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La Giustizia del minore conteso. Un nuovo scenario pedagogico
di Federica Matera   


In un’epoca caratterizzata dalla crescita costante di nuove criticità e bisogni educativi che investono il mondo minorile, la pedagogia ha intravisto l’opportunità e, da qui, la necessità di valicare i rigidi confini entro i quali è stata tradizionalmente relegata.

Tutto ciò per addentrarsi nell’ambiente giuridico, al fine di impegnare i suoi professionisti nella realizzazione di un’azione professionale che fosse, realmente ed efficacemente, orientata alla promozione e alla tutela, giuridica ed educativa, del ‘figlio conteso’, alla luce del suo diritto all’ascolto e del suo più ampio diritto alla partecipazione attiva nel processo della separazione legale dei suoi genitori.


In an era characterized by the constant growth of new criticalities and educational needs that invest the world of underaged children, pedagogy has seen the opportunity and, from here, the need to overpass the rigid boundaries within which it has traditionally been relegated in order to probe into the legal environment to engage its professionals in the realization of a professional action that would be, really and effectively, oriented to the legal and educational, promotion and protection of the ‘contended child’, in the view of his right to listen and his broader right to active participation in the process of the legal separation of his parents.


1. Nuove responsabilità in capo agli adulti d’innanzi a una nuova concezione della persona minore d’età


L’attuale concezione della persona minore d’età si vede frutto di un ribaltamento interpretativo importante, segnato dal passaggio da una visione di minore come ‘oggetto di tutela’ a ‘portatore di diritti’, che richiedono ed esigono di essere riconosciuti, promossi e rispettati, sempre e da tutti.

Se in un recente passato il fanciullo e l’adolescente erano considerati soggetti totalmente dipendenti dall’adulto e il quale interesse veniva fatto coincidere con la possibilità, che era loro concessa, di conoscere e di accondiscendere ai valori e alle norme della società in cui si sarebbero inseriti una volta divenuti adulti, dalla seconda metà del secolo scorso si è andata sempre più diffondendo la consapevolezza che nell’interesse del minore d’età dovesse essere incluso, anche e soprattutto, l’armonico sviluppo della sua identità e della sua personalità e che, a tale scopo, gli adulti di riferimento dovessero garantirgli cure e stimoli adeguati e individualizzati, che fosse loro compito rispettare e favorire le sue attitudini e che dovesse esser posta attenzione particolare alle sue specifiche esigenze (Dell’Antonio, 2002).

La stessa Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata il 20 novembre del 1989 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e ratificata in Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176[1], ha contribuito, in maniera importante, al radicarsi della modalità di pensiero che intende il minorenne nei termini di un soggetto titolare di diritti, ai quali il sistema giuridico e la società in toto devono scrupolosamente attenersi. La stessa fa, inoltre, coincidere l’interesse del minore con il suo benessere, superando, così, la concezione di interesse in quanto corrispondente a ciò che l’adulto ritiene debba essere fornito al fanciullo e abbracciando, invece, la visione puerocentrica, la quale vede nella persona minore d’età un soggetto da considerare singolarmente e che possiede dei precisi interessi e degli specifici bisogni. L’art. 3 della suddetta Convenzione specifica, a tal proposito, la necessità suprema della considerazione dell’interesse superiore del fanciullo in ogni decisione che deve essere assunta relativamente a costui[2] e riconosce un ruolo di prim’ordine alle figure genitoriali del minore nella promozione e nella tutela dei diritti fondamentali dello stesso.

Se l’obiettivo cardine dell’agire educativo è quello di formare un individuo autonomo[3], che sappia definirsi nel mondo in quanto soggetto attivo di diritti, non si può non porre in luce la responsabilità delle figure genitoriali, le quali, a nostro avviso, non detengono solo la funzione prettamente formativa, ossia quella che prevede il trasferimento verticale, nel figlio, di regole e di valori che ritengono egli debba introiettare, ma hanno il fondamentale compito di favorire in costui la ricerca di nuovi significati e, con essi, di nuove modalità e processi di significazione da far propri, perché aderenti al modo, solo e soltanto suo, d’intendere il reale e gli elementi che ne fanno parte. Il soggetto in via di sviluppo deve, insomma, essere accompagnato in un percorso significativo, perché determinante per la strutturazione della sua configurazione psichica e identitaria, ma anche significante, perché ricco di occasioni, che il minore dev’essere pronto a cogliere, all’interno delle quali egli possa sperimentare l’acquisizione di nuove modalità di significazione e, da qui, all’interno delle quali possa assegnare ai propri diritti, nonché alla necessità di un loro effettivo riconoscimento e rispetto, la giusta importanza. Risulta, dunque, evidente la finalità dell’agire educativo, ossia la promozione dell’individuo in-formazione, promozione che si snoda attraverso l’acquisizione, da parte dello stesso, della consapevolezza della propria condizione, nonché della necessità di farla rispettare con forza. Il compito affidato ai genitori ha, pertanto, una duplice finalità, finalità che si pone e si dispiega nell’ambito di una nuova concezione della responsabilità genitoriale (intesa, ora, come un dovere assoluto e imprescindibile di entrambi i genitori nei confronti della prole)[4], la quale impone con forza, alle figure di riferimento prime per il minore, di attivarsi affinché lo stesso non solo sia oggetto di tutela[5], ma che sia anche, coscientemente e attivamente, fautore della sua stessa salvaguardia.


2. La tutela del ‘figlio conteso’: la necessità della cooperazione collaborante tra la competenza pedagogica e quella giuridica


Questa nuova modalità d’intendere il minore ha inevitabilmente condotto a ritenere indispensabile l’attribuzione di un ruolo di preminenza alla protezione dei suoi interessi negli interventi giudiziari ove è coinvolto, come il procedimento della separazione legale dei suoi genitori e, con questo, a considerare indiscutibilmente funzionale l’intervento della figura professionale di matrice pedagogica, non soltanto ai fini di una ‘responsabilizzazione’ delle figure genitoriali, affinché assumano coscienza in merito al loro ruolo e ai loro compiti educativi, ma anche nell’ambito circoscritto del Tribunale ordinario e, in particolare, in sede di ascolto del minore implicato nelle aspre contese genitoriali, ove il pedagogista si delinea, a nostro avviso, come la figura professionale idonea a promuovere, nel ‘figlio conteso’, la volontà di far rispettare con fermezza la propria condizione, qualora sia mancante la capacità, da parte dei protagonisti del processo conflittuale e separativo, di svolgere in maniera adeguata le funzioni genitoriali a loro naturalmente affidate.

In linea con quanto asserito, le Convenzioni internazionali e la legislazione interna hanno affermato, con decisione, il diritto della persona minore d’età a prendere parte, in prima persona, ai procedimenti di modifica della struttura familiare che lo vedono coinvolto, alla luce del suo diritto a essere ascoltato[6] e del suo più ampio diritto di partecipazione attiva in ogni procedimento all’interno del quale si andrà a decidere del suo futuro (Giacobbe & Frezza, 2002; Carloni, 2003).

In una prospettiva che intende l’individuo in età evolutiva come un soggetto che può e che deve essere reso partecipe nelle controversie che lo vedono, in qualche misura, interessato, la questione della sua tutela, giuridica ma anche educativa, si pone come urgente. Se la salvaguardia del minore conteso ha realmente luogo solamente nel momento in cui si consente allo stesso di rivestire il ruolo di protagonista, al pari del padre e della madre, del processo disgregativo in essere, risulta chiaro a tutti il carattere di imprescindibilità del suo diritto all’espressione della propria opinione, nonché del dovere, in capo agli adulti che abitano l’ambiente giudiziario, di assumere la stessa a debito riguardo.

Alla luce di tali considerazioni, si ritiene oltremodo indispensabile l’intervento della pedagogia, disciplina che trova la sua ragion d’essere quando si erige a garante del benessere del soggetto in stato di bisogno attraverso un lavoro finalizzato alla presa di coscienza, da parte dello stesso, della propria condizione in quanto soggetto titolare del diritto, nonché della responsabilità, di porsi come guida primaria del suo stesso percorso esistenziale. Per un’effettiva tutela dell’individuo occorre, pertanto, attivare una connessione, proficua e sinergica, tra due ambiti operativi e di conoscenza divergenti, ma, al contempo, affini, come il diritto e la pedagogia, la cui applicazione, in sinergia con la materia giurisprudenziale, consente, a nostro avviso, una più corretta interpretazione, ma anche concretizzazione, del principio insito nell’azione di chi si occupa, negli ambienti giuridici, della salvaguardia dei diritti della persona, ossia la convinzione che l’essere umano sia, indipendentemente dall’età e dall’estrazione sociale, un soggetto di diritti, inviolabili e inalienabili. La pedagogia si pone, così, come disciplina idonea a promuovere e a garantire la tutela del soggetto debole, soprattutto quando entra in connessione sinergica con quanto è di pertinenza del diritto (Ciammetti, 2009).

In modo particolare, la pedagogia si erige a garante della promozione e della salvaguardia del minore nei casi specifici in cui egli sia un soggetto deviante (ambito penale) o quando egli si trovi nella condizione di ‘figlio conteso’ nel procedimento di separazione/divorzio della coppia genitoriale (ambito civile).

Nel delicato frangente della separazione genitoriale, particolare attenzione deve essere posta ai figli, il quale sviluppo psico-fisico e socio-relazionale vede il rischio reale di venire significativamente e ampiamente compromesso nel momento in cui costoro vengono implicati nel processo conflittuale inter-parentale o in pericolosi e pregiudizievoli meccanismi di strumentalizzazione o, ancora, in deleteri conflitti di lealtà, situazioni, queste, che relegano il figlio minore d’età entro il ruolo, dai rigidi ma non insormontabili confini, perché valicabili attraverso il suo ascolto competente, di ‘parte estranea’ del processo di disgregazione del nucleo familiare ma, paradossalmente, di ‘parte attiva’ nel processo conflittuale inter-genitoriale (Camerini & Pingitore, 2015; Canavesi & Porta, 2012; Dell’Antonio, 1993; Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, 2011a; Vallario, 2016).

In una realtà caratterizzata dall’aumento dei fenomeni di violazione/violenza verso il mondo minorile, la pedagogia, allora, si delinea come uno strumento funzionale per determinare, chiaramente e inequivocabilmente, i diritti e i bisogni dell’età evolutiva “in relazione ad una lettura critica della realtà storica, culturale, sociale, […] ed educativa del tempo che sia in grado di coniugare le esigenze dei minori e le risposte della società con i concreti compiti di sviluppo di una precisa realtà minorile” (Milani, 1995, p. 12). Detto con le parole di L. Milani (1995), insomma, “se la pedagogia fornisce strumenti culturali puntuali e rigorosi da un punto di vista scientifico, la giustizia consente di trasformare tali strumenti in affermazioni inviolabili e in norme legislative che diventano vincoli precisi per la prassi orientata alla promozione del minore e al suo maggiore interesse anche contro la società degli adulti” (pp. 11-12).

Ebbene, la pedagogia interviene nell’ambiente giudiziario nel momento esatto in cui ha luogo la violazione dei diritti del minore d’età attraverso un vero e proprio atto di violenza che si esplica nel suo attivo coinvolgimento nel processo conflittuale che vede come protagonisti i soggetti che, più di tutti gli altri, dovrebbero tutelarlo: i suoi genitori. Nel caso preciso in cui il figlio minore d’età sia parte attiva del meccanismo conflittuale, quest’ultimo necessita di forme di tutela specifiche, che scaturiscono dalla consapevolezza che il suo essere vittima della mancante capacità, da parte dei suoi adulti allevanti, di disgiungere l’area della genitorialità da quella della coniugalità, si delinea come una condizione assolutamente sfavorevole per la sana strutturazione dell’identità e della personalità dell’individuo in-divenire, nonché per il suo benessere e per il suo positivo iter di sviluppo. In tale frangente, la pedagogia si incontra e si interseca con il diritto nel momento esatto in cui si attiva ai fini della realizzazione, efficace, della salvaguardia del minore conteso e, quindi, nel momento preciso in cui mette a disposizione i suoi professionisti affinché possano dispiegare le proprie conoscenze e competenze specifiche nell’effettuazione di una procedura che, se eseguita con competenza, serietà ed etica professionale, rende presente il minore inesistente e che, quindi, si delinea come uno strumento di promozione e di tutela vero e proprio del soggetto in stato di bisogno: il suo ascolto.


3. L’ascolto nell’ambito della CTU pedagogica: un dispositivo efficiente per la tutela efficace del minore conteso


Nell’intricato processo della separazione legale dei genitori, dunque, la pedagogia e i suoi professionisti detengono un compito ben preciso, ossia quello di “adottare e individuare gli opportuni dispositivi pedagogici in previsione dell’attuazione di una misura civile” (Fiorillo, 2009, p. 84) come può essere, per l’appunto, la determinazione delle condizioni di affidamento della prole minore. L’ascolto, nell’ambito della Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), si pone, così, come un vero e proprio dispositivo pedagogico, il cui utilizzo competente si vede indispensabile ai fini dell’individuazione dei reali interessi e bisogni del ‘figlio conteso’ e, di conseguenza, ai fini della definizione delle condizioni ‘migliori’ entro le quali inserire il suo percorso di crescita psico-fisica e socio-relazionale (Domanico & Mazza Galanti, 2011; Forza, Michielin & Sergio, 2002; Malagoli Togliatti & Di Benedetto, 2011; Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, 2011b; Protettì & Protettì, 1985; Provenzano, 2009; Romano, 2006).

Se fino a pochi decenni fa erano rari i pedagogisti impegnati in ambito giuridico e si riscontrava una scarsa consapevolezza circa i potenziali attivabili per questa figura professionale, oggi si evidenzia un movimento favorevole, sia culturale sia professionale, dell’esercizio delle funzioni di stampo pedagogico in ambito giuridico. Si registra, in particolare, un aumento, graduale ma significativo, del numero dei pedagogisti impegnati attivamente in sede di Tribunale ordinario in qualità di Consulenti Tecnici d’Ufficio (CTU), a dimostrazione del fatto che la magistratura ordinaria si sta man mano aprendo alla possibilità di affidarsi a un professionista di matrice pedagogica per la determinazione delle condizioni di affidamento più adeguate per il ‘figlio conteso’.

L’inserimento dell’esperto della dottrina pedagogica, nonché delle sue conoscenze e competenze professionali, nell’ambiente giuridico è surrogato dal fatto che oggi la pedagogia viene investita di nuove funzioni e significati. Nello specifico, si è compreso che la competenza del pedagogista può risultare di valido ausilio ad altre figure professionali, quale può essere quella del magistrato in sede di separazione/divorzio della coppia genitoriale qualora il contenzioso sia rappresentato dalla prole minore d’età, le quali possono godere, così, del prezioso vantaggio e della possibilità concreta di fruire della profonda conoscenza che egli ha del mondo umano e relazionale e, in particolare, della famiglia, del bambino, dell’adolescente e delle persone in genere, nonché delle dinamiche e dei meccanismi che intercorrono tra di esse (Ciammetti, 2009). La società odierna vede, pertanto, il pedagogista impegnato attivamente in ambienti prima mai presi in considerazione e le sue competenze specifiche paiono sempre più adeguate a essere dispiegate in ambiti nuovi e differenti. Le sue abilità peculiari, che lo rendono un professionista delle relazioni umane e d’aiuto, prime fra tutte la capacità di ascolto attivo, di tolleranza, di fiducia nelle altrui capacità e la capacità empatica, che si configura come indispensabile nei rapporti umani, permettono di intravedere un’applicabilità professionale in vari contesti e frangenti. Nella fattispecie, “un atteggiamento accettante, non giudicante e, soprattutto, un’adeguata preparazione, hanno permesso a diversi pedagogisti di sperimentarsi anche presso studi legali e nei tribunali” (Manni, 2009, p. 146).

Nel caso specifico in cui il minore si trovi nella condizione di ‘figlio conteso’, per il suo ascolto la magistratura ordinaria richiede l’ausilio di un professionista che sia competente nell’utilizzo di questo strumento. Ebbene, a nostro avviso, il pedagogista risulta essere in possesso di tutte le caratteristiche, conoscenze e competenze che lo rendono, nell’effettivo, adeguato a effettuare l’audizione positiva del minore. In particolare, si afferma che egli sia in grado di stabilire una relazione autentica e costruttiva con il soggetto in stato di bisogno e che sappia predisporre tutte le condizioni tali per cui lo spazio dell’ascolto non si delinei come fonte di stress e di angoscia per il minorenne, ma anzi come una preziosa possibilità, allo stesso concessa, affinché possa assumere consapevolezza circa la sua condizione e, da qui, sperimentare reali opportunità di progettazione del proprio percorso di vita futura.

Si sostiene, inoltre, che a rendere il pedagogista idoneo a operare in sede di Tribunale e, nello specifico, a effettuare l’ascolto del figlio implicato nelle aspre contese genitoriali, sia la sua capacità di non essere intrusivo[7]. Come sostiene P. Re (2012), infatti, con l’ascolto “si tratta di co-costruire una dimensione interpersonale, intersoggettiva con il minore, senza essere intrusivi, coniugando prossimità emotiva (in tal senso un ‘sentire’ emotivo) con la comprensione di ciò che è più utile per lui” (p. 125).

La delicatezza, come presupposto imprescindibile alla base dell’operato di chiunque entri in relazione con il soggetto in stato di bisogno, implica che siano predisposti tutti una serie di riguardi durante l’ascolto, variabili che si sostiene sia in grado di disporre il pedagogista competente, proprio alla luce del possesso, da parte dello stesso, della motivazione interna, della propensione e dell’attitudine idonee a entrare in relazione autentica con il minore e ad affacciarsi al mondo dello stesso non solo con attenzione competente, ma anche con riguardo e delicatezza. A onor del vero, il codice deontologico del pedagogista, elaborato dall’ANPE (2002), dichiara che l’agire pedagogico si fonda sul “valore, l’irripetibilità, l’unicità, la dignità e il rispetto dei diritti delle persone, […] valorizzando l’autonomia, la soggettività, le risorse proprie e l’assunzione di responsabilità” di ogni individuo.

Il valore aggiunto della pedagogia sta, allora, proprio in questo: la disciplina pedagogica, essendo fondata sul presupposto imprescindibile del valore e della dignità della persona umana ed essendo orientata alla tutela concreta degli interessi della stessa, è, infatti, attenta a promuovere un’azione che sia delicata ma, allo stesso tempo, forte e decisa nel suo scopo di difendere l’essere umano da ogni tentativo di violazione dei suoi diritti.

In relazione alla necessità di una formazione orientata a fornire, a chi si occupa di procedere all’ascolto del minore conteso, i saperi e le competenze cardine della dottrina pedagogica, la Società Italiana di Pedagogia (SIPED) presenta, tra le abilità che dovrebbero caratterizzare il profilo professionale del pedagogista, anche quelle comunicativo-relazionali, fra cui, in primo luogo, l’empatia, l’assertività, la capacità di dialogare e la comunicazione definita efficace, che non si dà senza comprensione. Si ritiene, a tal proposito, che a rendere il pedagogista un professionista assolutamente idoneo, ma anche le quali caratteristiche, personali e professionali, e competenze risultano essere non solo vantaggiose, ma anche indispensabili nell’ambiente giudiziario, sia la sua capacità di comunicazione che, se efficace, aiuta concretamente il soggetto implicato nell’intricato procedimento della separazione genitoriale, a vivere il Tribunale e tutte le vicende a esso connesse con meno ansia e stress.

In linea con quanto affermato, il Protocollo sull’interpretazione e applicazione legge 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di ascolto del minore, intitolato Ascolto diretto e “competenze integrate”, dichiara che “è auspicabile che l’ascolto venga effettuato dal Giudice titolare della procedura unitamente al giudice onorario ove previsto, ovvero, in mancanza, con la nomina di un ausiliario ex art. 68 c.p.c. esperto in scienze psicologiche o pedagogiche” (Osservatorio per la giustizia civile di Milano, 2006), sottolineando, in tal modo, l’importanza delle competenze psico-pedagogiche per l’effettuazione efficace dell’ascolto del soggetto in-divenire e prevedendo, nel concreto, un’applicabilità professionale delle competenze tipiche della professionalità pedagogica in un ambiente destinato, sino a pochi decenni fa, solo a professionisti di formazione psicologica e/o psichiatrica.

Come dichiarano le Linee guida per le valutazioni dell’affidamento dei figli nei procedimenti del diritto di famiglia, l’obiettivo della valutazione sull’affidamento dei figli è quello di “contribuire a individuare il migliore interesse psicologico per il figlio” (COPPS – Committee on Professional Practice and Standards, 2009). Per far questo, chiaramente, chi ricopre il ruolo di CTU nel frangente della separazione conflittuale dovrà “valutare e combinare fattori interconnessi, come le dinamiche e le interazioni familiari, le variabili culturali e ambientali, gli atteggiamenti e le attitudini rilevanti per tutte le parti esaminate, nonché le esigenze educative, fisiche e psicologiche del bambino” (COPPS, 2009). Per garantire il benessere del figlio minore, inoltre, le Linee guida affermano che la valutazione debba focalizzarsi sulle competenze genitoriali e sulle caratteristiche del contesto familiare, oltre che sulle esigenze psicologiche del bambino, informazioni, queste, che le stesse definiscono fondamentali per l’obbligo decisionale conclusivo del giudice.

Le Linee guida dichiarano poi, testualmente, che “gli psicologi sono gli unici professionisti che dispongono delle competenze e delle qualifiche necessarie per risolvere tali questioni” (COPPS, 2009), un’affermazione forte e, chiaramente, esclusiva nei confronti di tutte le altre professionalità; ci riferiamo, qui, prettamente a quelle pedagogiche, le quali operano nel primario interesse del soggetto in via di sviluppo, con comprovata competenza. Il professionista pedagogico si vede frutto di un percorso formativo ed esperienziale che lo ha dotato di conoscenze e di saperi appartenenti non soltanto all’ambito educativo, ma anche a quello psicologico e delle relazioni umane. Nonostante il ruolo di Consulente Tecnico d’Ufficio del giudice per gli affidamenti dei minori in caso di contenzioso sui figli sia, di norma, ricoperto dallo psicologo e nonostante sia comportamento usuale, nonché retaggio culturale, della magistratura ordinaria ricorrere all’esperto nella dottrina psicologica per determinare le modalità di affidamento più idonee per la prole minore, ci si sente di affermare che le competenze definite dalle Linee guida come necessarie all’adeguata valutazione delle condizioni di affidamento siano possedute anche dal professionista di stampo pedagogico, benché egli le abbia acquisite e le metta sul campo con un’impronta tipicamente pedagogica. Il pedagogista competente sa, infatti, analizzare e valutare le dinamiche e le interazioni familiari, quanto le variabili ambientali e culturali influiscono su di queste, nonché le esigenze fisiche, psicologiche e, soprattutto, educative del soggetto in-divenire; sa effettuare una valutazione sulle competenze parentali e sa, pertanto, identificare il ‘genitore positivo’[8]. Egli ha ricevuto una preparazione consona all’adeguata analisi delle funzioni genitoriali: sa quali sono e quali dovrebbero essere quelle che garantirebbero il miglior benessere del figlio. Ma sa, anche, accompagnare i vari soggetti della famiglia in crisi alla presa di consapevolezza circa i propri deficit, dal punto di vista educativo, ma anche delle proprie risorse, latenti o non adeguatamente messe sul campo, al fine di favorire nei genitori la volontà e, poi, la capacità di agire nell’ottica di un miglioramento effettivo del proprio comportamento, sia nei confronti l’uno dell’altro sia nei confronti della prole. La Consulenza Tecnica d’Ufficio dovrebbe, infatti, anche servire come spazio di riflessione e di costruttiva progettazione affinché la famiglia distrutta possa partire dalle proprie risorse per pensarsi in modo diverso e ri-configurarsi come nuovo nucleo familiare, sì diviso dal punto di vista legale, ma unito dal punto di vista emotivo e progettuale-educativo, avendo come fine unico quello di garantire il miglior benessere del soggetto in-divenire.

Si delinea, pertanto, come evidente l’apporto fornito dalla professionalità pedagogica all’ambiente giudiziario, ossia quello di rendere disponibile un professionista che possiede le competenze e le conoscenze necessarie per fornire indicazioni relative alla regolamentazione dei diritti, dei figli minori e dei genitori, e dei doveri educativi in capo alle figure genitoriali e che orienta il suo operato sulla base di un’attenta presa in considerazione delle esigenze affettivo-relazionali del soggetto minore d’età.

Il valore aggiunto fornito dalla consulenza tecnica di stampo pedagogico lo si rintraccia proprio nell’oggetto dell’indagine e della valutazione: la natura del legame relazionale instauratosi tra i membri della coppia genitoriale, tra costoro e il figlio minore d’età e tra costoro e altre persone coinvolte, a vario titolo, nella situazione in esame. Si noti, a questo proposito, che nel momento in cui il giudice sottopone al CTU un quesito relativo alla valutazione dell’idoneità genitoriale ed educativa o quando gli chiede, ad esempio, di fornire una valutazione in merito alla maturità affettiva del figlio minore o, ancora, alla natura del rapporto di costui con i genitori, nonché di fornire il proprio parere circa le condizioni di affidamento idonee a garantire il collocamento dell’iter evolutivo del minore in un ambiente sano, armonioso e, soprattutto, attento, non fa altro che evidenziare l’aspetto relazionale del problema. Occorre, pertanto, precisare che, per effettuare un’indagine volta a indagare in maniera competente l’ambiente socio-relazionale di cui il minorenne fa parte, nonché le competenze educative di ciascun genitore, l’apporto delle competenze e delle conoscenze tipiche della professionalità pedagogica risulta indiscutibilmente necessario.

Sulla base di quanto affermato sino a qui, si ritiene che il pedagogista competente possegga le caratteristiche, le conoscenze, le competenze e le capacità adeguate al fine di effettuare l’ascolto efficace del ‘figlio conteso’. Egli è un professionista dotato di una formazione di natura multi-disciplinare, che esercita lo studio e la pratica della pedagogia coniugando, in maniera funzionale e sinergica, azione e riflessione in un modus operandi centrato, tutto, sulla volontà di proteggere, tutelare, ma anche promuovere lo sviluppo positivo del soggetto in-formazione, ma anche ponendo in una proficua ed efficace collaborazione la sua specifica competenza con quella appartenente al mondo giuridico, al fine, sempre, di condurre un’azione professionale attenta alle esigenze reali dei minori, ma anche alla salvaguardia concreta dei loro diritti e interessi.


Note


[1] La legge 27 maggio 1991, n. 176 è intitolata, per l’appunto, Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo.

[2] La Carta Europea dei diritti fondamentali (Carta di Nizza, 7 dicembre 2000) si muove sulla stessa linea della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza quando dichiara, al punto 2 dell’art. 24, che “in tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente” (Centro studi per la pace, 2008).

[3] A tal proposito, occorre ricordare che la pedagogia ha come vero riferimento la formazione dell’individuo, affinché lo stesso assuma consapevolezza delle proprie personali risorse, nonché la capacità di metterle sul campo, per fronteggiare, autonomamente, le situazioni della vita.

[4] L’espressione ‘responsabilità genitoriale’ rimanda al riconoscimento universale della supremazia del superiore interesse del minore. Essa è stata introdotta, nella sua nuova concezione, dal decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, con il quale si è data attuazione alla legge 10 dicembre 2012, n. 219, Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali. Il decreto in questione ha introdotto, quale elemento di novità, una migliore individuazione dei doveri in capo ai genitori nei confronti della prole e si è mosso nella direzione di un deciso rafforzamento del concetto di ‘bi-genitorialità’. Con il menzionato decreto ha avuto luogo, inoltre, la sostituzione del termine ‘potestà’ con quello di ‘responsabilità genitoriale’, modifica terminologica che intende esplicitare una visione differente del rapporto genitori-figli, alla luce della quale occorre porre in primo piano il superiore interesse del figlio minore. Detto con le parole di F. Ruscello, insomma, “con la nuova formulazione linguistica si abbandonerebbe l’idea asimmetrica e adultocentrica del rapporto genitori-figli a vantaggio di una idea improntata all’uguaglianza di diritti e di doveri e più marcatamente puerocentrica” (Ruscello, 2014, citato da Falcone, 2014).

[5] Il termine ‘tutela’ deriva dal latino tuéri, che significa letteralmente ‘guidare’. Esso assume il significato di “azione di controllo vigile e attento”. Nello specifico, “l’atto di tutelare è riferibile alla capacità del soggetto tutelante, che esercita forme di tutela, di osservare, di prendersi cura e, in ultimo, di attivare modalità di protezione e difesa di un soggetto più debole” (Fiorillo, 2009, p. 59).

[6] Il diritto del minore a essere ascoltato è previsto dall’art. 155-sexies c.c., Poteri del giudice e ascolto del minore, introdotto nel codice dalla legge 8 febbraio 2006, n. 54, Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli, il quale introduce l’obbligatorietà dell’ascolto del figlio minore d’età, capace di discernimento, nelle procedure separative dei suoi genitori e predispone che il minore debba essere ascoltato sempre, e non solamente sentito dal giudice.

[7] Il concetto di ‘non-intrusività’ a cui si fa qui riferimento è stato estrapolato da: Milani, L. (2000). Competenza pedagogica e progettualità educativa. Brescia: La Scuola.

[8] Il termine ‘genitore positivo’ viene utilizzato per indicare l’individuo che, in qualità di genitore, è in grado di assumere un atteggiamento di ‘genitorialità positiva’. Con le parole di J. Durrant (2012) si potrebbe affermare che con l’espressione ‘genitore positivo’ s’intende quel genitore capace di “individuare i propri obiettivi educativi di lungo termine; far sentire il proprio affetto e fornire punti di riferimento ai nostri figli in ogni interazione con loro; comprendere cosa pensano e cosa provano i nostri figli in diverse situazioni; assumere un approccio che mira alla risoluzione dei problemi piuttosto che un approccio punitivo”.


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