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Dalla retorica del lavoro alla pedagogia del lavoro. Doveri, mestieri, bambini e ragazzi nella ‘rivoluzione’ letteraria di fine Ottocento
di Leonardo Acone   


Il contributo, partendo da una ricognizione sul senso del lavoro nel difficile e complesso scenario sociale globalizzato, tende ad isolare un obiettivo di carattere formativo che possa fornire, del lavoro, la traccia migliore dal punto di vista esistenziale, capace di rimanere ‘prossimo’ ad una visione del vivere intesa quale corretto avvicendamento generazionale.

Tale direzione viene percorsa rivalutando il ‘racconto’ del lavoro, così come veniva rappresentato nella letteratura per bambini e ragazzi della fine dell’Ottocento: nella costruzione di un orizzonte responsabilizzante ma non opprimente; nella possibilità di ricollocare il senso ultimo del lavoro e del dovere al centro del percorso di maturazione e di ‘compimento’ di tutti. Collodi e De Amicis, da posizioni opposte ma, in questo caso, più complementari di quanto si pensi, donano una serie infinita di sfaccettature al tema, arricchendo, così, il prisma del discorso fino a condensare una molteplicità di aspetti che nessuna analisi economica, sociologica, antropologica o d’altra natura sarebbe stata capace di sintetizzare. Che ci si riferisca, ne Le avventure di Pinocchio, alla sarcastica irrisione del serioso senso del dovere di collodiana ispirazione (con un burattino tanto più verosimile, attraente e ‘simpatico’ quanto più sistematicamente lontano da una immagine di infanzia obbediente e laboriosa), o che si ritrovi, in Cuore, tutta la gamma della meticolosa e puntuale ricostruzione dei rapporti sociali tra genitori, bambini, doveri e mestieri che l’abile penna di Edmondo De Amicis delineava tra i banchi di scuola, appare evidente quanto la ‘narrazione’ del lavoro, e del rapporto tra le nuove generazioni e il lavoro in chiave educativa, risulti traiettoria privilegiata e doverosa per individuare un nuovo – e più ‘sano’ – concetto di attività lavorativa. Da una prospettiva ad ampio spettro, quindi, si passa ad un auspicio di ‘ricostruzione di senso’ che possa fornire, sulla base di queste lontane (e sempre attuali) narrazioni, la possibilità di sviluppare un ‘nuovo’ racconto del lavoro: corretto, misurato, vivibile e percorribile; che riconsegni l’uomo alla propria centralità sociale, senza declassarlo ad ingranaggio di un meccanismo socio/seriale in cui, troppo spesso, si smarrisce ogni residua, ultima, narrazione di senso.


This article, starting with the recognition of the significance of work in a difficult and complex global scenario, aims to single out an objective that can give the best outline of work from an existential point of view, one that is able to remain close to a vision of life understood as a proper interchange between generations. This direction is taken by reevaluating the narrative of work as it was represented in children’s literature at the end of the 1800s: as the construction of a horizon that gave responsibiity, but without oppression, with the possibility to relocate the ultimate meaning of work and duty to the center of a course of maturation and achievement for everyone. Collodi and De Amicis have opposing positions, but in this case, they are more complementary than one might think. They give an infinite series of facets to the theme, enriching the discourse to the point where they condense a multiplicity of aspects that no economic, sociological, anthropological, or any other analysis would be capable of. Whether we are referring to the sarcastic mocking of a serious sense of duty in Pinocchio (with a puppet which is as real, charming, and likeable as it is far from the image of an obedient and dutiful child), or whether we find, in Cuore, the whole range of meticulous reconstruction of the social relationships between parents, children, duties, and trades which the skillful pen of De Amicis outlines in the classroom, it appears evident that the narration of work and the relationship between generations and work in an educational view emerges as a privileged path for discovering a new and more wholesome concept of work. Starting from a wide panoramic point of view, thus, we will move on to a hopeful ‘reconstruction of meaning’ which can provide us, on the basis of these far away yet always current stories, with the possibility of developing a new narrative of work: honest, moderate, livable, and usable, which puts man back in his proper social centrality, without making him just a gear in a socio-serial machine in which, too often, we lose every last trace of meaningful narration.


1. Lavorare per vivere, vivere per lavorare, sopravvivere senza lavorare


La scomparsa di uno studioso come Zygmunt Bauman ci obbliga e ci richiama ad una riflessione sulla complessità del rapporto tra lavoro, formazione e società contemporanea; sempre più vorticosamente confusa e ‘mescolata’, quest’ultima, e sempre più testimone di una globalizzazione che ha accelerato le pratiche professionali senza che i differenti contesti sociali, culturali, ‘esistenziali’ avessero il tempo di riorganizzare quanto meno lo sguardo su una prospettiva di comune intenzione. Da tale accelerazione – difficilmente gestibile – si è generata una sorta di ‘fluida’ e costante emergenza: produrre, bilanciare, pareggiare, in direzione di un profitto che, in termini economico-finanziari, possa dare sopravvivenza al sistema complessivo, ma che produce, in termini di disorientamento e disallineamento esistenziale, preoccupanti derive e inarrestabili diseguaglianze (Bauman, 2004).

La differenza riscontrabile nei diversi contesti lavorativi, sociali, organizzativi di paesi lontani e diversi, si specchia in una globalizzazione totalizzante che, invece, avvicina tutti in una omologante ‘rete produttiva’ finalizzata agli stessi obiettivi commerciali e industriali, e genera così una crisi che, quasi automaticamente, diviene la corsa ad un lavoro che si rivela quale nucleo minimo di sopravvivenza; di possibilità; di speranza.

L’eclatante contraddizione che scaturisce da questa situazione fa riferimento ad un lavoro che, da ‘collocazione esistenziale’ e corredo di compiutezza, diviene ingranaggio di un macro-meccanismo globale che mette in concorrenza e stritola in nome di profitto e convenienza. Lontano mille miglia da un concetto di minima ‘qualità della vita’, tale lavoro va connotandosi quale attività ‘sostitutiva’ della vita stessa: per stare al passo; per non perdere in produttività; per vincere sul terreno degli utili (Bauman, 2005).

E se non bastasse, la deriva riguarda anche l’estremismo consumistico che si sostituisce alla educazione ed alla socializzazione più corrette: “L’educazione posta di fronte al consumo dovrebbe puntare su di una sua de-accelerazione e su di una sua diversificazione. Il tempo libero andrebbe sottratto [...] sia alla ossessione produttivista per cui il superlavoro è diventato un segno tangibile di potenza [...] sia alla deriva consumista che vede ridotto il cittadino a consumatore” (Regni, 2006, p. 85).

Va definendosi, così, una inversione dell’equazione più accettabile – nella quale il lavoro dovrebbe, in fin dei conti, essere utile e finalizzato alla vita – spinta fino al capovolgimento per cui la vita viene ‘schiacciata’ sull’iperattività e sulla frenetica rincorsa al lavoro ed alla conseguente – necessaria – produttività. Si arriva, in tal modo, dalla equilibrata formula del ‘lavorare per vivere’, cui corrisponde anche un legittimo, ipotetico parametro meritocratico (per cui più lavoro, e con più qualità lo faccio, e migliore sarà – o dovrebbe essere – la mia vita), alla esasperazione del ‘vivere per lavorare’, dove risulta palese lo schiacciamento verso il basso del concetto stesso di qualità della vita, e dove la quotidianità vissuta si rivela scenario di attività lavorativa che permea ogni fibra del vivere, relegando il rapporto tra lavoro ed esistenza nel campo della necessaria – e disperata – ‘sopravvivenza’. O, addirittura, si giunge al terzo, estremo ‘posizionamento’, alla forma di ‘estinzione’ più drammatica, in una società che ha meccanizzato e robotizzato gran parte della produzione relegando gli esseri umani ad una sorta di marginalità funzionale, ormai quasi superflua rispetto all’ottimizzazione dello spazio/tempo occupazionale (Rifkin, 2002); evidentemente si fa riferimento, in questo caso, alla deriva ‘dis-occupazionale’ del non-lavoro.

Una ‘educazione permanente alla vita’, così come intendiamo tracciarla nel prosieguo di queste note, dovrebbe quindi tener presente innanzitutto la rivalutazione del concetto stesso di lavoro in termini di valore: valore della struttura dell’uomo e del cittadino, quindi, ed elemento portante della ‘impalcatura di senso’ che ogni individuo dovrebbe portare con sé, incessantemente, nel proprio percorso di crescita e compimento.


2. Il lavoro nel Cuore


Se l’intenzione di fondo è quella di indicare una orientativa rotta valoriale, utile a rivalutare il concetto stesso del lavoro e a farne un cardine essenziale alla formazione delle persone, risulterà indispensabile partire, comunque, dal rapporto che dovremmo riuscire ad instaurare tra infanzia, giovinezza e senso del dovere, che del lavoro è fondamento. A tale rapporto consegue, come è nella realtà delle cose, una narrazione che lo sostenga, un racconto che lo vivifichi e lo veicoli fino a cogliere nel segno (Bichsel, 2012). La seconda metà dell’Ottocento – e gli anni Ottanta in particolare – sono stati gli anni della rivalutazione e del ‘disvelamento’ della regione infantile, spazio incantato e meraviglioso che autori come Collodi e De Amicis hanno sottratto alla cristallizzazione del conformismo comportamentale omologante e omologato, per iniziare un processo di ‘felice restituzione’ di ogni sfaccettatura genuina al complesso e variegato prisma dell’infanzia: allegria, sfrontatezza, vivacità, intuizione, fragilità, irriverenza, dolcezza e tutte le qualità (mai difetti, in una certa età) riferibili ad un ritrovato e riconosciuto paradigma infantile.

Non a caso Paul Hazard annoverava tali doti e peculiarità tra le caratteristiche che riteneva essenziali, in modo assolutamente ineludibile, alla letteratura che egli amava definire ‘infantile’: “per letteratura infantile si intende l’insieme di quelle pubblicazioni che per semplicità ed immediatezza d’espressione e di forma, per calore di sentimento e per vivezza d’intreccio sembrano particolarmente adatte a suscitare l’interesse e ad afferrare l’attenzione dei ragazzi” (Hazard, 1971, p. 4). Una letteratura capace di traghettare, grazie alla innovativa visione di alcuni protagonisti come gli scrittori sopra citati, il concetto di lavoro da una stanca retorica ad una vivace reinterpretazione del ‘dovere’, lontano dal compito costretto, dalla disciplina indiscutibile; in vista di un primo barlume di avvertimento coscienzioso di ‘ciò che sarebbe giusto fare’, e nella giusta misura. Oggi lo definiremmo un lavoro a misura d’uomo; ed è, guarda caso, quanto più sfugge e si perde tra le maglie dell’accelerazione sociale e dell’esasperazione globalizzata che sopra si richiamava.

I grandi classici degli anni Ottanta del Secolo XIX, Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi e Cuore di Edmondo De Amicis, ci consegnano la prima traiettoria di reinterpretazione del rapporto tra ragazzi e lavoro; tra nuove generazioni e senso del dovere. Si tratta, di fatto, del primo tentativo di superare (o meglio, di sanare) la frattura tra un’infanzia imbavagliata – da rinnegare nella sua essenza più genuina in nome nelle ‘norme’ da inculcare a tutti i costi – e un mondo adulto avvertito come distante, retto da un ‘adultismo’ patologico a difesa di compiti e ruoli, tutti rigorosamente seriosi e sacrificati.

E il lavoro risulta una traccia presente in entrambi i testi, con significative differenze – relative alla diversa natura delle opere, fantastica l’una, realistica l’altra – che però non impediscono una sorta di ‘ricostruzione proiettiva’ del senso ultimo che i ragazzi possono, infine, dare al lavoro; al dovere; alla propria vicina o lontana maturazione.

Sebbene di poco successivo al capolavoro di Collodi, partiamo dalla presenza del tema in Cuore, poiché De Amicis, da bravo ritrattista letterario qual è, riesce a collocarlo con abilità descrittiva e a fornirne una pluriprospettica e variegata rappresentazione che attraversa classi sociali, famiglie, personaggi e contesti di riferimento.

Tale ampliata prospettiva ci consente una sorta di ‘presentazione letteraria’ dell’argomento, tanto più efficace quanto più capace di fornire una panoramica esaustiva soprattutto se considerata nel rapporto tra genitori, figli e sfera lavorativa che li lega. Si tratta di una visione che pone in evidenza l’avvicendamento generazionale e i punti di contatto (critici o meno) che questo registra con il lavoro inteso quale sfera del fare, del rappresentarsi come persona; del potersi raccontare, per esempio, a un figlio.

Mese dopo mese, nel cadenzato susseguirsi dell’anno scolastico che De Amicis costruisce quale cornice del racconto, ci imbattiamo in un mondo del lavoro che permea tutte le fibre della quotidianità, fino a toccare l’essenza e la riconoscibilità stessa dei piccoli protagonisti. È il caso, ad esempio, del “Muratorino”, che ovviamente si chiama così perché figlio di muratore, e rappresenta uno dei topoi letterari del grande scrittore: l’accostamento tra sano, umile ma onesto lavoro ed una auspicata e – in questo caso – realizzata, serenità soddisfatta; una sorta di rivendicazione di dignità sociale anche per le classi meno abbienti e che diviene, lontano da percorsi di critica ideologica e da accuse di esasperato buonismo deamicisiano, che poco ci interessano in questa sede, lo specchio di una rappresentazione tendente ad esaltare il rapporto tra lavoro onesto – per quanto duro e faticoso – ed un’aura di positività che incide sulla ‘postura esistenziale’ di quanti lo praticano.

Anche “Betti”, piccolo figlio del carbonaio, diviene parte di questo sistema di rivendicazione sociale derivante dalla nobilitazione del lavoro. A lui, lo spocchioso Nobis rivolge la più mortificante delle ingiurie: “Tuo padre è uno straccione”. Ovviamente l’offesa diventa offesa di classe, di categoria, di umanità. E la ‘giustizia letteraria’ di De Amicis non si fa attendere, prendendo la voce e i modi del ‘Signore’, padre di Nobis, che all’altezza sociale fa corrispondere, però, l’ancor più alto e sacrosanto rispetto per ogni forma di lavoro (tanto più dovuto quanto più umile). L’altezzosità del figlio trova argine nell’altra faccia – positiva – della stessa medaglia: la nobiltà d’animo: “Ripeti le mie parole. Io ti domando scusa per la parola ingiuriosa, insensata, ignobile che dissi contro tuo padre, al quale il mio si tiene onorato di stringere la mano” (De Amicis, 2011, p. 27). Tanto basta, nel rispetto della pari dignità delle persone e delle differenti attività che svolgono, a far dire al maestro Perboni: “Ricordatevi bene di quel che avete visto, ragazzi, questa è la più bella lezione dell’anno” (De Amicis, 2011, p. 28).

Di tale teorema pedagogico, riferibile al lavoro nobilitante (per quanto umile, a volte), troviamo conferma in un altro piccolo protagonista del romanzo, Precossi, che rappresenta la crisi e il disagio di un genitore che ‘interrompe’ la fluidità del racconto felice; che soffre la propria incapacità di vivere, la affoga nell’alcool e che, ovviamente, non lavora più e riversa sul figlio botte e frustrazioni. La confortevole inversione generazionale, che la prodiga penna di De Amicis ci consegna, affida il riscatto alla forza di volontà e al senso del dovere del figlio, che ‘monda’ il padre col proprio sacrificio e lo ricolloca tra gli onesti. La ‘ricollocazione’, guarda caso, assume le sembianza di una ripresa del lavoro che coinvolge, in quanto salvifica, l’intera trama esistenziale del personaggio e della sua famiglia: “ ‘Vedete come lavora mio padre!’ [...] ‘Ben fatto davvero’ gli disse mio padre. E soggiunse: ‘Dunque... si lavora, eh? La buona voglia è tornata’. ‘È tornata, sì [...] E sa chi me l’ha fatta tornare? Quel bravo ragazzo’ disse il fabbro, accennando il figliuolo col dito” (De Amicis, 2011, p. 118).

Il lavoro diviene, al contempo, obiettivo da proporre ai ragazzi e orizzonte di salvezza per gli adulti, in una plastica estensione che ne certifica una sorta di permanenza formativa, capace anche di manifestarsi un una duplice direzione: dall’adulto al bambino e dal bambino all’adulto (come nel caso di Precossi).

In mezzo a questa dinamica e fluttuante rappresentazione, c’è spazio, ovviamente, per il ritrattismo deamicisiano, che si concede tocchi di bravura letteraria particolarmente individuabili nella capacità di delineare numerose, differenti sfumature, corrispondenti alle tante attività lavorative che le persone possono svolgere. Quello del lavoro, in Cuore, sembra un racconto interno al racconto; e così come De Amicis riesce a fornirci una ricchissima varietà di tipi e personaggi mai banali, e ad arricchire, così, il prisma psicologico infantile come mai era stato fatto prima di allora, allo stesso modo egli ‘ritrae’ tutta una varietà di lavori, passando dagli operai ai maestri, dagli spazzacamino agli ingegneri, dai soldati ai macchinisti, in un estremo tentativo di ricongiungere classi sociali distanti mediante lo sguardo generoso di bambini e ragazzi. Ovviamente, come già accennato, non è questa la sede per sottolineare quanto questi tentativi risentano senz’altro di una certa dose di utopistico – o accomodante – buonismo (Tamburini, 1981), o quanto non siano in realtà la fotografia di un mondo che ancora era ‘bloccato’ in una immobilità sociale cui far abituare anche i più piccoli. Qui ci preme far riferimento alla possibilità di interpretare il lavoro in sé, mediante le più belle pagine dello scrittore, come un paradigma educativo riferibile alla migliore modalità di avvicendamento generazionale. La consegna essenziale, che sembra lasciarci Edmondo De Amicis, si rivela nella possibilità di porre il dovere, il lavoro, la buona volontà a fondamento di un edificio in perenne costruzione; in permanente evoluzione; e si pone quale rappresentazione più ‘sana’ dell’attività, lontana anni luce da odierne logiche di profitto e computi finanziari. Si tratta, a ben vedere, del ‘racconto’ del lavoro che nobilita gli uomini; che orienta i tragitti formativi ed esistenziali che si percorrono durante l’intero corso dell’esistenza.


3. Il mestiere di crescere


Nel breve lasso di tempo che, negli anni Ottanta del XIX secolo, ospitava il romanzo del grande scrittore torinese, prendeva vita anche il più famoso capolavoro della letteratura italiana (e non solo) per l’infanzia: Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. E qui si individua un punto di snodo che fa, del Cuore di De Amicis, il testo dei due che rappresenta in maniera più complessa – almeno nella ricognizione della ‘funzione letteraria’ del lavoro – il tentativo di mediazione interpretativa di una società in evoluzione; di un disincanto rispetto alla ‘magia’ dell’infanzia; di una presa di coscienza riferita alla responsabilità del divenire, prima o poi, adulti (Fedi, 2010).

Il messaggio di De Amicis ‘contiene’ e supera, per così dire, la meravigliosa fantasia collodiana che, rispetto al mondo del lavoro, poteva ancora permettersi il registro dell’irrisione; la dinamica del capovolgimento; l’atto dissacrante e irrispettoso di un’infanzia che vuole riconoscersi in quanto tale, e che non si piega – sempre e comunque – a dettami, regole e precetti. E lo faceva sulle pagine di un “Giornale per i bambini” che, in quegli anni, ospitava l’argomento ‘lavoro’ come elemento “costituito da un insieme di suggestioni diverse: l’idea mazziniana del dovere, qualche barlume di efficientismo capitalistico, qualche spunto predeamicisiano, come quello che vuole riconosciuta al popolo la priorità nel sacrificio del lavoro e gli vuole attribuita una natura generosa e nobile” (Boero, 2006, pp. 50-51).

In sarcastico conflitto con tutto ciò, Collodi, che dell’infanzia coglie l’essenza più pura e viva, la consegna alla ‘vegetalità’ del burattino; al suo ‘essere’ – di legno – che è ancora un ‘non essere’ – umano – e che gli consente di trincerarsi in un’infanzia più vera dell’infanzia comunemente rappresentata (e auspicata dal mondo adulto): “Finché è burattino, per quel che riguarda la trama letterale del libro, Pinocchio non è ciò che dovrebbe essere, non è un essere compiuto. Eppure è a lui burattino, è a lui di legno – così primitivo, semplice, ingenuo, spontaneo, selvatico – che va tutta la simpatia e la partecipazione emotiva del lettore” (Grilli, 2016, p. 8). Il ‘felice paradosso’ collodiano si sostanzia in un contenitore ligneo che ‘racchiude’ e al contempo ‘libera’ l’infanzia più vera; ne disvela il senso (Acone, 2012) generando una narrazione che è racconto senza tempo; valido per tutti e per sempre.

Ovviamente tale rapida analisi ci consente di riflettere sul fatto che, se ci riferiamo all’immagine dell’infanzia, Pinocchio ne rappresenta il paradigma assoluto ed il ritratto ultimo; se focalizziamo l’attenzione sul rapporto formativo tra le nuove generazioni e il senso del dovere/lavoro, Pinocchio diviene ‘preparatorio’, con la sua dissacrante ed ironica irriverenza, al più complesso tragitto narrativo che i ragazzi deamicisiani intraprendono dopo pochi anni.

La simpatia, che il burattino accoglie, dura finché egli resta tale; finché il suo senso del dovere (presente ma meravigliosamente fragile) non si tramuta in adultistica ‘presa in carico’ di responsabilità e compiti; tutti elementi, questi, che di fatto lo tramutano in essere umano (e in ex-bambino ovvero adulto).

Fino ad allora, quello che nel nostro immaginario resta il bambino-burattino più vero, ha un perenne incontro-scontro con il lavoro: “– Fra i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo, che veramente mi vada a genio. – E questo mestiere sarebbe? – Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo” (Collodi, 2003, p. 31).

Tale rapporto culmina, a livello teorico-riflessivo, nelle lunghe e tediose rampogne del grillo parlante; ed a livello pratico esperienziale, sulle sponde dell’Isola delle api industriose, terribile contraltare di quel Paese dei Balocchi tanto agognato e vagheggiato dall’infanzia più vera e sincera.

L’isola risulta, in una narrazione premonitrice e modernissima, quanto di più prossimo alla brulicante dimensione di un odierno paese turbo-capitalista dell’est asiatico: tutti lavorano, tutti si danno da fare, tutti ‘pesano’ la consistenza di gesti ed azioni in termini di compensazione economica e di scambio; ci vuole l’intercessione affettiva della Fata, infatti, perché Pinocchio scenda a patti con una realtà che riconosce immediatamente come aliena ed ostile alla propria natura (di bambino!). Tale natura, nel computo delle vicende e degli accadimenti della narrazione, vive una dialettica talmente contrastiva con il concetto stesso di lavoro che questa entità le si rivolta contro in maniera estrema e violenta: Collodi esaspera i toni della propria geniale e provocatoria posizione sul conflitto adulto/bambino – e sul conseguente conflitto dovere/piacere – estremizzando alcune cadute punitive cui il burattino deve, suo malgrado, sottostare.

Infatti gli unici due lavori in cui troviamo Pinocchio impegnato (anche se faremmo meglio a dire ‘costretto’), sono, brutalmente, lavori da bestie. Sono, di fatto, il riscontro punitivo con cui il burattino si trova a fare i conti, reo dell’ennesima trasgressione, deviazione, divagazione; e che lo condanna – in maniera volutamente eccessiva – ad una ‘retrocessione’ in termini di dignità esistenziale: retrocesso ad animale in quello che, evidentemente, per lo scrittore toscano doveva essere l’elemento qualificante il livello di dignità di uomini, animali e... burattini: il lavoro.

E così Pinocchio si ritrova cane da guardia al posto di Melampo, per poi rivelarsi profondamente, intensamente ‘buono’ (e qui il sottile e più ragionato riscatto positivo che Collodi strappa al buonismo conformista del mondo adulto); oppure si trasforma in asinello da circo in una mortificante metamorfosi che lo relega a fenomeno da baraccone. Il messaggio di Collodi pare chiaro e si situa a un secondo livello di analisi: accanto al superficiale richiamo al senso del dovere e alla rettitudine comportamentale ad ogni costo, Collodi racconta il reale, insanabile e conflittuale rapporto tra meravigliosa età dell’oro infantile e concetto di dovere e lavoro. Se lo può permettere e gioca con questo conflitto come fosse un personaggio da agghindare a piacimento prima di mandarlo in scena a teatro, non senza il finale virtuosismo che ci rivela quanto l’ammissione stessa dell’insanabile frattura tra infanzia vera e lavoro sia in realtà la partenza di un moto di embrionale consapevolezza; una modalità iniziale più sana mediante la quale abituare pian piano proprio l’infanzia a relazionarsi e a ‘entrare in confidenza’ con un principio della realtà che deve, gradualmente, trovare spazio accanto allo straripante ‘principio del piacere’ dei bambini di ogni tempo (Acone, 2007).

L’ironica lungimiranza di Collodi sale in cattedra alla fine del racconto, e ‘risolve’ le vicende del burattino/bambino lasciando ‘irrisolto’ il rapporto tra infanzia e lavoro; o meglio, consigliando prudenza e, forse, predicando moderazione, nella matura consapevolezza che infanzia, dovere, compiti da assolvere e rigore comportamentale siano mattoni di una evoluzione da costruire con gradualità, attenzione, premura.

Pinocchio, nelle ultime pagine, si trasforma fino a divenire genitore dei suoi stessi genitori; fino a studiare e lavorare; fino addirittura a fare due lavori! Nella catarsi responsabilizzante della marionetta tutto ciò, lo sappiamo, lo eleva a dignità di ‘giusto’ e, quindi, di adulto; fino al premio estremo: diventare a tutti gli effetti un bambino in carne ed ossa; di fatto un essere umano.

Tutto bene, se non si trattasse di Collodi. Che, infatti, non si concede a questa apoteosi della correttezza a tutti i costi; del ‘pedagogicamente corretto’ e ci richiama a quel bagno di realismo che prima ricordavamo, fatto di gradualità, di considerazione della ‘sostanza’ di bambini da educare e da avvicinare – delicatamente – a un lavoro che venga percepito come accettabile, prima, e ‘giusto’ dopo.

Lo scrittore lo fa mediante l’ultimo, irriverente e provocatorio, scarto dalla norma, grazie al quale rompe l’equilibrio moralistico che, ad una osservazione superficiale, sembra raggiunto nel finale del testo: Pinocchio, il nuovo – adulto e responsabile – Pinocchio, lavora per ‘compiersi’ definitivamente come persona. Peccato che, ancora una volta, per la terza volta, debba fare un lavoro da bestia (girare il bindolo come un asino) e che, in una raffinata quanto perfida ‘nemesi rovesciata’, vada a sostituire l’asinello Lucignolo, che muore ‘colpevole di troppa infanzia’, e lascia all’ormai omologato burattino il suo ingrato ed usurante compito d’animale!

Collodi si supera, e supera l’etica del lavoro d’impronta conformista, liberando l’infanzia dall’oppressione di una rappresentazione asfittica del dovere. Se c’è ‘quel’ tipo di dovere, sembra dirci, non c’è più l’infanzia; e infatti il racconto termina.

La prudenza di raccontare il lavoro mediante tante – e più attente – sfumature, che ritroveremo nei banchi di scuola deamicisiani, forse proviene anche dalla ferma posizione di Collodi di pochi anni prima, disincantata e potente al contempo.


4. Gli orizzonti valoriali del lavoro: la narrazione possibile


Alla fine di questa rapida ricostruzione letteraria dei rapporti tra nuove generazioni e lavoro – così come veniva delineata nella ‘accelerazione culturale’ di fine Ottocento – risulta evidente una duplice possibilità interpretativa: da una lato l’analisi contenutistica rivela, come fin qui osservato, quanto il rapporto in questione debba farsi narrazione di senso senza mai smarrire il contatto con la realtà effettiva di entrambi gli attori; che si tratti di bambini o ragazzi da una parte, e del senso del dovere o del vero e proprio lavoro dall’altra, capolavori come quelli di Collodi e De Amicis indicano una traccia ineludibile per ben comprendere necessità ed istinti; legittime istanze ed impellenze storiche; e prefigurano un’unica possibilità: la moderazione e il rispetto per la dignità di tutti accanto alla valutazione (e ri-valutazione) di ogni attività degli uomini. Dall’altro lato la ‘consistenza’ letteraria e culturale del messaggio indica una nuova via per analizzare argomenti e tematiche che, troppo spesso, la storia ha consegnato ad analisi (e conseguenti iniziative e provvedimenti) di natura prettamente sociologica, economica, antropologica, politica, ma mai culturale. Si intende, in tal modo, sottolineare quanto sarebbe utile costruire un ‘racconto’ di fondo, al fine di veicolare una nuova possibilità di lettura del mondo e del ruolo che ognuno, per ciò che fa, dovrebbe avere nel mondo stesso.

Tale prospettiva restituirebbe senso al lavoro ‘giusto’, al lavoro che non rende funzionale chi lo esercita, ma lo rende, al contrario, riconoscibile, importante, essenziale.

Indicare questa direzione alle nuove generazioni significa porre, alla base di una formazione in perenne e permanente compimento, la ricerca di un ‘paradigma-lavoro’ che non possa prescindere da una qualità minima rispettosa della dignità della persona; in qualunque contesto; per tutti gli ambiti sociali.

Dal provocatorio ‘sovvertimento’ collodiano, affidato ai gesti del sublime burattino, fino alla ‘compostezza’ e alla auspicata maturazione – tra infanzia e adolescenza – delle pagine di De Amicis, ci pare di poter ritrovare un indirizzo ed una traiettoria ben precisi, e l’individuazione di un concetto di lavoro che porti in sé la necessaria definizione di ‘buono e sano’, e che si consolidi quale auspicio e obiettivo in una società del equilibrio, e non del compromesso; della speranzosa esistenza e non della disperata resistenza; della vita vissuta e non ‘sopravvissuta.


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