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Trasformare il disagio. Una riflessione sulla figura del dottorando come studente-lavoratore
di Stefano Landonio   


Una recente ricerca belga pubblicata sulla rivista Research Policy (Levecque, Anseel, De Beuckelaer, Van der Heyden & Gisle, 2017) ha posto l’attenzione sul rischio, per i giovani ricercatori e ricercatrici, di sviluppare forme di disagio e depressione legate alla condizione di precarietà nella quale si trovano a fare ricerca.

La figura del dottorando è infatti soggetta a numerose sollecitazioni, che se da un lato esaltano una figura caratterizzata da mutevolezza, adattabilità ai contesti e dalla ampia e libera possibilità di mettersi in gioco, dall’altro evidenziano uno stress e una pressione che non si esaurisce esclusivamente nello svolgere la propria ricerca; in particolare il disagio prende forma nella competitività che può soggiacere al mondo accademico, e più diffusamente nell’incertezza del futuro, condizione che a livelli diversi interessa la società odierna e molti ambienti di lavoro. Peraltro è la stessa figura dei futuri dottori di ricerca ad essere ambigua; essi infatti sono studenti – ovvero seguono un percorso che li forma come ricercatori – ma nello stesso tempo sono lavoratori a tutti gli effetti: ricercano ma hanno le competenze per formare, svolgendo quindi anche mansioni differenti dal mero studio. In un clima di precarietà è quindi importante riflettere sull’identità del dottorando come figura che incarna l’anello che lega mondo della formazione – l’università come ambiente di apprendimento – e mondo lavorativo, in prospettiva di una spendibilità della formazione ricevuta in contesti anche differenti dall’accademia. In questa prospettiva il dottorando diventa il simbolo della condizione lavorativa odierna, imbrigliata in un contesto sociale mutevole che richiede una costante adattabilità alle nuove richieste del mercato.


Il contributo si apre pertanto delineando alcune linee identitarie del dottorando italiano, senza precludere alle specificità nazionali e internazionali ma considerando il ricercatore come un effettivo lavoratore. Successivamente la riflessione si apre su due questioni.

Con la prima si ritiene interessante comprendere in che ambiti il dottorando fa esperienza del disagio (Palmieri, 2012). Si tratta in particolare di evidenziare alcune linee di tendenza della società attuale – ravvisabili anche in ambito universitario – che riguardano la propensione all’individualizzazione e alla precarietà del futuro lavorativo; ma ancora alla ricerca quasi smaniosa di affermazione e di successo, non più nell’ottica della comunità che apprende collettivamente quanto nella competitività che vede l’uno arrivare prima dell’altro. È la società dei cacciatori ritratta da Bauman (2016). In secondo luogo il sapere pedagogico è chiamato ad essere mediatore verso un mondo del lavoro siffatto, incerto ma nel quale è comunque possibile spendere le proprie competenze con flessibilità. Si tratta di formarsi come ricercatori critici, se con questo termine si intende la possibilità di considerarsi costantemente in formazione, come la prospettiva del lifelong learning suggerisce. La pedagogia è qui intesa allora come disciplina in grado di fornire le indicazioni per un percorso di autoformazione che permetterebbe ad ogni lavoratore – quindi non solo in università – di valorizzare la propria capacità di riflessione ed essere così in grado di rendere il lavoro dignitoso, stimolante ma anche dinamico e creativo.


A recent belgian research published in the Research policy journal (Levecque, Anseel, De Beuckelaer, Van der Heyden & Gisle, 2017) has focused on the risk for young researchers to develop forms of discomfort and depression linked to the precarious conditions in which they are researching. The PhD candidate is subject to numerous stresses, which on the one hand exalt a figure characterized by changeability, adaptability to contexts and the wide and free ability to work, on the other show stress and pressure not only when he or she doing own research; in particular discomfort takes shape in the competitiveness present in the academic world, and more widespread in the uncertainty of the future, a condition that at different levels affects today’s society and many working environments. However, it’s the same PhD candidates to be ambiguous; they are, in fact, students – they follow a path that forms them as researchers – but at the same time are workers. In a precariousness job climate, it is therefore important to reflect on the identity of the PhD candidate as a figure incarnating the link that binds the world of education – the university as a learning environment – and the working world, in view of the expediency of training received in contexts also different from the academy. In this perspective, the PhD candidate becomes the symbol of today’s working condition, harnessed in a changing social context that requires constant adaptability to new job market demands.

The contribution opens by delineating some identity lines of the Italian PhD candidate, without excluding national and international specificities, but considering the researcher as a real worker.

Afterwards, the reflection opens on two issues.

With the first one, it is interesting to see some PhD candidate discomfort experiences (Palmieri 2012). In particular it’s easy to see some of the current trends of the present society, which are also visible in the university context, which concern the tendency to individualization and the precariousness of the future of work; but still looking for a bit of anxious affirmation and success of oneself, no longer for a community that learns collectively, but competitively: the one coming before the other. It is the hunter society portrayed by Bauman (2016). In the second, pedagogical knowledge is called to be a mediator of this uncertain world, but in which it is possible to spend own skills with flexibility. Becoming a critical researcher, we know that we are constantly in training, as the perspective of lifelong learning suggests. Pedagogy is here a discipline able to provides directions for a self-training that would enable every worker – and therefore not only in the university – to enhance their reflection skills and thus be able to make dignified and stimulating work, but also dynamic and creative.


1. Riflessioni in apertura


Il dottorato di ricerca è un titolo accademico, diffuso in molti paesi del mondo, corrispondente al massimo grado di istruzione universitaria ottenibile; il percorso è originariamente finalizzato a regolare l’accesso alla docenza universitaria e pertanto acquista un valore importante in tema di formazione personale e professionale poiché si tratta di formare coloro i quali potrebbero potenzialmente formare – almeno in linea teorica – i lavoratori e le lavoratrici del domani. In Italia, al di là dei diversi cambiamenti giuridici[1] che nel corso degli anni hanno modificato le disposizioni dell’istituto e di riflesso la figura del dottorando, esso continua a risultare un profilo ambiguo e pressoché adagiato alla figura di un tradizionale studente universitario; seppur le conoscenze in possesso del futuro dottore di ricerca possano essere già più raffinate rispetto ad un qualsiasi neo-iscritto ad un corso di laurea triennale o quinquennale – poiché già dottore magistrale, prerequisito per l’ammissione al corso di dottorato – sono le attività alle quali il dottorando è chiamato ad essere rilevanti per il suo profilo identitario. Esse comprendono a titolo d’esempio la partecipazione a commissioni d’esame in qualità di cultori della materia di cui si occupano, oppure colloqui con gli studenti e tesisti, ma ancora presa in carico di lezioni o attività seminariali; è in particolare il DM 45/2013[2] a indicare questo insieme di attività facoltative come “parte integrante del percorso formativo” (Art. 12) ed effettivamente esse possono risultare occasione di apprendimento per chi intende approcciarsi in termini professionali al mondo accademico e della ricerca. Tuttavia esse possono più o meno incisivamente sottrarre tempo al dottorando rispetto al proprio percorso di ricerca quale momento di studio e lavoro unico, libero e creativo; da questo punto di vista infatti “il potere contrattuale del dottorando nel rifiutare tali incarichi è davvero limitato” (Ferrara, 2015, p. 84) con la conseguente possibilità di sviluppare forme di disagio lungo il proprio percorso di ricerca. Una recente ricerca belga (Levecque, Anseel, De Beuckelaer, Van der Heyden & Gisle, 2017) ha rilevato infatti un alto rischio per i dottorandi di sviluppare forme di depressione e disagio nell’affrontare i tre anni di dottorato, che scaturiscono e concorrono a far sorgere stress diffuso, competitività talora marcata negli ambienti universitari e non ultima una buona dose di incertezza rispetto la spendibilità del titolo ottenuto in futuro, una volta terminato il percorso. Pur riconoscendo quindi un ruolo importante alle attività integrative alle quali il dottorato può prendere parte e tali da formarlo come ricercatore maturo, “sarebbe opportuno che la normativa ne prendesse atto non limitandosi a soluzioni che mortificano il profilo del dottorando e aprono la strada a fenomeni di sfruttamento: negando una componente lavorativa dell’attività svolta dai dottorandi, la normativa priva infatti i soggetti in questione di tutte le garanzie proprie del rapporto di lavoro” (Ferrara, 2015, p. 87).

Come si evince quindi l’ambivalenza costitutiva dello status di dottorando si gioca tra mondo della formazione e mondo del lavoro, pur riconoscendo e rivendicando una commistione di interessi e intenti in entrambi i campi. Se il dottorato si differenzia quindi dal lavoro in senso stretto, esso lo fa perché la componente formativa che lo costituisce è forte, presente e richiede attenzione. Da questo punto di vista la ricerca alla quale è dedito il dottorando è di per sé l’oggetto verso il quale dirigere le spinte formative, sia che esse costituiscano le tappe di un percorso istituzionalmente strutturato – in particolare dai dipartimenti universitari e dalle diverse scuole di dottorato presenti sul territorio – sia che esse vengano scelte in autonomia dal dottorando; in quest’ultimo caso gli viene infatti riconosciuta la possibilità di partecipare in autonomia a convegni e conferenze, ma anche a seminari e lezioni che possono offrire l’acquisizione di nuove conoscenze e competenze.

Al di là delle specificità costitutive dei diversi percorsi di dottorato presenti in Italia e all’estero, la questione che sembra emergere e sulla quale è possibile spendere delle riflessioni, riguarda la figura del dottorando come professionista. Si tratta in un primo tempo di chiedersi in che termini un percorso di formazione alla ricerca libero e autonomo possa far sorgere stress e disagio in chi lo sta svolgendo; secondariamente si riflette circa il ruolo che potrebbe avere la pedagogia come sapere in grado di supportare l’individuo in questo percorso, recuperando nel contempo la bellezza che lo contraddistingue.


2. Il fondo, ovvero i lavoratori-cacciatori


Scrive Bauman (2016), parafrasando Blaise Pascal, che “gli uomini vanno solo alla ricerca di occupazioni urgenti e opprimenti, tali da impedire loro di pensare unicamente a se stessi, e per questo si danno come meta un qualche oggetto attraente che può incantarli e sedurli” (p. 37). Le parole condivise dagli autori risultano particolarmente adeguate nel tracciare il profilo identitario del dottorando, al pari di altri professionisti chiamati ad agire nella società contemporanea; comprendere perché un percorso di studio, formazione e lavoro come quello del dottorato rischi di diventare tortuoso e irto, è riflettere quindi sul ruolo del lavoratore odierno rispetto almeno tre questioni.

In primo luogo si tratta di capire in che termini un lavoratore possa voler ricercare occupazioni urgenti e opprimenti, e nel farlo si individuano due direzioni possibili. In un primo caso questa spinta nasce dal desiderio di mostrare le proprie competenze e ambire a raggiungere traguardi gratificanti; a titolo d’esempio un dottorando può frequentare con piacere le attività proposte nel suo percorso formativo, oppure può cimentarsi nella stesura di articoli e saggi per testi o riviste di settore poiché ritiene possano contribuire a comporre il suo profilo come ricercatore. Esse possono effettivamente rubare tempo al suo lavoro, ma spesso vengono ricercate smaniosamente con l’obiettivo di far accrescere la propria visibilità. In un secondo caso si ricercano occupazioni urgenti e dispendiose in termini di tempo e impegno perché condizionati dal mercato globale del lavoro. Esso infatti continua ad offrire mansioni stabili e durature nel tempo, ma contemporaneamente allarga alla disoccupazione e a contratti di lavoro precari e incerti, sintomo e conseguenza di una più ampia crisi economica. La condizione lavorativa è pertanto spesso caratterizzata da atomizzazione e individualizzazione (Trevisanello, 2012), non solo a livello di rapporti contrattuali frammentari, ma anche riguardo alle mansioni – sempre più specializzate – che lo stesso lavoro richiede. Il margine d’azione dell’individuo è in questi termini limitato poiché la necessità di un lavoro spesso implica accettare occupazioni talvolta mortificanti o non adeguate alla preparazione ricevuta; queste si fanno quindi urgenti, termine che rimanda – come l’etimologia suggerisce – alla necessità di trovare pronta soluzione e ottemperare ad un bisogno talvolta neppure sentito come tale. Le stesse mansioni integrative nel percorso di dottorato citate poc’anzi sono un esempio; non sempre infatti si ha la preparazione o il desiderio di cimentarsi in nuove esperienze, e questo può essere vissuto come un limite se l’ambiente intorno al contrario invita alla produzione. D’altra parte “il mondo pieno di possibilità è come un buffet ricolmo di prelibatezze che fanno venire l’acquolina in bocca” (Bauman, 2003a, p. 62), quindi privarsi dell’occasione di mostrare le proprie conoscenze stona con le richieste più o meno esplicite della società, improntata viceversa nella ricerca del successo e dell’affermazione. Bauman da questo punto di vista è chiaro: gli uomini e le donne oggi vedono il loro successo e insuccesso dipendente esclusivamente dalle loro proprie capacità, senza nessuna guida che possa seguire tale percorso. La mancanza di un riferimento importante – dal sostegno dello stato alle tutele di un lavoro stabile – trasforma la società in una distesa di opportunità pronte ad essere colte dagli individui per guadagnare il maggior numero di soddisfazioni possibili. Sembra quindi che l’individuo ritratto della società prospettata dal sociologo polacco sia caratterizzato da una ricerca costante e senza sosta di “cose da fare”; è la società della caccia, metafora che vede nella figura del cacciatore – smanioso di scovare nuove prede – l’uomo moderno, anch’esso spinto da un continuo desiderio di mettersi in gioco e produrre. Tuttavia “lo stanare una lepre pone fine all’eccitazione, che accresce le aspettative; l’unico modo per attenuare la frustrazione è di programmare immediatamente e iniziare la prossima avventura” (Bauman, 2016, p. 38).

In secondo luogo e proseguendo con le parole degli autori citati, sono proprio queste occupazioni che impedirebbero all’uomo di pensare unicamente a se stesso; se ne conviene quindi che la società odierna sembra invitare ad una condivisione di saperi e occupazioni, prospettiva che tradisce quanto si è affermato poc’anzi rispetto alla smania individualistica di successo. La metafora del cacciatore insiste e dipana questa controversia; il cacciatore infatti vuole eludere il bisogno di pensare alla propria “infelice condizione […] ragion per cui si preferisce la caccia alla preda” (Pascal, 1962, p. 162); non si tratta quindi di disconoscere la forza di un lavoro condiviso, ma la collaborazione diventa un mezzo per raggiungere un fine sentito come personale. Come sottolineano Quaglino e Cortese (2003) il gruppo si esprime su due piani: da un lato esso è relazionale e oggettivo, ovvero nasce per raggiungere dei risultati, dall’altro è irrazionale e simbolico, ovvero comprende dinamiche di socializzazione – talvolta emotive e inconsapevoli – che creano legami al di là dell’obiettivo da raggiungere. L’attenzione rivolta al fine che un gruppo può ottenere, a discapito della socialità in esso comunque presente, è un segno di quanto il lavoro nella società odierna sia spesso caratterizzato da una segmentazione della domanda nel mercato dei beni e dei servizi, con la conseguente destabilizzazione dei sistemi produttivi tradizionali. L’incertezza diventa allora l’elemento caratterizzante il mercato occupazione, sorta dall’assenza di “dipendenza nei confronti della gerarchia, che sosteneva i processi identificatori nei confronti dell’organizzazione” (Kaneklin, 1993, p. 138). Il dottorato è un esempio di queste nuove dinamiche poiché se con esso si garantiva un accesso al mondo universitario, oggi le probabilità di una continuità occupazionale con l’accademia risultano scarse, incerte e vincolate nel tempo; ma se l’università, al pari di un qualsiasi altro ambiente lavorativo, può mutare il suo ruolo gerarchico, il dottorando che si inserisce in queste dinamiche può rimanere imbrigliato più o meno comodamente in una rete che lo sprona a farsi largo in una riserva di caccia; i cacciatori infatti possono cacciare insieme, ma la gratificazione e l’eccitazione restano individuale. In questo circolo ciò che conta è non fermarsi “poiché gli altri cacciatori non smetteranno di cacciare, l’esclusione dalla caccia che continua equivarrà a una disgrazia e alla vergogna del rifiuto: dunque, in ultima analisi, all’ignominia della denuncia di inadeguatezza” (Bauman, 2016, p. 40). Affermarsi come futuri ricercatori è quindi farsi largo, competere e dimostrarsi competenti come e più degli altri, perseverando negli obiettivi che si vogliono raggiungere.

In terzo luogo la citazione di apertura si chiude sottolineando la natura di queste occupazioni, ovvero seducenti ed incantatrici. Come l’etimologia suggerisce, il termine sedurre rimanda al latino seducere, composto da se – ad indicare separazione – e ducere, ovvero condurre, quindi condurre fuori dal retto cammino, distogliere dal bene, specialmente con astuzia; significato affine ad incantare, che ricorda le parole ammaliatrici di coloro che cantavano per guadagnarsi la fiducia e la benevolenza dell’altro. Entrambi i termini scelti adombrano, lasciano trasparire un senso non chiaro e soprattutto un fine incerto: si seduce con astuzia per lasciare la via sicura, oppure si incanta per interrompere o privare qualcuno di attenzione ma non si indica la meta di questo “portare via”. Seppur per un dottorando gli obiettivi durante il percorso siano chiari – al di là della tesi conclusiva – spesso le sollecitazioni per partecipare a convegni e collaborazioni risultano arbitrarie; è quindi a discrezione del futuro dottore di ricerca scegliere quando e in che termini sfruttare le proprie conoscenze e capacità. Da questo punto di vista come si è detto, il mercato offre una serie di sollecitazioni più o meno accattivanti che possono temporaneamente distogliere il dottorando dai propositi della sua ricerca; queste occasioni risultano così seducenti proprio perché effettivamente possono contribuire ad accrescere l’esperienza dell’individuo, nel mettersi in gioco anche in nuovi apprendimenti. L’incanto si consuma se lo sguardo si rivolge a nuove sfide, che incalzano, affiancano e talvolta interrompono il percorso di dottorato; si tratta comunque di compiere questi passi, non solo perché spronati da un sistema che invita a cimentarsi costantemente in nuove esperienze, ma perché come cacciatori si è desiderosi di raggiungere nuove prede, quindi non rinunciare a produrre ed affermarsi; ecco che allora la questione del desiderio risulta centrale in una società di cacciatori e in particolare è il pensiero di Lacan ad essere pertinente con il discorso in oggetto. Lo psicoanalista francese propone una lettura del desiderio che inizialmente si riferisce alla relazione madre-bambino, individuando in quest’ultimo un desiderio alienato proprio dalla figura materna; infatti “è l’immagine dell’altro ad avere una priorità e ad esercitare una dominazione sull’io […]. La stessa immagine che fornisce all’io la sua identità è ciò che lo aliena infinitamente a se stesso” (Di Ciaccia & Recalcati, 2000, p. 273). Sarà la metafora paterna – ovvero l’ordine simbolico che regge la vita sociale – ad impedire che questa relazione fusionale diventi mortifera; la parola paterna introduce quindi il soggetto nel discorso linguistico nel quale è inserito, soggettivandolo. Tuttavia il desiderio di essere (il desiderio materno) deve lasciar posto ad un desiderio di avere, impegnandolo quindi nella ricerca di oggetti sostitutivi dell’oggetto perduto; questo movimento è però vano poiché nessun oggetto sarà sufficientemente adeguato a ricoprire il desiderio originario. Il desiderio resta dunque sempre insoddisfatto, rinascendo di continuo poiché è altrove rispetto all’oggetto a cui mira. In linea con quanto affermato, il cacciatore emblema del lavoratore odierno sembra essere caratterizzo da un desiderio di affermazione metonimico, ovvero egli non trova un oggetto in grado di soddisfare il proprio desiderio ma continuamente rilancia ad un altro che con esso ha una relazione di vicinanza e significato attiguo. Così si comprende la scelta di impegnarsi in numerose attività fino a saturare le proprie giornate.

Se i ricercatori belgi sostengono l’insorgere di forme di disagio (depressione, malessere) nei dottorandi, le ragioni possono risiedere anche in queste premesse. Il disagio è infatti un’interazione tra individuo – nella sua unicità – e contesto sociale, influenzato da condizioni economico-sociali critiche (Palmieri, 2012); come si è visto una società che invita all’individualismo, alla competitività, al successo ritrae “l’utopia della modernità liquida [che] non dà senso alla vita [ma] contribuisce a scacciare dalla nostra mente la questione del significato della vita” (Bauman, 2016, p. 41). Formarsi come lavoratori competenti significa quindi dimostrarsi abili ad essere buoni cacciatori, spinti da un continuo desiderio di affermazione, senza sosta, oberati di impegni e occupazioni. Non generalizzando, il dottorando come altri lavoratori può trovarsi impantanato in questo fondo fangoso; la formazione riveste allora un ruolo privilegiato poiché è ciò che potrebbe districare il professionista restituendo dignità e bellezza al suo ruolo.


3. La superficie, ovvero linee di resistenza al disagio


Il quadro delineato da Bauman con la metafora della caccia è quindi calzante alla società moderna, dove l’individuo si trova a svolgere lavori e mansioni precarie, incerte, suscettibili di cambiamenti rapidi; come si è visto il dottorando è di per sé una figura particolare: svolge temporaneamente un percorso di formazione ma “lavora” alla sua ricerca e per altri impegni in università. Secondo l’analisi svolta, in esso possono ridursi più o meno marcatamente le caratteristiche del lavoro e delle relazioni sociali odierne: ha delle competenze che gli permettono di svolgere un dottorato, ma la preparazione che otterrà potrebbe non essere sufficiente a garantire una continuità lavorativa in università; potrebbe quindi essere costretto a spendere le proprie competenze in altri contesti, adattandosi alle richieste del mercato. Ma ancora è la stessa vita da dottorando ad essere di caccia, poiché sempre più di frequente caratterizzata dalla richiesta di pubblicazioni e collaborazioni anche internazionali in un clima spesso competitivo, che richiede un impegno e una costanza nel lavoro da svolgere.

Questo – è bene ribadirlo – non costituisce la norma ma una tendenza, che le ricerche citate hanno sottolineato; ma se questo è l’indirizzo che il lavoro di ricerca ha preso, si tratta ora di riflettere su quali possono essere le possibilità di evitare o smorzare il disagio che può portare una società di cacciatori. Prima di questo è importante fare una premessa. Se si è concordi nel riconoscere “l’educazione [come] un dispositivo [ed essa] come dimensione fondamentale della realtà” (Massa, 1987, p. 17), si comprende quanto le dimensioni costitutive di tale dispositivo educativo siano molteplici e riguardino “un insieme eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, sistematizzazioni architettoniche [morali, proposizioni filosofiche ecc.] insomma un detto ma anche un non detto [quindi] la rete che si può stabilire fra questi elementi” (Foucault, 1994, p. 25). Ne conviene che nella società moderna i dispositivi che agiscono possono essere manipolati solo parzialmente; tuttavia se le dimensioni del dispositivo concorrono a materializzare la realtà educativa – agendo sullo spazio, il tempo, i simboli e i corpi dell’individuo – la possibilità che queste non sempre siano consapevoli rende l’educazione un “dispositivo pratico-discorsivo di soggettivazione e di assoggettamento” (Orsenigo, 2010, p. 121). Questo significa che per l’individuo diventa impossibile governare totalmente il dispositivo; in esso a volte potrà trovare una sua soggettivazione, altre invece rimarrà imbrigliato nella rete che lo costituisce; lo stesso dottorando si ritrova in un sistema che lo condiziona poiché sembra importante adoperarsi in modo assiduo e smanioso in numerose attività per diventare buoni ricercatori. Ma al pari suo altri lavoratori diventano pedine sui fili della rete del dispositivo; pensiamo ai grandi centri commerciali e agli orari di lavoro continuato, oppure negozi che impongono la presenza nei giorni festivi. La precarietà del lavoro è anche essere costretti a fare delle scelte perché non c’è alternativa, e in questo il dispositivo – nella forma del mercato, dell’economia, della crisi – è più forte del singolo lavoratore.

Nonostante questo quadro è possibile individuare tre spunti di riflessione grazie ai quali risollevare delle situazioni lavorative e di conseguenza personali che possono risultare deboli, disagianti, depressive.

Un prima linea di fuga parte proprio dal vivere il disagio quale insieme di “atteggiamenti, pratiche, comportamenti sociali e individuali appresi” (Palmieri, 2012, p. 21). I contesti nei quali facciamo esperienza – sociale, economico, culturale – si rivelano come occasioni in cui può insorgere disagio, e nel viverlo è proprio l’esperienza a ricordare quanto l’esistenza umana sia caratterizzata dal limite, ovvero quanto l’uomo sia “potenza finita” (Natoli, 2008, p. 125) segnata dalla temporalità. Da questo punto di vista allora l’individuo non può considerarsi come una monade isolata ma “l’esperienza dell’estraneo rinvia ad una più originaria relazionalità” (Natoli, 2006, p. 47); è possibile pertanto leggere il disagio come relazione poiché riguarda la percezione di sé rispetto alle aspettative sociali, nascondendo omologazione, inadeguatezza, adattamento, paura di essere esclusi. Se questi sono i fantasmi della società dei cacciatori, dove ciò che conta è la prestazione e il rilancio continuo a nuove esperienze – personali, lavorative – si comprende quanto sia importante riflettere sulla natura di questo disagio; esso diventa “oggetto di attenzione pedagogica rispetto alle occasioni educative e al percorso autoformativo dei singoli” (Palmieri, 2012, p. 31). Si tratta di leggere il disagio come possibile situazione formativa non negando i limiti che esso comporta: la finitudine umana, la necessità di riconoscersi come partecipanti ad un consorzio comune e assoggettarsi alle limitazioni che impone il mondo in cui si vive. Tuttavia lo sguardo pedagogico è chiamato come supporto nel comprendere come si è formata una certa situazione di disagio, individuando le strategie per affrontarla; è uno sguardo relativo: non può allargarsi alla crisi mondiale ma può agire nella quotidianità delle persone. In particolare il disagio è contestuale, ovvero frutto di apprendimenti formali/informali; ne consegue la necessità di partire dal mondo della vita quale ampio contesto nel quale l’individuo possa ritrovare quelle mancanze che generano disagio. È il sistema universitario – pensando all’ambito del dottorato – ad essere in costante mutamento a seconda delle richieste nazionali e internazionali; queste possono effettivamente diventare oggetto di desiderio – raggiungerle significa continuamente aspirare all’affermazione, al successo – ma possono altresì far sorgere malessere non tanto perché non si raggiungono, ma perché non si vuole partecipare a questa competizione. Uscire dal gruppo di cacciatori significa allora riconoscere che “sotto le ali del desiderio illimitato noi effondiamo la nostra potenza, fino a perdere noi stessi. Allora l’unico modo in cui possiamo investire bene e conservare a lungo la nostra potenza consiste […] nel trattenerla” (Natoli, 2006, p. 36) e sentirsi in dovere di limitarsi a svolgere, nel possibile, ciò che si ritiene possa avere un valore formativo e accrescitivo in termini di conoscenze per la nostra persona, non cercando di fare tutto ciò che è possibile ma ambire ad avere “una certa competenza e padroneggiarsi, e quindi anche a vivere bene: [avere] un carattere (ethos) ben formato” (Natoli, 2006, p. 40).

Una seconda linea di fuga riguarda da vicino l’identità del dottorando in quanto la sua condizione “appare dominata da una forte incertezza, poiché alla marginalità socio-economica tipica del perdurare dell’esperienza di studente si somma l’ambiguità professionale dell’impiego da ricercatore in posizione non strutturata” (Grifone Baglioni, 2016, p. 351). Il disagio sembra nuovamente sorgere nello scarto tra identità ambita e identità realizzata, quindi in che termini esso condiziona il progetto esistenziale dell’individuo? È necessaria una precisazione, poiché in una società liquida anche l’identità assume caratteristiche sfuggenti. Secondo Bauman (2003b) l’identità riguarda la vita nella misura di “un compito ancora non realizzato, non compiuto, come un appello, come un dovere e un incitamento ad agire” (pp. 19-20). Da questo punto di vista l’identità risulta un problema educativo per il fatto che l’educazione stessa è problematica, nel senso che pone dei problemi e questi sollecitano un movimento atto a rivolverli, quindi fare esperienza e riflettere sulla propria condizione. Se nella contemporaneità “la costruzione dell’identità è guidata dalla logica della razionalità finale (scoprire quanto sono attraenti gli obiettivi raggiungibili con i mezzi dati)” (Bauman, 2003b, p. 57) sembra importante riscoprire le qualità di un percorso mutevole ma che può farsi sicuro, specie in una società fluida caratterizzata da una “liquefazione delle strutture e delle istituzioni sociali” (Bauman, 2003b, p. 59). Il ruolo della pedagogia in questo senso è lampante in quanto sapere che fa della formazione il suo principale oggetto di studio (Riva, 2004). Nel caso italiano da un lato si tratta di rivendicare per il dottorando delle certezze che egli acquisisce sia con l’ingresso nel dottorato – è infatti legittimato ad essere un ricercatore in formazione – sia con la fine del percorso, diventando nei fatti un ricercatore; infatti il sistema universitario italiano “ignorando la costitutiva duplicità del dottorato di ricerca, basata sul fatto che la prova d’accesso sancisce un passaggio di status, viene così compressa tale complessità e mortificata la soggettività delle persone coinvolte” (Ferrara, 2015, p. 89). Dall’altro lato, a fronte di un contesto socio-lavorativo precario, è l’individuo ad assumersi la responsabilità del suo percorso formativo al di là di evidenti oggettivi limiti legislativi e normativi; in un’epoca di identità-puzzle (Bauman, 2003b), si tratta di riscoprire quali significati ed emozioni vengono coinvolti nel proprio percorso esperienziale e come questi possano contribuire a formare l’individuo rispetto al suo essere nel mondo: nelle relazioni con gli altri, nella propria corporeità, nella gestione dei tempi e degli spazi quali oggetti imprescindibili di ogni evento educativo.

In ultima analisi la terza linea di fuga dal disagio riguarda il fine principale per il quale si segue un percorso di dottorato, ovvero la ricerca; essa infatti si presenta come un’esperienza che, seppur limitata nel tempo[3], consente di preparare un soggetto al mondo della ricerca, fornendogli strumenti e competenze spendibili in diversi ambiti pubblici e privati. Il futuro ricercatore si trova fin da subito implicato nelle dinamiche del dottorato su un duplice livello. Il primo sottolinea quanto nella sua indagine, egli sia strettamente coinvolto nel processo di ricerca, quindi nelle sue articolazioni metodologiche; il dottorando non è mai neutro mentre fa ricerca e questa relazionalità si mostra fin da subito nelle scelte e nei colloqui che intraprende con i partecipati all’indagine. Il secondo livello riguarda in modo più ampio la vita lavorativa in università, poiché fin dall’inizio del dottorato egli si ritrova a confrontarsi con diverse figure: dai colleghi dottorandi, al proprio tutor, agli esperti e ai collaboratori nelle varie attività integrative. È sulle relazioni che esso sviluppa che è possibile ritrovare un margine di azione pedagogica in quanto, ancor prima di essere competitive e individualistiche, esse ricordano un sentire comune tra i dottorandi che li rende gruppo. Ogni futuro dottore di ricerca infatti è animato da comuni disposizioni – personali, emotive, professionali – che già di per sé creano un gruppo, al di là delle aspirazioni dei singoli; riconoscersi come gruppo significa da un lato uscire dall’individualismo della società liquida, dall’altro costituirsi come comunità di individui che apprendono. Rispetto al percorso di dottorato, quale impegno professionale che necessita anche di momenti individuali, il gruppo risulta uno strumento di condivisione e confronto alla pari che può accompagnare un processo formativo orientato nella prospettiva di una formazione a pensare (Kaneklin, 1993). Unire punti di vista e discuterne è occasione per ognuno di riflettere sulla propria prospettiva e aprire vie percorribili qualora il contesto tenda a chiudere; è allora e primariamente un momento di autoformazione. Questo d’altra parte è possibile se il gruppo è in grado di valorizzare le competenze e le specificità dei singoli, che si misurano anche e soprattutto sulle conoscenze pregresse di ognuno poiché il dottorato generalmente pone sullo stesso piano ogni partecipante per quanto riguarda le competenze di ricerca.

Queste linee verso una possibile cura del disagio legato alla figura del dottorando possono essere estese anche ad altre organizzazioni, nelle quali i lavoratori – specie neofiti – vivono momenti di difficoltà, incertezza e precarietà. Non sono ricette, ma accortezze spendibili nella prospettiva del lifelong learning, quale apprendimento duraturo nel corso della vita; se cambia la qualità dell’occupazione – ad esempio: manodopera sempre più ridotta, maggior uso di tecnologie, incertezza dei mercati – diventa importante considerare non tanto l’acquisizione di competenze, quanto la capacità d’innovazione in prospettiva di una formazione continua (Alberici, 2002). Se il lavoratore è in grado di far proprio un pensiero efficace (non efficiente), allora potrà spendere le sue competenze in modo creativo, rendendo il lavoro stesso dignitoso e in grado di esaltare le capacità proprie e degli altri. Il valore che il professionista può donare alla propria organizzazione è la sua capacità riflessiva; “a fare la differenza dunque è la capacità riflessiva, la capacità di riflettere sull’esperienza” (Mortari, 2009, p. 114), se l’organizzazione è disposta a valorizzare figure professionali che piuttosto che adattarsi e appiattirsi sulla routine organizzativa, possano rendere il lavoro più dinamico, critico e innovativo.


Note


[1] Per un approfondimento in tale direzione è possibile rifarsi progressivamente a L. 28/1980 e DPR 382/1980, la prima riforma L. 210/1998, L. 315/1998 e DM 224/1999, la seconda riforma L.240/2010, DM 45/2013 e linee guida.

[2] Testo completo disponibile all’indirizzo: http://attiministeriali.miur.it/anno-2013/febbraio/dm-08022013-(1).aspx.

[3] Il dottorato prevede generalmente tre anni per il completamento del proprio progetto personale di ricerca.


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