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Contro lo Scientific Management. Cento anni dopo la Physiologie du travail
di Luigi Traetta   

 

In linea con il recente orientamento storiografico, che considera il contesto francese del primo Novecento come il luogo privilegiato dove si affermò la psicotecnica, il presente saggio si concentra sul lavoro pionieristico di Jean-Marie Lahy, sostenitore dell’applicazione delle procedure psicofisiologiche sia all’ambito lavorativo, sia all’orientamento ed alla selezione professionale.

Per comprendere la sua opera, occorre anzitutto contestualizzarla in una particolare congiuntura sociale, fortemente influenzata da un lato dal fallimento delle ambizioni sindacali della Confédération Générale du Travail costituita nel 1895 e, dall’altro, sia dalla specificità dell’industria nazionale, caratterizzata dalla prevalenza delle officine rispetto alle fabbriche, sia dalle crescenti preoccupazioni di una possibile crisi energetica mondiale scaturite dai principi della termodinamica.


Particolarmente critico nei confronti di alcuni principi tayloristi che si stavano affermando in Francia proprio al volgere del secolo, Lahy – che riteneva il sistema di Taylor come basato su “un triplo errore” (psicologico, sociale e industriale) –, dichiarava la necessità di applicare il modello filantropico preso in prestito dalla fisica sociale all’analisi scientifica del lavoro. Con l’ausilio di tecniche di presentazione degli stimoli e di registrazione, nonché di alcuni strumenti particolari come il distributeur d’excitations, da lui stesso messi a punto, affrontava i principali temi di psicofisiologia, al fine di scoprire i segreti della fatica umana, di applicare i dati emersi all’organizzazione del lavoro e di perfezionare i metodi adatti per aumentare l’efficienza del lavoro, la produttività e il benessere individuale e collettivo dei lavoratori. Lahy, d’altra parte, non mancava di mettere in evidenza gli effetti fatali dello Scientific Management sulla politica economica: “cieca nei confronti dei reali obiettivi della fabbrica, non potrà mai comprendere il fine collettivo verso cui l’organizzazione mira; da questa cecità, sorgono tutti i conflitti latenti tra le nazioni; ostilità derivanti dalle guerre dei prezzi e dalla saturazione dei mercati dei paesi limitrofi; e la sua principale conseguenza è di annullare qualunque iniziativa nazionale”. La sua opposizione al taylorismo avrebbe costituito pure il principio di fondo a partire dal quale egli avrebbe messo a punto il metodo di analisi del lavoro durante gli anni della direzione del Laboratorio di Psicologia Applicata (1923-1939).


In line with the recent historiographical orientation which consider the French background of the early nineteenth century as one of the places promoting psychotechnics, the current essay focuses on the pioneering work of Jean-Marie Lahy, who applied psychophysiological procedures to the field of work, as well as to the field of vocational guidance and professional selection. This happened in a social context which was influenced by the failure of the union ambitions of the members of the Confédération Générale du Travail established in 1895, by the specificity of the national industry characterized by the prevalence of workshops on factories, and by the worry arisen from thermodynamics about the likelihood of a world energy crisis.

Being critic towards some of those Taylorian principles developing in France around the turn of the century, Lahy – who characterized the Taylor system as based on “a triple error” (psychological, social and industrial) –, stated the necessity to apply the philanthropic model taken from social physics to the scientific analysis of work. By employing presentation of stimuli and registration techniques and some special devices as the distributeur d’excitations, invented by himself, he dealt with the main topics of psychophysiology in order to discover the secrets of the human effort, to apply the resulting data to work organization, and to find the methods suitable for increasing work efficiency, productivity and individual as well as collective well-being. Indeed, Lahy underlined, furthermore, the fatal effects of Taylorian Scientific Management to the economic policy: “blind to the real aims of the factory, it can never perceive the collective ends toward which is organized; from this blindness all of the latent conflicts between nation arise; hostilities derived from price wars; flooding of markets of neighboring countries; and its main consequence, the killing of national initiative”. These goals remained in the job analysis method that Lahy carried out during his direction of the Laboratory of Applied Psychology from 1923 to 1939.


1. Premessa


“I matrimoni ‘finché morte non ci separi’ – scrive Bauman (2000/2011) a proposito dell’incertezza della vita lavorativa individuale – sono decisamente fuori moda e sono diventati una rarità” (p. 169), lasciando il posto ad una situazione di flessibilità e insicurezza. Il principio chomskyiano della “rana bollita” trova, del resto, applicazioni immediate nel monito, rivolto sempre più spesso al lavoratore contemporaneo, di non lasciarsi cogliere impreparato dinanzi al cambiamento improvviso della vita lavorativa, come la rana che, non accorgendosi del graduale aumento della temperatura dell’acqua in cui è immersa, finisce, appunto, bollita.

Ma le rivoluzioni nell’ambito dei contesti lavorativi non sono affatto una novità dei nostri giorni: esattamente un secolo fa, quando la prima guerra mondiale era in pieno svolgimento, il fisiologo e psicologo francese Jean-Marie Lahy pubblicava il volume Le Systéme Taylor et la Physiologie du Travail Professionnel con il quale muoveva una critica serrata al sistema tayloristico che pure, forte di un metodo pedagogico volto a “cambiare le abitudini mediante l’apprendimento” e capace di estendere “questo processo a ciascun operaio” (Accornero, 2004, p. XX), aveva da poco sconvolto tutte le consuetudini dell’organizzazione del lavoro. La nascente psicotecnica francese, della quale proprio Lahy fu uno dei fondatori, contribuì in modo determinante ad arginare in Europa la diffusione del taylorismo. Obiettivo del presente saggio, pertanto, è di ricostruire il contesto in cui la psicotecnica si affermò per dimostrare come, anche a fronte di una massiccia affermazione di principi, anche rivoluzionari – come il taylorismo fu – il mondo del lavoro può reagire, a partire da modelli scientifici, e proporre alternative altrettanto valide.


2. Il triplo errore di Taylor


Con l’obiettivo dichiarato di analizzare in forma critica il sistema tayloriano, senza pregiudizi, ma con il metodo sperimentale – ed anche osservativo, nel caso delle conseguenze economiche e sociali, dove la sperimentazione non aveva ancora raggiunto un livello accettabile – ed in linea con i progressi delle ricerche sul cosiddetto “motore umano” e sulle applicazioni della scienza al lavoro, Lahy (1921) affermava: “Occuparsi di ‘organizzazione scientifica del lavoro’ significa […] ricercare sempre le migliori condizioni per la produzione in relazione ai dati sempre nuovi relativi agli strumenti, alla mano d’opera, alle opportunità commerciali, al reperimento delle materie prime, ecc.” (p. 6).

Il punto di partenza di questa affermazione va ricercato nell’inchiesta condotta nel primo quadrimestre del 1915 proprio negli Stati Uniti dall’economista politico e Presidente della Commission on Industrial Relations Robert Franklin Hoxie in 35 fabbriche organizzate secondo i principi del taylorismo (Hoxie, 1915). I risultati dell’indagine della Commissione vertevano attorno a due nodi tematici fondamentali, l’uno piuttosto favorevole all’impianto tayloristico, ritenuto “uno dei momenti più avanzati della rivoluzione industriale”, purché “applicato in modo adeguato” (Hoxie, 1915, p. 137) e l’altro decisamente più critico nei suoi riguardi, giacché poco attento non solo alle garanzie nei confronti del lavoratore, ma anche al tema della formazione dell’operaio (p. 138). Lo stesso concetto di “tempo necessario” ed il correlato impiego ipertrofico del cronometro, quale garante unico di scientificità, era messo in discussione da Hoxie (pp. 40-45).

Pur con le note differenze che caratterizzarono l’opposizione al taylorismo nell’area europea rispetto al contesto americano (Zuffo, 2004, pp. 226-227), Lahy recuperava le considerazioni più critiche dell’inchiesta di Hoxie e proclamava il “triplo errore: psicologico, sociologico e industriale” (Lahy, 1921, p. 14) di Taylor, concentrando la propria riflessione sul tema dello studio scientifico del movimento attraverso il metodo cronometrico. D’altro canto – Lahy teneva a sottolinearlo esplicitamente – Taylor non era stato affatto il primo ad introdurre nel mondo del lavoro l’idea di correlare la retribuzione dell’operaio al tempo impiegato per portare a termine un compito né, tanto meno, il precursore dell’analisi scientifica del lavoro attraverso la misurazione dei singoli movimenti dell’operaio.

Già nel 1688, per porre fine alle recriminazioni di imprenditori e di operai sul compenso da versare in caso di lavori particolarmente faticosi – recriminazioni che finivano con il mettere in difficoltà proprio il progettista – l’ingegnere militare Sébastien la Prestre de Vauban (1633-1707) aveva messo a punto un vero e proprio regolamento con un insieme di norme a cui attenersi[1]. Nonostante la profonda divergenza con i futuri principi tayloristi, in quanto scindevano la produttività individuale dalla retribuzione, le idee di Vauban, è stato osservato di recente, ne anticiparono il principio fondamentale di collegare il salario al compito svolto dall’operario (Paucelle, 2007, p. 59). Nel secolo successivo un altro ingegnere militare, Bernard Forest de Bélidor (1698-1761), profondo conoscitore di Vauban, descrisse con minuzia di particolari i tempi necessari per svolgere le singole operazioni in un lavoro complesso, come conficcare i pali nel terreno (Bélidor, 1788, pp. 111-112).

Anche l’analisi scientifica del movimento applicata al lavoro non costituiva una novità, soprattutto nell’area francese. Accanto alle ricerche di Étienne-Jules Marey sulla cronofotografia (Marey, 1883; 1899) e a quelle del suo allievo, Gaston Carlet (1845-1892), sui cosiddetti “movimenti successivi necessari” nella locomozione umana (Carlet, 1872), prese gradualmente forma la psicotecnica. Durante il primo Congresso di psicologia applicata, tenuto a Ginevra nel 1920, proprio Lahy reclamava, d’altra parte, il primato della Francia nell’utilizzo della psicologia nell’orientamento professionale ricordando altresì come egli stesso, già a partire dal 1903, si fosse avvalso di metodi psicologici nell’ambito del lavoro.


3. L’affermazione della psicotecnica


In area francese, la psicotecnica si affermò in un periodo di grande “emergenza […] in materia di organizzazione del lavoro industriale” (Ribeill, 1980, p. 3), emergenza tipica degli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando uno dei problemi più gravi sollevati dalla cosiddetta età della macchina riguardava la incapacità dei datori di lavoro – così si disse – di riconoscere che gli operai erano qualche cosa di più di un semplice numero di braccia. Si trattava, oltretutto, di un contesto sociale condizionato sia dal fallimento a cui, di fatto, andarono incontro le ambizioni sindacali della Confédération Générale du Travail costituita nel 1895, sia dalla specificità dell’industria nazionale, caratterizzata da una netta prevalenza dell’officina sulla fabbrica.

A Lahy, però, si sarebbero ben presto uniti altri ricercatori – Amar e Imbert, ad esempio – che conducevano sperimentazioni sulla fatica e sulla correlazione con l’organizzazione del lavoro.

Convinto della necessità di applicare all’analisi scientifica del lavoro il modello termodinamico mutuato dalla fisica biologica del XIX secolo, il fisiologo Jules Amar (1879-1936) non nascose mai – nonostante il “compromesso” con Le Châtelier (Rabinbach, 1992, p. 247) – il proprio dissenso nei confronti di alcuni dei principi tayloristi che nel primo decennio del Novecento si stavano diffondendo in Francia. Una chiave di lettura dell’opera di Amar potrebbe essere rintracciata nel suo sforzo di scoprire i segreti del motore umano sia per applicarne i risultati all’organizzazione del lavoro, sia per individuare le tecniche finalizzate ad ottenere il rendimento più adeguato da ciascun lavoratore. Nel 1912 Amar riassumeva così il proprio programma di ricerca: “Da vent’anni a questa parte la conoscenza del motore umano ha fatto tali progressi da non far apparire prematura una sua applicazione al perfezionamento del lavoro per ottenere il massimo rendimento” (Amar, 1912, p. 1034).

Per quanto riguarda Armand Imbert (1850-1922), invece, negli stessi anni in cui l’ingegnere tedesco Rudolph Diesel perfezionava il proprio brevetto del motore in grado di ridurre la perdita di calore durante il ciclo di funzionamento e in una congiuntura culturale dove “materia ed energia sembravano gli equivalenti in campo fisico del soma e della psiche in campo medico” (Cosmacini, 2006, p. 355), egli annunziava che “i fenomeni biologici sono della stessa natura […] di quelli fisici” (Imbert, 1902, p. 8), per quanto i primi non fossero riducibili tout court ai secondi.

Ricordato da Jacques-Arsène d’Arsonval come il pioniere di una “fisica biologica” autonoma che non si fosse limitata al ruolo marginale di “ancella della medicina” (d’Arsonval, 1895, p. 1023), Imbert fu apprezzato dai suoi contemporanei soprattutto per aver introdotto nello studio del lavoro le ricerche di fisiologia e il rigore dei procedimenti grafici. Ma la fisiologia dei muscoli e il ricorso alle scienze statistiche e grafiche appaiono il fondamento di un’opera di vasto respiro, che trova la sua naturale evoluzione nella questione sociale delle rivendicazioni operaie.

L’interesse per lo studio dell’unità elementare della macchina animata e l’applicazione alla biologia dei modelli fisici non sembrano, tuttavia, motivi sufficienti per inquadrare Imbert in quella schiera di scienziati che tra Otto e Novecento tentavano di “definire un uomo misurato, misurabile” (Beaume, 1983, p. 321). Il desiderio di misurare il funzionamento della macchina umana non si esauriva, infatti, nell’opera imbertiana, in una statistica fisiologica fine a se stessa, ma coinvolgeva tutta la società in un programma scientifico sulla regolamentazione del lavoro, sulla scia del management scientifico tayloristico.

In quest’ottica andrebbero lette le diverse incursioni di Imbert nel campo della sociologia del lavoro. Prendendo spunto dalla Legge del 9 aprile 1898 con cui il legislatore aveva stralciato il capitolo degli infortuni dal diritto civile ed aveva riconosciuto agli operai un’indennità durante il periodo di astensione dal lavoro a seguito di infortunio, egli interveniva con forza nel dibattito in corso in Francia nei primissimi anni del Novecento, un dibattito che verteva sulle cause giudiziarie tra compagnie assicurative e operai. Contro la tendenza a sostenere che l’operaio prolungava il più possibile, anche con la frode, il periodo di astensione per infortunio, Imbert metteva in campo alcuni principi fisiologici mirati a prevenire le malattie professionali.

L’istituzione, pertanto, di una pausa all’interno della giornata lavorativa appariva una necessità dettata dalle statistiche, che dimostravano come, con il trascorrere delle ore di una giornata lavorativa, aumentassero progressivamente gli incidenti (Imbert & Mestre, 1904, p. 386). La scienza del lavoro aveva oramai dato luogo ad una frattura insanabile tra necessità fisiologiche umane ed esigenze economiche capitalistiche.


4. Selezionare sive orientare


Queste furono le condizioni che spinsero Lahy – nonostante alcuni suoi pregiudizi nei confronti dei sindacati (Lecomblez, Ollagnier & Teiger, 2016, p. 8) – a promuovere un programma scientifico in cui le ricerche sul lavoro muscolare, sulla supériorité professionnelle, nonché sulle nuove modalità di misurazione della fatica mentale rappresentavano poco più che un pretesto per affermare l’identità dei due poli fondamentali della psicologia del lavoro, ossia la selezione e l’orientamento professionale.

Nel 1913, infatti, in una ricerca sulla professionalità dei dattilografi, Lahy aveva individuato alcune caratteristiche, sia fisiche (sensibilità muscolare e tattile, equivalenza muscolare delle mani), sia mentali (attenzione, memoria per le frasi elementari), che avrebbero dovuto necessariamente costituire le attitudini fondamentali per svolgere, appunto, la professione di dattilografo (Salgado, Anderson & Hülsheger, 2010, p. 922). Alla domanda, quindi, se “una lunga pratica può ovviare ad un’inattitudine fisiologica naturale” (Lahy, 1913, p. 833), egli non esitava a rispondere negativamente: selezionare, insomma, significava, intrinsecamente, anche orientare – e viceversa – ma a condizione di lasciar emergere, in entrambi i casi, le caratteristiche psicofisiche del soggetto ponendole in relazione al compito da svolgere.

Ma il pensiero di Lahy è ancora oggetto di approfondimento, oltre che per la stretta connessione tra selezione e orientamento, anche per il metodo di indagine fondato sulla tecnica di registrazione grafica. Convinto, infatti, che i risultati ottenuti mediante le tradizionali tecniche di misurazione grafica di marca mareyana fossero inficiati dall’attività dello sperimentatore, responsabile sia della somministrazione degli stimoli, sia della registrazione delle risposte, egli dava notizia nel 1925 della realizzazione di un Distributeur d’excitations annesso ad un Frappeur automatique. Grazie ai due strumenti diveniva possibile ottenere una tecnica comune a tutti i laboratori, riguardante, precisamente, le modalità di somministrazione degli stimoli e di registrazione delle risposte indipendenti dall’operatore.

In questo senso, Lahy criticava aspramente Taylor per aver ignorato tutta la sperimentazione condotta nei laboratori scientifici e per aver costruito un sistema di registrazione dei movimenti basato su “procedure utilizzate già da molti anni nell’industria metallurgica” (Lahy, 1921, p. 55). Ma l’errore ancora più grave di Taylor consisteva nell’aver “dimenticato” di considerare, tra le variabili capaci di stravolgere le misurazioni dei tempi di lavoro, “il riposo necessario durante l’esecuzione di un compito” (Lahy, 1921, p. 62). Tale era il commento di un Lahy condizionato dall’entusiasmo provocato al tempo dal cosiddetto movimento filantropico che aveva individuato nell’affaticamento dell’operaio una delle cause principali dei conflitti sociali (Huteau, 2002).

Punto di riferimento nelle ricerche sui movimenti e sulla selezione professionale era, per Lahy, il fisiologo Angelo Mosso il quale, menzionato dagli psicotecnici francesi per la realizzazione dell’ergografo e per gli studi sulla temperatura cerebrale, sulla respirazione e, soprattutto, sulla fatica (muscolare e mentale), costituì, di fatto, un modello esemplare per quegli scienziati che “avvertendo l’inadeguatezza dell’applicazione del modello fisico-fisiologico ai fenomeni vitali più complessi” (Sinatra, 2000, p. 184), volgevano lo sguardo verso i risvolti politico-sociali delle loro ricerche.

In un’epoca dominata dal desiderio di adattare l’uomo alla macchina per “migliorare la salute dei lavoratori, la sicurezza sul lavoro e la produttività nelle aziende” (Mantovani, 2002, p. 17), Lahy non esitava a rovesciare i termini del problema, arrivando ad affermare che “i metodi della psicotecnica permettono di prevedere quali siano le macchine che limitano il rendimento” (Lahy, 1923, p. 1414) di determinate categorie di lavoratori. L’egemonia della macchina sull’uomo non appariva più così scontata se la fisiologia fisica non poteva prescindere dalla fisiologia sociale.

Lahy, tuttavia, si sarebbe anche interessato alla costruzione di prove atte a misurare i tempi di reazione relative allo “stato psicologico che si è convenuto chiamare attenzione [e che è] la qualità fondamentale dei conduttori di veicoli circolanti nei centri urbani” (Lahy, 1938, p. 129; Sinatra, 1997, p. 27). Ma nel somministrare le suddette prove, tra cui il test de barrage basato sulla considerazione delle sole attitudini mentali, si accorgeva del mancato “rapporto tra l’attenzione così come la misurava questo test e l’attitudine di un soggetto a condurre bene i veicoli rapidi”. Chiedendosi, quindi, se l’attenzione del macchinista sia “della stessa natura di quella dell’impiegato di ufficio che si concentra sulla redazione di un testo, che effettua operazioni di aritmetica, della dattilografa che copia dei piani, ecc.”, egli conveniva sulla opportunità di “creare una parola nuova per definire l’attenzione psicologica essenziale del conduttore d’auto. [...] L’abbiamo chiamata [...]: attenzione diffusa” (Lahy, 1938, p. 129). D’altro canto, anche nel suo lavoro del 1927, La sélection psychophysiologique des travailleurs, Lahy ricordava come già nel 1910 nel Laboratoire fosse stato creato, in alternativa al test de barrage, un test che riproduceva, semplificandoli, i gesti del macchinista (Lahy, 1927, p. 9), di cui veniva misurata l’attenzione diffusa. Ciò che occorreva non era più un esame sintetico, espressione di “un lavoro professionale in miniatura, che non arriva mai a riprodurre le condizioni reali della professione”, bensì un esame analitico, che “misura con precisione le diverse funzioni riconosciute con l’analisi preliminare del lavoro” (Lahy, 1927, pp. 13-14).


Note


[1] Il manoscritto, intitolato Instruction pour servir au réglement du transport et remuement des terres e datato 15 luglio 1688 non fu mai pubblicato interamente. Una edizione parziale si trova in Bélidor (1830, pp. 230-242), come commento al Réglement fait en Alsace pour le prix que les entrepreneurs doivent payer aux soldats employés au remuement et au transport des terres de la fortification des Places de Sa Majesté.


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