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Economia circolare, green jobs e progettazione educativa: investimento per il futuro
di Sara Bornatici   

 

Nella civiltà globale ogni persona è chiamata ad attivare le proprie competenze per far fiorire la sostenibilità attraverso un inedito incontro tra cultura e politica, economia e formazione.

Nuove professionalità si affacciano in uno scenario occupazionale in rapida evoluzione che richiede la capacità di promuovere competitività, processi partecipativi e capitale umano. In tale contesto, la riflessione pedagogica, considerata la rilevanza della formazione lungo tutto l’arco della vita, prospetta la possibilità di generare lavori verdi, buoni e competenti, nel segno dei valori dello sviluppo umano integrale, autentico investimento per il futuro.


Due to global civilization, each person is called to activate own personal skills to contribute to sustainability through a necessary encounter among culture and politics, economics and training. Jobs universe presents a rapidly evolving employment scenario that requires new skills for promoting competitiveness, participatory processes and human capital. In this context, the pedagogical thinking, due to the increasing relevance of lifelong learning, must inquire into how to generate green, good and competent job, as a sign of values of integral humanity, real investment in the future.


1.  I Green jobs: una riflessione perdagogica


Il presente contributo, senza pretesa di essere esaustivo, intende fornire taluni orientamenti per ricercare, nel segno del rapporto tra riflessione pedagogica e sostenibilità, linee di connessione tra sfera economica e ambiti della formazione umana, con particolare riferimento al tema dei green jobs. Questa espressione allude a quelle nuove professioni finalizzate alla produzione di beni e servizi eco-sostenibili o a ridurre l’impatto ambientale dei processi produttivi.

ILO-UNEP (2008) ha definito green jobs tutti i lavori appartenenti al settore agricolo, industriale e dei servizi che contribuiscono a preservare o riqualificare la qualità dell’ambiente, includendo non solo le professioni direttamente associate a temi specifici della sostenibilità, ma anche quelle legate all’efficienza, alla qualità e all’innovazione dei beni e dei servizi offerti, in un’ottica green (p. 5).

Essi comprendono nuove tipologie di lavoro, ma anche la riconversione di attività classiche in una versione eco. Inoltre possono derivare da una domanda nuova o essere indotti dalla variazione della catena di produzione.

Dalle energie rinnovabili al turismo sostenibile e all’agricoltura biologica, i cosiddetti green workers sono in costante aumento: i dati offerti dall’ultimo rapporto Green Italy (2016) segnalano che il 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale è legata a professioni verdi, richieste soprattutto negli ambiti della progettazione, ricerca e sviluppo. Imprese sostenibili e consumi green offrono notevoli opportunità per creare nuovi posti di lavoro e inedite soluzioni economiche capaci di progresso e di futuro, abbracciando una vasta gamma di competenze, background educativi e profili professionali.

Il concetto di green jobs chiama in causa un modello economico e sociale sensibile alla preservazione dell’ambiente per le generazioni future e che, nel contempo, rappresenta un orizzonte più equo e inclusivo per tutti i cittadini e tutti i Paesi.

Numerose ricerche e documenti scientifici internazionali marcano l’attenzione su questo tema; tra gli altri, il programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (2012) afferma che la transizione verso un’economia sostenibile richiede una nuova mentalità, manodopera qualificata e professionisti che possano lavorare in settori diversi e far parte di team multidisciplinari. Per raggiungere questo obiettivo professionale dovrebbero essere sviluppati pacchetti formativi che integrino le considerazioni ambientali e sociali nelle varie discipline al fine di orientare le nuove generazioni verso specifiche professionalità della Green Economy (p. 6). La riflessione pedagogica, aperta al contributo degli altri saperi, interpreta come un bene pubblico che va coltivato e partecipato, la cultura della sostenibilità e, muovendo dall’educabilità della persona, assume che ognuno detiene le potenzialità necessarie a determinare la direzione del cambiamento, se sostenuto da “una formazione che […] consenta di dotarsi di abilità e competenze (cognitive, relazionali, emotive) coerenti e adeguate con l’opportunità del mercato del lavoro e con la sua evoluzione” (Rosina, 2015, p. 25).

Malavasi (2007), sottolineando l’importanza di intercettare le connessioni profonde tra i saperi legati alla sostenibilità, tra capitale umano e ambientale, nota che la formazione delle risorse umane rappresenta un “vantaggio competitivo per l’economia in quanto consente di riflettere sulla dignità del lavoro, sul bene comune, sullo sviluppo socio-economico, sull’equa distribuzione delle risorse, in riferimento al compito della salvaguardia del Creato per le generazioni future”. (pp. 4-5). Coniugare sviluppo umano e ambiente nei diversi contesti di lavoro richiede competenze strategiche e rinnovate modalità di gestione della vita economica e sociale. Questo implica lo sconfinamento in terreni affini e già noti, ma anche l’incontro con discipline tradizionalmente più distanti, nell’ottica di una continua contaminazione e un costante approfondimento dei diversi statuti epistemologici dei saperi coinvolti (Contini, 2010). Per creare lavoro buono, dignitoso e sostenibile è necessario valorizzare gli esempi virtuosi capaci di innescare irrinunciabili cambiamenti culturali nelle abitudini dei cittadini riguardo ai temi della sostenibilità. Si tratta di diffondere, in prospettiva educativa, una cultura del lavoro che sia nello stesso tempo cultura della responsabilità, occasione di riflessione e approfondimento che consenta di superare il paradigma dell’homo oeconomicus e quindi dell’efficienza fine a se stessa, dell’utilitarismo come modello totalizzante, a favore di approcci più virtuosi, axiologicamente ed eticamente sostenuti, radicati nell’attenzione per l’ecologia ambientale ed umana.

Riflettere, oggi, sulla sostenibilità del lavoro significa progettare e partecipare a processi culturali in cui nuovi stili di vita, inclusivi e smart, si concilino con la promozione del capitale sociale e della crescita personale, tra sviluppo umano, innovazione e conoscenza scientifica.

Nota Vischi (2014) che “nella società della conoscenza, costruire valore sociale e prosperità diffusa implica una considerevole attenzione alle risorse umane e alla loro formazione, alla dignità dell’uomo e al lavoro quale spazio di sviluppo integrale della persona e parte del processo di creazione della civiltà” (p. 23).

Nel merito, è prioritario investire sul capitale umano per l’edificazione di una green society capace di creare nuove alleanze con il territorio e di disseminare buone pratiche, innovando i processi organizzativi nel segno di una nuova cultura della sostenibilità.

Senza escludere i criteri di efficienza e razionalità nell’esercizio manageriale è necessario operare per promuovere in modo intenzionale lo sviluppo integrale della persona umana: se crescita non è sinonimo di pienezza, se volontariamente si mettono tra parentesi aspetti intrinsecamente connessi con la formazione della persona come la dignità del lavoro, la giustizia nei rapporti sociali, la spiritualità della vita, si è in presenza di uno sviluppo che aumenta le disuguaglianze e non risulta più essere “a misura d’uomo”.

Il quarto rapporto Bes dell’Istat (2016), nell’individuare gli indicatori di benessere per uno sviluppo equo e sostenibile, segnala come una piena e buona occupazione, basilare per il sostegno materiale e per la realizzazione delle aspirazioni individuali, sia uno dei parametri principali della stabilità economica, della coesione sociale e della qualità della vita.

In tale scenario culturale, la progettazione pedagogica ha da interpretare i nuovi lavori legati alla sostenibilità attraverso la promozione di processi di partecipazione alla costruzione di conoscenza che superino i rischi di standardizzazione e omologazione e restituiscano valore ai saperi, al fine di produrre nuove culture e competenze in una continua dinamica di trasformazione dell’esistente.

Si rende indispensabile a tal fine la promozione di percorsi formativi capaci, da un lato di preparare a nuove competenze e professionalità green, e, dall’altro, di favorire cambi di stili di vita e di approcci culturali verso i servizi e i prodotti eco-innovativi; emerge in tutta la sua significatività “il tema della validazione degli apprendimenti e della certificazione delle competenze acquisite nei contesti non formali e informali, […] l’importanza riconosciuta agli apprendimenti pregressi, consapevoli e/o taciti, e il tema delle competenze necessarie per accompagnare questi processi” (Alberici, 2016, p. 222).

Innovazione, sostenibilità, competenze costituiscono pertanto parole chiave attraverso cui leggere il fenomeno dei green jobs in modo strategico, orientando l’attuale sistema di istruzione “verso una società basata sulla conoscenza, la realizzazione personale, la coesione sociale e una cittadinanza attiva” (Birbes, 2012, p. 129). Promuovere esperienze che formino, attraverso un’educazione al lavoro, cittadini capaci di assumere responsabilità verso l’ambiente, significa investire sulle persone e sulla conoscenza.

Centrale, in questo quadro, è la categoria del cambiamento che attraversa individui e organizzazioni e li pone nelle condizioni di anticipare, rielaborare, innovare; molteplici sono i rimandi all’azione formativa: educare ai lavori verdi significa spronare la persona a mettere in discussione il proprio progetto lavorativo e di vita, affinché esso non sia slegato da una progettualità eticamente orientata in, con e per l’ambiente.

La pedagogia, nella sua funzione poietica, “ovvero capace di generare nuovi percorsi di ricerca corrispondenti ai problemi sempre differenti che affiorano dalla prassi” (Sola, 2016, p. 73) assume in modo critico il dibattito intorno all’emergere di queste nuove professioni e riconosce che alla dimensione lavorativa dell’individuo è legata profondamente la sua crescita personale: emblematico è l’intreccio tra aspetti relazionali, attuazione del progetto di vita, dimensione lavorativa. Secondo Pati (2007) “il lavoro si intreccia fortemente con ciò che l’uomo è in un particolare periodo della sua vita e con ciò che il medesimo aspira a diventare” (p. 152). Ambiente fisico e spazio vissuto non vanno intesi come semplice cornice entro la quale si svolge la vita umana, bensì come elementi che, interagendo con la persona, diventano co-costruttori di personalità. L’ambiente di lavoro, in una prospettiva di sostenibilità economica, sociale e ambientale può “generare” comunità di pratiche nella quale attivare percorsi di apprendimento. È innegabile che le nuove professioni suscitino cambiamenti significativi nella definizione dei percorsi di formazione e che la ricerca pedagogica debba oggi confrontarsi con ambiti del sapere in passato estranei alle tematiche educative. Appare indispensabile la delineazione dei processi individuali e collettivi di costruzione dell’identità personale e professionale con l’obiettivo di sperimentare un nuovo modello di sviluppo armonico, multilaterale ed equilibrato, che tenga conto di tutte le prospettive e dimensioni dell’essere umano.

Tale approccio vorrebbe restituire all’economia una nuova razionalità, fondata sulle potenzialità della persona, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita: “il sia pur legittimo obiettivo del progresso e dell’efficienza di una nazione” osserva Loiodice (2004) si misura “attraverso il livello di cooperazione, solidarietà e garanzia dei diritti inalienabili dell’uomo” (p. 71).

Poschen (2015) rileva come i green jobs, abbiano in sé la potenzialità per rappresentare un inedito motore di crescita, sia nelle economie avanzate che in quelle in via di sviluppo; essi possono configurarsi come generatori di posti di lavoro, ma si tratta di una transizione lenta, che va guidata e gestita in modo efficiente. Non è sufficiente secondo l’autore contrappore lavori verdi ai lavori “non green”, in quanto se con questo aggettivo si indica la sostenibilità, esso dovrebbe riguardare da vicino il mondo imprenditoriale, le organizzazioni e i settori economici (p. XX).

L’Agenzia europea per l’Ambiente nel documento n. 2/2016 “Circular Economy in Europe – Developing the knowledge base”, superando l’idea di un modello lineare di economia, definisce talune modalità applicative per raggiungere gli obiettivi dell’economia circolare e sottolinea con forza come sia fondamentale acquisire la consapevolezza della limitazione delle risorse a disposizione e della necessità di gestirle in un modo più intelligente e sostenibile. Imprese, lavoratori e governance politica sono agenti essenziali di questo cambiamento di rotta, in grado di sviluppare nuovi modi di lavorare per la tutela dell’ambiente. L’economia offre molte opportunità per raggiungere obiettivi sociali e di crescita; è tuttavia utile considerare che riflettere su nuove occupazioni richiede una chiara comprensione delle opportunità e delle sfide che esse rappresentano: green non è automaticamente sinonimo di lavoro dignitoso. Laddove non sono garantite adeguate condizioni economiche, la valorizzazione del capitale umano, l’educazione ad un pensiero sempre più competente e non solo strettamente settoriale, ci troviamo di fronte a scelte che non sostengono l’uomo “nel suo permanente processo di integrale avveramento” (Pati, 2010, p. 74) e non lo pongono in relazione generativa col proprio contesto di vita.

Nicoli (2015) sottolinea come un lavoro buono, dignitoso, per essere tale debba presentare le caratteristiche dell’essere affidabile, fatto a regola d’arte, sicuro e duraturo: è un lavoro che deve poter generare valore, garantire la qualità della vita delle generazioni attuali e future e la salvaguardia dell’ambiente che le ospita (p. 364).

Dal punto di vista delle imprese, occuparsi di green jobs equivale ad adottare anzitutto una logica win win anziché win lose: da essa può derivare un profitto duraturo permettendo di lavorare su obiettivi condivisi in una prospettiva di collaborazione e negoziazione.

Numerose sono le imprese che stanno investendo le proprie risorse per “incorporare la sostenibilità nel vivo delle strategie ambientali, così da farla diventare un tutt’uno con gli obiettivi di mercato” (Malavasi, 2011, p. 21).

Per ottenere un maggior livello di benessere sociale, economico, ambientale, sono necessari elevati investimenti in capitale umano: la questione valoriale, cara alla riflessione pedagogica, attraversa la dimensione del lavoro con i temi del rapporto tra persona e ambiente e della sostenibilità dello sviluppo.

In questo contesto la pedagogia prospetta la rilevanza della formazione lungo tutto l’arco della vita: l’educazione si afferma come diritto dell’uomo, come cammino che incrocia le fasi di crescita della persona, orienta e fornisce nuove opportunità, nel segno dell’impegno concreto e responsabile.

Nella società del lavoro liquido i green jobs si configurano come realtà promettenti per privilegiare l’humanum e da esso far discendere le proprie scelte economiche e culturali.


Bibliografia


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