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Lavoro “dematerializzato” e lavoro “materializzato” nell’età della tecnica: prospettive pedagogiche e didattiche
di Pasquale Renna   


Il presente saggio si propone di mettere in luce l’elemento dello sfruttamento del lavoro nell’età della tecnica.

Questo con particolare riferimento al lavoro dematerializzato dei lavoratori ibridati con le tecnologie avanzate, e al lavoro materializzato dei lavoratori immigrati nelle campagne italiane, evidenziandone gli elementi  di disumanità e riproponendo con forza, in chiave critico-pedagogica, il tema della dignità del lavoro a partire dalla riflessione pedagogica e dall’elaborazione didattica odierne.


This essay aims to highlight the exploitation of the work in the Age of Technique, focusing on both "dematerialized" and "materialized" work, putting into evidence various aspects od inhumanity and vigorously proposing the issue of dignity in work starting from some pedagogical and didactic outlooks.


1. Introduzione


L’età della tecnica (Barone, Ferrante & Sartori, 2014) ha visto l’Occidente imperialista impegnato in una vasta operazione di colonizzazione tecnologica del Globo terracqueo, fondata su una complessa e sistemica interazione tra antiche e nuove risorse energetiche e antiche e nuove risorse tecnologiche, coordinate dal Capitale in un immenso apparato globalizzato.

In tale contesto, che coinvolge ormai una consistente parte dell’umanità, in ogni continente del pianeta, in un articolato processo di interazione uomo-macchina, i più aggiornati dispositivi della comunicazione digitale e gli innesti bio-tecnologici di ultima generazione, impiantati sotto pelle, potenziano le facoltà umane in un modo che era impensabile sino a un decennio fa. Le macchine entrano nella vita biologica e il vivente si meccanizza sempre più. “La discontinuità tradizionalmente riconosciuta tra ‘uomo’ e ‘macchina’, tra ‘organico’ e ‘inorganico’, tra ‘geni’ ed ‘elettroni’, infatti, è messa in discussione da processi per cui, da una parte, la vita biologica si va sempre più ‘artificializzando’ grazie a trapianti, protesizzazioni, manipolazioni genetiche, dall’altra, gli artefatti tecnologici si vanno sempre più ‘naturalizzando’, inglobando aspetti peculiari della logica della vita. È così che logica tecnologica e logica della vita appaiono, ora, sempre più destinate a intrecciarsi e a contaminarsi in modo inedito e originale, producendo trasformazioni rispetto alle quali è necessario fermarsi a riflettere, porsi interrogativi, approfondire una specifica problematizzazione pedagogica” (Pinto Minerva & Gallelli, 2004, p. 11).

In particolare, per quanto attiene all’oggetto della presente trattazione, va detto che il lavoro ha subito profondi cambiamenti in seguito alla sempre più incisiva e pervasiva presenza delle nuove tecnologie nella vita delle persone.

Un’indagine condotta dall’Università di Oxford mostra come il lavoro digitalizzato richiede un elevato standard di formazione iniziale, competenze specifiche e, quel che è più degno di nota, una contrazione delle assunzioni, nonché una sempre più significativa sostituzione del lavoro eseguito dagli umani con il lavoro eseguito da macchine sovente ibridate con tecnici altamente qualificati. Tale combinazione uomo-macchina condurrà, secondo i ricercatori di Oxford, nei prossimi dieci anni, alla sostituzione del 47% della forza-lavoro statunitense. È significativo, a tal proposito, l’esempio della Silicon Valley, le cui aziende nel 2014 hanno in toto capitalizzato 1,9 trilioni di dollari, mentre il personale ivi occupato ammonta a circa 137.000 unità, mentre nel 1990 le maggiori aziende di Detroit avevano in toto capitalizzato 36 milioni di dollari, mentre il personale ivi occupato ammontava a 1,2 milioni di persone. Alla situazione precedentemente menzionata, va aggiunto che, a partire dal terzo millennio, si assiste ad un blocco della crescita dei salari, che invece erano in crescita nei primi anni Novanta (Frey & Osborne, 2013).

Tale situazione, dunque, presenta significativi e non poco inquietanti elementi di novità rispetto al passato lontano e recente. Marx stesso, nonostante le sue acute analisi sul rapporto Lavoro-Capitale, aveva posto come direttamente proporzionale il rapporto tra Capitale e Salario.

“Un aumento consistente del salario presuppone un crescere veloce del capitale produttivo. Il rapido aumento di quest’ultimo determina un aumento ugualmente rapido della ricchezza, del lusso, dei bisogni e dei godimenti sociali. Dunque, sebbene i godimenti dell’operaio siano aumentati, la soddisfazione sociale che essi generano è calata in confronto con i godimenti del capitalista, che sono aumentati e che sono inavvicinabili per l’operaio, in confronto con il livello di sviluppo della società nel suo insieme. I nostri bisogni e i nostri godimenti nascono dalla società, dunque, noi li valutiamo in base alla società, e non in base ai mezzi materiali necessari per soddisfarli. Nella misura in cui sono di natura sociale, essi sono di natura relativa. In generale, il salario non è semplicemente determinato dalla massa di merci che possono ricevere in cambio di esso. Esso racchiude un gran numero di rapporti diversi” (Marx, 1846/2008, pp. 183-185).

L’analisi di Marx mette, comunque, in evidenza un aspetto essenziale della situazione odierna della relazione Capitale-Lavoro: oggi più che mai il salario è legato al potenziamento della quota di reddito derivante dal capitale, ma esso non necessita del lavoro salariato alla stessa maniera del passato. Il peculiare rapporto uomo-macchina tende, da un lato, a creare lavoratori iperspecializzati, non di rado addetti alla stessa produzione delle macchine altamente tecnologizzate che adiuvano il lavoro contemporaneo, e dunque, lautamente retribuiti e, dall’altro, a creare una enorme massa di lavoratori che svolgono un mansionario relativamente semplice e sono, di conseguenza, sostituibili.

“Quanto più aumenta il capitale produttivo, tanto più si ampliano la divisione del lavoro e l’uso dei macchinari. Quanto più si ampliano la divisione del lavoro e l’uso dei macchinari, tanto più si amplia la concorrenza tra gli operai, tanto più si restringe il loro salario. E, come se non bastasse, la classe operaia viene arruolata anche tra gli strati superiori della società. In essa precipita una massa di piccoli industriali e di gente che viveva di una piccola rendita, che non ha alcunché di più urgente da fare che di alzare le braccia a fianco di quelle degli operai. E così la selva delle braccia protese verso l’alto e supplicanti lavoro si fa sempre più folta, e le braccia stesse diventano sempre più magre. Si comprende da sé che l’interesse del capitale diminuisca nella stessa lotta, nella quale una delle prime condizioni è la produzione su una scala sempre maggiore, ossia per l’appunto l’essere non un piccolo, bensì un grande industriale” (Marx, 1846/2008, p. 219).

La divisione del lavoro di cui parla Marx, oggi, si riferisce principalmente alla massa dei lavoratori sostituibili. È possibile ritrovare tali lavoratori, ad esempio, nei call-centers, e in tutte quelle macchine aziendali che necessitano di manovalanza dotata delle competenze tecnologiche essenziali al funzionamento della macchina stessa. Tale manovalanza, opportunamente asservita mediante contratti a progetto, co.co.co., contratti a tempo determinato e ogni altro genere di contratto che significhi una relazione lavorativa precarizzata, è attingibile a vasti strati delle società avanzate disponibili ad un lavoro con un salario irrisorio, con orari ampi oltre ogni misura, nella speranza di un rinnovo del rapporto lavorativo.

Tale dipendenza, sottile ma quanto mai dispotica, caratterizza il lavoro nell’età della tecnica, e crea relazioni sociali quanto mai improntate alla disparità e all’antidemocraticità.

Infatti, l’accesso ad Internet consente l’impossessarsi di una quantità inimmaginabile di dati la quale, obiettivamente, incrementa il livello di democraticità del sapere. Al contempo, però, l’accesso immediato e ubiquo alla rete consente di abbattere definitivamente la distinzione tra tempi del lavoro e tempi del riposo, facendo sì che quest’ultimo sia potenzialmente interamente assorbibile dal primo. Come se ciò non bastasse, i lavoratori che sono ibridati con le macchine nell’età della tecnica divengono parte essenziale del prodotto materiale che il Capitale promuove. Ciò significa che i corpi ibridati con le tecnologie si trasformano, potenzialmente, essi stessi in valori di scambio. In tal modo, diviene definitiva e irrevocabile la sussunzione del lavoratore nella macchina. Come definire una simile condizione se non con i termini asservimento e schiavitù?

Tale novella schiavizzazione dell’umanità, di cui i media della comunicazione mettono in luce esclusivamente gli aspetti (e i vantaggi) legati all’accesso illimitato agli immensurabili ambienti virtuali, è perciò tanto più subdola in quanto, mentendo, illude che sia emancipazione quella che, di fatto, non è altro che l’ennesima riproposizione della relazione servo-padrone. I padroni, in questo caso, non sono soltanto i detentori del Capitale ma anche i supertecnici che conoscono capillarmente il funzionamento di tale megamacchina, dove macchine e lavoratori sono fusi insieme e nell’ambito della quale fusione, e ciò è l’inquietante, pare che l’unico elemento non indispensabile sia proprio il lavoratore.

“In un tempo in cui l’economia neoliberista struttura in modo crescente l’organizzazione dei servizi pubblici e delle istituzioni, tra cui la scuola e l’università; in un tempo in cui un numero sempre crescente di persone perde la casa, la pensione, la possibilità di trovare un lavoro, tutto ciò ci confronta in nuovi modi con l’idea che parti della popolazione siano considerate dispensabili. Ciò significa che c’è lavoro precario o che non ce n’è proprio, significa che ci sono forme postfordiste di flessibilità che si basano sulla sostituibilità e sulla dispensabilità dei lavoratori e delle lavoratrici” (Butler, 2017, p. 22).

Le enormi masse di lavoratori “dispensabili”, poi, come riporta una recente indagine del McKinsey Global Institute (2017) che comprende cinquantaquattro nazioni del mondo, nonché il 78% dei lavoratori del Pianeta, saranno presto sostituite dalle macchine. Quando le attuali tecnologie si saranno diffuse su scala globale, circa il 49% dei lavori attualmente svolti da persone saranno totalmente automatizzati. Le professioni più facilmente sostituibili con le macchine, secondo lo studio del McKinsey, sono l’agricoltura, il settore manifatturiero, il commercio al dettaglio e l’edilizia. Il lavoro meno “sostituibile” sarà il management di società e imprese.

La considerazione immediata che scaturisce da tale indagine è quella per cui le professioni rimpiazzate dalle macchine saranno quelle meno specialistiche e più manuali, mentre quelle meno rimpiazzabili saranno quelle che implicano capacità gestionali e intellettuali.

Oggi poi, si assiste, soprattutto nell’Europa meridionale e peculiarmente in Italia, ad uno sfruttamento capillare e molecolare delle enormi masse di immigrati provenienti dalle vaste aree del mondo sofferente e affamato (con particolare riguardo ad Africa e Medio Oriente), triturati da una spietata macchina che li inserisce, come lavoratori sottopagati, non contrattualizzati, nel ciclo produttivo delle grandi coltivazioni stagionali.

Ciò che accomuna il lavoro dei “tecnici” occidentali e degli immigrati non contrattualizzati è l’elemento della sostituibilità. Il lavoratore viene immesso in una catena produttiva della quale egli è parte integrante, terminale e meccanismo rimpiazzabile a piacimento. Ciò che rappresenta un indubbio elemento a favore della macchina dell’asservimento è la gran quantità dei lavoratori a disposizione, sia sul fronte del lavoro che si svolge in sinergia con le più recenti tecnologie della comunicazione, sia sul fronte del lavoro che si svolge nei vasti spazi dell’agricoltura industrializzata dell’Occidente.

Obiettivo del presente saggio sarà quello di mettere in luce l’elemento dello sfruttamento del lavoro nell’età della tecnica, con particolare riferimento al lavoro dematerializzato dei lavoratori ibridati con le tecnologie avanzate, e al lavoro materializzato dei lavoratori immigrati nelle campagne italiane, mettendone in luce gli elementi  di disumanità e riproponendo con forza, in chiave critico-pedagogica, il tema della dignità del lavoro a partire dalla riflessione pedagogica e dall’elaborazione didattica di alcuni studiosi contemporanei.


2. Lavoro “dematerializzato” e nuovi metodi di sfruttamento del lavoratore


Nell’età della tecnica, lo si è visto, il lavoratore non è più “appendice della macchina”, come nelle precedenti fasi dell’industrializzazione. L’incessante evoluzione della componente “macchinica” del lavoro umano, segnata e determinata dai progressi della scienza applicata alla tecnica, ha fatto in modo di innervare la componente biologica dell’“umano” lavoratore con protesi tecnologiche, che ne potenziano le facoltà, ne velocizzano i tempi di produzione, ne abbattono le lentezze comunicative che, in ultima istanza, rendono il lavoratore un soggetto teso ad una produzione incessante in quanto non più soggetta, come in passato, a vincoli spazio-temporali. Il lavoratore, così, non è più appendice della macchina, dal momento che la macchina lo accompagna in ogni momento della sua esistenza. Non solo. La componente macchinica inserisce il lavoratore in un ambiente cyborg che è incessantemente all’opera. Così “dematerializzato”, il lavoro diviene onnipervasivo e comprende, potenzialmente, ogni momento della vita del soggetto lavoratore, abbattendo la tradizionale tempistica del lavoro-riposo che ha sempre caratterizzato le società umane (Pinto Minerva & Gallelli, 2004).

La vertiginosa evoluzione dei più avanzati dispositivi tecnologici e la loro applicazione ai contesti lavorativi ha avuto l’immediato effetto di abbattere i confini tra tempo del lavoro e tempo del riposo. Tali confini, come è noto, erano già abbondantemente erosi al tempo della prima industrializzazione, allorquando la classe proletaria venne definita tale, appunto, perché il tempo liberato dal lavoro era talmente scarso da consentire soltanto una minima dedizione alla prole e il salario era talmente basso da consentire agli operai il possesso pressoché unico della propria prole, ma si può dire che oggi non esistono più, e il tempo liberato dal lavoro diviene tempo colonizzato da attività promosse dal sistema.

“Disgraziatamente, è perfettamente concepibile che il capitalismo stesso sia portato a ridurre sempre di più la misura del tempo di lavoro e a condurre una politica del tempo libero come formazione tanto più aperta quanto più facilmente colonizzabile (quanti operai, impiegati, quadri passano oggi le loro serate e il loro weekend a preparare il passaggio di grado!). [...] Ed in effetti, sembra proprio che nemmeno più un istante debba sfuggire al controllo capitalistico, attraverso il canale dei modi di trasporto, delle forme di vita urbana, domestica, coniugale, attraverso i media, l’industria del tempo libero e perfino dei sogni...” (Guattari, 1997, p. 8).

Così, il lavoratore, ancor prima che essere specializzato nella realizzazione di prestazioni definite, viene subito immesso in una fitta rete di relazioni, alcune delle quali non tese alla produzione lavorative stricto sensu, altre finalizzate al reddito, tutte in ogni caso esposte nelle variegate vetrine dei social media prodotti dalle tecnologie digitali. Il lavoratore che produce reddito, per quanto concerne lo specifico della presente trattazione, viene immesso in una rete di potere, alimentata da relazioni reali e da relazioni virtuali, di cui il capitalista detiene le fila e al quale interessa il controllo su specifici processi produttivi.

“Non si paga al salariato una pura e semplice durata di funzionamento del ‘lavoro sociale medio’, ma gli si paga una messa a disposizione, un compenso per un potere che eccede quello che viene esercitato durante il tempo di presenza nell’azienda. Ciò che qui conta è l’occupazione di una funzione, un gioco di potere tra i lavoratori ed i gruppi sociali che controllano le concatenazioni di produzione e le formazioni sociali. Il capitalista non compra un allungamento del tempo, ma un processo qualitativo complesso. Non compra della forza di lavoro, ma del potere su delle concatenazioni produttive” (Guattari, 1997, p. 8).

Le concatenazioni produttive sono acquistate dal datore di lavoro, dunque, e sono veicolate dalle macchine. Esse rappresentano, in tal modo, i catalizzatori della produzione, la quale si realizza senza soste.

Bisogna considerare, poi, come il capitalista guadagni non soltanto dall’attività lavorativa svolta dai suoi sottoposti, ma anche dagli effetti che derivano da tale attività. In tal senso, dunque, si può affermare che la produzione è senza soste non soltanto dal punto di vista del mero tempo del lavoro, ma anche dal punto di vista degli effetti prodotti, i quali retroagiscono sul lavoratore e, potenzialmente, incrementano la pervasività e l’onnipresenza dell’attività lavorativa nella vita delle persone. In tal senso, come osserva Guattari (1997), ai tempi di Marx era possibile ancora distinguere i tempi del lavoro e della produzione dai tempi liberati da tali attività, cosa che, al contrario, non è più possibile fare oggi. “Si può misurare un tempo di presenza, un tempo di alienazione, una durata di incarcerazione in una fabbrica o in una prigione, non si possono misurare le sue conseguenze su un individuo. Si può quantificare il lavoro apparente di un fisico in un laboratorio, non il valore produttivo delle formule che ne elabora. Il valore marxista astratto surcodificava l’insieme del lavoro umano concretamente dedicato alla produzione di valori di scambio” (p. 10).

L’esigenza di formazione permanente legata al lavoro erode il tempo liberato dal mansionario quotidiano, occupandolo in corsi di aggiornamento, perfezionamento, potenziamento professionale, in un continuo e incessante gioco di apprendimento-rendimento sempre diverso quanto ai contenuti e sempre identico a se stesso quanto a modalità di effettuazione. Il tempo del lavoro, così, viene a coincidere con il tempo della vita. I legami affettivi fondamentali della persona, che un tempo rappresentavano la motivazione essenziale a cercare lavoro per garantire alla famiglia il sostentamento e la tranquillità economica, sono i primi ad essere sacrificati a tale totalizzante esigenza. Guattari vede nell’evoluzione del capitalismo, da sistema sfruttatore delle capacità umane a sistema sfruttatore di ogni aspetto della vita dell’uomo, l’origine di tale situazione del lavoratore contemporaneo. Tale sistema di sfruttamento “globale” consiste nella messa in produzione di ogni aspetto della vita della persona, sin dalla sua più tenera età, mediante un utilizzo massivo, indiscriminato ed acritico dei media digitali, grazie ai quali il vissuto individuale, proiettato nei vasti e potenzialmente infiniti spazi della virtualità, diviene utilizzabile.

“La produzione automatizzata e informatizzata non riceve più la sua consistenza da un fattore umano di base, ma da un elemento di continuità macchinico, che attraversa, contorna, disperde, miniaturizza, recupera tutte le funzioni, tutte le attività umane” (Guattari, 1997, p. 10).

Il fine di tali complessi processi capitalistici, a quanto pare, sarebbe il controllo totale degli esseri umani. Un genere di controllo che si alimenta di relazioni di potere e genera l’esplicitazione di tutte le attività umane, socializzate dai dispositivi tecnologici, dalla culla alla tomba. “In teoria, ‘la società intera diviene produttiva: il tempo di produzione è il tempo della vita’. Ma, semplificando molto, possiamo dire che questa espropriazione massima del capitale sul socius non si stabilisce che sulla congiunzione tra integrazione macchinica e riproduzione sociale – quest’ultima risultando, peraltro, da una riterritorializzazione macchinica complessa e conservatrice, se non nei termini esatti della segregazione, almeno nei suoi assiomi essenziali: gerarchici, razzisti, sessisti ecc. Noi parliamo qui di capitale socio-macchinico, ed è ciò che ci porta a prendere molto seriamente la ripresa del pensiero socioliberale, a partire dalla intrusione della teoria dell’informazione nella sfera economica. Quando l’informazione pretende di passare al primo posto nella macchina sociale, sembra, in effetti, che essa cessi di essere legata all’organizzazione semplice della sfera della circolazione, per divenire, a suo modo, fattore di produzione. L’informazione come fattore di produzione ... ecco l’ultima forma di decodificazione del socius per la formazione di un capitale cibernetico. [...] La circolazione non sarà più solamente vettore di convalidazione sociale dei plusvalori di potere: essa diviene immediatamente produzione-riterritorializzazione-capitalizzazione dei plusvalori macchinici, assumendo la forma di ‘telecomando’ del controllo della produzione segmentarizzata del socius” (Guattari, 1997, pp. 77-78).

Un particolare artificio prodotto dalle macchine in età contemporanea è quello di agire sul desiderio umano. Le macchine odierne, contrariamente a quelle prodotte al tempo di Marx, sono macchine in grado di agire sul desiderio umano e di amplificarne la potenza. In tal modo, il capitalismo utilizza le macchine per soggiogare l’immaginario delle persone e, facendo leva sugli aspetti ludici delle medesime, le utilizza per mettere in produzione l’intera esistenza umana. Il risultato è un effetto di potere sulla vita delle persone mai guadagnato prima d’ora da alcuna potenza mondana.

“Il capitalismo pretende di impadronirsi delle cariche di desiderio prodotte dalla specie umana. È attraverso il passaggio dell’asservimento macchinico che il capitalismo si piazza all’interno degli individui. È incontestabile, ad esempio, che l’integrazione sociale e politica delle élites operaie e dei quadri non è unicamente basata su un interesse materiale, ma anche sul loro attaccamento, talvolta molto profondo, alla loro tecnologia, alle loro macchine... In maniera più generale, è chiaro che l’ambiente macchinico prodotto dal capitalismo è lungi dal lasciare indifferenti le grandi masse della popolazione, e questo non dipende soltanto dalla pubblicità, dall’interiorizzazione degli ideali e degli oggetti della società del consumo da parte degli individui. Qualcosa della macchina sembra avere a che fare con l’essenza del desiderio umano. Ma tutta la questione è sapere di quale macchina si tratta, e per farne che?” (Guattari, 1997, p. 25).


3. Lavoro “dematerializzato” e lavoro “materializzato”: da una realtà di alienazione ad una possibilità di liberazione


La questione “di quale macchina si tratta, e per farne che” attiene, in modo particolare, alla critica pedagogica a cui dovrebbero essere sottoposte, in ogni istante di utilizzo, le macchine produttrici e amplificatrici del desiderio. Mettere la vita in uno stato di produzione significa, come già detto, acquisire un potere mai prima immaginabile sulle persone. Pensiamo, ad esempio, ai bambini che, incautamente, utilizzano i social media per veicolare, spesso senza alcuna supervisione da parte dei genitori, la propria vita privata dandosi in pasto a chiunque, nell’anonimato, intenda accedere ad informazioni che concernono i minori. Il triste e criminale fenomeno dell’adescamento on-line è soltanto una delle molteplici derive di tale dinamica. In realtà, condividere il proprio vissuto on-line, laddove tale operazione non venga effettuata nell’ambito di percorsi pedagogici aventi chiari obiettivi formativi, significa quanto meno consegnarsi ad un immenso apparato che cattura informazioni riservate e, nella peggiore delle ipotesi, fare brutti incontri. Per non parlare del fatto che la rete si impadronisce dei vissuti per elaborare e anticipare desideri e tendenze a fini di profitto. “Prima di associare la rivoluzione digitale a un nuovo modo di produzione, Marx si sarebbe chiesto: la produzione di conoscenze e informazioni si presenta o no come produzione di merci? Il valore generato in questi settori è o non è soggetto ad appropriazione privata o, per dirla con altre parole: la nuova economia si fonda o no su relazioni sociali di sfruttamento? [...] È vero che la rete ha favorito la nascita di nuove forme di cooperazione sociale per la produzione di beni non commerciali, ma è altrettanto vero che il capitale le usa per appropriarsi sistematicamente di risorse che in precedenza godevano dello statuto di commons immateriali sottratti al dominio del mercato, nonché per sfruttare il lavoro gratuito di milioni di prosumers connessi via Internet. Ergo: il ‘nuovo’ modo di produzione resta a tutti gli effetti capitalistico, anche se il capitalismo, adattandosi fulmineamente alle trasformazioni tecnologiche e culturali, ci costringe continuamente ad aggiornare il nostro bagaglio teorico” (Formenti, 2011, p. 105).

La messa in produzione dell’intera esistenza, unita alla profonda interazione uomo-macchina, oggi produce drammatici effetti in un ambito particolare, che, a mio avviso, rappresenta una realtà speculare, sebbene apparentemente differente, rispetto al lavoro dematerializzato dei “lavoratori digitali”.

Intendo riferirmi, in particolare, al lavoro dei campi svolto da tanti immigrati, regolari e non, che giungono in Italia per assicurare a sé e alle proprie famiglie una vita dignitosa.

Impiegati nei campi di tutta Italia e, soprattutto, nelle regioni del Sud, costoro sono le vittime di un lavoro ingiusto, oltremodo faticoso, che si svolge con la forza delle braccia e con il sudore della fronte. Cosa accomuna i lavoratori digitali e i lavoratori immigrati? Essi sono accomunati dalla medesima logica capitalistica per cui il lavoro, in età contemporanea, deve essere tanto incessante quanto meccanizzato, e il lavoratore deve essere tanto integrato alle macchine quanto privato di qualsiasi presa sul significato della propria opera e, inoltre, perfettamente sostituibile. Che si tratti, dunque, del lavoro dematerializzato dei lavoratori digitali o del lavoro materializzato dei braccianti immigrati, stiamo parlando del medesimo lavoro sfruttato, effettuato mediante vecchi e nuovi terminali e/o innesti tecnologici.

Marx, nella sua lungimiranza, aveva analizzato la peculiare caratteristica del Capitale per cui la produzione globale preveda elementi di sostituibilità, compresi i lavoratori, senza che la dimensione totale del capitale stesso ne abbia a soffrire. Ché, anzi, la sostituibilità dei lavoratori accresce la potenza del corpo del capitale, soprattutto nel momento in cui, come avviene oggi, la soggettività stessa del lavoratore è sottoposta ad un subdolo processo di mercificazione. L’uomo-merce è scambiabile, sostituibile, scartabile, umiliabile in maniera totale e arbitraria.

“Il capitale non si risolve esclusivamente in mezzi di sussistenza, in strumenti per il lavoro e in materie prime, e in prodotti materiali; esso si risolve anche in valori di scambio. Tutti i prodotti da cui è formato il capitale sono merci. Pertanto, esso non è solo una somma di prodotti materiali, ma è anche una somma di merci, di valori di scambio, di grandezze sociali. Il capitale resta ugualmente se in luogo della lana mettiamo il cotone, in luogo del frumento il riso, in luogo di ferrovie piroscafi; a patto che cotone, riso e piroscafi (il corpo del capitale) abbiano lo stesso valore di scambio, lo stesso prezzo della lana, del frumento, delle ferrovie in cui era prima incorporato. Il corpo del capitale può mutare incessantemente, senza che il capitale vada incontro alla benché minima trasformazione. Tuttavia, se ogni capitale è una somma di merci, ossia di valori di scambio, non ogni somma di merci, di valori di scambio, è capitale” (Marx, 1846/2008, p. 173).

A partire dalle considerazioni sopra effettuate, un particolare approfondimento sulla condizione dei lavoratori immigrati in Italia potrà rendere conto di quanto e fino a che punto il lavoro, oggi, posto a servizio del Capitale, presenti caratteristiche comuni in categorie differenti di lavoratori, accomunate dall’espropriazione dei fini della propria attività e dalla perfetta sostituibilità.

Gli immigrati giungono in Italia a bordo di mezzi di fortuna, spesso fuggendo guerre, persecuzioni, fame, in cerca di condizioni di vita dignitose per sé e per le proprie famiglie. Il risultato è che troppo spesso finiscono avvolti in oscure trame; vengono reclutati da organizzazioni nel migliore dei casi abusive e nel peggiore dei casi criminali e, in cambio di salari risibili, faticano nei campi con orari degni della condizione schiavile. Essi rientrano appieno nella categoria dei lavoratori sostituibili, facilmente rimpiazzabili con nuove leve a loro volta provenienti dal vasto bacino della disperazione immigrata. In tal modo, il potere degli sfruttatori (mafiosi, caporali, proprietari terrieri, mediatori di ogni risma) sugli sfruttati è pressoché totale. Questa è la ragione per la quale saltano alla ribalta delle cronache, di tanto in tanto, storie di braccianti immigrati accampati presso il “luogo di lavoro”, sottoposti a orari massacranti, pagati con salari da fame. Sebbene queste persone si trovino in situazioni che paiono ai limiti della vita civile, in realtà le dinamiche di sfruttamento a cui sono sottoposti, la razionalità neoliberista, sono identiche a quelle in cui si trovano tanti lavoratori precari digitalizzati. “La razionalità neoliberista eleva l’autosufficienza a ideale morale nel momento stesso in cui le forme di potere neoliberista operano in direzione della distruzione di ogni sua possibilità concreta a livello economico, rendendo ogni membro della popolazione potenzialmente, o effettivamente, precario, e utilizzando talvolta l’onnipresente minaccia della precarietà per incrementare la regolamentazione dello spazio pubblico e per deregolamentare l’espansione del mercato” (Butler, 2017, p. 27).

I braccianti immigrati, oggi, sono non soltanto sfruttati sino all’inverosimile, ma anche sottoposti a un pregiudizio particolarmente odioso, che vorrei mettere in evidenza: quello in base al quale costoro toglierebbero spazio ai lavoratori autoctoni e, perciò, sarebbero una delle cause della disoccupazione che attanaglia il Paese. Dall’Archivio Stranieri dell’ISTAT (2017) risulta esattamente l’opposto. Nel 2014, quando si era nella fase più acuta e drammatica della crisi, l’8,8% (circa 123 miliardi di euro) del PIL italiano era determinato da redditi generati da lavoratori stranieri, i quali a loro volta hanno prodotto un gettito fiscale di 16,6 miliardi di euro. I dati ISTAT dimostrano, inoltre, che gli stranieri comportano per lo Stato una spesa minimale, dal momento che essi sono in gran parte giovani. La posizione, dunque, di chi vede negli immigrati soltanto problemi è meramente strumentale. In realtà, essi soffrono molto più degli italiani il problema della totale assenza di diritti e di tutele sul lavoro. Obbligati dalla necessità di sopravvivere, mettono la loro forza-lavoro a disposizione di gente senza scrupoli: le organizzazioni criminali e i cosiddetti “caporali” (persone non autorizzate che reclutano squadre di lavoratori sottopagati contrattando, al di fuori di qualunque quadro legislativo, con i proprietari terrieri il prezzo dei lavori stagionali). L’Osservatorio Placido Rizzotto (2016) ha redatto il “Rapporto Agromafie e Caporalato” e ha stimato che ogni anno vengono reclutati dai caporali 400.000 braccianti, dei quali l’80% sono stranieri. In base ad un’indagine INAIL (2017) la maggior parte dei lavoratori immigrati nei campi, quelli che alloggiano in tende e casupole in lamiera nei pressi del “posto di lavoro”, proviene dai paesi dell’Africa subsahariana (Ghana, Gambia, Mali, Burkina Faso), sebbene, in totale, la maggior parte dei lavoratori immigrati provenga da Marocco, India e Romania.

I lavoratori dell’Africa subsahariana sono difficilmente quantificabili, in quanto non sono contrattualizzati. Costoro, in occasione delle raccolte stagionali di uva, pomodori, arance ecc., vivono in una condizione di lavoro perenne, intervallato esclusivamente dalle pause fisiologiche dell’alimentazione e del riposo indispensabili alla sopravvivenza umana. Non a caso, infatti, si ammalano. L’indagine “Terraingiusta” condotta da MEDU (2015) ha rilevato che molti braccianti stranieri impiegati nel lavoro dei campi soffrono di patologie dell’apparato digerente (dovute alle precarie condizioni igieniche) e dell’apparato respiratorio (dovute alla ingente mole di prodotti chimici utilizzati in agricoltura).

Tale condizione di sfruttamento, oltre ad essere denunciata, deve essere anche arginata a partire da una mirata progettualità pedagogica e didattica. Questo perché soltanto attraverso una mirata formazione della persona dedita al lavoro, nonché attraverso una opportuna finalizzazione dell’attività lavorativa, sarà possibile mutarne il significato, disinnescando alla radice il potenziale di sopraffazione e di disumanizzazione che essa acquisisce soprattutto nell’ambito della sussunzione capitalistica della soggettività del lavoratore.

La condizione precaria e, talora, disumana in cui versano tanto le persone dedite al lavoro dematerializzato quanto quelle dedite al lavoro materializzato, impone, pertanto, una riflessione sul significato stesso del lavoro. Porre un freno alle pretese delle agenzie dello sfruttamento è possibile soltanto recuperando la dimensione formativa del lavoro, intesa questa non soltanto nel senso dell’aggiornamento professionale, ma anche nel senso dell’acquisizione di un bagaglio etico che consenta al lavoratore di sentirsi parte di un progetto di trasformazione ed emancipazione della realtà, a partire dalla propria attività lavorativa.

Inoltre il lavoro sfruttato, come argomentato sopra, manca di finalizzazione. Il lavoratore diviene un mero strumento al servizio del capitalista, il quale non condivide i suoi fini con il lavoratore. Al contrario, nascondergli tali fini diviene essenziale per poterli perseguire con maggiore facilità ed efficacia. In tal modo, il lavoratore viene “oggettualizzato” (Nussbaum, 2014) ed espropriato del significato della propria attività. Sebbene difficile, soltanto la condivisione di fini di ampio respiro umano potranno riscattare il lavoratore dall’umiliante condizione di mero esecutore di un mansionario.

Al proposito, vi è un’ampia letteratura pluridisciplinare sul concetto di “buon lavoro” (Dato 2014; Gardner, 2011), il quale muove dalla necessità di superare il rischio di rendere il lavoratore mero soggetto coordinatore di risorse funzionali alle esigenze del Capitale, per andare incontro alla possibilità, da parte del lavoratore, di progettare e realizzare le proprie attività nell’ottica di un’esperienza autonoma e trasformativa, foriera di crescita personale e sociale.


4. Educare ad un lavoro “liberato”: una proposta per la scuola


Il lavoro nell’età della tecnica, si è visto, può divenire esperienza di riscatto e di crescita personale a patto di compiere un cambio di prospettiva, e passare dalla supina accettazione di un asettico mansionario, quale troppo spesso si riscontra in tante professionalità vissute con apatia e senza slanci, alla attiva costruzione della propria professionalità, effettuata mediante un sapiente incrocio di elementi che riguardano, da un lato, il desiderio di uno sviluppo professionale coerente e, dall’altro, il desiderio di dare un’impronta alla propria mansione che vada oltre la mera esecuzione materiale di compiti impartiti dall’alto. “Il netto contrasto fra l’asetticità di un curriculum vitae rispetto al ‘quanto si è vissuto’ rimanda ai processi anestetizzanti che spesso alienano il lavoratore in quanto soggetto-persona a vantaggio delle dimensioni del quantitativo, del prodotto, del materiale, del tecnico, della mansione” (Dato, 2014, p. 34).

Andare oltre le dimensioni del “quantitativo” e della “mansione” è possibile, dunque, a patto di coinvolgere la propria esperienza personale nel vissuto lavorativo, non nel senso di pubblicizzare la vita privata, ma nel senso di coinvolgersi attivamente e profondamente nell’esperienza lavorativa; infatti “il lavoro implica la mobilitazione di risorse cognitive ed emotive, non solo fisiche; richiede un coinvolgimento personale nel compito da svolgere, una forte motivazione intrinseca e, dunque, la messa in gioco della identità complessa e multidimensionale del lavoratore” (Dato, 2014, p. 34).

Perché ciò sia possibile, dunque, è necessario che l’attività lavorativa sia, a monte, un’esperienza in cui mettere in gioco la propria capacità progettuale. Più ancora, è quanto mai opportuno rilanciare il concetto per cui il lavoro sia un’attività in grado di promuovere il senso critico delle persone, in direzione della trasformazione della realtà che, lungi dall’avere in vista il profitto di pochi, produca effetti collettivi di alto senso etico, quali la promozione umana, sociale, ambientale (Dato, 2014, p. 36).

Un’esperienza lavorativa di tal genere potrebbe essere definita “lavoro liberato”. Il lavoro liberato si caratterizza per un forte impianto etico, a partire dal quale il lavoratore si sente partecipe di un progetto di costruzione di una realtà in cui la propria attività possa contribuire all’emancipazione propria e altrui. È possibile avere riscontro di un’attività lavorativa “liberata”, ad esempio, nelle attività che si svolgono grazie all’utilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi. Tale è la meritoria opera della cooperativa “Liberaterra”, una cooperativa sociale che mette a rendita i possedimenti terrieri dei mafiosi, così facendo del lavoro esperienza di giustizia umana e sociale.

“Liberaterra”, presente, con le sue cooperative sociali, in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, è nata nel 2000, con l’obiettivo di riutilizzare a fini socialmente utili i beni confiscati ai mafiosi. Liberaterra è divenuta emblema della promozione di una concezione del lavoro inteso come attività in grado di attivare le migliori energie della persona, della società e del territorio, a partire da una serrata critica al sistema di ingiustizia che porta alla sopraffazione dei violenti sugli indifesi. Le cooperative sono in massima parte intitolate a importanti nomi della lotta alla criminalità mafiosa. Fra le più celebri ricordiamo le cooperative “Placido Rizzotto” e “Pio La Torre” di San Giuseppe Jato (PA), la cooperativa “Lavoro e non solo” di Palermo, la cooperativa “Rita Atria” della provincia di Trapani, “Le terre di don Peppe Diana” di Castel Volturno (CE), e “Terre di Puglia” di Mesagne (BR).

“Liberaterra” non gestisce la totalità dei beni confiscati alla mafia, ma soltanto una piccola parte di essi, consistenti in terreni agricoli, e finalizza la propria attività lavorativa alla produzione e commercializzazione di prodotti agricoli di alta qualità. Si tratta di una cooperativa di tipo B (che comporta l’assunzione tra i suoi dipendenti di una percentuale di diversabili i quali, ai sensi della legge 381 del 1991, devono essere almeno il 30% del totale dei lavoratori). Essa gestisce oltre 1400 ettari di terre confiscate, a cui si aggiungono nuovi terreni, frutto di acquisizioni dovute all’affidamento da parte del giudice.

Al fine, come prima accennato, di ottimizzare la commercializzazione dei prodotti agricoli, nel 2008 è stato costituito il “Consorzio Libera Terra Mediterraneo”, che coordina alcune cooperative per la produzione di alimenti biologici di alta qualità, ed inoltre sono state costituite botteghe di vendita, denominate “Sapori e saperi”, presenti in molteplici città italiane da Sud a Nord, come Palermo, Reggio Calabria, Napoli, Castel Volturno, Roma, Siena, Pisa, Firenze, Reggio Emilia, Genova, Torino, Bolzano e Castelfranco Veneto.

Le cooperative, oltre ad occuparsi dei prodotti agricoli, promuovono pregevoli iniziative culturali. La cooperativa “Lavoro e non solo”, ad esempio, ha promosso a Corleone il progetto “Bibliotechiamo a Corleone”, che ha coordinato molteplici iniziative nella Biblioteca comunale, concepita come luogo di socializzazione e di promozione di una conviviale vita comunitaria. L’iniziativa ha coinvolto ben 571 persone e vi hanno preso parte anche molteplici associazioni locali.

Le cooperative, oltre ai soci lavoratori, prevedono la possibilità, per coloro che ne sposano gli ideali e intendono contribuirvi attivamente, di adesione come “soci volontari”, “soci sovventori” e “collaboratori a progetto”. Ciò per dire che esse sono aperte alla possibilità di interazione con soggetti che intendano promuovere sia i suoi ideali di giustizia sia la cultura della legalità. Queste due finalità avrebbero un alto valore formativo per le giovani generazioni impegnate nella scuola secondaria di secondo grado. In particolare, a mio avviso, l’esperienza dell’Alternanza scuola-lavoro, avviata nelle scuole italiane ai sensi della legge 107/2015, potrebbe rappresentare un’occasione unica per gli studenti per toccare con mano la possibilità di un lavoro dignitoso.

In particolare, ho ipotizzato un percorso di Alternanza scuola-lavoro per studenti del terzo anno di un istituto agrario, dal titolo “Leggere il territorio, educare al lavoro e alla legalità”. Il titolo è motivato dall’esigenza di promuovere, soprattutto negli istituti tecnici, la consapevolezza della valenza umanistica del lavoro. Oltre le certificazioni di qualità, oltre la professionalizzazione specialistica, si rende necessario promuovere il lavoro come esperienza in grado di trasformare la realtà a partire da presupposti di giustizia, di pace, di salvaguardia dell’ambiente e di promozione delle persone. Il lavoro, in tal senso, qualora sia eticamente orientato, diviene un’avventura umana ricca sul piano della riflessività e della relazionalità, in grado di spalancare orizzonti costruttivamente progettuali per intere collettività. L’impegno etico, dunque, anche nelle brevi ma potenzialmente significative esperienze di Alternanza scuola-lavoro, può proporsi come base di un’attività che sia tesa alla formazione della persona prima che del lavoratore. In tal modo, il progetto professionale acquista un inusitato valore. “Contestualmente è necessario promuovere nei lavoratori [...] competenze riflessive e autorientative in grado di favorire nel singolo e nel gruppo una cultura del lavoro fondata sull’autoconsapevolezza, sulla motivazione, sulla responsabilità, sulla cooperazione, sull’appartenenza al proprio gruppo di lavoro, sulla costanza e sull’impegno nel perseguire i propri obiettivi e, dunque, una cultura del lavoro fondata sulla cura e la presa in carico del proprio progetto professionale e di quello del proprio gruppo di appartenenza” (Dato, 2014, p. 40).

In un ipotetico progetto di Alternanza scuola-lavoro coordinato con un’azienda agricola di “Libera Terra” in Sicilia, gli studenti dovrebbero realizzare, come prodotto finale, una relazione tecnica individuale in lingua italiana ed un’altra in lingua inglese. L’attività si concluderebbe con la presentazione del percorso ai genitori e ai tutors aziendali. Il tutto potrebbe essere svolto in un auditorium scolastico, alla presenza del dirigente scolastico e di alcuni rappresentanti dell’azienda agricola.

In questa prospettiva, una particolare attenzione progettuale deve essere posta sulla fase della preparazione iniziale delle attività. Occorre, infatti, che i ragazzi siano ben ragguagliati sul significato del lavoro “dignitoso” e “liberante” quando esso sia il frutto di un impegno di giustizia contro la criminalità organizzata. Mediante dibattiti, testimonianze, cineforum, sarebbe possibile sensibilizzarli sulla necessità di contrastare la mentalità mafiosa, oggi divenuta particolarmente aggressiva a causa dell’intreccio tra cultura del crimine organizzato e cultura turbocapitalistica, mediante l’educazione alla giustizia e alla legalità. Tali prospettive dovrebbero essere alla base del progetto di Alternanza.

In tal senso, le finalità di un tale progetto di Alternanza scuola-lavoro sarebbero, oltre a quella di incoraggiare gli studenti verso la promozione della giustizia sociale, vivere l’attività lavorativa come esperienza motivante per il singolo e per il gruppo nel suo insieme. Unendo le ragioni della mente alle ragioni del cuore, gli studenti dovranno comprendere che le abilità tecniche sono nulla se non sostenute da forti motivazioni etiche che poggino sulla convinzione per cui il lavoro serve a rendere il mondo più umano, giusto, equo, fraterno, solidale, conviviale. “È indispensabile perciò formare risorse umane competenti (in grado di saper fare), che siano cittadini partecipi e responsabili (saper essere) e che esercitino continuamente l’interazione tra mente e cuore (saper agire). Dunque soggetti che, insieme alle proprie competenze di contenuto, esercitino anche le proprie competenze di campo, di processo” (Dato, 2014, p. 35).

Gli obiettivi, invece, sarebbero soprattutto due: da una parte gli studenti dovrebbero saper sperimentare le motivazioni etiche e trasformative dell’impegno lavorativo, nonché dovrebbero essere in grado di rendersi consapevoli del proprio ruolo all’interno del mondo del lavoro e, a tal riguardo, conoscere e rispettare le fondamentali norme di sicurezza ad esso legate e, dall’altra, dovrebbero saper eseguire lavori agricoli dalla coltura alla gestione giornaliera del terreno agricolo, all’utilizzo di macchine, attrezzi e prodotti per la salvaguardia delle colture.

Al termine dell’esperienza di Alternanza scuola-lavoro gli studenti avrebbero la possibilità, nell’incontro di restituzione finale coordinato dal dirigente scolastico, di offrire ai genitori e ai compagni di scuola, possibilmente invitando alcuni rappresentanti di Liberaterra, il racconto del proprio vissuto lavorativo ma, soprattutto, di confrontarsi con autorevoli testimoni. Gli alunni potrebbero così dare conto delle varie fasi dell’esperienza, supervisionate sia dal tutor scolastico sia dai tutor aziendali. In tal modo, sarebbe possibile cogliere la pregnanza dell’impegno lavorativo che, ben oltre le grette logiche della massimizzazione dei profitti e le anguste prospettive dell’acquisizione di competenze tecniche, è un’attività in grado di costruire la socialità in quanto bene comune.


5. Conclusioni


In conclusione, un progetto scolastico di Alternanza scuola-lavoro incentrato sulla collaborazione della scuola con aziende e cooperative di lavoro che siano mosse da forti ideali di giustizia sociale ha il pregio di restituire al lavoro contemporaneo, spesso vissuto con il mero obiettivo di soddisfare interessi capitalistici legati all’incremento dei profitti a svantaggio dei basilari diritti umani e di cittadinanza delle persone, una motivazione e una direzione. Posto il principio per cui la cosiddetta flessibilità lavorativa è solo una delle innumerevoli varianti della moderna schiavizzazione del lavoro, che “ha prodotto a carico di milioni di persone oneri rilevanti, in primo luogo una crescente insicurezza in tema di occupazione, reddito, identità professionale, carriera, futura pensione, status sociale, progettabilità della vita” (Gallino, 2014, p. 42), si rende necessario, pedagogicamente, inquadrare il lavoro nel contesto del progetto di vita della persona, e restituire dignità all’attività lavorativa rendendola non soltanto, come è naturale che sia, tessuto connettivo della vita della persona, ma anche e soprattutto attività formativa e trasformativa della persona in relazione con gli altri e con l’ambiente. Un antico modello di lavoro, quello dei monaci medievali, avrebbe ancora molto da dire all’uomo contemporaneo. Legati indissolubilmente alla terra, ma con lo sguardo rivolto verso le alte idealità celesti, e soprattutto “producendo fuori del mercato, per il consumo proprio e ancor di più per quello altrui, i monaci medievali sono tra i rari gruppi umani che conobbero il lavoro non alienato: il valore prodotto dal loro lavoro era reimpiegato secondo scelte autonome e condivise” (Signorelli, 2016, pp. 84-85).

Giova ricordare come i monaci medievali che seguivano la regola dell’ora et labora vissero in un mondo, quello seguito al crollo dell’impero romano d’Occidente, che era totalmente da rifondare. A mio modesto avviso anche il mondo contemporaneo, dopo aver sperimentato gli effetti deleteri che la cultura capitalistica produce sui lavoratori, potrebbe trovare interessanti spunti di riflessione dalle motivazioni che spingevano i monaci medievali a ricostruire una realtà decadente e, non di rado, del tutto distrutta, mediante una concezione del lavoro poggiante non sul concetto della massimizzazione del profitto, ma su quello della massimizzazione del ben-essere collettivo.


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