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Educatori domani: contro l’immobilità
di Gianni Nuti   


Il contributo, a partire da considerazioni sull’ambivalenza che la società liquida determina nelle organizzazioni, nei sistemi di coesione e cooperazione tra uomini trasformando le certezze in rigidità e i dinamismi in potenziali fattori di rischio (Bauman, 2015), illustra gli esiti di un percorso formativo realizzato in una piccola regione italiana per 140 educatori professionali operanti in servizi e strutture di utilità pubblica molto eterogenei.

Questo allo scopo di conoscere reciprocamente le singole realtà organizzative, cogliere i bisogni trasversali, promuovere iniziative permanenti di mutuo aiuto, di confronto e riflessività pratica capaci di dotare ciascun educatore di chiavi di lettura adatte ai continui mutamenti, di competente trasferibili in contesti differenti aumentando così la propria adattabilità professionale. Questo applicando formule di apprendimento trasformativo (Mezirow, 2003), di didattica narrativa (Demetrio, 2011) e di lavoro cooperativo tra pari (Chianese, 2014) per costruire un risultato finale pubblico ad alto coefficiente di espressività, coerenza formale e significatività rispetto alle urgenze della professionalità educatore nella modernità.


The contribution starts from the considerations on the ambivalence that liquid modernity determines in organizations, on the systems of cohesion and cooperation among men, transforming rigidity and dynamism into potential risk factors (Bauman, 2015), illustrates the outcomes of a path Training in a small Italian region for 140 professional educators working in very heterogeneous public services and utilities. This is to get acquainted with individual organizational realities, to grasp cross-cultural needs, to promote permanent mutual aid, comparison and practical reflection initiatives capable of providing each educator with read-only keys suitable for continuous changes that are transferable in different contexts, thus increasing its professional flexibility. This by applying transformative learning formulas (Mezirow, 2003), narrative didactics (Demetrio, 2011) and adult peer cooperative work (Chianese, 2014) to build a public high end result with expressiveness, formal consistency and significance over urgencies of education professionalism in modernity.


“I turbini sollevano la polvere

sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi

deserti, ove i cavalli incappucciati

annusano la terra, fermi innanzi

ai vetri luccicanti degli alberghi.

Sul corso, in faccia al mare, tu discendi

in questo giorno

or piovorno ora acceso, in cui par scatti

a sconvolgerne l’ore

uguali, strette in trama, un ritornello

di castagnette”.

Eugenio Montale, Ossi di Seppia


1. Premessa


Il clima descritto dal poeta è assai simile a quello che le persone in questa Europa contemporanea respirano nelle loro quotidianità turbolente, instabili e illuminate da chiaroscuri continuamente mutevoli, sorprendenti eppure incasellate dentro una trama temporale piatta e monotona (Schmidt, 2006). Dunque, un cambiamento permanente e fluido dei fenomeni circostanti non sembra produrre una conseguente evoluzione esistenziale nella quale la persona colma progressivamente le proprie mancanze alimentando una dialettica vitale tra desiderio e conquista. I vettori che in modo caotico, non controllabile né prevedibile governano l’evoluzione del mercato, della circolazione di beni e di persone, delle forme di convivenza e la trasformazione degli oggetti di cui ci serviamo non concorrono a incrementare il benessere personale ma l’inquietudine (Eco, 2016), e in due forme diverse: per chi vede crollare alle radici le certezze rispetto al venir meno delle condizioni minime per la sopravvivenza, dunque rischia il posto di lavoro o vede sfilacciarsi la rete affettivo-relazionale il futuro è di precipitazione, di crollo luttuoso, ma comunque vitale, perché se l’epilogo non è tombale e autodistruttivo può generare controspinte verso la resilienza, una rinascita. La seconda interessa coloro che non vedono rischi per le colonne portanti della loro vita, ma mescolano desideri di uscita dal proprio cerchio esistenziale consolidato con il rifiuto a cavalcare l’onda della liquidità accettando i rischi che questo comporta: in questo modo si resiste alla mutazione, adottando una strategia difensiva a oltranza che spinge a chiudersi in coperta in attesa che la tempesta s’attenui. In entrambi i casi si è vigili, pronti a cogliere l’evento, il “segno di un’altra orbita” che lasci presagire un altrove, dove il tempo è scandito e riconoscibile, ma vivo, perché organizzato per profili “musicali”. La società liquida è caratterizzata da un’ambivalenza di fondo che nelle organizzazioni, nei sistemi di coesione e cooperazione tra uomini sta alimentando forme di disagio crescenti, conflittualità più o meno conclamate e che va aggredita con maggiore forza e determinazione di quanto non si sia fatto fino a oggi, prima che questo ribollire non esondi. Una delle possibili strade praticabili per attrezzare gli individui nell’affrontare questa condizione instabile è promuovere occasioni formative all’interno delle organizzazioni che condividono un corpus di bisogni condivisi, promuovendo una spinta verso la generatività sociale (Colazzo, 2007).

La fluidità dei processi sociali è infatti di difficile afferrabilità, ma non per questo necessariamente mortifera o perigliosa, semplicemente è costruita su dinamiche meno modulari e iterative rispetto a quelle del passato, induce azioni motorie più vicine al surfing che alla marcia ma non trattiene in vortici chiusi più di quanto i vecchi modelli storicizzati non costringessero i viandanti in gabbie ortogonali. Se la perdita di orizzonte collettivo è causata, come il pensiero di Bauman (2015) suggerisce, dall’impossibilità per l’individuo di riconoscersi come coprotagonista di un’unica narrazione di comunità e oggi nessuno schema predeterminato regge il confronto con la libera scelta di fronte alla congerie di possibilità offerte dal reale, è ragionevole che anche un’offerta formativa destinata a un target adulto e fortemente orientato debba possedere le caratteristiche di adattabilità e di co-costruttività tali da somigliare più a una improvvisazione in jam session piuttosto che all’interpretazione di una sinfonia classica da parte di un autorevole direttore d’orchestra. Ma soprattutto, l’obiettivo dovrà essere quello di permettere a ciascuno di trovare la voce più consona per esprimere la propria storia non per cercare adesioni, né per incrementare reciproci antagonismi − che rappresentano una delle principali cause della liquefazione del tessuto sociale − ma per favorire un gioco di mutui riconoscimenti d’autenticità e di forza. Tutto ciò fino ad alimentare la volontà di condividere gli aspetti trasversali al punto da costituire un sistema unitario tra differenze, in ragione della loro complementarietà e del loro essere armoniosamente compatibili, talora compresenti e intrecciati. Dunque l’approdo è una storia delle storie, che non ha epilogo, ma un continuum metamorfico in cui i finali sono relativi e mai assoluti come una serie televisiva tra quelle interminabili che spopolano sui canali on demand e rappresentano una forma emergente di produzione d’arte popolare (Salmaso, 2014).


2. La formazione per gli educatori di domani: uno studio di caso


Tra le professioni che hanno nell’ultimo decennio vissuto le conseguenze dirette di un indebolimento del tessuto sociale europeo su tutti i fronti − dalle situazioni di rischio esclusione sociale alla netta riduzione delle risorse pubbliche con conseguente ridimensionamento del sistema dei servizi residenziali, semiresidenziali scolastici e domiciliari a sostegno delle persone con differenti fragilità − quella dell’educatore è in prima linea, e questo merita la dovuta attenzione sia da parte del decisore tecnico-amministrativo e politico che da chi si deve occupare di formazione permanente e continua (Cristoldi, 2008).

Questo studio di caso affronta il tema dell’identità dell’educatore in una comunità regionale piccola come la Valle d’Aosta, ma eterogenea e in rapida mutazione non solo per le provenienze degli attori coinvolti, ma anche per i ruoli coperti, le relazioni e gli equilibri tra imprenditoria sociale pubblica e privata e non ultimo per l’impatto che la crisi dal 2008 a oggi ha avuto sul tessuto socio-economico regionale costringendo, per la prima volta nella sua storia recente, l’amministrazione a ridimensionare i suoi investimenti sul welfare proprio a fronte di un processo di impoverimento inedito per una delle zone più ricche d’Europa. Promuovere una formazione che faciliti processi riflessivi e di consapevolezza dei ruoli e delle potenzialità che ciascuno, nel proprio agire professionale, può esprimere rappresenta un’arma efficace per contrastare le forme di disamoramento al proprio mestiere ma anche per perseguire forme di autorealizzazione e gratificazione personali (Ascenzi, 2005).


3. Il quadro di contesto e l’analisi dei bisogni formativi


Il vantaggio di un milieu come quello preso in esame è costituito da una forte concentrazione dei processi decisionali sull’ente regione e una importante percentuale, superiore al 40%, di personale educativo direttamente dipendente da enti pubblici all’interno del comparto unico: questo permette di mappare stati dell’arte, proporre e pianificare azioni migliorative o di valorizzazione in tempi brevi e intercettando la quasi unanimità dei soggetti potenzialmente interessati a seguire iniziative di empowerment di ogni genere. Per analogia, a completa gestione pubblica sono le comunità per persone disabili (i Centri Educativi Assistenziali), gran parte dei collegi e convitti, il personale educativo in forze nelle scuole per affiancare gli insegnanti di sostegno nei piani educativi individualizzati per persone con disabilità e il 75% delle strutture residenziali e semiresidenziali per persone anziane. Resta fuori da questo studio la sezione degli educatori dei nidi d’infanzia, che seguono percorsi specifici sia in fase di formazione universitaria che di formazione permanente e continua. La cooperazione sociale accreditata gestisce con personale proprio i servizi semiresidenziali di assistenza domiciliare educativa, le comunità minori, quelli residenziali e semiresidenziali per dipendenze e malattie psichiatriche mentre istituti religiosi hanno in capo la restante quota di posti letto per persone anziane e collegi e convitti. Tutto naturalmente per nome e per conto dell’ente pubblico.

La struttura regionale competente in materia di formazione per personale socio-sanitario, socio-educativo e socio-assistenziale in collaborazione con l’Università della Valle d’Aosta ha promosso, nell’autunno 2015, un percorso di analisi dei bisogni formativi in molti settori dell’assistenza alla persona, come propedeutico alla costruzione di un piano di offerte a catalogo per l’anno 2016. La ricognizione è stata effettuata, per l’area educatori, attraverso una serie di colloqui in forma di intervista semistrutturata (Ciucci, 2012) con i responsabili di area degli enti pubblici, con servizi a gestione diretta e con quelli di realtà del terzo settore che gestiscono altre istituzioni educative o socio-assistenziali, in forma esternalizzata, cui è seguito un focus group nel quale tutti i coordinatori dei servizi si sono confrontati attorno ai contenuti, alle modalità e ai tempi della formazione.

Pur incarnando il personale educativo ruoli naturalmente molti diversi a seconda dei servizi e dei destinatari finali, sono state individuate e condivise alcune comuni fatiche sulle quali si sono concentrate le attenzioni del gruppo del focus costituito da 15 stakeholders.

Uno degli obiettivi è rappresentato dalla volontà di misurare il livello di sostenibilità del lavoro educativo oggi (Tacconi, 2011), allorquando le prospettive evolutive dell’esistenza di ciascuno posta in stretta correlazione con le fragilità che le forme della convivenza civile evocano restringono l’orizzonte e tendono a sclerotizzarlo, difendendo un’omeostasi interna che tuttavia produce irrigidimenti e perdite di senso nello svolgimento del lavoro quotidiano. In particolare, sono stati individuati i seguenti nodi critici:


  • la progressiva complessificazione delle situazioni di caso di cui farsi carico all’interno dei servizi;
  • la solitudine professionale nella quale ciascuno opera, mancando forme di interscambio e di confronto, di reciproca conoscenza, anche tra servizi e attività differenti;
  • la diminuzione del numero di personale all’interno di ciascuna organizzazione e il conseguente incremento del carico di lavoro individuale;
  • la scarsa valorizzazione del proprio ruolo da parte dei decisori, soprattutto in virtù delle ripetute richieste di modifica degli assetti organizzativi e delle forme di lavoro mai ascoltate nel corso degli anni, ma anche la scarsa considerazione percepita nell’opinione pubblica, in generale, rispetto alla figura dell’educatore;
  • il sostanziale blocco del turn over determinato dalle misure di contenimento della spesa pubblica e il parallelo ridursi degli importi a base di gara negli appalti dei servizi sociali, che sta accelerando i processi di invecchiamento dei lavoratori in tutti gli ambiti, ma in particolare nei contesti socio-educativi e assistenziali, dove esistono fattori usuranti − per quanto non riconosciuti − e manifestazioni plurime di stanchezza (Pozzo, 2016).


Rispetto ai punti sopra elencati, vanno poi esplicitate le declinazioni più specifiche emerse in ciascuna categoria di servizi. Per iniziare, nelle strutture per persone disabili la percentuale di burnout è in crescita esponenziale (Mannucci, Maggino & Poggesi, 2000), con circa un caso l’anno di certificazione d’inabilità su un gruppo di complessivi 28 educatori: tale indicatore di malessere è legato in primo luogo al “delirio di immobilità” determinato dall’incremento delle gravità in termini di non autosufficienza, dal progressivo invecchiamento della popolazione di ospiti, dal conseguente sbilanciamento dei ruoli da quelli educativi verso quelli socio-assistenziali, quindi con trend tutti in direzione involutiva. Questo conduce a un crescente senso di spaesamento, di inappropriatezza delle sensibilità personali e delle competenze professionali aggravato dal fatto che, sotto il profilo dei cambiamenti in termini di evoluzione positiva negli ospiti attraverso progetti socio-educativi personalizzati, non si registrano più passi avanti significativi, con relativo senso di frustrazione da parte degli operatori. Il disorientamento rispetto alla metamorfosi rapida degli scenari sociali generali è potenziato dalla sostanziale blindatura del ruolo di ciascuno all’interno di un centro educativo assistenziale: l’educatore ha contatti con i propri quattro/cinque colleghi stabili da anni così come i 12/13 utenti che in analogia con quanto accade per il personale, vivono un turn over minimo, trattandosi di persone con disabilità sostanzialmente giovani o di mezza età, le cui aspettative di vita non sono differenti da quelle comuni e per le quali non sono previste ricollocazioni o movimentazioni di alcun genere fino almeno al compimento del sessantacinquesimo anno di età anno in cui, ai sensi della legge regionale 14/2008, la persona disabile cambia classificazione e diventa anziana. Perciò, quanto è mutevole intorno incrementa lo stato di ansia e di perdita se all’interno del proprio milieu lavorativo si respira aria stagnante. Questo al di là del grande attivismo che ha permesso ai CEA di aprirsi a vario titolo al territorio con laboratori, visite, scambi, produzioni laboratoriali, creative ed espressive e che ha rappresentato un importante contraltare, seppure non sistematico e duraturo, al senso di fissità percepito. Analoghe considerazioni si possono fare per le strutture per malati psichiatrici e da dipendenze − sebbene si tratti di servizi esternalizzati − e dunque le situazioni professionali di ciascuno sono meno irrigidite dall’ente di appartenenza che mantiene una discreta elasticità nell’impiegarlo, funzionale a garantire un’efficienza complessiva e il benessere del lavoratore.

Nelle comunità minori − tre strutture comunitarie per minori divisi per fasce d’età e una per giovani adulti cui vanno aggiunti servizio di Assistenza Domiciliare Educativa e gli incontri protetti denominati “Spazio Neutro” in favore dei minori e delle loro famiglie gestiti, per conto della Regione, da figure professionali − le criticità sono legate alla necessità di far convivere situazioni di disagio molti eterogenee alcune delle quali di gravità media o medio-superiore: bambini/e con implicazioni psicologiche o psichiatriche anche importanti devono convivere con altri/e in difficoltà temporanea o con i minori non accompagnati, presenti in quantità limitata ma costante e che richiedono accudimento e un accompagnamento alla crescita molto leggero. Anche le professionalità coinvolte in questo settore registrano un deficit di considerazione per il capitale di conoscenze e di esperienza da loro accumulato lungo il loro iter lavorativo, auspicano maggiore mobilità all’interno dell’area di competenza, riconoscimenti differenziati secondo la mole di impegno onorata e occasioni di confronto sistematico con altre realtà simili nazionali ed europee, iniziative di condivisione con il territorio di appartenenza. Inoltre, gli operatori accusano uno squilibrio di genere che non aiuta le relazioni intersoggettive e il clima generale all’interno di un servizio che ospita molti ragazzi maschi: le comunità non devono diventare un gineceo mentre, purtroppo, ancora oggi e in particolare in Italia persiste la dominante femminile assoluta e talora incontrastata nel mondo dell’aiuto ai minori e dei servizi sociali in genere.

La situazione nei collegi e convitti pare meno critica sotto il profilo della perdita di orizzonte: gli educatori vivono in contesti molti vitali e dinamici, le nuove generazioni esprimono energie proiettive capaci di alimentare spinte evolutive anche negli adulti che si prendono cura di loro. Tuttavia, anche in questo caso i punti di attenzione sono riflessi di un quadro generale che ha smantellato i riferimenti genitoriali secondo schemi consolidati, ha acuito i rischi devianza nei giovanissimi per completo disorientamento affettivo-relazionale, ha incrementato la sensibilità nei confronti delle fragilità personali che, per contro, obbliga insegnanti ed educatori a un superlavoro spesso meramente burocratico e porta con sé la controindicazione di sclerotizzare un gran numero di individui dentro una certificazione dalla quale poi non si libereranno mai. Altro tema che attira l’attenzione pedagogica degli operatori è la relazione tra vita diretta e quella mediata da strumenti di comunicazione mediale smart con i quali le generazioni di nativi digitali interagiscono in modo prevalente rispetto alle relazioni intersoggettive personali. Il fenomeno obbliga a individuare un punto di equilibrio rispetto alle modalità di impiego, al tempo dedicato e alla definizione dei confini tra ciò che ha la sacralità della sfera intima e va preservato e ciò che merita la condivisione, l’arricchimento del confronto e il piacere del dono.

Quando, parafrasando Montale (1925), sottolineavamo la sensibilità dell’uomo a percepire, sebbene fugacemente, un salvifico, liberatore “ritornello di castagnette” per quanto il turbinare rischi da un momento all’altro di inghiottirlo, ci riferivamo in questo contesto alle positività registrate durante il focus e le interviste rispetto alla persistenza di un humus tra gli educatori complessivamente fertile, fatto di curiosità e di desiderio di confronto intersettoriale, di sostanziale fiducia nella possibilità di promuovere e padroneggiare in prima persona un cambiamento costruttivo nel campo nel quale agiscono. Si è apprezzato comunque uno spirito giovanile costruttivo con potenziali di creatività maturati anche personalmente da alcuni dei partecipanti in contesti formali e informali, in taluni casi anche solidi dal punto di vista tecnico, degli strumenti specifici di cui si ha bisogno per esprimersi con padronanza ed efficacia comunicativa. Altro elemento da marcare è la sostanziale continuità nei rapporti di lavoro di cui pressoché tutti i presenti godono grazie al fatto che la situazione in Valle d’Aosta è comunque meno drammatica rispetto alla maggior parte delle regioni italiane e questo permette, pur negli scricchiolii di cui si avverte la presenza anche in un territorio privilegiato, di sentirsi sostanzialmente protetti. Non ultimo aspetto sul quale occorre far leva è la manifestazione di un credo ancora solido rispetto alla formazione, al suo valore lungo tutto l’arco della vita, a condizione che non ricalchi modelli vetusti di metodologie accademiche frontali passive, teoriche e prive di reali ricadute sulla vita professionale dei partecipanti. Naturalmente, il percorso formativo che è scaturito dalla fase di ricognizione dei bisogni è il risultato di una volontà negoziale di co-progettazione manifestata sia dall’ente pubblico responsabile del piano formativo annuale che del ricercatore, in questo caso con un ruolo di facilitatore di processi trasformativi attraverso lavori di gruppo e di confronto autodeterminato.


4. Il piano della formazione sperimentale


Le premesse metodologiche che sottendono a questo impianto attingono agli assunti dell’apprendimento trasformativo (Mezirov, 2003) laddove della didattica narrativa che porta a valore quelle forme di micronarrazioni interne (Demetrio, 2011) che costituiscono il nostro patrimonio memoriale ma anche identitario: le tracce però si affastellano nella mente sfuggendo alla coscienza vigile, si sovrappongono, talora rischiano l’oblio ancora più spesso cristallizzano le proprie idee di realtà costringendo le nuove esperienze dentro gabbie inadeguate, ricondotte a miti individuali infondati. Ma, se riorganizzate secondo una trama temporale di senso, esse permettono conquiste cognitive e cambiamenti nelle proprie rappresentazioni del mondo rilevanti e durature. Altra dimensione è quella del rapporto con le organizzazioni nelle quali si opera e che causano fisiologiche penalizzazioni apprenditive al singolo individuo implicato (Demetrio, Fabbri, Gherardi. 2002): la sfida è di convertire fattori di potenziale o conclamato conflitto con le rispettive fonti di energia in atto costruttivo attraverso un processo di scandagliamento delle situazioni critiche, la rideterminazione creativa − dunque immaginaria − che prefigura una soluzione e la conseguente liberazione dell’energia investita nel conflitto verso un’apertura consapevole e realizzante (Loder, 1989).

Sulla base di questi assunti che hanno ispirato il ricercatore nel suo ruolo di coach il percorso formativo ha preso forma secondo queste direttrici fondative:


  • allo scopo di favorire il confronto intersettoriale, tra educatori dunque che lavorano a contatto con differenti utenti, si è stabilito di cadenzare lungo l’anno 2016 n. sette incontri in plenaria della durata di tre ore ciascuno con i rappresentanti di ogni area − ovvero con i partecipanti al focus preliminare − trasformato in cabina di regia dei processi formativi, ma anche di condivisione e di intreccio di prospettive e visuali;
  • si sono istituiti gruppi di lavoro tra pari per aree omogenee, coadiuvati da un educatore distaccato negli uffici centrali della struttura regionale competente in materia di formazione con il ruolo di facilitatore di operazioni di scambio e di confronto, che hanno svolto un numero variabile di incontri tra i cinque e i sette, della durata di tre ore ciascuno:

- servizi anziani

- disabilità, psichiatria e dipendenze

- comunità minori

- collegi e convitti;

  • la consegna principale concordata tra tutti i rappresentanti della cabina di regia si è orientata su due fronti: il primo ha riguardato la ricerca e l’individuazione, attraverso una attività di recupero di memorie significative legate alla vita quotidiana professionale (Tulvig, 1989) da effettuare in ciascuno dei quattro gruppi, di un tema chiave sul quale realizzare un approfondimento collettivo perché di interesse comune e di attualità rispetto alle criticità più cogenti; il secondo è legato alla strategia e all’obiettivo di realizzazione finale: ciascun gruppo si è dovuto impegnare per produrre manufatti diversi secondo i temi, le competenze specifiche possedute dai partecipanti e in modo tale da poter costituire un puzzle sufficientemente rappresentativo di vari linguaggi comunicativi e nel contempo giustapponibile in modo ragionato e ritmicamente cadenzato nel previsto incontro finale pubblico.


Per questa ragione, si è pianificato un seminario finale di restituzione della durata di sette ore nel novembre 2016, al quale, oltre a 107 educatori, hanno partecipato anche operatori socio-sanitari, insegnanti, animatori, coordinatori e responsabili di servizi: questo a dimostrare l’interesse corale riscontrato dall’iniziativa all’interno di ciascuno dei contesti organizzativi coinvolti e nei quali gli educatori vivono. A condurre la giornata, insieme al ricercatore universitario è stato ingaggiato un docente ospite, chiamato a rinviare suggestioni e sollecitazioni riflessive in qualità di esperto esterno.

I domini tematici che sono stati presi in esame dai gruppi sono:


  1. la valorizzazione delle attività espressive nella educazione delle persone con disabilità malattie psichiatriche e dipendenze;
  2. la vita in una struttura residenziale vista dal punto di vista della persona anziana ospite ed esule rispetto alla propria casa d’origine e, in parallelo, lo sguardo dei familiari;
  3. l’insuccesso scolastico e l’aiuto extrascuola;
  4. la relazione tra il convitto come comunità accogliente e le nuove forme di aggregazioni familiari;
  5. la sessualità vissuta in comunità minori;
  6. la sessualità gestita nella disabilità;
  7. la difficile gestione dell’allontanamento familiare per un minore;
  8. l’assistenza domiciliare educativa come servizio aperto al territorio e non come pronto soccorso sociale.


I prodotti finali dei lavori di gruppo hanno permesso il compiersi di azioni riflessive, ma anche rigenerative interessanti dove, in forma di narrazioni diaristiche o documentarie, filmando backstage e performance finali di attività di animazione ed educazione alla creatività, presentazioni multimediali fatte di scritti, filmati e rassegne fotografiche (Iori, 2012), sono stati raggiunti diversi scopi in modo integrato:

  • ogni gruppo ha compiuto una scelta di linguaggio consona con le sensibilità e le competenze prevalenti al suo interno, ha edificato un impianto formale in modo cooperativo che ha rafforzato il profilo identitario del servizio o della tipologia analoga in cui tutti lavorano, ha obbligato a sviscerare il tema a partire da spaccati di vita vissuta, da frammenti di storia nella quale si sono trovate le variegate letture di ogni individualità, ma anche molti elementi di trasversalità di cui sentirsi parte;
  • ogni racconto, filmato o brano musicale ha permesso agli educatori incardinati su servizi diversi di conoscere quelli altrui in una trasposizione simbolizzata che aggiunge ai significati espliciti quelli evocati, sottili e profondi aumentando l’intensità dello sguardo, permettendo di vivere stati emotivi durante il contatto e quindi empatizzando vicendevolmente;
  • i differenti gruppi sono stati indotti a lavorare insieme per un allestimento in cui si sono costruite le componenti, pianificate le tempistiche, collocate in alternanza differenti forme espressive, cucite quindi in una trama narrativa unica nella quale ciascuna declinazione della professionalità educatore − dando voce alle persone di cui ci si prende cura − è stata toccata, si è negoziato chi meritasse più spazio, chi risultasse ugualmente efficace in un lasso di tempo meno dilatato.


La giornata conclusiva è stata così organizzata con i tempi di uno spettacolo, senza cadute di tensione, con un’attenzione verso i “cambi di scena”, la creazione di postazioni alternate che permettessero passaggi rapidi dei fuochi attentivi tra l’una e l’altra, la regia dei video e dell’audio curata nei particolari in modo che tutti i partecipanti avessero medesime opportunità di ascolto e visione, i momenti evocativi e quelli riflessivi si sono avvicendati senza soluzione di continuità in modo da rendere flessibili le menti nei passaggi da cognizione a metacognizione, da sfera emotiva a ragione (Sennett, 2004).


5. I prodotti del pensiero creativo


Analizziamo ora alcuni estratti dai prodotti finali dei gruppi.

Il Gruppo misto: Disabilità-Psichiatria-Dipendenze ha scandagliato e dibattuto sulle attività espressive e socio-relazionali che rappresentano il repertorio maturato nel tempo in ciascuno dei servizi e che possono diventare patrimonio comune. La restituzione ha rispecchiato questa molteplicità nelle tecniche e nelle forme di rappresentazione confezionando nel complesso un viaggio tra le arti applicate al mondo delle diversità variopinto ed originale. Per esempio, il tema della ricerca di strategie per promuovere forme di autorealizzazione espressiva in bambini e ragazzi con forti limiti comunicativi e cognitivi ha trovato sintesi nella storia per immagini di un ragazzo con disturbi dello spettro autistico che, partendo dalle sue competenze ovvero il saper manipolare carta, impara a costruire dei manufatti esteticamente ragguardevoli e funzionali (Figura 1).


Figura 1


Per conciliare la dimensione creativa con quella dell’impegno sociale e della diffusione di valori da parte di persone come ospiti di comunità specializzate nella cura delle dipendenze che questi valori li hanno disattesi trasformandosi in vittime vulnerabili e marginalizzate, si è approfondito il tema delle nuove forme della comunicazione web 2.0: i social, i blog forum chat wiki, ecc. ed è stata presentata una campagna di sensibilizzazione promossa presso gli esercizi commerciali della città di Aosta che rifiutano di lucrare sulle dipendenze altrui posizionando slot machine nei loro locali, per la quale è stato creato un marchio di qualità, allo scopo di rendere trasparente l’impegno sociale assunto dall’esercente (Figura 2).


Figura 2


Sono state poi recitate da un’educatrice/attrice due fiabe scritte dai ragazzi e dalle ragazze con disabilità e illustrate da un’illustratrice professionista in una raccolta edita da Stylos intitolata Il regno di Strambafunghi e nella sala del convegno è stato allestito uno spazio espositivo dedicato alla mostra di grandi, antichi giochi di legno costruiti dai ragazzi con disabilità nell’ambito di un progetto chiamato Legnigegno.

A ciò si è aggiunto il video di un’esperienza di musicalizzazione della vita di una comunità per malattie mentali, laddove il fare musicale permea tutte le sue attività e non solo i momenti laboratoriali propedeutici alle esibizioni pubbliche, valorizzando i momenti estemporanei della quotidianità in cui i suoni si possono organizzare esteticamente a partire da gesti di vita quotidiana per colorare la realtà di colori immaginifici, salvifici. Il gruppo di musicisti coincide con tutti gli ospiti della comunità e i loro educatori, si chiamano Fulmini in Linea retta (https://vimeo.com/129784500).

La lettura dell’evoluzione della professione educatore nel servizio di assistenza domiciliare educativa (Brunori, 2001) negli ultimi tre lustri è rispecchiata dal breve racconto di un educatore/coordinatore nel quale le spinte ideali degli inizi sono alimentate oggi dalla disponibilità di una cassetta degli attrezzi molto ampia (Mongelli, 1997), frutto da una parte della consapevolezza da parte delle professionalità educanti di quanto valore assuma il fare per la resilienza (Gherardi, 2000), dall’altra l’urgenza di dare ai nuovi bisogni emergenti tra i minori fragili risposte poliedriche, multidimensionali:


“Anno 2004. La mia prima settimana di lavoro volge al termine. Compilo un paio di moduli, raccolgo i miei effetti personali, dopodiché indosso la giacca e mi dirigo verso l’uscita, salutando colleghi e fanciulli. Le voci dei più piccoli affacciate alla finestra, alcune solari altre meno, mi accompagnano fino all’auto. Prima di mettermi in moto do un’occhiata al cellulare e trovo un paio di messaggi da parte degli amici di una vita. Mi invitano a prendere un aperitivo perché sono curiosi di sapere com’è stato l’inizio di questo nuovo lavoro. La mia risposta è semplice, automatica e immediata: ‘va bene!’.

Durante il tragitto, tra lavoro e bar, ripercorro col pensiero tutte le fragili storie familiari con cui sono già entrato in contatto e mi domando se sarò all’altezza del compito, se saprò agire in ogni occasione con la dovuta lucidità ed efficacia. Mi hanno insegnato e ricordato che ai loro occhi rappresento un modello di riferimento soggetto a quotidiana valutazione e messa alla prova, in un gioco continuo di adesione e differenziazione rispetto a ciò che sono e faccio quando sono in servizio.

‘Investito anche chissà di quante e quali aspettative’ aggiungo in questo dialogo interiore. Ecco che esplodono le questioni della giusta vicinanza nella relazione d’aiuto, della coerenza educativa e della capacità di discernimento tra il dentro e il fuori, tra la vita professionale e quella privata. E poi c’è il grande tema della riservatezza delle informazioni, del lavorare ogni giorno per l’inclusione in maniera esplicita e intenzionale dall’interno del servizio, ma altrettanto discretamente con la miriade di soggetti che animano il territorio e costituiscono già di fatto il contesto di vita nel quale loro sono immersi.

‘Che sfida’ penso in un lampo.

Un sapore dolceamaro fa capolino in bocca. Forse, inizio a realizzare ora la responsabilità del ruolo al di là delle definizioni accademiche da manuale. Entusiasmo e timore si intrecciano vorticosamente dentro di me, anche se in fondo avverto che a prevalere è un certo senso di ottimismo misto alla soddisfazione di aver intrapreso questa avventura.

Arrivo a destinazione, entro nel locale e raggiungo gli amici al tavolo. Il tempo di un caloroso giro di saluti e subito vengo sommerso da una miriade di domande.

‘Che cosa fate insieme a questi minori?’ chiede subito l’amica, insegnante di liceo.

‘Chi sono? Da dove vengono? Perché sono seguiti dai servizi sociali?’ incalza l’amico fotografo.

Rispondo sforzandomi di rimanere sul generico, so bene che bisogna tutelare la cosiddetta privacy. E intanto ripenso al concetto di inclusione sociale.

‘Che coraggio a lavorare in quell’ambiente’ esclama chi mi siede di fronte, già madre di due dolcissimi pargoli. ‘Non hai paura di lasciarti coinvolgere emotivamente? Poveri bambini’. Il suo volto è solcato da inquietudine.

‘Secondo me hai scelto un lavoro bellissimo e utile. Meno male che ci sono persone come te che hanno desiderio di aiutare gli altri’ ribatte l’amica accanto, istruttrice di fitness. Il suo sguardo di ammirazione mi avvolge come se fossi un eroe della patria. Un rossore di imbarazzo colora le mie guance.

‘Bravo! Specializzati per bene, così quando avrò dei figli saprò a chi affidarli se avrò anch’io dei problemi’ dice con tono scherzoso l’amico direttore di filiale.

‘E con questi genitori incapaci? Cosa fate con questi genitori?’ dice l’amico avvocato civilista con giocosa provocazione.

Dialogo agevolmente con tutti, dribblando tra ciò che può e non può essere raccontato. Non appena l’argomento diviene oltremodo spinoso l’ironia ci viene in aiuto, con tacito consenso, per concederci un’agevole via d’uscita. Tutti comprendono che la battuta è il segnale che traccia il limite da non oltrepassare. In fondo siamo lì per chiacchierare e distrarci dalle incombenze della settimana.

‘Che varietà di reazioni’ penso. Eppure i miei amici sono un piccolo campione rappresentativo del territorio nel quale noi tutti viviamo, compresi gli utenti dei servizi sociali. Adesso che sperimento dall’interno questa professione mi rendo conto di quanto la percezione della realtà dall’esterno sia spesso lasciata in balia di forme spontanee di fantasia, pietismo, mito e pregiudizio. Riaffiora allora in me, con più forza, quel concetto, quella sfida quasi impossibile insita nel nostro mandato professionale: l’inclusione sociale.

Anno 2016. Mi ritrovo alle prime ore del mattino con gli stessi amici di sempre. La compagnia durante il fine settimana resta la ricetta migliore per ritemprare pensiero e corpo. Prepariamo gli zaini e dopo poche ore siamo già in cammino su un sentiero di montagna. Le risate e le chiacchiere sostengono i passi verso la vetta.

‘Quand’è che posso incontrare di nuovo i bambini in carico al vostro servizio per insegnargli a fare dei lavoretti con il materiale da riciclo?’ chiede ad un certo punto la mia amica e madre dei due pargoli ormai adolescenti.

‘Sì, anch’io avrei piacere di proporre di nuovo quel laboratorio di fotografia’.

‘Io invece sono ancora disponibile per il sostegno allo studio’.

‘A proposito, la ragazza che mi hai segnalato per lo stage è proprio in gamba. Le ho già detto che se continua così la terrò in considerazione per un’eventuale assunzione. L’azienda ha proprio bisogno di persone motivate come lei’.

‘Già! Ma io e te non dobbiamo progettare quel seminario per genitori sui diritti del fanciullo?’.

‘E fai fare all’avvocato un po’ di volontariato! Così si diverte come me, quando l’anno scorso mi sono sbellicata dal ridere a far fare un po’ di ginnastica ai genitori insieme ai loro figli più piccoli’.

A mezzogiorno arriviamo in cresta. Posiamo gli zaini e ammiriamo il panorama sotto di noi.

‘Con una bella giornata di sole come questa si riesce a gettare lo sguardo davvero lontano’”(a cura di David Caetani).


Le molte forme di famiglia (Saraceno, 2016) che oggi costituiscono il nuovo liquido magmatico di relazioni nelle quali crescono le nuove generazioni rappresentano un elemento di riflessione quotidiana per gli educatori che operano nei collegi e nei convitti, dove la residenzialità e la convivenza tra pari può rappresentare un’ulteriore causa di disorientamento oppure un appiglio prezioso soprattutto quando, nell’età incerta dell’adolescenza, i legami affettivi d’origine stentano a trovare sostituzioni stabili, le figure di riferimento adulte anche per la crescita cognitiva e l’orientamento verso le proprie strade di realizzazione sono difficili da identificare e assumere al di là della famiglia e dunque il ruolo dell’educatore responsabile e sensibile diventa cruciale. Questa è la narrazione di un successo implicito, raccontata in modo asciutto, ma efficace.


Le ragazze con la valigia

“2 Luglio 2015. Colloquio di accoglienza organizzato dall’equipe degli educatori IAR per le famiglie dei ragazzi iscritti al primo anno dell’Institut Agricole. Tali colloqui si svolgono in una stanza del collegio convocando insieme ciascun neoiscritto e i rispettivi genitori per un primo incontro finalizzato alla conoscenza reciproca ed allo scambio di informazioni. L’obiettivo fondamentale è quello di curare il delicato passaggio dalla scuola media inferiore a quella superiore. Due educatori accolgono i genitori e i ragazzi secondo una procedura definita nel corso degli anni in équipe.

Primi giorni di luglio, il sole caldo e la luce intensa filtrano dalle vetrate della piccola cappella, che i canonici usavano per la recita quotidiana delle lodi e dei vespri, esaltandone i colori come in un grande caleidoscopio. Qui incontro i due genitori di C. accaldati e affannati che mi salutano e si siedono attorno al tavolo circolare centrale della stanza facendo attenzione a trovare una collocazione che assicuri un’opportuna distanza tra di loro. La madre tiene in braccio un bambino piccolo. I loro sguardi non si incrociano e C. sta rigorosamente al centro tra i due fissandomi e, solo in apparenza, ascoltando le mie parole… I genitori in quel momento per C. sono come quadri di sfondo appesi alle pareti e lei, come una marmorea scultura, non fa trasparire nessuna emozione dal suo volto.

A un tratto tu, C., interrompi il mio tentativo di ‘riscaldare’ momento iniziale di imbarazzo con una domanda non pertinente al dialogo che stavo faticosamente cercando di instaurare con la tua famiglia: ‘Scusate, ma il collegio è aperto anche il sabato e la domenica?’. Che razza di domanda è questa! …penso tra me e me… dal momento che C. ha un fratello che già ha frequentato i primi due anni di questa scuola…

Rispondo: ‘Scusa C., credevo avessi informazioni precise sui nostri orari considerato che tuo fratello, da due anni, frequenta questo collegio come convittore’. Dopo una breve pausa di silenzio mi guardi preoccupata e con un tono di voce marcato e deciso riferisci quello che probabilmente è il messaggio da comunicare forte e chiaro, soprattutto ai tuoi genitori: ‘Con mio fratello non ho un gran dialogo, ma soprattutto sono stanca della mia valigia’. Come un fulmine a ciel sereno questa affermazione scuote tua madre e tuo padre che, con un cenno, cercano di inserirsi nella nostra conversazione senza successo, spiazzati da tanta irruenza.

Riprendo dunque la parola nel tentativo di comprendere meglio: ‘C. cosa intendi, aiutami a capire, cosa significa ciò che hai appena detto’. Finalmente ora, una forte emozione si fa largo e traspare dai i tuoi occhi: ‘sono stanca di trascorrere i miei sabati e domeniche a volte da mio padre, che ha un’altra compagna e un altro figlio e a volte da mia madre, molto indaffarata nell’accudire il bambino che ha appena avuto dal suo compagno. Spesso capita anche che solo all’ultimo momento so dove andare e, se ci sono dei problemi, devo rivolgermi ai miei nonni per farmi ospitare. Non ho una casa, non ho una stanza mia… eppure ne sento un gran bisogno…’ I tuoi genitori si guardano sbigottiti, sentendo il peso inaspettato della responsabilità di qualcosa che stavano apprendendo in quel preciso istante, tempo che hai deciso di sospendere e definire come espressione del tuo ultimo (o primo… non saprei) sfogo, di una situazione ormai al limite dell’esasperazione.

Incasso il colpo. Cerco di tranquillizzare tutti: ‘va bene C., penso di aver capito, ora ti posso solo dire che abbiamo riservato una bella stanza per te dove potrai iniziare a stare da settembre e, spero, per altri cinque anni. Credo sia venuto il momento, anche per te, di trovare un riferimento stabile, di trovare uno luogo dove poter star bene, dove poter crescere’.

13 giugno 2016. È passato ormai un anno scolastico, tutti i ragazzi preparano i loro bagagli, lasciando le stanze in ordine, con la fretta di correre incontro alle vacanze. Incontro C. che con molta calma raccoglie i suoi peluche e le sue cose, mi saluta dicendomi: ‘… sai, sono stata molto bene quest’anno qui in collegio’. ‘Bene! Ne ero certo e ho notato che, nonostante siano trascorsi soltanto 10 mesi, come persona sei molto cresciuta, ti trovo anche più sorridente e serena e, a proposito, complimenti per le buone valutazioni scolastiche che hai ottenuto’.

Carichi sulle spalle il peso del tuo bagaglio, libri, indumenti… ma ancor più un po’ della tua vita. Sei ancora ‘la ragazza con la valigia’, ti incammini per il corridoio del collegio che ti porta altrove… e, dopo una breve esitazione ti volti verso di me, i nostri sguardi si incrociano e vuoi dirmi qualcosa…: ‘Buone vacanze anche a te… sai, con mio fratello le cose vanno meglio, riesco a parlarci di più ma la cosa più importante è che, se mi son trovata bene qui, è anche perché ora, un po’, mi sento a casa…’”.


6. Le prospettive comuni per domani


A corollario delle riflessioni effettuate sulla professione educatore da parte di ciascun gruppo, il ricercatore, sulla base delle istanze emerse durante il dibattito e le controdeduzioni critiche del docente esperto, ha formulato alcune proposte di sistema che possono rappresentare un piano di prospettive sulle quali sensibilizzare i decisori politici, ma prima ancora da approfondire ed eventualmente all’interno della comunità educatori.

La prima proposta è di rendere interscambiabili per quanto possibile − almeno all’interno del comparto unico pubblico − i ruoli tra i vari settori di intervento in cui sono implicati gli educatori, in modo da dinamizzare l’intera rete di servizi e prestazioni erogate da personale educativo, garantire occasioni di rigenerazione professionale per tutti, non alimentare quelle rappresentazioni di prigionia lavorativa patita dai lavoratori che non vedono orizzonti di carriera, né possibilità di periodiche ricollocazioni in contesti differenti. A questo proposito non è impossibile istituire un settore separato nel comparto unico pubblico nel quale possano convergere queste figure impegnate in settori differenti con specificità giuridico-contrattuali conformi con le esigenze di questa categoria professionale. In questo modo sarebbe praticabile l’apertura di una finestra annuale per le mobilità interne, governate da un accordo che preveda un lasso di tempo minimo di permanenza nello stesso settore (area scuola, collegi/convitti, Centri educativi assistenziali, strutture anziani, minori, ecc.). Tuttavia tali mobilità dovrebbero essere accompagnate da iniziative formative/ponte propedeutiche al passaggio da un settore all’altro, che prevedano la valorizzazione delle competenze degli educatori stessi, coinvolti in attività di formazione peer to peer, in forme di tirocinio assistito preliminare all’inserimento vero e proprio nel nuovo contesto lavorativo.

Sotto il profilo invece della costruzione di una comunità di pratiche stabile e produttiva, la proposta prevede l’istituzione di un laboratorio permanente di riflessione e produzione di strumenti di lavoro per l’educatore (Xodo, 2005), riconosciuto come iniziativa di formazione continua, strutturato a geometria variabile tra i vari ambiti cui sia affiancata l’adozione di una serie di strumenti di comunicazione interna smart per lo scambio continuo di informazioni di comune interesse come l’apertura di un forum regionale, di gruppi whatsapp, ecc. In questo ambito si potrebbero effettuare periodiche selezioni di aree tematiche da affrontare e approfondire nel medio periodo e una relativa scelta di forme di espressione correlate, sulla falsariga di quanto sperimentato durante il percorso formativo qui descritto e documentato.

Non ultimo, allo scopo di contrastare la percezione di scarsa considerazione della figura dell’educatore da parte dell’opinione pubblica, sarebbe indispensabile ideare un piano della comunicazione rivolta a un pubblico esterno che preveda forme di relazione con gli stakeholders, con la comunità regionale e quella nazionale ed europea in modo opportunamente pianificato, corredato di uno strumentario articolato e complementare che salvaguardi i principi di chiarezza, celerità, esaustività e correttezza, coinvolga gli utenti e gli stakeholders nell’intento di rappresentare forme vive di resilienza e di cooperazione feconda rendendo il pubblico consapevole e sensibile e diffondendo i risultati del proprio lavoro riflessivo nelle modalità più creative: sarebbe un modo per vivificare la operosità di ciascuno e di tutti a favore delle persone di cui ci si prende cura, per legittimare un lavoro spesso silente ma indispensabile per tenere insieme le maglie fragili del tessuto sociale contemporaneo e, non ultimo, come direbbe il poeta, per lasciare un segno, prima che “il vento ci porti con la cenere degli astri”.


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