri finiscono per restare […]. Non hanno nessuno da raggiungere, nessuno che li attende […]. Chi o cosa pensano, sono o diventeranno ci riguarda” (pp. 200-201); riusciamo “a immaginarli sempre solo durante il drammatico viaggio, mentre annegano in mare o quando finalmente sbarcano in Italia” (p. 200). E poi? La domanda ritorna incessantemente, in ogni istante del percorso di Brigitte. La storia è la sua, gli ostacoli e le situazioni che si presentano appena varcata la soglia della stazione Termini sono, però, comuni a molti. La fotosegnalazione, la domiciliazione fittizia, la domanda di protezione internazionale, le case di accoglienza, il ticket per il pranzo in una mensa, l’audizione al cospetto della commissione territoriale: mangiare, dormire, lavarsi, avere dei documenti, persino esistere ufficialmente in uno Stato si traduce in interminabili attese, file su marciapiedi, schede e dossier dal destino incerto su una strada in cui non si può far altro che affidarsi. A coloro che operano nei centri di assistenza, ai volontari, ai funzionari di un Paese che non si conosce ma che si spera scelga di accogliere concedendo lo status di rifugiato o, almeno, la protezione umanitaria o sussidiaria. Questo per chi, come Brigitte, ha la fortuna di incontrare un uomo che scriva su un tovagliolo l’indirizzo in cui chiedere e ricevere aiuto. Per tutti gli altri c’è la clandestinità, e chi è clandestino non ha “diritto nemmeno a farsi una passeggiata” (p. 178).

Nonostante la comune percezione quotidiana e gli altissimi e crescenti numeri riportati dalla Mazzucco (pp. 180-181) facciano risaltare la grande portata del fenomeno della migrazione, l’atteggiamento che traspare a riguardo in Io sono con te non è di resa o sconforto, bensì di tenace impegno. L’incessante azione e la costante sinergia tra coloro che operano nel settore – volontari, religiosi, medici, avvocati, assistenti, funzionari – non è una goccia nel mare destinata a disperdersi. Fa la differenza. L’Italia che ne viene fuori è un Paese in cui, sì, quando si cerca lavoro “il colore nero è proprio un deterrente” (p. 183), ma è anche l’unico a offrire asilo umanitario ai “sieropositivi e i malati di Aids […]. E anche gli invalidi, e gli affetti da malattie gravi, che nei loro paesi d’origine non potrebbero curarsi” (p. 62). È lo Stato che, con le “centoventitre lingue in cui un richiedente può domandare di essere ascoltato a Roma” (p. 124), “pratica una sorprendente ecologia linguistica” (p. 124). È “il paese più omofobo dell’Europa occidentale [che però] si è rivelato generoso con gli omosessuali dell’Africa occidentale” (p. 130).

Le vite di Brigitte Zébé – donna libera, prigioniera, clandestina, rifugiata – sono allora sue e di tanti, uniche e simili a centinaia di migliaia di altre. Alcune non saranno mai riferite per quelle che sono state davvero, ma adeguate all’ascolto di orecchie italiane, francesi, tedesche, inglesi, di coloro, cioè, chiamati a giudicarle sufficientemente disumane da concedere, a chi le ha vissute, il diritto di essere accolto. “Molte delle storie raccontate nelle domande dei richiedenti asilo, con la gelida laconicità dei referti burocratici, sono false, o lo sono in parte. I fatti sono ingranditi, le persecuzioni accresciute, le torture aggravate” (p. 32), e la Mazzucco continua: “mentre cerco di ricostruire le tappe dell’odissea di Brigitte, chiedo ai commissari [della commissione territoriale] come facciano ad accertare i fatti […]. Faccio una scoperta stupefacente. Lo stato [italiano] non pretende che loro accertino i fatti […]. Ciò che lo stato chiede è che i fatti narrati siano verosimili […]. L’Italia del futuro nascerà in base alle storie che saranno state raccontate. E saranno state raccontate, e perciò costruite, per noi. Siamo i lettori e i critici del romanzo nazionale. Non gli autori del racconto” (p. 129).

In un simile intreccio di vite – di Brigitte e di coloro che incrocia nel suo cammino congolese e italiano – trovano spazio e legittimazione i numerosi spunti di riflessione offerti dalla lettura di Io sono con te, riflessioni universalmente umane in cui riconoscerci. Il rapporto tra orgoglio e identità ne è un esempio. Nel passaggio da donna economicamente indipendente, madre vedova di quattro bambini e membro attivo della comunità – la tessera di appartenenza alla Croce Rossa è l’unico oggetto da cui riesce a non separarsi – a prigioniera vittima di torture, umiliata psicologicamente e fisicamente, e poi clandestina, le ferite inferte al suo orgoglio, che mai viene meno ma che deve sottomettersi alle necessità della sua nuova condizione, coincidono con la progressiva perdita d’identità. “Se fosse ancora la persona che è stata, le verrebbe in mente di lavarsi il viso […]. La pulizia come forma di rispetto di sé e degli altri è una delle prime cose che le ha insegnato sua madre […]. Ma la mattina del 27 gennaio [2013] lei non è in grado di pensare a niente e non ricorda neppure di avere una madre. Non si lava il viso” (pp. 13-14). “La psicologa osserva che Brigitte sta cercando di rappresentare il personaggio della donna forte, indipendente e sicura di sé […]. Ma è come se non volesse accettare la sua situazione attuale né rendersi conto che dovrà prendere delle medicine e lasciarsi aiutare. È importante che ristabilisca il contatto fra la donna che è stata – che ha voluto essere, che ha immaginato e desiderato di diventare – e quella che non ha scelto di essere ma che comunque adesso è. Invece sembra che sia divisa – spezzata in due” (p. 71). Il lungo percorso che intraprende in Italia, prima ancora che burocratico, è di riaffermazione di sé. Dovranno trascorrere 21 mesi dalla notte della sua incarcerazione prima che riesca a rispondere, a colei che le ha annunciato che il termine della sua permanenza nella casa di accoglienza è scaduto: “Non posso tornare per strada. Non sono un cane, sono un essere umano – una persona, come te” (p. 191).

Strettamente connesso al tema dell’identità è il valore vivificante del lavoro. “Io sono nata per lavorare” (p. 69), dichiara Brigitte. Cercare un impiego diventa il motore costante della sua quotidianità italiana; trovarlo significa recuperare l’indipendenza, liberarsi dal vincolo della carità e poter essere di nuovo una madre in grado di sostentare i propri figli. Tornare a scegliere e decidere per sé: “Ieri, per la prima volta da anni, ha ricevuto lo stipendio per il suo primo mese di lavoro […]. Tutto ciò che ha, da quando è arrivata a Roma, non è suo. Né la casa, né il letto, né gli abiti […]. Ieri possedeva di nuovo qualcosa […]. Era felice. Ha deciso di regalarsi una cosa superflua” (p. 226). Lavorare equivale a smettere di essere rifugiata per essere infermiera, badante, cameriera o altro.

Proprio in questa prospettiva di reinserimento sociale si erige l’attività delle associazioni e organizzazioni religiose e di coloro – uomini di Chiesa e non – che con esse collaborano. Tra queste, il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS). “In Italia dal 1981, il JRS è ormai in 51 paesi, e l’imperativo è essere ovunque ci sia un rifugiato. E i verbi sono servire, accompagnare, difendere. Da cui derivano reinserire e ricongiungere: nella società e con la famiglia. Perché accogliere non basta […]. Lo Stato – che in qualche modo e pur tra imbarazzanti lacune riesce a farsi carico dell’emergenza e della prima accoglienza – latita del tutto dopo” (p. 154).

La collaborazione tra enti religiosi e pubblici può concretizzarsi in esempi di eccellenza come il SaMiFo, Salute Migranti Forzati. Nato nel 2006 dall’accordo tra il Centro Astalli stesso e la ASL Roma e attualmente coordinato dal Dr. Giancarlo Santone, una delle figure determinanti nel percorso italiano di Brigitte, il SaMiFo offre, oltre a servizi di medicina generale e legale, ginecologia e infettivologia, un supporto psicologico e di psichiatria transculturale. Perché l’odissea di un migrante forzato ferisce non solo il suo corpo ma anche – e forse in modo ancor più spietato e brutale – la mente. Prendersi cura di questi uomini e donne si deve tradurre, quindi, in un’idea olistica della guarigione.

In una simile visione entra in gioco l’imprescindibilità del riconoscimento delle diversità, in primis culturali. Il dott. Santone – scrive la Mazzucco – aveva scoperto al SaMiFo “le abissali differenze tra i modi di soffrire dei bianchi e dei neri. E lui che crede nell’uguaglianza, e vive per realizzarla, ha dovuto ammettere che ci visitano demoni diversi, ci perseguitano fantasmi diversi, non sogniamo nemmeno gli stessi sogni […]. Anche i sintomi hanno bisogno di un’interpretazione culturale, altrimenti restano muti” (p. 110). Come è necessaria un’esperienza e una preparazione specifica per conoscere le malattie e i disturbi più diffusi tra i migranti per poter intervenire in modo rapido e mirato, così non basta essere psicologi o psichiatri per poterli realmente aiutare. Una nuova generazione di esperti va formata e diffusa capillarmente nel territorio nazionale, affinché il SaMiFo non resti un caso isolato.

Quando la comprensione porta all’accettazione di tali differenze, è possibile sospendere il giudizio e aprirsi all’altro. È raccogliendo le testimonianze nel Centro Astalli, ad esempio, che Filippo può superare lo sconcerto dovuto alla “facilità con cui un uomo dimentica di avere una famiglia, e dei figli. Separarsene e abbandonarli per salvarsi gli appare naturale” (p. 216), imparando “che si tratta di un comportamento culturale” (p. 216), risultato di un’abitudine legata alla necessità di emigrare in cerca di un lavoro.

Se, però, la vita di un uomo può essere scandita dalle partenze e dalle lontananze, quella di una donna no. Per questo Brigitte è e resta prima di tutto una madre. In ogni tappa del suo percorso, la sua stessa sopravvivenza è legata a quella dei suoi quattro figli. “Vorrebbe vivere, se vivessero i bambini. Se sono morti, invece, la sua vita non ha più significato” (p. 92). Il 1° novembre 2012 lei, portata via nel cuore della notte, ha smesso di esistere in Congo. Il risultato più devastante è l’incognita di quello che, da quel giorno, poteva essere stato il loro destino. Saperli al sicuro, significa, per Brigitte, recuperare uno dei suoi ruoli, una parte fondamentale dell’identità abbandonata.

L’iter che porta alla ricostituzione del nucleo familiare è complesso, lungo e non ancora concluso. Tuttavia, l’arrivo in Italia dei due figli maschi cambia la struttura della narrazione e fa entrare il lettore in una nuova fase della vicenda. Dalla descrizione dei fatti del 17 ottobre 2015, quando Gervais e Chrichina atterrano a Fiumicino, l’alternanza dei vari piani spazio-temporali cessa. Da quel momento, il racconto scorre lineare: Brigitte ha uno scopo – quello di garantire ai suoi ragazzi un’esistenza dignitosa e far giungere in Italia le due bambine –, la sua vita può procedere seguendo una direzione, senza esitazioni. I fili di una trama interrotta quasi tre anni prima si sono, almeno in parte, ricongiunti.

La presenza di Gervais e Chrichina permette a Melania G. Mazzucco di riflettere – e far riflettere – sugli ostacoli e le difficoltà di questi ragazzi, doppiamente innocenti, che “si ritrovano da un giorno all’altro in un paese di cui ignorano tutto, con una madre che quasi non conoscono, e che comunque non somiglia alla donna con cui hanno vissuto” (p. 234). Chrichina, che non si è mai separato dalla sua gemella Aissy e che ora vive in un continente diverso dal suo. Gervais, che “non ha colpa, non ha idee politiche o ideali da scontare, né comportamenti nobili e però ribelli da pagare […]. Era uno studente di liceo, è diventato un profugo” (p. 236). Loro, come tutti gli altri, per ricongiungersi al genitore devono condividerne la condizione, senza sconti.

È proprio ai figli di Brigitte che la Mazzucco dedica Io sono con te, “perché sappiano chi è stata e chi potrà essere la loro temeraria, fragile e infranta e però indistruttibile madre” (p. 253). Tutto quello che la donna ha deciso di donare, raccontando la sua storia, può essere in qualche modo restituito ai quattro bambini che ne hanno pianto per mesi la morte. Il tema del racconto e del suo valore, anche terapeutico, è uno dei leitmotiv dell’opera. Molte volte Brigitte è chiamata a riferire le vicende che l’hanno condotta in Italia, compilando i dossier per richiedere asilo o davanti a medici e commissioni. Lo fa – come molti nella sua stessa condizione – “con distacco, la voce neutra, senza alcuna espressione, quasi come un automa […]. Senza piangere, senza emozionarsi, con una indifferenza che sconfina nella freddezza” (p. 32), perché “fingere che ciò che è accaduto a noi sia invece accaduto a un altro” (p. 32) rende sopportabile le ferite. “Ci vorranno mesi prima che lei accetti di riconoscersi in quella storia” (p. 33), e certo non la condividerà con un estraneo. È per questo che l’impegno della Mazzucco, nel corso dei loro incontri, deve assestarsi su un equilibrio tra due poli apparentemente opposti: da un lato la scrittrice deve ascoltare e deporre la propria storia, dall’altro è imprescindibile che, a sua volta, sia pronta a metterla in gioco raccontandola. La Mazzucco entra appieno in Io sono con te, diventandone a tutti gli effetti un personaggio. Come Annemarie Schwarzenbach del suo Lei così amata; come la stessa Brigitte Zébé.

Penetrando nel testo, l’autrice porta con sé momenti della sua vita di donna e scrittrice. Il viaggio in Asia fatto per allontanarsi dai suoi libri (p. 191), il rammarico e la delusione per alcune reazioni (o non-reazioni) al neo editato Sei come sei, l’esperienza della prossimità della morte, i rapporti con il Centro Astalli: tutto entra di diritto nella narrazione poiché fa parte del percorso che l’ha resa pronta a riconoscersi in Brigitte. Questa compresenza funzionale si traduce nell’alternanza di due voci narranti, entrambe in prima persona. Una è di Brigitte, che sola può far conoscere gli avvenimenti congolesi. L’altra è della Mazzucco, più discreta – tanto da confondersi, talvolta, con una più generica terza persona –, che esplora gli anni romani.

Accompagnato in questa alternanza di piani e punti di vista, in un intreccio di vite e storie, il lettore – dicevamo – deve compiere uno sforzo. Se, infatti, lasciarsi coinvolgere dal racconto, sentirsi solidale e umanamente vicino a Brigitte è un risultato quasi istintivo, ben più difficile è compiere il procedimento inverso, fare un passo indietro: ricordarsi che non si è lei né si vive la sua condizione. Quel senso di impotenza che la donna prova e che chi legge, per empatia, può avvertire deve essere eliminato. Si può essere la signora che offre il lavoro alla rifugiata di una casa di accoglienza, il volontario del Centro Astalli o lo sconosciuto che ne scrive l’indirizzo su un tovagliolo.

Brigitte è un esempio virtuoso dei risultati di un buon lavoro, frutto di impegno, collaborazione e competenza. Sta a noi cittadini rendere possibile che si ripeta ogni giorno.